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Viktoria Mullova & friends – 10 Febbraio 2014

La trasformazione in atto da alcuni anni è giunta a compimento: il concerto di Viktoria Mullova (ex moglie del compianto Abbado) si è trasformato in un vero happening “para-jazzistico” nella forma e nel programma: non “à la mode delle Labecques”  ma nel senso più pieno della parola. La nostra grande violinista non si è fatta mancare nulla: un batterista (con tanto di scopino) con pantaloni multicolor, un pianista di colore di stazza enorme apparentemente uscito dal dixieland di New Orleans anche nel vestiario e un vibrafonista/xilofonista che con la sua “mise” sobria (pantaloni e camicia bianca  sbottonata)  pareva quasi un damerino rispetto ai compagni di cordata, ai quali è stato aggiunto un violoncello, probabile riminiscenza del mancante contrabbasso tipico di queste formazioni. E poi lei, con ciabatte e vestito a metà strada fra il glamour e  il “café chantant”quale stella della serata, un vestito insomma casual ma pretenzioso. Anche nello svolgimento il concerrto si è attenuto allo standard del jazz con la presentazione singola a voce alta dei vari strumentisti a metà della performance, peraltro riportati individualmente nel programma a stampa della serata. Nell’ascoltare i brani eseguiti, di autori di cui non resterà traccia nella storia della musica (fra i quali un non meglio identificato “Weather report” che ne ha firmati due), ha trovato un posto significativo il minimalismo, con l’ossessiva ripetizione di moduli ritmici e il sincopato senza dimenticare alcuni accenni al ragtime. Ascoltando il “concerto” (svolto senza intervallo per un motivo che può essere facilmente intuito) non potevo fare a meno di ricordare un articolo riportato sul celebre “Lexicon of musical invective” di Nicolas Stonimsky a proposito della prima esecuzione agli inizi del ‘900 del  “Sacre du printemps” di Stravinskji  parafrasato in “Massacre du printemps”, chiedendomi se la valutazione assolutamente negativa qui da me espressa potesse essere considerata identicamente insulsa dai posteri (cui “l’ardua sentenza“). Anche il bis finale non si è sottratto al carattere nazional-popolare della serata con l’esecuzione di una famosa “csarda” nel corso della quale è stata inserita una cadenza virtuosistica che ha permesso a Viktoria di ricordare al pubblico  quali siano le sue grandi doti tecniche e musicali, così vilmente depresse per solleticare i gusti più corrivi di un pubblico, la cui maggioranza, naturalmente, è andata a nozze nell’occasione.  Inseriti nel programma, per strizzare l’occhio ai più conservatori (nell’ambito dei quali, per questa volta, mi annovero senza alcuna  reticenza) i duetti di Bartok per violino e violoncello (naturalmente inframmezzati da improvvisazioni non richieste della banda del jazz) e un brano di Kodaly sempre per violoncello e violino, l’unico rimasto incontaminato, che è però apparso come una cattedrale nel deserto.  Una sola vera nota positiva della serata: è stata risparmiata al pubblico l’introduzione musicologica iniziale. Chi mai avrebbe potuto assumersene l’onere?
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