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Evgenij Oneghin – 1 Aprile 2014



Evgenij Oneghin è un capolavoro assoluto: arie come quella della lettera di Tatjana nel primo atto sono un vero gioiello dell’arte compositiva ed è un vero peccato che in tanti teatri d’opera italiani (all’estero viene regolarmente rappresentato) venga allestito ogni morte di papa. E non solo l’opera è di straordinaria bellezza: anche il testo è letterariamente di altissima qualità esprimendo l’incompiutezza e l’incapacità di amare di un damerino tutto estetica e fatuità a fronte della profondità dei sentimenti della protagonista femminile e del suo senso del dovere e dello scorrere inarrestabile del tempo, che rende senza senso il rimpianto del passato del protagonista sottolineato dalla impostazione in flashback della regia, che vede tutto lo svolgimento dell’opera come un ricordo di un Oneghin ormai vecchio.  Riascoltare l’orchestrazione di Ciaikovskij è un piacere musicale assoluto: si pensi all’uso del corno e dell’oboe per Tatjana e del clarinetto per la grande aria di Lenski del secondo atto. Tutto lo spettacolo è godibilissimo sia per la regia e la sceneggiatura senza sbavature, sia per gli interpreti, tutti di alto livello senza punte di eccellenza e senza carenze, sia per la direzione che ha saputo guidare l’orchestra nel rispetto assoluto del dettato del compositore. Un grande successo, meritatissimo che ha incontrato in modo assoluto le aspettative del pubblico delle grandi occasioni.

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Yundi Li – Imola 31 Marzo 2014


Se si eccettua l’ultima edizione con la controversa – e per molti aspetti inspiegabile – vincita di Yulianna Avdeeva, il concorso Chopin ha sempre prodotto vincitori di altissimo livello: è certamente il caso del pianista cinese Yundi Li, un pianista oggi trentaduenne che ha vinto il concorso a soli 18 anni nel 2000 (dopo 15 anni di non assegnazione) con una ormai grande carriera alle spalle, ingiustificatamente e colpevolmente trascurato dalle organizzazioni concertistiche bolognesi. A questa mancanza ha posto rimedio il Circolo della Musica di Imola offrendo al pubblico un concerto di altissimo livello.  Il pianismo di Yundi Li, pur basato su una solidissima tecnica, non concede nulla al virtuosismo fine a sé stesso (come spesso accade invece nel caso del suo collega cinese, la star multimediale Lang Lang) e fa della misura e del rispetto stilistico delle composizioni eseguite la cifra distintiva delle proprie interpretazioni. Se ne è avuta prova sia nella scelta del programma (che ha visto due brevi composizioni di Chopin – due notturni – la fantasia op. 17 di Schumann e due celebri sonate di Beethoven, il “Chiaro di luna” e la “Appassionata”) sia nell’esecuzione sempre attenta al dettato compositivo nell’ambito del quale l’espressione ha giocato – finalmente dopo tanti giovani muscolari – il ruolo fondamentale.  Mi sento di dire che da tempo non assistevo a una esecuzione così perfetta delle sonate beethoveniane che in molti aspetti mi ha ricordato quella – spesso insuperata – di Brendel. Si percepisce chiaramente come queste due sonate siano maturate nel pianismo di Yundi Li portando l’esecuzione a un livello di eccellenza paradigmatico. Forse un po’ meno matura è stata l’esecuzione della fantasia Schumanniana, che pur basata su una impostazione ineccepibile è stata purtroppo viziata da alcune imperfezioni tecniche e – inspiegabilmente – dall’assenza dell’accelerazione finale del secondo tempo, 30 battute di bravura con salti di estrema difficoltà dello stesso livello di quelli del Mephisto Valzer di Liszt. Ma – ne sono certo – anche questa composizione maturerà (è possibile che questa sia stata la prima volta dell’esecuzione in pubblico del brano che come sempre richiede aggiustamenti e messe a punto).  Insomma un grande pianista che vorremmo riascoltare presto. Un solo bis di autore cinese (sconosciuto al pubblico occidentale) come quasi sempre accade nei concerti di Yundi Li.
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Stadler -Valbonesi – 30 Marzo 2014


Un concerto (breve, molto breve, 9 brani in totale più un bis) di Lieder di Mahler e Strauss i due post-wagneriani più celebri. Valentina Stadler ha una bella presenza, una bella voce calda e piena da mezzosoprano con una intonazione sempre precisa, in grado di gestire senza problemi anche il registro acuto (a sua lode va ricordato che – a differenza di tanti altri esecutori – esegue i Lieder a memoria). La voce è da mezzosoprano drammatico che esprime il meglio nei Lieder più consoni alla sua vocalità (ad esempio nel bis “Die junge Nonne” di Schubert) mentre si trova invece meno a suo agio nei brani più intimistici (ad esempio in “Morgen” di Richard Strauss – nella sequenza dei Lieder del concerto avrei infatti inserito come ultimo “Heimliche Aufforderung”  o “Cäcilie” di Strauss). Una voce comunque che promette molto bene soprattutto in un repertorio operistico non belcantistico, con ampi margini di miglioramento che possono certamente essere raggiunti. Alla valutazione complessiva della prestazione sarebbe comunque giovata anche una minore staticità della persona che è apparsa un po’ rigida. E’ certo che trovare la giusta misura nella gestualità in un concerto di Lieder è impresa non facile ma pur nello spazio angusto riservato all’interprete è possibile individuare quel minimo di dinamica che deve accompagnare e sottolineare il significato del testo. L’accompagnamento del pianista Viller Valbonesi, corretto nell’esecuzione, ha ecceduto spesso in dinamica, sovrastando talvolta la voce: gli esecutori di concerti liederistici non dovrebbero dimenticare che la sala del Goethe-Zentrum è molto ridotta, con un’acustica non eccezionale e che quindi il coperchio del pianoforte dovrebbe essere solo socchiuso. Ad ogni buon conto un concerto interessante nel quale non sono mancati momenti di eccellenza.
(PS E’ del tutto ragionevole che per i testi ci si appoggi al sito  http://www.recmusic.org/lieder/ ma non ci si può limitare a un’operazione di “taglia e incolla” altrimenti si copiano anche le parentesi quadre e i numeri delle note a piè di pagina che ovviamente non rimandano a nulla!)
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Vladimir Jurowsky – 22 Marzo 2014


Nel concerto sono state eseguite musiche di Musorgskij (i Lieder de La camera dei bambini) e Mahler (una scelta dalla raccolta “Des Knaben Wunderhorn” e la quarta sinfonia). I Lieder di Musorgskij sono stati interpretati dalla soprano Sofia Fomina mentre quelli di Mahler sono stati affidati al baritono Gerard Finley ad esclusione dell’ultimo “Das himmlische Leben” affidato al soprano in quanto ripetuto in versione ampliata anche nell’ultimo tempo della quarta sinfonia. L’interpretazione del soprano non è stata travolgente: dotata di una voce piuttosto piccola seppure intonata non ha saputo trovare nei brani interpretati quella cifra esecutiva che di un Lied (che, va ricordato, si basa su un testo poetico, anche nel caso di Musorgskij che si ricollega a poesiole infantili) fa un brano compiuto che accoppia perfettamente musica e poesia (secondo alcuni – ad esempio Quirino Principe – il Lied è la forma musicale somma che vede sullo stesso piano poesia e musica). L’interpretazione della Fomina è risultata piuttosto monotona sia nei Lieder (inutilmente lagnosa nei Lieder di Musorgskij nel tentativo non riuscito di imitare la vocina di un bambino) che nel quarto tempo della sinfonia. Diverso il discorso per il baritono Finley che invece dello spirito popolare e spesso umoristico dei Lieder del “Des Knaben Wunderhorn (fra questi sopra tutti “Des Antonius von Padua Fischpredigt” e Lob des hohen Verstands”)ha saputo cogliere e restituire i tratti salienti in questo aiutato certamente sia dalla musica che dai testi (questi testi popolari in più riprese musicati da Mahler erano molto apprezzati anche da Goethe che riteneva che una copia del libro dovesse essere presente nelle case di tutti i tedeschi). Forse sarebbe stato più significativo se i due Lieder del Wunderhornnei quali si ha un colloquio fra un uomo e una donna (“Der Schildwache Nachtlied” e “Wo die schönen Trompeten blasen”) fossero stati affidati ai due interpreti e non al solo baritono.  La direzione di Jurowsky è stata impeccabile rendendo tutto lo scintillio dei primo tempo e l’aspetto intimistico dei tempi lenti della quarta sinfonia in modo impeccabile aiutato in questo dalla grande qualità della orchestra Mahler. Un grande successo.
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Leonardo Colafelice – 20 Marzo 2014

A 19 anni con un curriculum di concerti e premi di tutto rispetto, le aspettative per il primo (almeno per quanto di mia conoscenza) concerto a Bologna di Leonardo Colafelice erano certamente significative. Di questo giovane pianista si possono dare due giudizi distinti: uno per la tecnica ed uno per la musicalità. Per il primo aspetto è certamente vero che le doti “atletiche” di Colafelice sono eccezionali e testimoniate – ad esempio – dal tempo staccato per il difficilissimo primo brano di Petrushka di Stravinskij  e dalla disinvoltura con cui affronta le variazioni su un tema di Corelli di Rachmaninov, un compositore-pianista di grandi doti che ha riversato nei propri brani tutto il virtuosismo di cui era capace. Un discorso diverso e meno entusiasta per la musicalità. In Colafelice l’aspetto virtuosistico e l’esuberanza tecnica deprimono – e in modo significativo – l’aspetto espressivo e stilistico dei brani eseguiti, talché pare di assistere costantemente a una prestazione ginnica più che a un concerto classico. Certamente vi sono brani che giustificano questo approccio ma è proprio dell’artista sapere profondere – anche in questi casi – quella misura e quella sensibilità che sono la cifra dell’artista stesso. L’esempio più significativo in termini negativi si è avuto nell’esecuzione dell’unico bis – uno studio di Chopin dell’op. 10. E’ mancato totalmente lo spirito del compositore, le sfumature insite nel brano, in altre parole la musicalità. Di Colafelice si può affermare che ha un motore da Ferrari in una carrozzeria ancora da utilitaria. E’ giovane, già altre volte abbiamo assistito alla maturazione di giovani virtuosi ma questo richiede applicazione e forse qualche buon consiglio. Facciamo voti di ascoltarlo in futuro con maggiore piacere.
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Bashmet e i solisti di Mosca – 17 Marzo 2014


Da molti anni ormai i concerti di Bashmet e della sua formazione da camera seguono una impostazione costante: tre (qualche volta quattro) brani per orchestra all’interno dei quali uno prevede la viola come solista, normalmente quello meno significativo… E’ ormai un ricordo che si è perso negli anni quello di un concerto solistico di Bashmet e non regge la spiegazione che la letteratura per viola è ridotta: vi sono bellissimi brani (si pensi solo alle due bellissime sonate di Brahms) e non mancano di certo trascrizioni più che sufficienti a impostare più di un concerto. E’ vero, il tempo passa per tutti e invecchiare da grande saggio, come ha fatto Brendel, non è comune (nel caso di Bashmet, poi, vi è anche un rifiuto estetico). Bashmet non è il solo ad avere trasformato negli anni i propri concerti: possiamo citare la Mullova, Spivakov etc. tutti folgorati dalle orchestre da camera sulla via di Damasco. La spiegazione, anche troppo semplice da fornire, può essere desunta da chiunque (nel caso della Mullova la cosa è ancora più colpevole perché nel caso delle sue sempre più rare apparizioni solistiche esprime ancora qualità eccezionali). Quanto al concerto in questione si può certamente affermare che la formazione cameristica è di buona (non eccelsa) qualità e che rispolverare due brani di “Benji” (così veniva chiamato dagli amici) Britten composti da teen-ager non appare di certo uno scoop musicale. Lo stesso si può dire per una composizione secondaria di Paganini che il tempo ha giustamente dimenticato mentre il “Souvenir de Florence” è ormai troppo praticato senza la necessità di doverlo riascoltare (e viene riproposto da Bashmet a intervalli regolari…). Un concerto, insomma, al di sotto delle aspettative: ciliegina sulla torta una introduzione di pochi minuti che il relatore non è neppure riuscito a mandare a memoria!
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Oratorio "Die Schöpfung" di Haydn – 16 Marzo 2014


L’oratorio “Die Schöpfung” (la creazione), composto fra il 1796 e il 1798 e rappresentato in pubblico nel 1798, è uno dei brani di più ampio respiro del compositore austriaco, certamente ispirato dai grandi oratori di Händel che Haydn ebbe l’occasione di ascoltare nei suoi due soggiorni inglesi. E’ una composizione grandiosa, di grande qualità musicale, che costituisce il coronamento della maturità Haydniana, che si avvale di una grande orchestra, di coro e di tre “soli” (baritono, tenore e soprano) cui si aggiunge un quarto soprano nel numero finale dell’opera.  L’esecuzione da parte dell’Orchestre des Champs-Élisées sotto la direzione del collaudato Philippe Herrewege e con il coro del Collegium Vocale Gent è stata di grande qualità, per cui le si possono perdonare alcune sbavature dei corni (strumento notoriamente infido), cui il pubblico bolognese è purtroppo abituato. La soprano Christina Landshamer è dotata di una bella voce capace di coprire un’ampia varietà di registri e ha fornito un’ottima interpretazione, dopo le prime battute non del tutto felici. Senza alcuna sbavatura il baritono Rudolf Rosen del quale oltre alla vocalità abbiamo apprezzato la capacità di articolare correttamente le frasi tedesche, in particolare nei recitativi, perdonandogli la tendenza a trasformare le “e” in “i”. Una prestazione un po’ meno felice quella del tenore Maximilian Schmitt che non è sembrato trovarsi a proprio agio in un repertorio barocco: la voce non è apparsa sempre cristallina anche se non gli si possono imputare problemi di intonazione. Un meritato successo di un non numeroso pubblico, numericamente certamente inferiore alle “prime” delle passate edizioni del Bologna Festival: un fenomeno che dovrà essere accuratamente analizzato e che può trovare una sua giustificazione nei prezzi costantemente lievitati negli ultimi anni. Un’ultima annotazione: chi scrive è assolutamente favorevole alla partecipazione delle scolaresche che della musica “forte” (secondo la dizione di Quirino Principe) sono sostanzialmente digiune (una colpa che nessun ministro dell’istruzione – probabilmente per sua stessa ignoranza – pare prendere nella dovuta considerazione, relegandoci al livello di stato del quarto mondo) ma ciò dovrebbe essere organizzato accuratamente evitando di raggruppare i ragazzini che inevitabilmente, nonostante la cura loro dedicata da una delle maschere, poco si interessano e tendono a disturbare il prossimo.  Mi pare che soprattutto in un teatro così poco affollato, una corretta distribuzione uniforme dei “teen agers” non dovrebbe certo costituire un problema a vantaggio loro e degli altri spettatori.
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Akyoldaş-Tokur – 9 Marzo 2014


Quello che non ti aspetti: un concerto presso il Goethe Zentrum di Bologna di grande qualità con due giovani protagonisti turchi che studiano in Italia. La soprano Seren Akyoldaş (che ha sorprendentemente un passato significativo di cantante Jazz) ha dimostrato qualità canore eccezionali in un repertorio, quello Liederistico, che ha così poco seguito in Italia. Ha una voce calda, pressoché sempre intonata (anche nel difficilissimo Lied “Tristesse” di Liszt ove per vare battute canta senza l’accompagnamento del piano una melodia del tutto non facile), che spazia dal pianissimo flautato alla piena drammaticità esprimendo in tale contesto una pienezza e una potenza anche nel registro acuto che la rendono potenzialmente una promettente voce wagneriana.  Alla voce si accompagna una piena consapevolezza dei testi dei Lieder eseguiti che le permettono una gestualità contenuta ma espressiva, non comune nei concerti di Lieder ove molto spesso la staticità dell’interprete riduce la qualità interpretativa. Va anche sottolineato che il programma presentato (22 Lieder di Brahms, Liszt, Wolf e Strauss seguiti da un bis, la celeberrima “Das verlassene Mädchen” di Wolf) era di grande impegno e certamente anche faticoso dal punto di vista fisico che in nessun modo ha inciso negativamente sugli ultimi Lieder eseguiti. Il concerto ha avuto un successo pieno anche per la qualità del pianista Doruk Görkem Tokur che seppure non aiutato dalla qualità insufficiente dello strumento ha saputo però eseguire la sua parte in modo del tutto consono al repertorio della serata. E anche se ho ripetutamente stigmatizzato i concerti di Lieder nei quali il pianista esegue alcuni brani solistici, va detto che le sue esecuzioni sono state di grande qualità a partire dallo studio trascendentale di Liszt nel quale ha sfoggiato una tecnica di grande spessore che ha destato l’ammirazione mia e di tutti gli spettatori. Insomma un bel concerto e l’auspicio di risentire presto a Bologna i due esecutori.

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Banditelli-Mazzoli – 25 Febbraio 2014


Il tempo è un nemico impietoso e ciò vale – in campo musicale – soprattutto per le cantanti ed è tanto più doloroso quando i suoi segni si abbattono implacabilmente su un’artista il cui valore, nel tempo che fu, era indiscutibile: il concerto di Gloria Banditelli dedicato ai Lieder di Schubert ha comprovato ancora una volta la veridicità della precedente affermazione.  L’intonazione è incerta, gli acuti quasi sempre calanti nonostante la trasposizione verso il basso della partitura, il registro intermedio afono e privo dei necessari armonici e le note basse, proprio a causa della trasposizione, quasi inaudibili. E’ triste vedere come un glorioso mezzosoprano non voglia rendersi conto del tempo che passa. A ciò si aggiunga che proprio per l’assenza di fiato del mezzosoprano i Lieder sono stati quasi singolarmente intervallati con l’esecuzione dei momenti musicali Schubertiani per piano solo. Ho già avuto modo di stigmatizzare questi concerti zibaldone ai quali manca qualsiasi unitarietà ma in questo caso è venuto a mancare qualsiasi filone interpretativo della performance che è risultata un insieme slegato e quasi casuale di opere del compositore viennese. A ciò si aggiunga che certamente l’uso del fortepiano (ahimé queste manie di esecuzione filologica…) ha contribuito al risultato scadente del concerto privando l’esecuzione, anche a livello dello strumento, degli armonici necessari e non prodotti dalla Banditelli. Inoltre l’interpretazione piuttosto piatta dei momenti musicali (nei quali non sono mancate note false pur nella semplicità del dettato musicale) ha completato un quadro complessivo francamente insoddisfacente (eufemismo). Due bis (fra cui il famoso Ständchen seguito dal  Gute Nacht della Winterreise) che non hanno contribuito a risollevare la serata.
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Federico Colli – 24 Febbraio 2014


Federico Colli è un interessante giovane pianista, vincitore del concorso pianistico di Leeds nel 2012, dotato di eccellente tecnica e sensibilità esecutiva che ha presentato un programma costituito da tre sonate (Mozart, Beethoven e Schumann) che coprono l’arco temporale che va dalla metà del 700 alla metà dell’800: una performance delineata da caratteri distintivi diversi fra il primo e il secondo tempo. La sonata di Mozart è stata infatti resa con encomiabile, perfetto impianto stilistico ed esecutivo e parallelamente di ottima qualità stilistica e interpretativa è stata l’esecuzione dell’op. 57 di Beethoven (la celeberrima “appassionata”) per la quale l’unico appunto che si può fare è che rinunciando a innecessari eccessi virtuosistici meglio si renderebbe lo spirito dell’opera e si eviterebbero imperfezioni esecutive, alcune delle quali oggettivamente eclatanti.  In ogni caso un’interpretazione della sonata che conferma l’impressione positiva ricevuta due anni avanti nel corso di un’esecuzione privata.
Schumann è un compositore “romantico” dal punto di vista temporale e da quello tonale ma che nelle sonata op. 11 e in quella op. 22 (e financo nell’ op. 14 che però fa storia a sé) è ancora fortemente influenzato dai vincoli strutturali liberamente interpretati della forma sonata. Ne fanno fede i 4 tempi in cui si suddividono e l’impianto organizzativo soprattutto del primo e quarto tempo che sono la prova di quel classicismo romantico cui si opporrà Liszt e successivamente Wagner e che al contrario troverà la sua continuazione in Brahms. (In questa ottica è interessante notare come l’ultimo tempo della sonata op.11 sia riflesso nella struttura e nell’impianto tonale dell’ultimo brano – ovviamente in forma ridotta – degli studi sinfonici op. 13 a riprova dell’importanza data alla sua impostazione). Tutto questo per dire che l’interpretazione della sonata deve rispettarne i canoni compositivi e le indicazioni ritmiche e agogiche: rispetto che non si è concretizzato nell’esecuzione di Colli. Qui le libertà ritmiche hanno rasentato e spesso sconfinato nell’arbitrarietà: corone lunghe quanto l’intervallo fra due tempi, accelerazioni al limite del virtuosismo e rallentati esasperati –  talora esangui – che hanno finito per sfigurare l’intera composizione. L’espressività di un brano deve trovare la sua cifra realizzativa nell’ambito del rispetto dell’impostazione del compositore, del suo tempo e soprattutto delle indicazioni che in tanta parte degli scritti Schumanniani, così chiari ed esplicativi, possono essere riscontrati. A Colli, come a tanti altri pianisti, farebbe assai bene approfondire la conoscenza del compositore non solo attraverso le sue partiture ma anche attraverso la sua vita e le sue opere. Naturalmente a un giovane pianista agli inizi della carriera possono essere perdonati gli eccessi – spesso finalizzati a impressionare un pubblico di bocca buona – ma che debbono trovare rapidamente un temperamento in assenza del quale il percorso di crescita rischia di arenarsi collocando l’esecutore in quella “terra di mezzo” nel quale tante giovani promesse si sono impantanate. E’ certamente in questa ottica che deve essere collocata l’esecuzione di Colli nella quale l’eccellente esecuzione delle prime due sonate risente in positivo della impostazione rigorosa loro fornita dai docenti di Imola, molto probabilmente invece assente nell’esecuzione Schumanniana. I limiti del giovane pianista si sono sentiti anche nell’esecuzione dei due bis: un improvviso di Schumann e un corale di Bach. Nel primo si sono riscontrate le stesse debolezze della sonata Schumanniana mentre per quanto riguarda il secondo è semplicemente meglio dimenticarsene dal momento che, eseguito a una velocità totalmente fuori stile, si è trasformato in uno studietto da “grande velocità” di Czerny.  Naturalmente successo pieno (come non applaudire un giovane che anche nell’abbigliamento ricordava Beethoven?) nell’espressione del quale si distinguono ridicolmente i battimani provinciali a mani alzate (mai visto qualcosa di simile a Milano, a Berlino, a Londra): un esercizio che trova la sua spiegazione solo in un’esibizione ginnica che nulla aggiunge – ma semmai toglie – all’espressione di consenso rapito di una parte del pubblico. L’introduzione di Maria Chiara Mazzi come sempre precisa, documentata e concisa (esempio purtroppo raramente seguito).
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Tosca – 20 Febbraio 2014

Ambientata nell’ambito dei complessi avvenimenti del 1800 (il riferimento alla battaglia di Marengo è preciso nell’opera) e nell’ambiente repressivo romano – esplicitamente espresso da Scarpia  che considera i Volterriani come i nemici principali dello stato – immediatamente successivo alla caduta della prima repubblica, Tosca è una delle quattro opere maggiormente rappresentate del compositore di lucchese.  Una storia a fosche tinte nella quale torreggia nella sua perfidia il barone Scarpia, dissoluto plenipotenziario e legibus solutus, teso unicamente a soddisfare il proprio piacere. La messa in scena bolognese ha tutti i connotati di una impostazione assolutamente tradizionale nei ricchi costumi e nelle scene (con tanto di tavola finemente apparecchiata del secondo atto) nella quale campeggiano, nei tre atti, tre sculture consone allo svolgimento del dramma. Appare soltanto stonato il gigantesco quadro (o l’affresco) black and white dipinto da Cavaradossi nel primo atto, sul quale il cavaliere cammina impunemente, incurante dei danni arrecati all’opera d’arte.  Globalmente l’opera è di buona qualità diretta dal giovane Jader Bignamini e con un cast adeguato seppure non eccezionale. Eccellente l’interpretazione di Scarpia da parte del baritorno Raymond Aceto e buona la performance di Tosca (Ainhoa Arteta) che trova nei mezzi toni la migliore espressione vocale (ad esempio nella famosa aria vissi d’arte) mentre più carente è nel registro acuto (soprattutto drammatico) nel quale la voce si esprime in modo più stridulo. Inadeguato il tenore Stefano Secco con grossi problemi di intonazione (si veda in proposito l’attacco di recondite armonie). Una menzione onorevole al baritono Alessandro Busi che ha reso in modo pressoché perfetto la piccola ma preziosa parte del sagrestano. Un buon successo di pubblico (nel quale non mancava però una “claque” fin troppo manifesta) che ha di molto sopravanzato i pochi buuh provenienti dal loggione.

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Maria Perrotta – 11 Febbraio 2014

Le interpretazioni di Chopin nel corso dei circa 150 anni che ci separano dalla sua morte sono state le più disparate: si passa dal post romantico Paderewsky, agli eccessi non sempre confortati da una tecnica adeguata di Cortot (interessantissimi  i suoi commenti alle opere di Chopin e Schumann nelle Éditions de travail  dell’editore Salabert improntate a un rigore formale e stilistico costantemente tradito nelle sue esecuzioni), alla visione apollinea di Michelangeli, alla impostazione razionalistica e illuminista di Pollini fino a ritornare a una visione più lirica negli esecutori attuali della nuova generazione. Insomma Chopin come una ispirazione astratta da modellare nella realtà volta a volta secondo i gusti degli interpreti e della moda corrente. Eppure il compositore polacco ha fornito indicazioni interpretative e ritmiche chiare nelle sue opere che dovrebbero quantomeno orientare gli esecutori i quali non possono anche non tenere conto della sua personalità come riportata dalle cronache del tempo e così ben descritte nella biografia del polacco Kazimierz Wierzyński tradotta in italiano alla fine degli anni ’50 dello scorso secolo: una personalità forte, persino sanguigna, capace di grandi passioni, certamente non prona a esangui illanguidimenti ovvero del tutto diversa da quella che lo vede come una versione corporea del mal sottile che lo uccise nel fiore degli anni. Il concerto di Maria Perrotta (durato complessivamente meno di un’ora)  è stato interamente dedicato al compositore di Zelazowa Wola e ha segnato una svolta rispetto alle interpretazioni stilisticamente rigorose delle ultime tre sonate di Beethoven e prima ancora delle Goldberg Variationen di Bach. La Perrotta è dotata di un tocco di grande spessore interpretativo che però si inquadra in una visione ritmica dei brani eseguiti apparsa spesso eccessivamente rilassata, specialmente nei primi due notturni eseguiti nei quali l’impostazione illanguidita ha un po’ sfilacciato l’impianto compositivo del brano. L’esecuzione dell’ Andante spianato e grande polacca brillante, un brano un po’ di maniera, non certo ai vertici delle composizioni chopiniane, è stata certamente di buona qualità ma l’attesa del pubblico era tutta per la 4a ballata, uno vertici assoluti del compositore, nella quale si riassumono sezioni diverse che vanno dall’introduzione in un luminoso do maggiore, a un passaggio misterioso in fa minore passando poi attraverso episodi che costituiscono un caleidoscopio dell’universo chopiniano fino all’impetuoso, tecnicamente molto impegnativo, finale.  Qui l’esecuzione non è stata all’altezza delle aspettative: i tempi troppo rilassati nei cantabili hanno finito per snaturare l’impostazione in ogni modo drammatica della ballata e l’esecuzione del finale ha risentito di imperfezioni tecniche e di un tempo non corrispondente alle esigenze del brano. Sia chiaro: ogni esecutore quando affronta un nuovo programma (in pubblico, non nella sicurezza della propria residenza) ha la necessità di calibrare la propria impostazione e appare ragionevole aspettarsi un significativo miglioramento interpretativo nel corso del tempo caratterizzato da un maggiore rigore stilistico. Forse un po’ più problematico è l’aspetto tecnico soprattutto considerando l’agone pianistico in cui al giorno d’oggi un esecutore si muove, caratterizzato da giovani leoni che di una ferrea tecnica trascendentale fanno le fondamenta sulle quali costruire la propria cifra interpretativa. Perché poi la Perrotta in un programma interamente dedicato a Chopin abbia scelto come unico bis un brano di Scrjabin è un po’ un mistero (e un errore) anche se credo di potere individuarne la causa, ma è una considerazione puramente psicologica che non rileva in un brano di critica musicale.
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Viktoria Mullova & friends – 10 Febbraio 2014

La trasformazione in atto da alcuni anni è giunta a compimento: il concerto di Viktoria Mullova (ex moglie del compianto Abbado) si è trasformato in un vero happening “para-jazzistico” nella forma e nel programma: non “à la mode delle Labecques”  ma nel senso più pieno della parola. La nostra grande violinista non si è fatta mancare nulla: un batterista (con tanto di scopino) con pantaloni multicolor, un pianista di colore di stazza enorme apparentemente uscito dal dixieland di New Orleans anche nel vestiario e un vibrafonista/xilofonista che con la sua “mise” sobria (pantaloni e camicia bianca  sbottonata)  pareva quasi un damerino rispetto ai compagni di cordata, ai quali è stato aggiunto un violoncello, probabile riminiscenza del mancante contrabbasso tipico di queste formazioni. E poi lei, con ciabatte e vestito a metà strada fra il glamour e  il “café chantant”quale stella della serata, un vestito insomma casual ma pretenzioso. Anche nello svolgimento il concerrto si è attenuto allo standard del jazz con la presentazione singola a voce alta dei vari strumentisti a metà della performance, peraltro riportati individualmente nel programma a stampa della serata. Nell’ascoltare i brani eseguiti, di autori di cui non resterà traccia nella storia della musica (fra i quali un non meglio identificato “Weather report” che ne ha firmati due), ha trovato un posto significativo il minimalismo, con l’ossessiva ripetizione di moduli ritmici e il sincopato senza dimenticare alcuni accenni al ragtime. Ascoltando il “concerto” (svolto senza intervallo per un motivo che può essere facilmente intuito) non potevo fare a meno di ricordare un articolo riportato sul celebre “Lexicon of musical invective” di Nicolas Stonimsky a proposito della prima esecuzione agli inizi del ‘900 del  “Sacre du printemps” di Stravinskji  parafrasato in “Massacre du printemps”, chiedendomi se la valutazione assolutamente negativa qui da me espressa potesse essere considerata identicamente insulsa dai posteri (cui “l’ardua sentenza“). Anche il bis finale non si è sottratto al carattere nazional-popolare della serata con l’esecuzione di una famosa “csarda” nel corso della quale è stata inserita una cadenza virtuosistica che ha permesso a Viktoria di ricordare al pubblico  quali siano le sue grandi doti tecniche e musicali, così vilmente depresse per solleticare i gusti più corrivi di un pubblico, la cui maggioranza, naturalmente, è andata a nozze nell’occasione.  Inseriti nel programma, per strizzare l’occhio ai più conservatori (nell’ambito dei quali, per questa volta, mi annovero senza alcuna  reticenza) i duetti di Bartok per violino e violoncello (naturalmente inframmezzati da improvvisazioni non richieste della banda del jazz) e un brano di Kodaly sempre per violoncello e violino, l’unico rimasto incontaminato, che è però apparso come una cattedrale nel deserto.  Una sola vera nota positiva della serata: è stata risparmiata al pubblico l’introduzione musicologica iniziale. Chi mai avrebbe potuto assumersene l’onere?
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Bostridge-Johnson – 3 Febbraio 2014


Di una cosa si può essere certi: che Ian Bostridge non può che essere inglese! Magrissimo, alto allampanato, con una “mise” nera con pantaloni e giacca stretti, camicia bianca aperta, scarpe a punta e taglio di capelli un po’ “mods” pare uscito da un figurino della Londra alternativa.  Anche la sua postura sulla scena contribuisce al personaggio: canta talvolta appoggiandosi al piano (afferrandone persino le maniglie interne), talvolta con le mani in tasca (!) talvolta a braccia conserte etc. con uno sguardo che a tratti pare addirittura assente. Però… il suo canto è di sopraffina qualità e certamente frutto di una grande esperienza Liederistica, genere che costituisce la parte più consistente della sua attività artistica. Nessun dubbio che nel repertorio operistico si sia principalmente dedicato alle opere di Britten con poche incursioni nel repertorio più classico (v. Don Ottavio nel Don Giovanni di Mozart che proprio per la sua natura di amante inconsapevolmente tradito che non si rende conto della realtà e profondità del personaggio di Donna Anna perfettamente si adatta alla complessione un po’ stralunata di Bostridge). Il concerto comprendeva alcuni Lieder di Schumann su testi di Heine (ad esclusione dei più noti Dichterliebe) e alcuni dei meno noti Lieder di Brahms. La vocalità di Bostridge pare più adatta alla musicalità Schumanniana, classicheggiante anche nei momenti più drammatici, che a quella più tormentata e armonicamente più complessa del mondo Brahmsiano nel quale la voce limpida di Bostridge non sempre rende appieno la tortuosità del mondo del compositore tedesco: sarebbe certamente interessante in questa ottica vedere il nostro alle prese con il repertorio post Wagneriano (Wolf, Strauss e Mahler). Sia chiaro: ci troviamo di fronte a uno dei massimi interpreti della Liederistica attuale, che vede nelle giovani generazioni cui Bostridge appartiene, una sorta di rifiuto della impostazione classicheggiante di Fisher-Dieskau o di Quastoff.  Una menzione particolare va poi a Graham Johnson da sempre sopraffino accompagnatore (una espressione riduttiva che non rende l’importanza del piano nel Lied) che in ogni brano ha trovato la giusta cifra interpretativa in grado di permettere al tenore di esprimere al meglio la propria musicalità. Un concerto tutto da godere, insomma, per un repertorio che colpevolmente e disgraziatamente è coltivato nel circondario Bolognese solo dal Circolo della Musica di Imola a riprova di un provincialismo locale che anzichè aprirsi alle istanze europee tende sempre più a rinchiudersi in un mondo culturale cristallizzato e quindi sterile.
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Paul Lewis – 20 Gennaio 2014

Un concerto caratterizzato da un programma poco convenzionale: corali bachiani seguiti senza interruzione da sonate di Beethoven, brani poco noti e intimistici dell’ultimo Liszt e i “quadri di una esposizione” di Mussorgski. Il tutto eseguito da un pianista quarantunenne della generazione di mezzo, Paul Lewis, di origine inglese, che sta giustamente ottenendo grande successo nell’agone internazionale con programmi molto differenziati (si veda sul suo sito – Paul Lewis site – la impressionante sequenza dei concerti che terrà in questo gennaio e nel 2014). Il pianismo di Lewis, colto, raffinato e distante dal virtuosismo funambolico di molti artisti della giovane generazione, dimostra un’intima percezione del dettato musicale dei brani eseguiti. Nell’ascoltare la prima parte del concerto (corali bachiani e sonate di Betthoven fra cui la celeberrima “Chiaro di luna”) il pensiero non può non correre ad Andras Schiff che di questi autori ha fatto una propria bandiera: il confronto è leggermente a sfavore di Lewis, pur riconoscendogli altissime qualità musicali. Vi è qualcosa nelle interpretazioni di Lewis, un senso di freddezza forse, che impedisce un giudizio totalmente positivo anche se chi scrive deve confessare che l’indicazione è puramente soggettiva e non suffragata da particolari aspetti interpretativi (se si escludono alcuni elementi tecnici quali, ad esempio, il mancato ribattuto alla fine degli arpeggi spezzati del terzo tempo dell’op. 27 n.2 di Beethoven e forse l’uso non sempre felice del pedale nei corali bachiani). Certamente di alta qualità è l’intepretazione dell’opera Mussorgskiana (eseguita in diretta continuità con l’ultimo brano Lisztiano, l’omaggio a Richard Wagner, eseguito con grande sensibilità) dove sono stati messi in perfetta luce tutti gli aspetti timbrici dell’opera, così importanti per caratterizzarne l’impianto “antimodernista”.  Scrivendo queste righe mi accorgo che potrebbe non risultare chiaro quale è il mio giudizio su Lewis ma mi trovo esattamente in quella condizione di “mixed feelings” nella quale una valutazione definitiva richiede un’analisi ulteriore, una prova di riconferma insomma.  Un artista anticonvenzionale anche nell’abbigliamento seppure non estraneo alla gestualità istrionica delle braccia, così tipica dell’ “ancien régime” pianistico, che ha regalato un bis minimalista e intimista (poche battute) ignoto colpevolmente all’estensore di questo post.
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Di Marco-Zicari – 19 gennaio 2014

Il pianoforte a 4 mani è spesso sottovalutato sia come repertorio che come complessità esecutiva. La letteratura offre bellissimi brani, molto spesso poco noti al grande pubblico: ne è un esempio la grande fuga op. 133 di Beethoven per la quale l’autore stesso ha predisposto una trascrizione (molto difficile e peranto di rara esecuzione) per il piano a 4 mani.  Si pensa erroneamente che l’esecuzione a due pianoforti sia assimilabile a quella del piano a 4 mani ma le problematiche sono del tutto differenti. Il problema esecutivo dell’esecuzione a 4 mani risiede sia nel fatto che uno dei due esecutori opera nel registro basso del piano (e quindi con un volume di suono superiore a quello dell’altro esecutore mentre la parte che esegue è spesso di accompagnamento) sia nel fatto  che il volume complessivo del suono è estremamente elevato e proveniente da una sola sorgente, rendendo l’esecuzione dei “piani” spesso problematico.  I due problemi suesposti hanno caratterizzato il concerto del duo in questione al Goethe Centrum. I brani eseguiti sono risultati sempre fra il mf e il ff  con una prevalenza talvolta disturbante del registro basso: i “piani” sono risultati quasi inesistenti. Va detto a parziale giustificazione che la qualità del piano e l’acustica della sala hanno contribuito all’effetto indesiderato.  Quanto alla specificità dell’esecuzione è risultata abbastanza evidente una differenza nel pianismo dei due interpreti a favore di Erika di Marco e certamente l’esecuzione di alcuni brani brillanti (e in particolare le danze ungheresi di Brahms) avrebbero richiesto un tempo decisamente più accelerato pur riconoscendone la difficoltà tecnica.  “Room for improvement”…
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Parsifal – 14 Gennaio 2014

Una cosa è certa: è la scenografia (mutuata dal teatro de la Monnaie di Bruxelles)  che recita la parte del leone e in particolare i riferimenti a Magritte del secondo atto (e come avrebbe potuto essere differentemente in una messa in scena belga ?). Mentre la scenografia del primo atto concepita da Castellucci è appositamente costruita per “épater les bourgeois”, nella quale la selva in cui Parsifal uccide il cigno, è costituita da piante “umane” (ma che ci fa il pitone – vero ! – sollevato davanti alla fotografia di Nietsche durante l’ouverture ? – “food for thought”) e il cigno è schematizzato dal suo scheletro (tutte simbologie di difficile decifrazione, ammesso che ne abbiano una), ma che in ogni caso produce un bell’effetto scenico, quantomeno inconsueto, la scenografia dell’ultimo atto con una esasperante marcia da quarto stato su tapis roulant di una non meglio identificata moltitudine (i cavalieri del Graal in versione “crisi economica”, tutti  di statura inferiore ai tre protagonisti ?) è sostanzialmente noiosa e ripetitiva e non trasmette nulla del mistero del Karfreitag. Della lancia  che guarisce Amfortas non c’è traccia a meno che essa non sia rappresentata dal serto di fiori intrecciato (della serie “mettete dei fiori nei vostri cannoni”).  Un discorso diverso vale per il secondo atto nel giardino di Klingsor.  Qui l’impatto surreale trasmette assai bene lo straniamento e la tentata seduzione del “puro folle”, i contorcimenti ginnici delle Blumenmädchen colgono interamente il subliminale messaggio sensuale (che si concretizza poi nell’amplesso mostrato senza infingimenti) e la figura di Klingsor, quale burattinaio delle Blumenmädchen,  ne coglie la natura malvagia e al contempo il desiderio di distruzione quale redenzione negativa della sua esistenza.  Il tutto in un’atmosfera lattea senza tempo e senza luogo. La direzione di Roberto Abbado è di buona qualità ma non esaltante (il tempo lentissimo  staccato nell’ouverture ricorda lo stile di Gatti, per il quale, a Bayreuth, le maschere hanno ottenuto una integrazione di stipendio, essendo la durata del suo Parsifal di una buona mezz’ora più lunga del normale!). Naturalmente non si può giudicare una direzione senza giudicare l’orchestra la quale ha mostrato ancora una volta i propri limiti, soprattutto nella sezione degli ottoni, così importanti per la musica wagneriana. I cantanti: sopra tutti gli altri il Gurnemanz di Gàbor Bretz,  la Kundry di Anna Larsson (difficile dimenticare per Kundry la battuta che circola regolarmente a Bayreuth: siccome nel terzo atto nell’unico momento in cui interviene canta “dienen, dienen” – servire –  il pubblico interpreta la cosa come “verdienen, verdienen” – guardagnare con poco sforzo…..) e il Klingsor di Lucio Gallo (pronuncia tedesca a parte), A Parsifal (Andrew Richards) manca quella intonazione a metà strada fra eroe terreno e predestinato celeste che è la cifra del personaggio e Amfortas (Detlef Roth) è piuttosto monotòno  (soprattutto nel terzo atto, in cui giuoca un ruolo così importante).  Titurel (Arutjun Kotchinian) nella norma. Un successo non pieno seppure gli applausi siano stati più degli inevitabili buuh, ma dopo l’intervallo del secondo atto la sala si è in parte svuotata. Causa anche dell’orario erroneo – non si comincia un’opera così lunga e impegnativa come il Parsifal alle 19: l’orario giusto sono le 18 se non le 17 come avviene in tutti i teatri non provinciali. Una menzione più che  onorevole al cane lupo che ha ascoltato immobile sulla scena una buona parte dell’opera, più attento di molti sonnacchiosi spettatori….
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Orchestra da camera Franz Liszt – Romanovsky – Boldoczki 13 Gennaio 2014

Un concerto di grande qualità con una formazione consolidata da anni e giustamente rinomata (senza direttore con il primo violino in funzione di Konzemeister) e  due interpreti (Romanovsky piano e Boldoczky tromba) all’altezza della situazione. Un programma basato sull’antiromanticismo (Stravinslij, Šostakovič, Britten) con una conclusione contrapposta in stile romantico (Liszt, rapsodia ungherese n. 2 trascritta per orchestra). Di Romanovsky abbiamo già avuto ripetutamente occasione di valutarne la tecnica d’acciao che nel difficilissimo concerto per piano, tromba e archi di Šostakovič ha avuto modo di esprimersi al meglio, richiedendo il brano un pianismo brillante con poche concessioni al lato interpretativo. Anche la tromba di Boldoczki ha offerto una prova di altissimo livello anche se la parte a lei dedicata ha un risalto di secondo piano nel concerto. Purtroppo Romanovsky non ha resistito alla tentazione di eseguire un bis per piano solo, il “Clair de lune” della Suite Bergamasque di Debussy. E’ questo un autore agli antipodi del pianismo di Romanovsky e il risultato negativo era prevedibile: assenza di timbro impressionista, interpretazione meccanica assenza di quell’aura fatata e sognante che permea il brano. Ci si chiede perchè un interprete di levatura come Romanovsky non abbia la sensibilità di evitare brani che sono al di fuori della sua cifra stilistica. Di grande pregio l’esecuzione di un secondo bis, il “Secondo Valzer” di Šostakovič eseguito da tromba, piano e orchestra: una fusione perfetta e godibilissima fra i tre protagonisti che ha giustamente avuto una approvazione incondizionata da parte del pubblico.
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Manoni-Rinaldi – 15 Dicembre 2013

Va riconosciuto all’Istituto di Cultura Germanica di Bologna (http://www.istitutodiculturagermanica.com/attivita_culturali.html) il merito di essere l’unica istituzione bolognese che propone concerti di Lieder (quasi totalmente gratuiti), un genere musicale che ha vastissima importanza all’estero ed è molto trascurato in Italia e in particolare a Bologna. Il concerto in questione (Schumann, Wolf, Brahms e Strauss) è l’ultimo del 2013 ma è già in cantiere l’attività 2014.  Del mezzosoprano Arianna Rinaldi è già stato proposto un concerto di Lieder nel 2012 (Brahms – Zigeuner Lieder): dotata di mezzi vocali eccezionali quanto a potenza della voce, capacità espressive e intonazione mentre nel succitato concerto ha trovato il suo humus, si trova un po’ a disagio in un repertorio meno drammatico in quanto ha difficoltà a contenere i suoi mezzi finendo con “spingere” anche laddove il testo e la musica dovrebbero privilegiare un aspetto più lirico. Un plauso senza incertezza va invece al soprano Leva Manoni che si è alternata ad Arianna Rinaldi nell’esecuzione dei Lieder, che ha saputo rendere con gli accenti giusti tutti i brani interpretati: una voce che vorremmo potere ascoltare più spesso anche in un repertorio operistico. Al pianoforte Lorenzo Orlandi che oltre ad accompagnare l’esecuzione dei Lieder  ha interpretato in modo incolore una “Consolation” di Liszt: ma perchè inserire un brano per piano solo,(fra l’altro certamente non dei più belli del compositore ungherese)  isolato  assolutamente fuori dal contesto del concerto? Solita inutile introduzione che nulla ha aggiunto al concerto.
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Assessore Ronchi – 13 Dicembre 2013


Non sono fra gli entusiasti della mostra Vermeer perché l’enorme cifra impegnata avrebbe potuto essere impiegata per agonizzanti istituzioni locali in debito di ossigeno, fra le quali svettano Comunale e Arena del Sole. Ma ritengo anche che  l’autonomia decisionale delle singole istituzioni – anche se necessariamente temperate da una visione non settoriale degli interventi – non possano essere contestate in modo provocatorio dall’amministrazione pubblica, soprattutto per gli inevitabili impatti negativi sull’auspicata e tanto necessaria collaborazione pubblico-privato. E’ ben vero che ad esempio nel caso del Comunale – un’istituzione che dovrebbe essere di fondamentale importanza culturale per fondazioni e i privati dotati di mezzi  – la risposta al grido di dolore è stata quantomeno tiepida ma è anche vero che la sensazione diffusa è che manchi un piano organico di risanamento e sviluppo persino a fronte della normativa imposta del decreto Bray. A tutt’oggi, a meno di 20 giorni dalla data prevista per la costituzione del nuovo organo di governo (31 Dicembre) nulla si sa delle decisioni in materia, nessuna decisione è stata annunciata  nei confronti della gestione del teatro Manzoni (che risulterebbe fortemente indebitata con il Comunale), nessun piano pluriennale di  collaborazione organica e continuativa con altri teatri è stata annunciato, nessuna prospettiva di piena utilizzazione del teatro (oggi a livelli irrisori) è stata abbozzata  e il piano finanziario di risanamento a fronte di debiti (e mutui) appare quantomeno oscuro. Il comune che ancora oggi nella persona del sindaco ha la presidenza del CdA del Comunale dovrebbe obbligare a una maggiore trasparenza e valutare se l’attuale CdA meriti una proroga sotto altra forma o – come succede nelle aziende in perdita – non sia necessario un fisiologico cambiamento di gestione.  Forse a fronte di nuove prospettive i privati potrebbero essere maggiormente invogliati a investire soprattutto a fronte di un piano organico di ritorno d’immagine. 

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La traviata – Milano 7 Dicembre 2013

Ho volutamente atteso due giorni prima di scrivere un post sull’opera rappresentata  sabato 7 Dicembre perché ero certo che  avrebbe scatenato le più accese passioni del pubblico e le più disparate recensioni sui giornali da parte dei critici (ai quali va riconosciuto una velocità impressionante nel predisposrre i loro articoli apparsi compiuti già nei quoditiani di domenica …..). Si parte da una stroncatura feroce di Paolo Isotta sul Corriere a una lode (non sperticata) di Carla Moreni sul Sole 24 ore con valutazioni difformi su cantanti e regia. Tutto secondo copione: “La traviata” a Milano è per sua stessa natura un’opera destinata a scatenare passioni, ricordi e rimpianti (ma quanti sono coloro che hanno assistito all’edizione del 1956 con la Callas e che oggi dovrebbero essere ormai ottuagenari se non nonagenari?).  Partiamo comunque dalla regia e dalla scenografia. C’è una scelta che è diventata ormai regola in molti teatri tedeschi (München e Bayreuth per primi): la regia deve essere un pugno nell’occhio perchè a un regista non interessa il successo ma il fatto che di lui si parli.  La regia di Tcherniakov si uniforma perfettamente a questa impostazione stravolgendo alcuni dei cardini storici dell’impostazione (il convito, il giardino, il letto di morte) passando attraverso una costumistica improntata a un falso moderno (Armani si è infatti dichiarato scandalizzato). Mentre per il convito (trasformato in coktail ) e il letto di morte (qui Violetta è una alcolizzata seduta per terra e poi su una sedia che dopo essersi ingollata un’abbondante dose di whisky chiede ad Annina “un sorso d’acqua”…) la trasformazione può risultare accettabile, la cucina in cui si svolge la scena con il padre Germont è assolutamente ridicola e trove la sua epitome nel furioso maltrattamento della sfoglia e nel taglio delle verdure di Alfredo alla notizia del tradimento (e se si tagliava una mano che si faceva ? Era stata prevista un’ambulanza dalla regia facendo svolgere la scena da Flora in un ospedale fra infartuati e lungo degenti ?). Normale: chi in presenza di una notizia ferale non è sceso in cucina a prepararsi un manicaretto ? E la parrucca di Violetta sempre da Flora che la faceva assomigliare a Scaramacai ? Si potrebbe proseguire a lungo in materia sed de hoc satis ricordando che non è certamente vietato trasporre il tempo di un libretto se si evita di scadere nel ridicolo (a questo proposito ricordo sempre una bellissima messa in scena del Romeo and Juliet della RSA a Stratford-on-Avon negli anni ’70 dove Capuleti e Montecchi giravano su Harley Davidson mantenendo inalterata la tragedia e la poesia della pièce teatrale). Gatti. Ormai è nota la sua propensione ai tempi rallentati che obbligano i cantanti a fiati lunghissimi non sempre alla portata di tutti: si pensi che Bayreuth la sua conduzione allunga il Parsifal (di per sè non cortissimo..) di circa 25 minuti rispetto alla media degli altri direttori. Alcune scelte sono condivisibili (ad esempio l’uso dell’ottava superiore dei violini nell’ultima scena) altre certamente discutibili. In generale l’allargamento dei tempi sottolinea gli aspetti lirici ma trascura quelli più drammatici: sarebbe insomma auspicabile una maggiore variabilità della ritmica. I cantanti: la Damrau è molto nota nel repertorio Mozartiano ma in Violetta trova una nuova natura e la sua interpretazione mi è apparsa di grande qualità anche se qulche incertezza si è potuta rilevare nell’ultima parte del primo atto (con la onnipresenza di Annina – il suo doppio come novello Leporello?). L’Alfredo di Beczala (la cui complessione e assenza di espressione non favorisce di certo una visione drammatica del personaggio – scenicamente è insomma molto, molto carente) si è tenuto su livelli mediamente accettabili senza lode ma anche oggettivamente senza infamia. Lučić nella parte di Giorgio Germont mi è apparso invece assolutamente all’altezza del personaggio per la sua fredda rappresentazione del personaggio con una voce imponente e allo stesso tempo in grado di accenti umani nei momenti (pochi) in cui la sensibilità prevale sulla rigida impostazione patriarcale. Il loggione (e in parte anche la platea) si sono naturalmente scatenati decretando il pollice verso con rumorosi “buh” a Beczala (sarebbe poi interessante sapere su quali basi se non quelle unicamente emotive) e in parte a Lučić. Insomma tutto secondo copione (o libretto in questo caso?).

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Società del quartetto e altro – Milano 4 Dicembre 2013

Milano gode certamente di una posizione privilegiata in campo musicale: oltre ovviamente alla Scala ha società di concerti che nulla hanno da invidiare a quelle di altre capitali europee e americane. E’ questo il caso, fra le altre, di Milano Musica ma soprattutto della società del Quartetto. 21 Concerti, tutti di elevatissima qualità eseguiti quasi integralmente nella sala Verdi del conservatorio (oggettivamente di architettura non esaltante – eufemismo) capace di 1580 posti (circa duecento in più rispetto – ad esempio – al teatro Manzoni di Bologna) a prezzi però molto contenuti: per un abbonamento integrale si pagano 490 euro, che scendono a 80 euro per i giovani sotto i 26 anni e con la possibilità per tutti di abbonamenti selettivi (barocco, Beethoven, pianisti, cameristica) sempre a prezzi concorrenziali. Certo tutto questo è legato alle generose sponsorizzazioni che purtroppo non si riscontrano spesso in altre realtà: è il caso – ad esempio – del ciclo Beethoveniano (che include l’integrale delle sonate interpretate da Andras Schiff)  totalmente  sostenuto da Intesasanpaolo  che è anche il principlae sponsor della Scala.  Va riconosciuto che le tanto e spesso giustamente vituperate banche talvolta assolvono meritoriamente anche al loro compito sociale: non sarebbe questa un’impostazione che altre istituzioni finanziarie dovrebbero perseguire anzichè occuparsi unicamente di profitti, retribuzioni dei managers, investimenti a rischio etc. ? Mala tempora currunt purtroppo in generale!

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Andras Schiff – Milano 3 Dicembre 2013

Andras Schiff ha proseguito ieri sera la sua esecuzione integrale delle sonate di Beethoven per la società del quartetto, eseguendo oltre a tre sonate meno note del secondo periodo Beethoveniano  l’op. 57 (Appassionata) e l’op. 81 (Les Adieux). Che dire? Schiff è interprete raffinatissimo, dotato di grande tecnica sempre al servizio dell’interpretazione con una visione apollinea dell’universo del compositore di Bonn (non per niente è maestro insuperato delle composizioni Schubertiane). Il suono è sempre levigato, raramente con sonorità estreme e anche la visione ritmica dell’interpretazione raramente cede a impulsi virtuosistici. E’ una visione empirea che certamente coglie in pieno nella maggioranza dei casi lo spirito della composizione eseguita anche concedendo a questa impostazione alcuni allargamenti ritmici laddove l’esecuzione “a tempo” potrebbe contraddire l’impostazione stessa. E’ questo il caso di Les Adieux dove l’interprete allarga quanto basta i due passaggi virtuosistici (spesso bestia nera dei rigoristi) del primo tempo fornendo un’esecuzione complessiva mirabile del capolavoro Beethoveniano. Schiff certamente non ha l’impostazione rocciosa di Richter o quella dionisiaca di Gilels e questo ha talvolta riflessi negativi come riscontrato nella sonata op. 57 per la quale il nome con cui è nota rappresenta perfettamente il testo musicale. Questo limite è risultato particolarmente verificabile nell’ultimo tempo della sonata nel quale il tempo staccato è risultato insufficientemente mosso talchè il prestissimo finale aveva la stessa dinamica con la quale la maggior parte degli interpreti (Gilels per primo) affrontano la parte iniziale del brano. Il tutto ha certamente molto ridotto l’impatto drammatico di questo capolavoro trascolorando un dramma in un flebile e moderato lamento, naturalmente sempre nel contesto di una esecuzione di altissimo livello. Il successo giustamente decretato dal pubblico (al quale va riconosciuto il merito di evitare colpi di tosse e altri fastidiosi rumori come peraltro raccomandato dallo speaker all’inizio del concerto – perchè non si adotta questa prassi ovunque?) è stato coronato da due bis Bachiani eseguiti in assenza totale di pedale con un rigore, uno stile e una perfezione di suono che non ha eguali (un’impostazione clavicembalistica arricchita appunto dal piano e forte: il trionfo di Bartolomeo Cristofori!): il concerto italiano integrale e sarabanda e giga di una suite francese. Ancora una volta da lodare l’assenza di inutili e per lo più fastidiose introduzioni musicologiche.

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Haitink-Pollini – 2 Dicembre 2013

Per tutti l’ulteriore assenza di Claudio Abbado dal podio è un segnale assai triste: credo di potermi associare agli auguri sinceri che tutti gli amanti della (buona) musica classica gli fanno di cuore anche nella prospettiva di un ulteriore segnale delle difficoltà dell’orchestra Mozart. Ciò detto il concerto in questione merita una disamina razionale non viziata da aspetti affettivi che esulano dai confini di una critica musicale rigorosa. Chi scrive è stato negli anni  ’70 e ’80 uno sfegatato “Polliniano” ammirando nell’esecutore il rigore stilistico, la tecnica d’acciaio e la capacità di spaziare praticamente su tutto il ventaglio della letteratura pianistica  senza trascurare il repertorio moderno (indimenticabile è stato il suo concerto a Firenze nel ’77 o nel ’78 avente in programma le Diabelli e la seconda sonata di Boulez). Grandissimo sin da quando nel 1960, giovanissimo, vinse lo Chopin, perdonandogli – un po’ a fatica  – anche le follie giovanili dell’immediato periodo successivo fra le quali un primo tempo del “Chiaro di luna” suonato provocatoriamente alla sala Bossi  a tempo di carica. E anche più tardi ho ammirato il suo coraggio quando ha cercato – invano fra i fischi e i buh del pubblico – di legggere prima di un concerto alla società del quartetto di Milano una dichiarazione sulla guerra del Vietnam.  Ma….gli anni passano per tutti e una critica seria non può adagiarsi sul ricordo dei passati allori e deve guardare con occhio (orecchio!) imparziale quanto eseguito nel presente. L’invecchiamento degli esecutori ha effetti diversi: c’è chi come Brendel (fino a quando ha suonato) ha capito che la soluzione risiedeva nel sublimare le proprie capacità interpretative consapevole che le mani subiscono – ohimé – un inevitabile processo di degrado legato all’invecchiamento e chi – come Arrau – ancora a oltre 80 anni pretendeva di suonare al comunale di Bologna il Liszt di “Après une lecture di Dante” con risultati sostanzialmente disastrosi (eufemismo).  La parabola di Pollini si colloca a metà fra questi due estremi. Oggi appare come un artista dall’aspetto invecchiato più di quanto la sua età non dica, persino un po’ demodé con un frack ormai scomparso dalle sale di concerto (a differenza del tentivo giovanilistico di Haitink in completo scuro), che ha mantenuto intatta la propria capacità espressiva ma cui manca la sicurezza degli anni d’oro. L’ “Imperatore” di Beethoven è stato uno dei suoi grandi cavalli di battaglia fin da quando negli anni ’70 suonava con Abbado nelle fabbriche occupate e l’esecuzione di ieri sera è stata in ogni caso mirabile (soprattutto nel secondo e terzo tempo), seppure viziata – specialmente nell’introduzione del primo tempo – da errori che sarebbero stati impensabili dieci anni fa. Ma è questo comunque il repertorio che il nostro deve praticare evitando l’errore nel quale ancora talvolta cade di voler cimentarsi con gli studi di Chopin o altre composizioni di eguale difficoltà con risultati che nulla aggiungono e molto tolgono al suo palmarés.  Insomma onore e gloria senza sconti a un ancora grandissimo artista. Quanto a Bernard Haitink la sua esecuzione della Pastorale di Beethoven rientra nel suo cliché di ottimo professionista senza sbavature ma anche senza particolari risultati positivi. Il gesto è ripetitivo e privo di quella incisività che conduce l’orchestra a risultati di eccellenza (si pensi al gesto sempre misurato ma estremamente significativo di Abbado). Un’esecuzione “nella media” che naturalmente la notorietà e la gradevolezza del brano hanno portato a un successo certamente più legato alla musica Beethoveniana che all’interprete. Pubblico (ovviamente e a prescindere e con numerosi posti vuoti in sala) in delirio con quel rituale trito e provinciale (solo italiano e in particolare bolognese – ci distinguiamo negativamente purtroppo anche in questo campo!) del lancio dei fiori (che talvolta si trasformano in veri e propri pericolosi proiettili per strumenti ed esecutori).

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Meneses-Pires – 25 Novembre 2013

Ho già avuto modo di scrivere in un precedente “post” che i concerti “misti” (quelli nei quali uno dei partner di un duo suona uno o più brani da solo – cosa forse accettabile solo per gli strumenti ad arco essendo la letteratura in materia non troppo vasta) mi lasciano francamente perplesso. In un concerto per piano e violoncello non se ne intravvede proprio la necessità, vista la ricchezza della letteratura in materia, anche per il fatto che essi segnano una sorta di sbilanciamento a favore di un esecutore quasi a sottolineare un suo maggior peso artistico. E’ anche il caso del duo in questione, da lungo tempo affiatato, che ha eseguito brani di grande repertorio, fra i quali spiccano la difficilissima (per il violoncello) trascrizione della sonata “Arpeggione” di Schubert (comparabile ai brani più impervi di Liszt o a Petrushka di Stravinskij per il pianoforte) e la splendida sonata op. 38 di Brahms, caratterizzata dall’assenza del tempo cantabile e con una fuga finale (con licenze) travolgente, una forma musicale non così comune nella letteratura Brahmsiana. L’esecuzione dell’arpeggione da parte di Meneses è stata di ottima ma non eccezionale  qualità (qualche difetto di intonazione si è avvertito) mentre certamente perfetta è stata l’interpretazione del bel Lied ohne Wörter di Mendelssohn.  La sonata di Brahms ha visto un primo tempo forse un po’ esangue rispetto alle indicazioni agogiche dell’autore (Allegro ma non troppo) mentre perfetti sono stati i tempi staccati nel secondo e terzo tempo. Il duo ha certamente fruito di un affiatamento di lungo periodo dando luogo a una godibilissima interpretazione anche se l’esecuzione pianistica della fuga poteva risultare un po’ più precisa (ad esempio nel presto finale).  Di Maria Joao Pires comunque non c’è molto da dire: un’artista che si colloca da oltre 30 anni ai vertici internazionali del pianismo e che nella famosa sonata beethoveniana op. 31 n. 2 (universalmente nota come  “La tempesta” – collocata fa le due sonate della stessa opera n. 1 e n. 3, certamente non ai vertici del compositore di Bonn) ha saputo trovare un magistrale equilibrio fra cantabilità e drammaticità. Insomma un concerto tutto da godere coronato da un bis bachiano  e da un travolgente successo di pubblico (tanto si applaude comunque più la bellezza della musica che la qualità dell’esecuzione …). La solita introduzione  certamente non necessaria.

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The turn of the screw – 19 Novembre 2013

Delle opere di Britten (uno dei pochissimi compositori inglesi la cui produzione è ancor oggi rappresentata ed eseguita) è certamente questa, quella di più difficile interpretazione. Come in quasi tutte le opere del compositore inglese il riferimento è a un testo letterario di valore (nel caso specifico una fosca novella di Henry James dai contorni – volutamente ? – indefiniti)  ed è da sottolineare il riferimento dodecafonico del tema dell’opera (si veda il tema a dodici note dello “screw”) probabilmente scelto nella sua atonalità per sottolineare l’effetto di straniamento che sottende tutto il libretto. La musica riflette infatti perfettamente l’atmosfera incerta e sospesa fra realtà e immaginazione che – seppure alla lontana – non può non richiamare il celebre film di S.Kubrik derivato da  Arthur Schnitzler “Wide shut eyes“. La trama è pressochè non raccontabile anche perchè il suo valore sta proprio nell’incertezza della vicenda e va ascritto a merito del teatro comunale di Bologna l’avere messo in scena un’opera difficile e allo stesso tempo “intrigante” che ha ricevuto dal pubblico un meritato e forse insperato successo (seppure la platea era piena solo a metà…). L’impostazione registica fa ampio uso del “doppio” (un ulteriore tributo – forse per una volta più che giustificata –  a Antonin Artaud – autore de Le Théâtre et son double nonchè fautore del teatro della crudeltà) che contribuisce al clima surreale in cui la vicenda si svolge, alludendo alla possibilità che non solo i bambini siano “posseduti” dai fantasmi dei precedenti  servitori ma che i fantasmi stessi siano proiezioni della psiche della istitutrice (si veda in proposito l’ultima messa in scena di Glyndebourne). Bravi gli interpreti, bravo il direttore e  brava la pianista che svolge – almeno una volta – un ruolo importante nella compagine orchestrale.

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Roberto Cominati – 18 Novembre 2013

I brani musicali vivono di “cicli”: alcuni scompaiono dai cartelloni per periodi più o meno lunghi (si pensi alle “Novellettes” di Schumann), altri ricompaiono dopo periodi di oblio. Siamo certamente in un periodo di “parafrasi-renaissance” forse anche perchè gli esecutori debbono trovare brani non troppo ripetuti e conosciuti, non fosse che per evitare di incorrere in confronti talvolta impietosi. Un genere non privo di rischi, la trascrizione, per il tentativo, spesso perpetrato dagli esecutori, di trasformare il pianoforte in  una sorta di orchestra riempiendo l’uditorio di decibel pericolosi per l’udito. Roberto Cominati (premio Busoni) ha fatto del suo meglio in un programma di tutte trascrizioni e certamente ha tenuto un concerto di buona levatura, grazie anche al fatto di essere sorretto da un’ottima tecnica (elemento indispensabile per le trascrizioni) e da un significativo senso della misura.  Certamente dei brani in programma quelli relativi alle trascrizioni di Liszt delle opere wagneriane sono quelli di maggior levatura musicale e in particolare mi riferisco alla trascrizione del “Liebestod“, nel quale si percepisce la vicinanza del compositore di Weimar al suo (contrastato) genero e in particolare al Tristan und Isolde, opera della riconciliazione dopo l’ “affaire Cosima”. Meno interessante è la trascrizione dell’ouverture dei Meistersingers von Nürenberg della quale esiste una bellissima (e poco nota)  trascrizione di Glenn Gould. Le trascrizioni verdiane di Liszt (Aida e Don Carlos) tradiscono invece la distanza culturale dei due mondi musicali mentre interessante (ma musicalmente di scarsa qualità) è la trascrizione della Sarabanda e Ciaccona di Händel. Sulle altre due trascrizioni  (Pabst e Martucci) rispettivamente dell’ Evgenij Onieghin (trasformato in un valzerino da “café chantant” trascurando la splendida aria del turbamento di Tatiana ) e della Forza del destino si può stendere un velo pietoso e riconsegnarli senza rimpianti a quell’oblio dal quale sono stati incautamente richiamati. Due bis: “Lascia ch’io pianga” dal Rinaldo di Händel e (come stupirsi ?) il gran finale con La danza delle spade di Aram Kachaturian. “Naturalmente” caloroso successo (non immeritato per quanto riguarda Cominati). Sempre concisa e ben congegnata  l’introduzione di Maria Chiara Mazzi

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Bagnara-Micheletti – 16 Novembre 2013

Il Lied è un genere musicale particolare, poco praticato in Italia, e nel quale l’equilibrio fra voce, piano, testo e musica non può essere improvvisato. A ciò si aggiunga che avere grandi mezzi vocali può essere un vantaggio ma anche uno svantaggio se non si riesce a ottenere un controllo perfetto delle sonorità, una variazione timbrica con molte sfaccettature e una conoscenza approfondita del testo. La soprano (ma forse sarebbe meglio dire la mezzosoprano) Benedetta Bagnara possiede una bella voce drammatica che certamente trova in molte opere un terreno fertile adatto alle sue capacità, ma che solo saltuariamente riesce a entrare nello spirito del Lied eseguito. Ciò è tanto più vero per gli autori della serata (Wolf e Wagner) nei quali i cromatismi e le armonie presenti richiedono una intonazione perfetta e un controllo ferreo dell’emissione. Non è stato sempre così: ad esempio nel Lied “Stehe still” dei Wesendonk di Wagner la prima parte è risultata aspra e urlata e la seconda parte – di impostazione del tutto contrastante – insufficientemente calma. A maggior ragione ciò è risultato nell’ultimo dei Wesendonk (Träume)che anzichè un tono elegiaco ha avuto una drammaticità del tutto in contrasto con il testo e la parte musicale fino a trasformarsi in una sorta di “Albträume“. Nei Lieder dell’ “Italienisches Liederbuch” di Wolf è mancata quella sottile ironia che li sottende legata al carattere popolare – di derivazione italiana – dei testi di Paul Heyse e la monotonia della drammaticità della voce ha inficiato l’esecuzione del famosissimo Lied “Kennst du das Land” su testo di Goethe tratto dal “Wilhelm Meisters Leerjahre”. A parziale discolpa del soprano va ascritta la pochezza dell’accompagnamento pianistico assolutamente inadeguato al repertorio eseguito (si veda ad esempio il Lied un po’ folle di Wolf “Wie lange schon war immer mein Verlangen” nella cui lunga coda pianistica è indicato un “ad libitum” che dovrebbe essere eseguito come da una sorta di ubriaco e che invece ha avuto un andamento quasi metronimico).  Insomma una serata con alti e bassi (perchè poi un Lied di Wolf su testo di Eichendorf fra  due serie dell’ “Italienisches Liederbuch”? ) e una mezzosoprano che potrà avere successo nel repertorio drammatico dei teatri lirici ma che per il Lied al momento non è ancora pronta.. Come sempre un’inutile presentazione iniziale, solo di contenuto letterario nella quale, fra l’altro, il relatore è incorso in un errore non secondario: I Wesendonk – “Fünf Gedichte für Frauenstimme und Klavier” – nella versione orchestrale non sono stati orchestrati da Wagner bensì dal direttore d’orchestra e amico Felix Mottl (e poi da Vieri Tosatti) se si eccettua “Träume” di cui esiste una versione per piccola orchestra originale wagneriana, dono del compositore a Mathilde per il suo compleanno.

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Andrea Padova – 14 Novembre 2013

L’intelligenza di un esecutore si misura non solo dall’esecuzione ma anche dalla percezione del contesto in cui un concerto viene tenuto. Nel caso specifico la sala Mozart dell’Accademia Filarmonica è un sito angusto e per il concerto in questione riempita per meno della metà (ad occhio 40 spettatori). Ne consegue che un pianoforte a coda con il coperchio completamente aperto produce un volume di suono che è perfetto per una Philarmonie o per il Manzoni o per La Scala ma è una mina vagante per un sala così piccola.  Ne ha fatto le spese Andrea Padova la cui esecuzione non ha potuto esprimere quelle qualità che forse (forse sottolineo) il pianista in questione è in grado di fornire. Ciò detto va detto che l’impostazione esecutiva non è totalmente condivisibile. Le miniature di Cimarosa hanno mancato di quella leggerezza che ne fanno dei piccoli gioielli e lo stesso dicasi per le sonate scarlattiane: si confrontino per comprendere il significato della frase con l’esecuzione della sonata del contemporaneo Galuppi o delle sonate scarlattiane eseguite da  Arturo Benedetti Michelangeli. E mentre per quest’ultimo alcune licenze ritmiche e interpretative risultano accettabili nell’ambito di un’esecuzione globalmente eccezionale, le stesse licenze in un esecutore di media qualità stonano e sono sostanzialmente forzature innecessarie. Nella seconda parte lo Chopin eseguito ha sofferto degli stessi limiti; fortissimi dove l’indicazione è un forte, assenza di piani (soprattutto nella barcarolle) etc. etc. Al limite dell’umorismo la scelta di eseguire per bis la metà di un valzer di Chopin e la metà di una sonata Scarlattiana. Il tutto concluso da un brano a me ignoto ma certamente non memorabile.

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Andras Schiff – Milano 12 Novembre 2013

Artist in residence” della società del Quartetto per l’esecuzione integrale delle sonate di Beethoven, Andras Schiff ha eseguito le tre sonate della prima metà del periodo di mezzo del compositore: le tre sonate dell’opera 31 e l’opera 53 “Waldstein”. Le sonate op. 31 n.1 e 3 non possono essere certo ascritte ai grandi capolavori Beethoveniani (specialmente il secondo tempo dell’op. 31 n. 1 ove un fastidioso accompagnamento della mano sinistra sembra scritto da Beethoven …. con la mano sinistra) mentre la seconda delle tre sonate (denominata  “La tempesta”) è giustamente celebre e molto eseguita per la sua drammatica tempestosità. Andras Schiff è un grande artista, giustamente noto, ma la sua indole apollinea ha progressivamente, totalmente cancellato quella dionisiaca per cui l’ultimo tempo della “tempesta” (eseguita con esasperante lentezza e con sonorità sempre attenuate) è apparso più come un soave Lied schubertiano che come il finale drammatico immaginato dal compositore di Bonn. Certamente molto più consona al dettato musicale è stata l’esecuzione della Waldstein, specialmente nell’incipit soave e disteso dell’ultimo tempo ove il tocco e la profonda semplicità espressiva del pianista hanno ottenuto i migliori risultati. Ad Andras Schiff risulta tutto facile, quasi troppo, inducendo l’artista ad alcune libertà espressive e ritmiche che possono essere discutibili in un autore di forte connotato classico come Beethoven specialmente nel suo periodo di mezzo (altro discorso vale per le ultime opere). Non che il risultato risulti sgradevole all’ascoltatore, tutt’altro, ma è anche vero che il rispetto rigoroso – senza forzature – del dettato musicale è a parere di chi scrive una delle caratteristiche esecutive cui è opportuno attenersi. Naturalmente meritato grande successo coronato da tre bis che sembrano essere stati scritti apposta per il pianista ungherese: gli ultimi due tempi della prima partita di Bach, un improvviso schubertiano e una delle ultime bagatelle di Beethoven (annunciati dall’esecutore con la stessa, inaudibile suavità che corrisponde alla sua cifra esecutiva…) .

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