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Federico Colli – 24 Febbraio 2014


Federico Colli è un interessante giovane pianista, vincitore del concorso pianistico di Leeds nel 2012, dotato di eccellente tecnica e sensibilità esecutiva che ha presentato un programma costituito da tre sonate (Mozart, Beethoven e Schumann) che coprono l’arco temporale che va dalla metà del 700 alla metà dell’800: una performance delineata da caratteri distintivi diversi fra il primo e il secondo tempo. La sonata di Mozart è stata infatti resa con encomiabile, perfetto impianto stilistico ed esecutivo e parallelamente di ottima qualità stilistica e interpretativa è stata l’esecuzione dell’op. 57 di Beethoven (la celeberrima “appassionata”) per la quale l’unico appunto che si può fare è che rinunciando a innecessari eccessi virtuosistici meglio si renderebbe lo spirito dell’opera e si eviterebbero imperfezioni esecutive, alcune delle quali oggettivamente eclatanti.  In ogni caso un’interpretazione della sonata che conferma l’impressione positiva ricevuta due anni avanti nel corso di un’esecuzione privata.
Schumann è un compositore “romantico” dal punto di vista temporale e da quello tonale ma che nelle sonata op. 11 e in quella op. 22 (e financo nell’ op. 14 che però fa storia a sé) è ancora fortemente influenzato dai vincoli strutturali liberamente interpretati della forma sonata. Ne fanno fede i 4 tempi in cui si suddividono e l’impianto organizzativo soprattutto del primo e quarto tempo che sono la prova di quel classicismo romantico cui si opporrà Liszt e successivamente Wagner e che al contrario troverà la sua continuazione in Brahms. (In questa ottica è interessante notare come l’ultimo tempo della sonata op.11 sia riflesso nella struttura e nell’impianto tonale dell’ultimo brano – ovviamente in forma ridotta – degli studi sinfonici op. 13 a riprova dell’importanza data alla sua impostazione). Tutto questo per dire che l’interpretazione della sonata deve rispettarne i canoni compositivi e le indicazioni ritmiche e agogiche: rispetto che non si è concretizzato nell’esecuzione di Colli. Qui le libertà ritmiche hanno rasentato e spesso sconfinato nell’arbitrarietà: corone lunghe quanto l’intervallo fra due tempi, accelerazioni al limite del virtuosismo e rallentati esasperati –  talora esangui – che hanno finito per sfigurare l’intera composizione. L’espressività di un brano deve trovare la sua cifra realizzativa nell’ambito del rispetto dell’impostazione del compositore, del suo tempo e soprattutto delle indicazioni che in tanta parte degli scritti Schumanniani, così chiari ed esplicativi, possono essere riscontrati. A Colli, come a tanti altri pianisti, farebbe assai bene approfondire la conoscenza del compositore non solo attraverso le sue partiture ma anche attraverso la sua vita e le sue opere. Naturalmente a un giovane pianista agli inizi della carriera possono essere perdonati gli eccessi – spesso finalizzati a impressionare un pubblico di bocca buona – ma che debbono trovare rapidamente un temperamento in assenza del quale il percorso di crescita rischia di arenarsi collocando l’esecutore in quella “terra di mezzo” nel quale tante giovani promesse si sono impantanate. E’ certamente in questa ottica che deve essere collocata l’esecuzione di Colli nella quale l’eccellente esecuzione delle prime due sonate risente in positivo della impostazione rigorosa loro fornita dai docenti di Imola, molto probabilmente invece assente nell’esecuzione Schumanniana. I limiti del giovane pianista si sono sentiti anche nell’esecuzione dei due bis: un improvviso di Schumann e un corale di Bach. Nel primo si sono riscontrate le stesse debolezze della sonata Schumanniana mentre per quanto riguarda il secondo è semplicemente meglio dimenticarsene dal momento che, eseguito a una velocità totalmente fuori stile, si è trasformato in uno studietto da “grande velocità” di Czerny.  Naturalmente successo pieno (come non applaudire un giovane che anche nell’abbigliamento ricordava Beethoven?) nell’espressione del quale si distinguono ridicolmente i battimani provinciali a mani alzate (mai visto qualcosa di simile a Milano, a Berlino, a Londra): un esercizio che trova la sua spiegazione solo in un’esibizione ginnica che nulla aggiunge – ma semmai toglie – all’espressione di consenso rapito di una parte del pubblico. L’introduzione di Maria Chiara Mazzi come sempre precisa, documentata e concisa (esempio purtroppo raramente seguito).
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