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Bostridge-Johnson – 3 Febbraio 2014


Di una cosa si può essere certi: che Ian Bostridge non può che essere inglese! Magrissimo, alto allampanato, con una “mise” nera con pantaloni e giacca stretti, camicia bianca aperta, scarpe a punta e taglio di capelli un po’ “mods” pare uscito da un figurino della Londra alternativa.  Anche la sua postura sulla scena contribuisce al personaggio: canta talvolta appoggiandosi al piano (afferrandone persino le maniglie interne), talvolta con le mani in tasca (!) talvolta a braccia conserte etc. con uno sguardo che a tratti pare addirittura assente. Però… il suo canto è di sopraffina qualità e certamente frutto di una grande esperienza Liederistica, genere che costituisce la parte più consistente della sua attività artistica. Nessun dubbio che nel repertorio operistico si sia principalmente dedicato alle opere di Britten con poche incursioni nel repertorio più classico (v. Don Ottavio nel Don Giovanni di Mozart che proprio per la sua natura di amante inconsapevolmente tradito che non si rende conto della realtà e profondità del personaggio di Donna Anna perfettamente si adatta alla complessione un po’ stralunata di Bostridge). Il concerto comprendeva alcuni Lieder di Schumann su testi di Heine (ad esclusione dei più noti Dichterliebe) e alcuni dei meno noti Lieder di Brahms. La vocalità di Bostridge pare più adatta alla musicalità Schumanniana, classicheggiante anche nei momenti più drammatici, che a quella più tormentata e armonicamente più complessa del mondo Brahmsiano nel quale la voce limpida di Bostridge non sempre rende appieno la tortuosità del mondo del compositore tedesco: sarebbe certamente interessante in questa ottica vedere il nostro alle prese con il repertorio post Wagneriano (Wolf, Strauss e Mahler). Sia chiaro: ci troviamo di fronte a uno dei massimi interpreti della Liederistica attuale, che vede nelle giovani generazioni cui Bostridge appartiene, una sorta di rifiuto della impostazione classicheggiante di Fisher-Dieskau o di Quastoff.  Una menzione particolare va poi a Graham Johnson da sempre sopraffino accompagnatore (una espressione riduttiva che non rende l’importanza del piano nel Lied) che in ogni brano ha trovato la giusta cifra interpretativa in grado di permettere al tenore di esprimere al meglio la propria musicalità. Un concerto tutto da godere, insomma, per un repertorio che colpevolmente e disgraziatamente è coltivato nel circondario Bolognese solo dal Circolo della Musica di Imola a riprova di un provincialismo locale che anzichè aprirsi alle istanze europee tende sempre più a rinchiudersi in un mondo culturale cristallizzato e quindi sterile.
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