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Author Archives: Giovanni Neri
Dopo “Die Entführung aus dem Serail” – Teatro Comunale Bologna
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Che il teatro comunale bolognese sia in crisi è certamente sotto gli occhi di tutti e le cause sono in parte certamente strutturali: costi eccessivi, leggi draconiane che impongono pareggi di bilancio difficili da raggiungere, riduzione dei finanziamenti etc. Ma..,, qualunque organizzazione e/o azienda non può solo invocare la congiuntura negativa ma deve anche fare i conti con la propria gestione, tanto più in condizioni difficili, e sapere operare correttamente, e qui veniamo a un punto dolente che può essere simboleggiato da questo Ratto del Serraglio. Che questa produzione fosse scadente lo si sapeva da un pezzo: a Aix hanno tagliato le scene più truci, a Brema l’hanno rappresentata in forma di oratorio e solo (solo!) a Bologna lo scempio del regista tedesco è stato integralmente prodotto. Ma se si sapeva fin dall’inizio che la produzione era stupidamente scadente e tragicamente noiosa (noiosa, non provocatoria ribadisco!) è valsa la pena di tediare il pubblico con un colossale dispendio di mezzi a partire dal dispiegamento di forze dell’ordine? E non è Kurvenal che afferma questo ma si legga la recensione (una volta tanto) sul Corriere e si aspetta quella del Sole (si spera, a meno che non si sia deciso addirittura di trascurarla per carità di patria) della prossima domenica. Insomma quanto è costata questa messa in scena e quanto sarebbe eventualmente costata la rottura del contratto di coproduzione (se mai questa clausola fosse prevista) o semplicemente la cancellazione dell’opera rispettando il contratto? Ora se nessun tentativo è stato fatto vuol dire semplicemente che il management del teatro ha commesso un colossale errore e se a questo sommiamo la riduzione degli abbonamenti e quindi una marcata disaffezione del pubblico come è possibile che non si traggano le conclusioni, e che gli “azionisti” non intervengano? E inserire Bosso nell’organizzazione del teatro ha fatto sghignazzare le altre fondazioni (serie) aggiungendo il ridicolo alla tragedia (ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere!). Ora io faccio appello al sindaco di Bologna, presidente del teatro, e alle altre forze politiche e culturali interessate al teatro per un’azione incisiva e per decisioni che non possono essere procrastinate. Il che vuol dire un cambio di rotta e l’adozione di strumenti correttivi incisivi, e se il sindaco, comprensibilmente, non è un esperto della materia, si affidi alla consulenza di persone di comprovata competenza per tentare di raddrizzare la gestione di un teatro sempre più su una china di inarrestabile degrado. Il teatro è un simbolo culturale che non può essere lasciato andare in malora.
E ora una piccola nota. I lettori di Kurvenal sono nell’ordine almeno di qualche centinaio (sparsi anche per il mondo) come comprovato dal numero di voti ottenuti nel sondaggio sulle introduzioni “musicologiche” di MI. Ora sapete quanti sono i “followers” ufficiali di Kurvenal? 12 (dodici) oltre a quelli solo via mail (in numero molto superiore)! A questi si possono aggiungere quelli che seguono su Twitter e gli altri media ma siamo sempre su numeri ufficiali irrisori. E questo nonostante io riceva regolarmente numerose emails di sostegno. Ufficiosamente, invece, ovvero contando tutti quelli “anonimi”, i lettori sono più di 200 (come risulta dalle statistiche fornite da wordpress). Ma questo vuole solo dire che Kurvenal è una sorta di samizdat che tutti (insomma gli interessati – non sono Chiara Ferragni e non pubblico foto accattivanti…) leggono e nessuno vuole ammettere di farlo, qualcuno del settore addirittura ammettendo di temere rappresaglie professionali…. Lascio ai lettori valutare questo fenomeno….
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Die Entführung aus dem Serail (o giù di lì) – Teatro Comunale Bologna 20 Gennaio 2017
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C’è chi ha ritenuto “inopportuna” una messa in scena dell’opera Mozartiana con chiari riferimenti all’ISIS in questo periodo – seppure mascherati da una improbabile datazione degli anni ’20 -, ma io avei applaudito (una volta tanto…) la direzione del teatro per non essersi fatta condizionare se la qualità dello spettacolo l’avesse giustificato: cultura, arte e libertà di espressione sono quanto mai importanti in questo momento storico proprio per combattere oscurantismo e fanatismo. Ma non è questo il caso. Ho assistito più volte a spettacoli in Germania (e segnatamente a Bayreuth) caratterizzati – come purtroppo avviene colà sempre più spesso – da altissime prestazioni musicali e canore e messe in scena da brivido. Ma mai, ripeto mai, ho assistito a una puttanata (si, mi scusino i lettori per il vocabolo non proprio da educande ma non trovo altra parola che possa esprimere il mio sdegno) di questo genere dove un regista pretenzioso e stupidamente irrispettoso si è permesso di sostituire a suo piacimento i dialoghi del Singspiel e trasformare la agogica e infantile favoletta mozartiana in una truculenta e del tutto improbabile tragedia con tanto di bandiera dell’ISIS. Il testo del Singspiel è stato “riadattato” al fine di giustificare la regia. Ma quando mai è successo? (Durante la conferenza stampa il sovrintendente ha affermato che si ha spesso un’alterazione del testo nei Singspiel ma a una mia precisa richiesta di citare qualche esempio non è stata data alcuna risposta degna di questo nome). E la pretesa del direttore d’orchestra in conferenza stampa che si tratti nonostante tutto di una Liebesgsechichte quando tutto è morte, sangue e violenza è solo una pietosa quanto insostenibile affermazione che avrebbe un senso solo nel caso della versione originale del testo. Anche l’affermazione del sovrintendente che il libretto originale contiene molte espressioni violente è priva di fondamento. Tutte le frasi “violente” sono in realtà giocose e paradossali alla stregua della famosa “tagliatele la testa” della regina di Alice in wonderland. Lo spirito originale del testo è quello, in voga a quel tempo, della turquerie ovvero quello della presa in giro di un mondo lontano con usi e costumi astrusi. Qualcuno riesce comunque a immaginarsi la regia di un Macbeth in cui il protagonista esce vittorioso nonostante i suoi assassini, la foresta di Dunsinane marcia all’indietro e MacDuff nasce da un uomo? Insomma qui non è la regia che ha “interpretato” l’opera ma semplicemente ne ha creato un’altra utilizzando in modo parassitico le arie di Mozart con musica e arie che nulla hanno a che vedere con la strampalata impostazione registica. Qualcuno riesce poi a immaginarsi un “foreign fighters” dell’ISIS (Osmino) che canta nella sua prima aria Trallallera Trallalera …. E affermare come ha fatto il “massmediologo” (che orribile parola in italiano!) Grandi che chi assiste al Ratto non può non pensare all’ISIS, è affermazione ridicola che solo chi non ha visto mai l’opera e non ha mai letto il suo libretto (quello vero, non quello imbarbarito dal regista) può impunemente fare. E comunque suggerisco di leggere l’intervista al sovrintendente riportata dal Resto del Carlino : roba da non credere!
Credevo che il fondo per una regia del Ratto fosse stato toccato da Rodrigo García a Berlino ma qui siamo ben oltre, siamo davanti a una pura e semplice follia di gusto ignobile: al peggio non c’è mai limite e qui siamo nel cocìto della regia. E basta una volta per tutte con questi “innovatori” del piffero che per un briciolo di pubblicità, non importa se negativa, non esitano a massacrare capolavori mondiali: che nostalgia per le eleganti, artistiche e stilisticamente perfette regie strehleriane (ma anche recentemente di Martone)! Senza dimenticare Ronconi. E sia chiaro: qui non si tratta di rifiutare aprioristicamente regie innovatrici (ricordo sempre una regia del Romeo and Juliet a Shaftesbury on Avon della RSC trasposta in ambiente mods. Ma era semplicemente perfetta!) ma di distinguere senza reticenze fra regie belle, brutte e ignobili. Qui tutto è semplicemente unerträglich (lo dico in tedesco perché il regista capisca il mio pensiero, se mai leggerà questo post, ma la frase giusta sarebbe Was ist diese Scheisse? come fu urlato nel giugno 2016 a un Tristan und Isolde della Deutsche Oper di Berlino). E quindi non è difficile capire perché il Musikfest Bremen abbia rinunciato a proporre questa infamia stupidamente provocatoria presentando quindi l’opera in forma di oratorio e lasciando il posto allo sgangherato teatro comunale di Bologna che in questo modo è riuscito ancora una volta a superare sé stesso negativamente. Si potrebbe, di grazia, sapere quanto è costato questo “allestimento” alle disastrate casse del teatro? E di fronte a queste scelte perché il comune (dove è a proposito in generale l’assessore alla cultura Gambarelli – presente solo alla “prima”? Non era presente alla discussione sul Ratto nè alla conferenza stampa, ma che aveva da fare? Viene regolarmente alle manifestazioni musicali o latita come il certamente non rimpianto Ronchi? Se non è puro spirito – e qualche dubbio serpeggia nell’aria – batta un colpo…) continua a finanziare con i soldi dei contribuenti un teatro autoreferenziale, costantemente sull’orlo del baratro, del tutto indifferente ai diritti degli spettatori paganti? E’ chiaro che i vertici del teatro e il comitato di indirizzo non sono all’altezza del loro compito (e ce li teniamo ohimè fino al 2020 a meno che non intervenga un auspicato deus ex machina che però – si spera – non sia Ezio Bosso che sarebbe il classico passaggio dalla padella alla brace!), sono autoreferenziali e di scarsissima competenza (e non parlo a vanvera: leggere i CV dei componenti del comitato di indirizzo – salvo una!). Nessun dissenso? Nessuna dimissione? In questo non raccontabile contesto come é possibile dare un giudizio sereno su direzione e canto? I cantanti hanno dimostrato chiaramente la difficoltà di cantare in contesto così ostile. La prova migliore è certamente quella di Osmino (Mika Kares), un basso dalla voce possente e dalla figura imponente. Konstanze (Cornelia Goetz) è dotata di una voce che al salire verso i toni alti mostra vieppiù un’emissione aspra e che dà il meglio di sé nei toni intermedi. Dopo una prima aria da dimenticare migliora nel corso dell’opera. Belmonte (Bernard Berchtold) è la voce più debole del cast, voce sottile e dall’agilità discutibile, mentre Blonde (Julia Bauer) é – fra i quattro protagonisti – quella dotata dei mezzi vocali migliori. Pedrillo (Johannes Chum) è un buon professionista. La direzione di Nikolaj Znaider (che apparentemente rivedremo ancora al Comunale di Bologna in altre situazioni) fa quello che può in un contesto disastrato.
Al grido di “famolo strano“avrei in ogni modo qualche suggerimento per la prossima regia “creativa” del Ratto: Belmonte e Pedrillo padre e figlio con rapporti omosessuali incestuosi, Konstanze e Blonde etere lesbiche, il pascià transgender tenutario di una casa di tolleranza dedita al commercio di droga e Osmino come pusher e protettore che procaccia affari al pascià. Poi sostituirei la celebre aria “Martern aller Arten” con “Io, tu e le rose” cantata da Orietta Berti in calzamaglia retata e inserirei anche per sovrammercato un paio di brani di Zucchero Fornaciari come arie aggiuntive tanto per gradire. Per i testi del Singspiel perché non inserire anche qualche sboccata zirudella bolognese? Tanto se tutto è possibile….
Vanno citate in questo contesto anche le misure di sicurezza prese dal teatro (metal detector, polizia etc.) a dimostrazione che la direzione era consapevole che la insulsa regia aveva anche il difetto di apparire provocatoria e quindi suscitare l’interesse di qualche esaltato. In tutto questo contesto potenzialmente rischioso rientra sicuramente il forfait dato da Mert Sungu (Pedrillo) sostituito da Johannes Chum e probabilmente quello di Maria Grazia Schiavo (Konstanze) sostituita da Cornelia Goetz.
Un pubblico non rarefatto, come si temeva a causa della ambientazione dell’opera, ha dimostrato però di non gradire affatto questa produzione: pochissimi e stentati applausi al termine delle arie e un applauso finale ridotto al minimo, nonostante gli sforzi della clacque. L’opinione rilevata fra il pubblico è stata che lo spettacolo non è provocatorio ma semplicemente noioso e prolisso oltre che – ovviamente – assolutamente improbabile. E certamente di pessimo gusto è la scena della finta esecuzione con bandiera dell’ISIS e fotografo che ricorda in modo irriverente quanto purtroppo avviene nella realtà. E altrettanto sgradevole è il finale con le teste mozzate scaraventate da Osmino ai piedi del Pascià (rispetto alla versione di Aix en Provence qui non ci si è risparmiati nulla). Insomma è stata la noia a farla da padrone in un contesto improbabile e pretenzioso: neppure la supposta provocazione ha avuto un qualche effetto.
Per terminare confesso di avere un rimpianto ovvero quello di non avere assistito al Ratto dal loggione per potere urlare Buhh e Buffone a perdifiato visto che farlo in platea (come ho fatto recentemente) pare urtare la sensibilità perbenista del pubblico bolognese. Ricordo a costoro che il silenzio o anche il mancato esplicito dissenso è sempre interpretato come assenso… Rimpiango uno sventurato (registicamente) Ring di Bayreuth nel quale il regista, dopo una messa in scenza demenziale, osò fare capolino dalle quinte del teatro salvo battere in precipitosa ritirata subissato da una salva di fischi e altre manifestazioni di dissenso plateali.
PS Ma l’inaugurazione della stagione d’opera non doveva essere diretta da Mariotti o il nostro ha preferito non essere associato a questo ignobile spettacolo…? E siccome al peggio non c’è limite nel libretto di sala è citato Ezio Bosso come “Direttore ospite principale (principale, sic!) “. Il teatro comunale è diventato un teatro allo sbando, un circo, un baraccone alla Schikaneder, senza che nessuno si vergogni ricordando che ha avuto nel passato direttori come Celibidache, Chailly, Thielemann, Gatti etc. e attualmente un ottimo professionista come Mariotti.
Cast
Selim, pascià |
Karl-Heinz Macek |
Kostanze, amante di Belmonte |
Cornelia Goetz |
Blonde, cameriera di Kostanze |
Julia Bauer |
Belmonte |
Bernard Berchtold |
Pedrillo, servitore di Belmonte |
Johannes Chum |
Osmin |
Mika Kares |
Produzione del Teatro Comunale di Bologna con Aix en Provence Festival e Musikfest Bremen
Direttore |
Nikolaj Znaider
|
Regia |
Martin Kušej |
Scene |
Annette Murschetz |
Costumi |
Heide Kastler |
Luci |
Reiner Traub |
Assistente alla regia |
Herbert Stoeger |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
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Radu Lupu- Bologna Musica Insieme 16 Gennaio 2017
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Due sono le caratteristiche che vengono in mente ascoltando gli attuali concerti di Radu Lupu: serenità e rarefazione. Lupu è uno dei pochissimi esecutori che nel tempo ha sempre più esaltato le proprie caratteristiche rifuggendo dalla tentazione che coglie tanti concertisti ovvero quello di non fare i conti con il tempo che passa e che costringe l’ascoltatore a ingenerosi e necessariamente spiacevoli confronti con il passato. Lupu ha trasformato – per così dire – la quantità in qualità ed è quindi in grado di affrontare passaggi anche tecnicamente impegnativi senza più lo smalto di un tempo ma arrotondandone gli spigoli, sottolineandone gli aspetti musicali più che quelli virtuostistici e fornendo quindi una prospettiva altrettando significativa. Un caso emblematico si è avuto nel secondo tempo della fantasia schumanniana, tutta basata sul tempo puntato tanto caro al compositore tedesco e segnatamente alla fine del brano dove alcuni salti sono di difficile esecuzione anche per i più agguerriti “giovani leoni”. Anche chi è a conoscenza del brano non ha avuto difficoltà ad accettare l’interpretazione di Lupu e a perdonargli qualche imperfezione, un peccato del tutto veniale per un esecutore di quasi 72 anni. Rarefazione vuol dire sublimazione: Lupu è insuperato maestro nelle sfumature, nel tocco misurato stilisticamente perfetto, sia che esegua un capolavoro romantico come la fantasia schumanniana o che scelga di interpretare i non esaltanti brani di Čajkovskij (alcuni dei quali normalmente eseguiti come bis e segnatamente il primo e il sesto). E serenità sta a significare che Lupu non ha più nulla da dimostrare e che quindi può eseguire in totale assenza di ansia da prestazione. Qualche scelta naturalmente è discutibile e in particolare l’incipit del terzo tempo della fantasia, nel corso del quale un tempo lentissimo unitamente a una sonorità quasi impercettibile ha in parte impedito di seguire il sottilissimo ordito musicale del brano. Una scelta coerente con l’impostazione di Lupu ma non necessariamente del tutto felice. Impeccabile l’esecuzione delle variazioni di Haydn. Un bis e come poteva non essere l’amatissimo Schubert in uno dei suoi improvvisi? Non all’altezza di altri casi l’introduzione di Maria Chiara Mazzi, dove il tentativo di trovare un impossibile filo conduttore comune ai brani scelti ha mostrato tutta l’artificiosità dell’impostazione.
Programma:
Franz Joseph Haydn Andante con 2 variazioni e coda in fa minore-maggiore Hob. XVII:6
Robert Schumann Fantasia in do maggiore op. 17
Pëtr Il’ič Čajkovskij Le stagioni, 12 pezzi caratteristici su epigrafi liriche di vari autori op. 37b
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Michele Mariotti – Teatro Comunale Bologna 13 Gennaio 2017
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Un bel concerto con l’unico difetto di un programma troppo impegnativo come lunghezza. Coadiuvato da Alessandra Marianelli soprano, Raffaella Lupinacci mezzosoprano, Alessandro Luciano tenore, Anicio Zorzi Giustiniani tenore e Michele Pertusi basso, e con un coro del teatro in particolare forma, la messa di Schubert è risultata in tutta la sua articolazione e bellezza. Difficile dare un giudizio sui “soli” data la loro esigua parte ma certamente anch’essi si sono integrati perfettamente nell’esecuzione. E per una volta l’orchestra del teatro ha fornito un prova maiuscola (che speriamo possa ripetersi in futuro) guidata con mano sicura da Mariotti che ha colto tutte le sfumature della partitura Schubertiana. Quanto alla sinfonia di Bruckner, caratterizzata come in tutte le sue opere da una gigantiasi che spesso rende difficile seguirne il filo, si può affermare che l’esecuzione è stata di buona qualità ma certo inferiore a quella schubertiana. Personalmente resto convinto che sia un errore proporre un concerto senza solisti. Un buon successo comunque (non clamoroso) di pubblico. Da notare che per il 30% la sala era vuota e chi ha un certo numero di primavere sulle spalle ricorda perfettamente che in un passato dei concerti sinfonici se ne facevano due turni (A e B): dice niente tutto questo?
Programma
Franz Schubert Messa n.6 in Mi bemolle maggiore, D 950
Anton Bruckner Sinfonia n.1 in Do minore WAB 101
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Maurizio Pollini – Teatro Comunale Bologna 9 Gennaio 2017
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Come per il concerto di Radu Lupu (v. mio post dell’8 Aprile 2014) ci si avvicina sempre ai concerti di questi “mostri sacri” con il timore di non ritrovare per motivi anagrafici quella qualità eccelsa che ha contraddistinto nel passato le loro performances. È questa la ragione che ha spinto A.Brendel a concludere qualche anno fa, all’avvicinarsi del suo ottantesimo compleanno, la sua carriera concertistica. Invecchiare consapevolmente è solo da pochi mentre molti (ad esempio Arrau, Cortot etc.) si sono rifiutati di riconoscere i segni dell’età con risultati deludenti. La tecnica pianistica è come la bellezza delle donne: inevitabilmente sfiorisce e non c’è lifting che possa farla rifiorire. Ecco, collocherei Pollini in una sorta di limbo a metà strada fra i due estremi. Un concerto piuttosto breve (un’ora di musica al posto dei 90 minuti di prammatica) che ha trovato i momenti migliori negli amatissimi, brevi brani di Schönberg e che in tutte le sonate beethoveniane ha messo in luce ancora una volta la perfetta cifra stilistica con cui il pianista milanese affronta il repertorio del compositore di Bonn. Una interpretazione musicalmente perfetta purtroppo non sempre sorretta da una tecnica immacolata che comunque il pubblico bolognese ha sostenuto con un caldo e affettuosissimo applauso, un giusto tributo al pianista che a partire dagli anni ’70 e per molti decenni è stato – a mio parere – al vertice assoluto del pianismo mondiale. Un riconoscimento che certamente ha commosso Pollini che ha concesso (cosa rara ormai) due bis.
Programma
Ludwig van Beethoven Sonata n. 8 in do minore op. 13 – “Patetica”
Arnold Schönberg Drei Klavierstücke op. 11, Sechs Kleine Klavierstücke op.19
Ludwig van Beethoven Sonata n. 24 in fa diesis maggiore op. 78, Sonata n. 23 in fa minore op. 57 – “Appassionata”
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Concerto di capodanno – Sydney opera house
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Non chiedetemi i nomi e il programma dell’ineffabile concerto tenutosi il 31 Dicembre. Una sorta di rivisitazione in chiave kitsch e sgangherata dei famosi concerti “Martini e Rossi” che chi ha un certa età ricorderà di sicuro. Una accozzaglia di cantanti sgangherati (a parte una mezzosoprano serba che ha cantato però una sola aria) si è esibita in una serie di arie celebri massacrandole senza pietà per un pubblico di bocca buonissima disposto ad applaudire anche il raglio di un asino (vocino a me una Frau tedeca si è spellata le mani mentre io mantenevo un silenzioso dissenso). Un tenore coreano che nel controcanto della celebre aria de “La traviata” non ha azzeccato una singola nota. Il concerto era “abbellito” da luci multicolori come in una recita di avanspettacolo e alla fine è stato coronato da un lancio di coriandoli rossi sparato dalle quinte. Non contenti gli organizzatori hanno deciso di terminare la pagliacciata con un can-can sfrenato (sempre di “cani” si trattava…) che naturalmente ha fatto venire giù la sala gremita in tutti gli ordini di posti. OK: al cattivo gusto non c’è limite e i nostri concerti europei al confronto sono una parata di cultura e buon gusto. Pazienza: una serata costosissima per fortuna allietata dopo il concerto da dei magnifici fuochi artificiali. Ma: never never again!
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Bosso: l’intervista – 5 Gennaio 2017
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Per gentile concessione del prof. GIampiero Cane riporto il testo integrale della sua intevista a Ezio Bosso già pubblicata su “Il Mnifesto” in forma giornalisticamente ridotta per motivi di spazio. Senza commenti.
Il sindaco di Bologna che, in quanto tale ha una posizione di rilievo anche nel teatro Comunale, in quello stesso teatro, per i suoi spettacoli, per i concerti lo si è visto piuttosto raramente: personalmente non ce l’ho visto mai, ma potrei essere io nel torto dato che non sono un assiduo frequentatore di questo teatro che con le sue produzioni e i suoi programmi mi alletta pochissimo. Quel sindaco, che si chiama Virginio Merola (il cognome ha un buffo anagramma in malore) pur mostrando d’aver gusti affatto plebei, come per i weekend in cui consegna il cuore della vecchia città all’immotivato vagabondaggio di quei pedoni che negli altri giorni sono i paria della circolazione urbana, questo sindaco si è innamorato di Ezio Bosso, onesto musicista dalle intenzioni vivaci, probabilmente frenate un po’ da una crudele sclerosi che in parte le affligge.
Intervenendo, non sarà più di un paio di mesi or sono, sul tema delle difficoltà economiche in cui il teatro versa, cosa normalissima per questa tipologia dello spettacolo, l’opera, che compete solo col circo per dispendiosità e scialo, egli ipotizzò che Ezio Bosso potesse essere il toccasana di questa istituzione che da secoli di ciò soffre e da altrettanto tempo non trova una medicina. Chiunque se ne sia occupato minimamente sa che i teatri d’opera nascono passivi: dell’impossibilità di ottenere anche solo il pareggio si lamentava già nel Seicento il compositore Giovanni Legrenzi che tentò a Venezia l’impresa di un teatro che non dipendesse dallo sfarzo dei paperoni d’antan. Il Merola avrebbe invece individuato in Bosso il toccasana locale; per fortuna non fu seguito da nessuno, nemmeno dal musicista fantasiosamente tirato in mezzo.
Questi è comunque una figura assai popolare nella scomposta scena delle musiche, sulla quale, se non distinguiamo tra musica e musica, dovrebbero stare tutti insieme Albano, Berio, Carter, Dalla, Donatoni, T. Monk, Mannoia, Scodanibbio, Adams, Goebbels, Monteverdi, C. Taylor, Bartók e mille e mille altri, comprendendovi ora anche i dj con la loro musica elettronica, che non è più naturalmente quella di Stockhausen, ma una cosa che vien fuori dal semi automatismo del cervello artificiale e ci perseguita con un martellare ritmico di cui han bisogno solo i consumatori che usano la musica come uno tra gli strumenti che possono mandarli fuori di testa, “Out to lunch” come mi sembra dicessero in gergo i neri Usa nell’assai alto medioevo degli anni Sessanta. Poi è arrivata la post-modernità e le jam session hanno prodotto solo marmellatina diuretica, fusion, disco et similia per la cui nobiltà non bastano nemmeno Uri Caine e Paolo Fresu; “figuriamoci Ezio Bosso”, mi vien spontaneo scrivere, con ciò rivelando solo una natura, la mia, che vive nell’epoca dei triceratopi.
Ezio Bosso comunque è stato chiamato a coprire un ruolo che forse è più onorifico che funzionale, comunque avrà il peso che le fortune del pianista e compositore riusciranno a ottenergli. Merola dice che la musica “deve essere libera”. Chissà da che? Bosso aggiunge che il coro e l’orchestra sono una comunità e che quest’ultima starebbe al fondamento di tutta la musica. Forse per questo ha scelto, a quanto dice, il programma del suo concerto inaugurale (giovedì prossimo 22) insieme agli orchestrali. Ne è saltata fuori la stessa ovvietà, più o meno, che caratterizza i concerti passatempo, con l’Italiana di Mendelssohn, Fratres di Arvo Paert, un po’ di Bach e l’Adagio per archi, gran pizza di Barber, oltre a due pagine di Bosso per pianoforte ed archi. I proventi del concerto dovrebbero andare ai terremotati dell’Umbria.
Incontro Ezio Bosso dopo una delle prove e non stento a ottenerne la simpatia umana, anche se forse egli si aspetterebbe da me qualche richiamo alle cose che l’hanno reso noto e quasi un divo tra i consumatori di TV. Gli chiedo se è vero che sia sfuggito a una rapina perché, riconosciuto dai malviventi, era stato “graziato”. Mi dice di sì e sembra che la cosa lo gratifichi: il crimine passa sullo sfondo ed è perdonato per la notorietà. Magari a un chirurgo di complicati trapianti non sarebbe andata così.
Gli chiedo di elencarmi un po’ di musiche fondamentali, una decina, e di dirmi perché, ma egli si cela dietro all’imbarazzo di dover scegliere: “Dalle mie prime memorie so che la musica ha segnato la mia vita, poi anche politica, o sviluppato un pensiero. Da Bach a Beethoven, a Liszt, a Chopin, Cage, Cecil Taylor, Pete Townshed o i Jam, Glass o i Morphine e la lista sarebbe ancora lunga”.
Ma vorrei sapere se c’è almeno un musicista che l’abbia impressionato più profondamente; egli è deciso nel dichiarare “Claudio Abbado”.
Questa scelta mi sembra un po’ strana oggi, quando un direttore può essere mediazione o sommatoria di quel che han già fatto altri: le registrazioni appiattiscono le originalità, ma visto che il mio interlocutore aspira ad affermarsi anche come direttore d’orchestra, senza chiedergli se conosce il vecchio Mengelberg e il “suo” Mahler, passo ad altro argomento e gli chiedo se ritenga che ci sia un’epoca musicale migliore delle altre.
“No” risponde, ma afferma che la presente è “la meno produttiva e creativa; in assoluto la più reazionaria”. Mi sembra detto piuttosto strano per un musicista che ha avuto il suo gran successo con un Sanremo.
Gli chiedo se sia più importante produrre quelle cose che sono chiamate eventi o avere una continuità d’applicazione. C’è una qualche iniziativa delle quale ti vien da dire “tanto rumore per nulla”?
Non ottengo risposta.
Ha senso che si protegga un genere? Il ritardo culturale che si manifesta nella vita musicale corrente è colpa di qualcuno. Il concertismo è uno strumento contro l’analfabetismo musicale o semplicemente una forma dello spettacolo?
“No comment”.
Ti senti artista o showman?
“Artista è una qualifica che dovrebbe essere data solo postuma, per quel che riguarda la musica (Chissà perché?, penso, ma sto zitto). Io – dice – mi sento una persona”.
Oltre a salvarti, a quanto pare, da un’aggressione, il festival della canzone italiana ha un senso per te? La suddetta canzone è un genere vivo, ci migliora?
“Non sono un particolare amante delle canzoni – mi dice – , non le capisco abbastanza bene. Dopo di che qualsiasi forma creativa porti benessere a qualcuno ha comunque la mia stima umana”.
D’accordo, forse, ma non saprei se qualcuno sia mai guarito da alcunché.
Dovrebbe sapere con chi collaborerà in quanto direttore principale ospite del teatro. Direi che inizi con un’edicola al vuoto di un teatro che si dice indirizzato a promuovere la musica moderna. Ma Bologna Modern, festival delle musiche contemporanee svoltosi tra il 14 e il 23 ottobre scorsi, della produzione Usa (e getta) del 900 ha presentato solo una musica di John Adams. Chissà se la cosa abbia da essere spiegata col comunismo ufficiale della città nel secondo dopoguerra. Allora, quando il sindaco era comunista, spesso il teatro era un contentino al PSI. Prima di Bomodern il teatro s’era impegnato in un tutto Nono e lì di picismo non ce n’era poco, di musica sopportabile invece, sì.
Cosa ti dicono, gli chiedo, i nomi di Sangiorgi, Carosone, Bollani e Michelangeli?
Risponde che si tratta di “tre musicisti jazz molto apprezzati e bravi (anche a cantare e fare imitazioni) e grandi animali da palcoscenico e di un musicista che al pianoforte ha inseguito e trovato la perfezione anche a discapito di altro”.
Non capisco di chi parli, ma lasciamo perdere.
PS Spero di avere trascritto senza errori il testo. Per eventuali imprecisioni chiedo scusa anticipatamente
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La turrita ai Pooh etc.- Bologna 30 Dicembre 2016
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Per avere un’idea di come siamo diventati lo zimbello musicale d’Italia, dopo l’ “affaire” Bosso, leggo dalla mia lontana Australia che verrà consegnata la turrita d’oro ai Pooh per i 50 anni di carriera, un riconoscimento che dovrebbe essere assegnato dal comune solo a chi ha onorato la città con riconosciuti ed eccezionali meriti culturali. I Pooh???? La nostra città è diventata la capitale del nazional-popolare e si aspetta solo che il teatro comunale dedichi loro una stagione alla stregua della sinfonica o dell’operistica. Sia chiaro, “tout se tient” se si considera il Nobel a Dylan o le ore dedicate dai telegiornali alla morte di George Michael. Se morisse Maurizio Pollini (lunga vita al grande maestro!) ne sarebbe data notizia solo nella coda del telegiornale delle 3 di notte (e forse neppure..). Ma un ulteriore segnale del ridicolo viene dalla risposta dell’assessore Gambarelli all’interrogazione del consigliere Bugani in merito alla recita saltata del Werther. Solo una massa di dilettanti può non essere in grado di trovare in tempo un sostituto (e non averlo previsto!!!) ed è esilarante notare che nella risposta dell’assessore si scopre che è anche esperta di opera definendo la prestazione di Mariotti di “qualità estrema, eccezionale, eccelsa”. Ma era presente, visto che brilla notoriamente per la sua assenza, e quali sono i suoi termini di paragone? E cosa c’entra con il merito dell’interrogazione? E come fa ad asserire che la “defaillance” di un cantante è evento assolutamente eccezionale visto che succede in tutto il mondo a partire dalla famosa rinuncia della Callas che lanciò Anita Cerquetti (e in tal caso la sostituzione avvenne in tempo reale)? Dopo Ronchi e la meteora Conte siamo finiti .. nella brace. Assessore e sovrintendente: Dio li fa poi li accompagna! Forse ha ragione un mio conoscente che ha suggerito che come prossimo sovrintendente del teatro sia nominata Orietta Berti che con il suo buon senso emiliano saprà far meglio del compositore Sani….
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Ezio Bosso again (last)!!!- Teatro Comunale Bologna
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Riprendo dal Blog di Anna Bandettini. …..
20 dicembre 2016
MEROLA, BOSSO E LA FACCIATA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Il mio collega Angelo Foletto ha scritto un commento alla vicenda del Comunale di Bologna dove è stato nominato direttore principale Ezio Bosso. Lo ospito volentierti nel mio blog:
«Nel corso della conferenza stampa di presentazione del concerto straordinario del 22 dicembre, il Sindaco ha inoltre annunciato che Ezio Bosso assumerà il ruolo di Direttore Ospite Principale del Teatro Comunale dal prossimo anno». La notizia, ripresa in grande stile per ciò che riguarda il pianista-compositore-direttore, fa pensare per altre ragioni: l’invasione di campo artistico e istituzionale del sindaco di Bologna Virginio Merola. Nel ruolo di presidente della Fondazione, Merola ha annunciato un incarico (non necessario: d’immagine ma con una definizione ufficiale impegnativa) che entra nell’organico artistico del Comunale. Avallando l’idea (solo sua?) che il maestro Bosso sia l’uomo di cui il teatro ha bisogno in un momento in cui sono i conti finanziari a non tornare, e che sia il direttore d’orchestra di fama e esperienza mondiale ideale da affiancare a Michele Mariotti, professionista d’altre e alte ambizioni, mentre così il direttore musicale sembra messo in ombra. Il tutto col dubbio che siano state calpestate regole e galateo burocratico-amministrativo e facendola somigliare a una forzatura sulla dirigenza sul cui operato amministrativo – da presidente – il sindaco ha il dovere di vigilare ma che non dovrebbe anticipare né orientare artisticamente. A meno che l’uscita non fosse una calcolata mossa di sfiducia nei confronti della dirigenza stessa, come qualcuno ha potuto maliziosamente pensare visto come sono andate le cose. E ci sia voglia di mettere le mani in prima persona nella cabina di comando del Comunale: andando controcorrente rispetto a giovani colleghe-presidentesse per legge di Fondazioni (Chiara Appendino che al Regio di Torino ha messo piede solo al terzo titolo di stagione e Virginia Raggi che all’inaugurazione dell’Opera ha fatto una fugace comparsata e basta) che dei rispettivi teatri sembrano non curarsi. E il sovrintendente-direttore artistico Sani che fa? Si dimette o protesta? Chiede chiarimenti? Si smarca, spiegando o facendo capire che il ruolo di Bosso sarà in realtà solo un incarico morale e di facciata? No, avalla, anzi se ne rallegra pubblicamente. (angelo foletto)
22 dicembre 2016
Sani e il Comunale “popolare”: ma è giusto così?
Il 20 dicembre ho ospitato in questo blog un commento del collega Angelo Foletto alla nomina di Ezio Bosso a direttore principale del Comunale di Bologna. Un commento che condividevo. All’intervento di Foletto è poi arrivata una replica del sovrintendente della Fondazione lirica bolognese che pubblico qui di seguito.
Da diversi anni, sia come direttore artistico, che come sovrintendente, sono impegnato in prima persona nel rinnovamento delle proposte artistiche dei Teatri d’Opera, in particolare per quanto riguarda le Fondazioni Lirico-Sinfoniche del nostro Paese. In questi anni ho realizzato alcune delle produzioni d’opera più innovative che siano mai state presentate in Italia, coinvolgendo artisti che vanno da Bob Wilson a Anish Kapoor, da Peter Greenaway a Matthew Barney, da Romeo Castellucci a Fanny & Alexander e molti altri. Nella Sinfonica, i grandi cicli dedicati a Schoenberg, Cage, Nono, le Stagioni tematiche sulle diverse aree geo-culturali del XX secolo, sono solo alcuni esempi. L’opera contemporanea abita da sempre le Stagioni di cui curo la programmazione, affiancando ad ogni titolo un’azione molto approfondita sul piano formativo e divulgativo, che ha sempre dato ottimi risultati in termini di ritorno di pubblico. Sono convinto che i teatri d’opera debbano aprirsi sempre di più ad ogni forma di espressione legata alla teatralizzazione del suono, al rapporto con gli altri linguaggi contemporanei, anche quando si propone il grande repertorio lirico del passato. Come compositore, lavoro da sempre sulle forme di intersezione tra i codici, partendo dalla ricerca e sperimentazione sonora.
Mi sorprende un po’ quindi quello che scrive Angelo Foletto, che mi conosce da molto tempo e conosce le direzioni del mio impegno artistico e manageriale. Nel mio percorso ho incontrato a Bologna un paio di anni fa Ezio Bosso, trovando in lui convergenze ideali e di visione culturale. Abbiamo fatto diverse ipotesi di collaborazione e ora ci siamo trovati a poter condividere un progetto comune, da sviluppare nel tempo, nato dalla realizzazione di un concerto di beneficenza per le vittime del terremoto in centro Italia, che avrà luogo al Teatro Comunale di Bologna. In programma musiche di Arvo Part, Samuel Barber, Bach, Bosso, Mendelssohn. Chi conosce le mie programmazioni sa che questa è una proposta che rientra perfettamente nelle linee che ho portato avanti in questi anni. Vorrei quindi dire ad Angelo che tra me e Ezio Bosso c’è molta intesa e che penso che il ruolo di direttore ospite principale non debba avere necessariamente a che fare con il direttore musicale del Teatro. Può essere una figura che viaggia su un binario parallelo, che arricchisce la programmazione con nuovi progetti che ampliano ed amplificano l’offerta del nostro Teatro. Per questo sono convinto che Ezio Bosso sia un valore aggiunto importante per il Comunale di Bologna, un Teatro che ha aperto molte strade, molte delle quali si intersecano con le sue idee e i suoi progetti. E’ vero, questa collaborazione è stata annunciata dal Sindaco di Bologna Virginio Merola nel corso di una conferenza stampa; è stata un’idea concordata assieme e non vedo alcun problema nel fatto che il Presidente della Fondazione annunci una nuova importante iniziativa che riguarda il Teatro.
A Bologna stiamo sviluppando un laboratorio di idee e di esperienze che ruota attorno al Teatro, coinvolgendo anche molti aspetti della vita sociale e civile. Abbiamo una grande partecipazione di studenti nelle recite della stagione, coinvolgiamo un tessuto sociale nuovo, sviluppiamo progetti con tutte le principali istituzioni della città e del territorio, a cominciare dai festival di avanguardia a importanti strutture come Cineteca, MamBo e FICO, il nuovo polo dell’agroalimentare. E non è vero che a Bologna i conti non tornano; è più giusto dire che non tornavano e che stiamo lavorando intensamente, assieme a tutte le forze vive della città, per farli tornare. E in questa situazione non facile abbiamo portato avanti con grande coerenza e determinazione una proposta culturale che unisce il grande repertorio a innovazione e sperimentazione. Vorrei a questo proposito citare un bell’articolo di Giuseppe Laterza, uscito di recente sul Mattino di Napoli: “Quando impareremo che la cura della grande bellezza può essere affiancata ad una programmazione culturale intelligente, al tempo stesso popolare e sperimentale, avremo fatto un grande passo in avanti”. Per questo tengo molto a questa collaborazione con Ezio Bosso e non vedo perché non debba rallegrarmene!”.
Nicola Sani, Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna
E Angelo Foletto risponde
Troppe parole, troppe maiuscole (Stagioni, Teatro, Sinfonia, Opera, Sindaco), troppa autobiografia, nessuna risposta. Eppure la domanda di fondo era chiara: cosa c’entra Ezio Bosso con la storia, l’organigramma e il futuro del Comunale? Quanto incide sulla linea gestionale e culturale del teatro la deriva populista, ignara di fatti culturali ma interventista, dei nuovi amministratori pubblici? Il sovrintendente, ma anche «compositore, direttore artistico, manager culturale e giornalista», Nicola Sani esibisce il medagliere – cosa facile vista la sua attuale collezione di incarichi – ma non chiarisce né rassicura. Spacciare un concerto prenatalizio a scopi benefici come frutto di «convergenze ideali e di visione culturale» significa tentare di imbrogliare le carte contando sull’ingenua condiscendenza cittadina: dalla dirigenza e dalla storia della Fondazione lirico-sinfonica bolognese ci si aspettavano altre considerazioni. A incassi conteggiati e devoluti, il concerto sarà ricordato solo come un bel gesto e una furbata plausibile perché a fin di bene.
Nicola Sani rivela che «le sue [del maestro Bosso] idee e i suoi progetti» si potranno intersecare con «strade aperte» dal teatro su un progetto dove «popolare e sperimentale» si daranno reciprocamente sostegno. Autocelebratosi come esperto di ciò che è sperimentale («impegnato in prima persona nel rinnovamento delle proposte artistiche dei Teatri d’Opera»), Sani associa il popolare a Bosso e fa una bella confusione di qualità e di categoria. Mettendosi, c’è da augurarsi a utili scopi futuri e non per servizio, sullo stesso piano culturale di chi governa la città e ha modelli artistico-professionali di riferimento più scontati e demagogici.
Quanto all’affermazione poco riguardosa nei confronti di Michele Mariotti che della nomina ufficiale di Bosso ha saputo a cose fatte («Penso che il ruolo di direttore ospite principale non debba avere necessariamente a che fare con il direttore musicale del Teatro»), sarebbe istruttivo sapere quanto l’interessato è d’accordo.
E il comitato di indirizzo del teatro non ha nulla da dire? Non comitato ma convitato….di pietra! (G. Neri)
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Ezio Bosso – Teatro Comunale Bologna
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Per avere un’idea di come siamo diventati lo zimbello musicale d’Italia leggere l’articolo sul manifesto del 21 Dicembre e l’intervento di A.Foletto ospitato sul blog di Anna Bandettini di Repubblica del 20 dicembre segnalatimi da un collega. Evviva i dilettanti allo sbaraglio!!!!!!
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Bosso Comunale- 17 Dicembre 2017
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Dunque è fatta! Il carrozzone del teatro Comunale bolognese imbarca Ezio Bosso come salvatore del teatro, una figura di spicco internazionale invidiataci da tutti i teatri del mondo… e le cui uniche credenziali sono l’avere partecipato al festival di Sanremo e (con tutto il rispetto dovuto alla sua persona) il fatto di soffrire di una malattia disabilitante che ha fatto pensare ai dirigenti del teatro che generando un senso di solidarietà porterà al teatro quei contributi che il comune anche quest’anno ha dovuto versare mancando gli sponsors. Musicista nazional-popolare che ben si attaglia al futuro del teatro che vede il Comunale scadere a teatro di provincia. Complimenti a tutto lo staff del teatro per una scelta che ancora una volta, in assenza di una dirigenza all’altezza della situazione a partire dal sovrintendente e dal direttore generale finendo all’inadeguato consiglio di indirizzo (ma esiste? batte mai un colpo?), ci espone al ridicolo di tutti gli amanti della musica. Posso ripetere mala tempora…?
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Werther- Bologna Teatro comunale 15 Dicembre 2016
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Come sempre succede il libretto del Werther è una trista riduzione del bellissimo romanzo di Goethe Die Leiden des jungen Werthers : ma si sa, è impossibile trasporre in un libretto tutte quelle sfumature e considerazioni che in un romanzo sono presenti, come accade anche per i grandi drammi teatrali (i.e. Othello, Don Carlo wtc.). E la bella musica di Massenet non riesce comunque a recuperare una storia che così trasformata appare del tutto priva di senso, unitamente all’improbabile tempo che impiega Werther a esalare l’ultimo respiro dopo avere avuto la forza di cantare per un buon quarto d’ora (qualcuno ha ipotizzato che in realtà si sia sparato a un piede!). Ciò detto va invece lodata la bella regia di Rosetta Cucchi e le scene di Tiziano Santi; finalmente una messa in scena che riflette il milieu in cui è ambientato il romanzo evitando quelle ridicole forzature cui alcune regie “creative” del teatro Comunale ci hanno purtroppo abituato e che – stando alle voci che corrono – ritorneranno ohimè a partire dal Ratto dal serraglio che aprirà la stagione 2017. Ben venga quindi una regia misurata e intimistica che riflette l’ambiente piccolo borghese e le insuperabili convenzioni in cui si svolge l’azione scenica e che sottolinea correttamente il dramma dei due protagonisti. L’amatissimo dal pubblico bolognese Juan Diego Florez nel ruolo di Werther ha offerto una bella prova piagata inesorabilmente però dal tono freddo e metallico della sua voce, un limite insuperabile del tenore peruviano. Una bellissima sorpresa è invece venuta dalla Charlotte di Isabel Leonard che ha offerta una prova di eccellenza con un unico neo della parte finale del primo duetto del secondo atto. Un peccato veniale a fronte di una voce calda e drammatica che ha sempre trovato la misura giusta nel corso della sua performance: una voce che vorremmo risentire al teatro Comunale di Bologna. E un plauso anche alla fresca e spiritosa Sophie di Ruth Iniesta. Nella norma gli altri comprimari. E per una volta anche l’orchestra del teatro ha fornito una bella prova sotto una direzione vigorosa e allo stesso tempo romantica di Michele Mariotti. Insomma un bello spettacolo che ha in qualche modo risarcito gli spettatori di una stagione non certo indimenticabile (o forse indimenticabile ma per motivi non proprio positivi….). Teniamo le dita incrociate per la stagione 2017!
PS In una versione precedente di questo post avevo scritto erroneamente Das Leiden… anzichè Die Leiden .. Devo al prof. G.C.Barozzi la segnalazione
Cast
Werther |
Juan Diego Florez
|
Le Bailli |
Luca Gallo |
Charlotte |
Isabel Leonard
|
Albert |
Jean-François Lapointe
|
Schmidt |
Alessandro Luciano |
Johann |
Lorenzo Malagola Barbieri |
Sophie |
Ruth Iniesta |
Brühlmann |
Tommaso Caramia |
Kätchen |
Aloisa Aisemberg |
Clara |
Susanna Boninsegni |
Fritz |
Carlo Alberto Brunelli |
Gretel |
Irene Cavalieri |
Hans |
Diego Bolognesi |
Karl |
Pietro Bolognini |
Max |
Marco Conti |
Mimi bambini |
Gioele Corvino, Eleonora Dodi, Anna Montaguri, Cecilia Pagliaro, Nicolò Rossi, Carlotta Tilli |
Direttore |
Michele Mariotti |
Regia |
Rosetta Cucchi |
Scene |
Tiziano Santi |
Costumi |
Claudia Pernigotti |
Luci |
Daniele Naldi |
Maestro del Coro Voci Bianche |
Alhambra Superchi |
Nuova produzione del TCBO
Orchestra, Coro, Coro di Voci Bianche e Tecnici del TCBO
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Concerto Köln Carmignola- Bologna Musica Insieme 12 Dicembre 2016
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L’ennesima formazione barocca “filologica” (archi barocchi, niente tiracantini, faticosa accordatura con bischeri, violoncelli fra le gambe etc. etc – uffa che noia direbbe Don Bartolo,,,,) difficile da giudicare. Qualità accettabile ma nulla di più. Deludente invece la prova di Giuliano Carmignola. La tecnica non è più quella di un tempo, il suono lascia a desiderare, c’è una spasmodica ricerca della velocità a fini virtuosistici che nulla ha a che fare con una esecuzione “filologica” e che porta a non poche imprecisioni. Soprattutto è stato nel concerto di due violini di Bach che gli errori di impostazione si sono fatti sentire. Il concerto è di impostazione esattamente simmetrica mentre nella esecuzione di Carmignola e del Concerto Köln vi è stato un clamoroso squilibrio fra i due violini. Carmignola “spara” sempre con un volume di suono che sovrasta il suono più flebile della Konzertmeisterin dell’ensemble barocco: un errore imperdonabile che ha snaturato il bellissimo concerto. Gli stessi tipi di errore si sono avuti nelle altre due esecuzioni che hanno visto Carmignola come solista. Insomma un concerto deludente e anche ormai un po’ ripetitivo: di insiemi barocchi ne abbiamo avuti a sufficienza! Naturalmente successo del pubblico di bocca buona di Musica Insieme che come sempre ha applaudito la musica senza capire assolutamente nulla dell’esecuzione. Buon per loro (cuor contento il ciel l’aiuta…)! Un plauso – una volta tanto!- all’introduzione di Maria Chiara Mazzi che anziché tentare un’impossibile esegesi dei brani eseguiti ha ricordato i presupposti della nascita del concerto. Finalmente un po’ di buon senso!
Programma
Pietro Antonio Locatelli Concerto Grosso in sol minore op. 1 n. 12
Charles Avison Da 12 Concerti in sette parti dalle Sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti: Concerto XI in sol maggiore
Johann Sebastian Bach Concerto in re minore BWV 1043 per due violini, archi e continuo
Benedetto Marcello Sinfonia in re maggiore dall’oratorio Gioàs
Johann Sebastian Bach Concerto in la minore BWV 1041 per violino, archi e continuo, Concerto in mi maggiore BWV 1042 per violino, archi e continuo
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Rassekhi Carmarino – Bologna Filarmonica 7 Dicembre 2016
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Nella sequenza di respirazioni “bocca a bocca” per trovare fondi per la resurrezione dell’orchestra Mozart il violista Rassekhi dell’orchestra Mozart e il pianista Carmarino hanno eseguito un programma nutrito. Diciamo subito che l’esecuzione della viola nei primi due brani non è stata impeccabile, soprattutto nell’ “Arpeggione”, notoriamente una delle sonate più difficili per violoncello. Non sono in grado di dire se la stessa difficoltà si riscontra nella trascrizione per viola ma in ogni caso il risultato non è stato di certo stratosferico. Qualche incertezza anche nel secondo brano dei Märchenbilder peraltro di buona esecuzione. Il brano maggiormente riuscito è stato certamente la sonata di Šostakovič, l’unico esplicitamente scritto per la viola nel quale Rassekhi ha saputo trovare le sonorità giuste. Di buona qualità il pianismo di Carmarino ma in toto il concerto non si può certo annoverare fra quelli memorabili
Programma
F. Schubert Sonata in la minore “Arpeggione” D821
R Schumann Märchenbilder op. 113
D. Šostakovič Sonata per viola e pianoforte op.147
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Mariotti Hamelin – Bologna Manzoni 3 Dicembre 2016
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Marc-André Hamelin è concertista di primissimo ordine ingiustamente finora trascurato dalle organizzazioni bolognesi (drammaticamente conservatrici – non uso l’aggettivo provinciale perché rimproveratomi da una lettrice…) di cui ricordiamo una magistrale esecuzione (disponibile su CD) del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Brahms con la direzione di Andrew Litton e la Dallas Simphony Orchestra. Nel concerto di ieri sera ha ancora una volta dimostrato le proprie doti. Dotato di un pianismo che nulla concede agli effetti speciali la sua esecuzione ha scavato a fondo nel significato musicale del quarto concerto con una esecuzione che ha ricordato da vicino il pianismo di Alfred Brendel. Tecnica raffinatissima ma sempre all’esclusivo servizio dell’interpretazione con una dinamica dei suoni che ha permesso di apprezzare in tutte le sue dimensioni gli aspetti più profondi della partitura senza alcuna sbavatura in tutti e tre i tempi. Di questo approccio se ne è avuta una prova fin dai primi accordi di apertura del primo tempo. In un’esecuzione che non esito a definire perfetta l’unico neo sono state le due cadenze del primo e dell’ultimo tempo, composte da Hamelin, i cui influssi para-jazzistici poco e nulla hanno avuto a che vedere con lo spirito del concerto e nei quali – a differenza di quanto ci si deve aspettare in una cadenza – i temi dei tempi cui esse facevano riferimento, sono risultati quasi inesistenti rompendo il discorso musicale con una cesura francamente da evitare. L’interesse jazzistico del pianista è stato anche rimarcato dai due bis (di autore a me ignoto ma forse dello stesso Hamelin). Un esecutore, comunque di altissimo livello che dobbiamo augurarci di potere risentire quanto prima in un recital solistico. Di ottima qualità l’esecuzione della quinta sinfonia di Beethoven, soprattutto nell’ultimo tempo e nella sua misteriosa introduzione mentre un po’ meno significativo è risultato il primo tempo. Non giudicabile il breve brano mahleriano. Ovviamente Michele Mariotti cerca di ottenere il meglio dall’orchestra del teatro comunale i cui limiti sono ben noti e nella quale ancora una volta per due volte (nel primo tempo del concerto e della sinfonia) la sezione dei corni ha lasciato a desiderare.
Programma
Gustav Mahler Blumine
Ludwig van Beethoven Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra in sol maggiore Op. 58
Ludwig van Beethoven Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67
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Viviana Lasaracina – Bologna Conoscere la musica 1 Dicembre 2016
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Dotata di una tecnica di prim’ordine Lasaracina affronta senza difficoltà partiture impervie senza tralasciare di sottolineare (non sempre) gli aspetti musicali presenti. Il suo entusiasmo la porta talvolta ad esagerare e quindi a commettere errori (in realtà in numero molto contenuto) che potrebbe facilmente evitare. Il suo è un pianismo esuberante che poco lascia all’introspezione, peraltro non misurabile in un repertorio tutto di origine russa. Di ottima qualità l’esecuzione del brano di Rachmaninov (autore molto amato come risulta anche dall’unico bis concesso, il suo più famoso Momento musicale) mentre forse due trascrizioni virtuosistiche in un solo concerto sono troppe, anche perché più che di trascrizioni si tratta di “rielaborazioni” a metà fra la trascrizione classica e la parafrasi di stampo Lisztiano. Brani di gusto discutibile ma ottimi per mettere in risalto le potenzialità tecniche della giovane pianista. Analogamente buona l’interpretazione della sonata di Scriabin nella quale però è mancato il lato (sempre presente in questo autore) di origine postromantica. Una pianista che vorremmo risentire in un repertorio più articolato per potere meglio valutarne le doti interpretative e la sensibilità musicale su un ventaglio di autori meno culturalmente ristretto.
Programma
S. Rachmaninov Variazioni su un tema di Corelli op. 42
P.I. Tchaikovky/M.Pletnev Suite dal balletto “Lo schiaccianoci”
A. Scriabin Sonata n.3 in fa diessis minore op. 23
I. Stravinky/G.Agosti Suite da “L’uccello di fuoco”
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Accademia bizantina -Galou- Bologna Manzoni 28 Novembre 2016
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Il concerto, a favore della fondazione FACE3DBo, si presenta subito come un’occasione mondana con un pubblico (confinato solo in platea) largamente composto da persone che mai hanno calcato una sala da concerto, con tutte le ovvie conseguenze. Circondato da tre signorine sulla trentina sono stato massacrato da telefonini accesi, chiacchiere etc. etc. Addirittura la signorina al mio fianco ogni minuto accendeva il telefonino in modo compulsivo come in preda a una crisi di astinenza senza averne alcun motivo. Le due signore nella fila dietro hanno a lungo commentato la bellezza della sala in cui non erano mai state e oltre non mi dilungo perché credo che l’atmosfera da “parvenus” sia chiara. Purtroppo la maleducazione di cui sopra si riscontra anche nei concerti “normali” senza che vengano prese contromisure adeguate (e che sarebbero assolutamente possibili, solo che manca la volontà politica come nel caso di Musica Insieme o all’opera al Comunale). Ma veniamo al concerto. L’accademia bizantina è una buona formazione con una volontà esasperata di esecuzione filologica: ne fanno fede la presenza di archetti allungati e strumenti come la viola da gamba, il contrabbasso barocco etc. ma anche l’assenza dei tiracantini negli strumenti ad arco. L’uso solo dei bischeri impone lunghe e snervanti sessioni di accordatura senza che nessun vantaggio acustico se ne tragga: solo un effetto scena di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Mediamente il complesso suona bene. Ma del tutto inadeguato è risultato il primo violino nell’esecuzione de “Le quattro stagioni”, con evidenti incidenti di percorso, un suono spesso stridulo e, nel complesso, il tentativo di stupire il pubblico con velocità esasperate a scapito della musicalità. Insomma un’esecuzione da dimenticare. E non meglio sono risultate le arie interpretate dal contralto: una voce piccola piccola ed opaca e con una agilità certamente non prim’ordine. Da stigmatizzare anche l’assenza dei testi delle arie nel programma. Un’aria viavaldiana come bis finale.
Programma
W.F. Bach Concerto per clavicembalo in fa mniore
A. Vivaldi Aria “Agitata infido flatu”
N. Jommelli Aria “Prigionier cha fa ritorno”
A. Vivaldi Aria “D’un bel viso”
A. Vivaldi Le quattro stagioni
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S.Paul Chamber Orchestra Kopatchinskaja – Musica Insieme Bologna 21 Novembre 2016
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Un concerto da vedere oltre che da ascoltare con luci che si spengono ad esempio per il Canto bizantino con la Kopatchinskaja che recita il testo di Der Tod und das Mädchen, il tutto in una sequenza di brani arbitraria e con una “trascrizione” per orchestra d’archi del celebre quartetto di Schubert, che in larga misura non è altro che lo stesso quartetto in cui le parti sono replicate. Un’operazione di cui non si sentiva proprio il bisogno anche per il fatto che l’equilibrio quasi perfetto fra i vari strumenti della versione schubertiana viene qui alterato trasformando il tutto in una sorta di concerto per violino ed archi. La sete di novità fa brutti scherzi. Ciò detto va riconosciuta la verve e la tecnica eccellente della Kopatchinskaja (sottolineata anche da una mimica facciale e corporale non comune) anche se il suono nel concerto di Mendelssohn è risultato in alcune parti un po’ debole. Una violinista che vorremmo riascoltare in un concerto più tradizionale, ad esempio violino e pianoforte o nell’esecuzione di brani puramente solistici come sonate e partite di Bach o nelle sonate di Ysaye. Ottima la qualità del complesso della St.Paul Chamber orchestra. Naturalmente ottimo successo di pubblico (e quando mai il contrario a Musica Insieme?).
Programma
G. Klein Partita per archi (arrangiamento di V. Saudek)
F. Mendelssohn Concerto in re minore op. post. per violino e archi
Anonimo Canto Bizantino sul Salmo 140 (arrangiamento per archi di P. Kopatchinskaja)
F. Schubert Lied La morte e la fanciulla in re minore D 531 (arrangiamento per archi di M. Wiancko)
J. Dowland Da Lachrimae or Seaven Teares: Lachrimae Antiquae Novae per quintetto d’archi
G. Kurtág Ligatura – Message to Frances-Marie (The Answered Unanswered Question) op. 31b (seconda versione) per archi e celesta
Da Kafka Fragments op. 24: Ruhelos per violino solo
F.Schubert Quartetto in re minore D 810 – La morte e la fanciulla (arrangiamento per violino e archi di P. Kopatchinskaja)
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Bostridge Drake – Bologna festival 16 18 20 Novembre 2016
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Che Bostridge sia un inglese doc lo si potrebbe intuire dalla figura e dall’abito un po’ stile mod: alto, allampanato, dinoccolato e magro (“come una saracca” si direbbe a Bologna); rispetto a qualche anno fa vestito un po’ più elegante (ma rigorosamente senza cravatta) e senza cantare con una mano in tasca. Tre concerti di qualità anche se è difficile capire perché non tutte le tre raccolte schubertiane siano state eseguite. Finalmente un interprete liederistico che richiede che il coperchio del piano sia solo parzialmente aperto per non coprire (come spessissimo accade) la voce in una sala che quanto ad acustica lascia molto a desiderare. Grande vocalità ma anche una chiara mancanza di esperienza teatrale operistica che è però parte importante di un concerto di Lieder come comprovato – ad esempio – dal grande concerto tenuto da Michael Schade alla Scala o dai concerti di Angelika Kirchschlager e di altri interpreti abituati a calcare i palcoscenici operistici. Questo nulla toglie, ovviamente, all’interpretazione vocale di Bostridge cui manca anche, però, una corretta pronuncia della lingua tedesca (grave nel caso del Lied). Insomma tre grandi concerti il cui programma è però risultato sbilanciato venendo a mancare l’integrale del Schwanengesang a favore di un concerto variegato con l’impiego del corno (un’ottima esecuzione del cornista Alessio Allegrini): una scelta interessante ma stranamente ingiustificata (o forse dettata dal noto e miope timore degli organizzatori che i concerti liederistici possano ricevere poca attenzione). Venendo alle tre serate possiamo affermare che la vocalità di Bostridge è di prim’ordine così come di prim’ordine è la resa multiforme del mondo Schubertiano, coadiuvato in questa impresa dall’ottima qualità del pianista Julius Drake e del cornista e dall’affiatamento fra gli esecutori (ovviamente principalmente il pianista). Interessante anche il melologo di Britten, autore molto amato da Bostridge. Purtroppo l’acustica della sala non ha permesso a chi era nelle ultime file di udire la parte recitata del melologo e in tutte e tre le serate il non avere distribuito i testi (se non acquistando a caro prezzo l’intero programma del Bologna Festival – al termine della stagione!) è una forma di provincialismo che non ricorre nelle sale da concerto di qualità. Grande successo di pubblico: il salone Bolognini era praticamente pieno a riprova che il Lied non è un genere disprezzato dal pubblico bolognese (vero Musica Insieme…) quando l’interprete è di qualità. Nel caso di Bostridge va anche aggiunto che il cantante è ormai anche una star mediatica cui ovviamente si perdona tutto, magari non essendo facile per il pubblico in Italia un confronto con altri interpreti. Ma ben venga il glamour se porta il grande pubblico ad apprezzare appieno un genere purtroppo poco praticato in Italia. Insomma speriamo bene per un genere musicale così trascurato nel nostro paese…
Programma
F. Schubert Die schöne Müllerin op.25 D.795
F. Schubert Winterreise op.89 D.911
R. Schumann Liederkreis op.24
F. Schubert Auf dem Strom op.119 D.943 per voce, corno e pianoforte
F. Schubert Lieder da Schwanengesang D.957
R. Schumann Adagio e Allegro op.70 per corno e pianoforte
B. Britten The Heart of the Matter per voce, corno e pianoforte
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Le nozze di Figaro – La scala 2 Novembre 2016
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Premetto: ho visto l’opera solo in TV con tutti i limiti che ne conseguono. Ma…smorfie, mossette, ammiccamenti, insomma tutto il tipico repertorio dei guitti è ammannito dal regista a profusione in una non memorabile messa in scena scaligera de “Le nozze di Figaro” contestate non senza ragione dal loggione con ripetuti buuh. Tutto considerato l’avere ridato ai personaggi i costumi dell’epoca era un ritorno che faceva ben sperare (dopo tante regie “creative”) ma i richiami erronei alla splendida realizzazione strehleriana (a partire dalla poltrona nella scena di Cherubino nel boudoir della contessa) hanno soltanto sottolineato l’impostazione velleitaria di questo Figaro. Se il tentativo era quello di resuscitare i crismi della commedia dell’arte si può per lo meno dire che essi mal si sposano con una vicenda che nella sua comicità racchiude problematiche serie che non possono essere totalmente dimenticate in una impostazione totalmente guittonesca. E certamente non sono le figuranti che compaiono in vari momenti a salvare l’impianto anche perchè il loro ruolo è incerto e a me totalmente incomprensibile. Il cast è certamente di prim’ordine anche se la prima aria della Damrau ha denunciato qualche incertezza riscattata comunque nel corso dell’opera e in una magistrale esecuzione dell’aria “Dove sono i bei momenti”. Alvarez è un conte d’Almaviva all’altezza della sua fama. Un po’ sottotono il Cherubino di Marianne Crebassa sia per una emissione vocale non felicissima sia per un “phisique du role” non adeguato e una gestualità artificiosamente impacciata. Tutti gli altri interpreti di ottima qualità a partire dalla Susanna del soprano di colore (finalmente!) Golda Schulz. Il direttore Franz Welser-Möst ha guidato l’orchestra dignitosamente in un contesto che non ha certamente facilitato la sua opera. In ultima sintesi uno spettacolo di buona qualità musicalmente ma non all’altezza della Scala per gli aspetti scenici. Peccato!
| Direttore | Franz Welser-Möst
Michele Gamba (19 nov.) |
| Regia | Frederic Wake-Walker |
| Scene e costumi | Antony McDonald |
| Luci | Fabiana Piccioli |
CAST |
|
|---|---|
| Il Conte | Carlos Álvarez |
| La Contessa | Diana Damrau |
| Figaro | Markus Werba |
| Susanna | Golda Schultz |
| Cherubino | Marianne Crebassa |
| Marcellina | Anna Maria Chiuri |
| Bartolo/Antonio | Andrea Concetti |
| Don Basilio/Don Curzio | Kresimir Spicer |
| Barbarina | Theresa Zisser |
| Contadine | Francesca Manzo
Kristin Sveinsdottir |
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Luca Rasca – Circolo della Musica Bologna 19 Novembre 2016
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Luca Rasca è impegnato nell’esecuzione dell’integrale delle composizioni di Chopin e in questo contesto ha eseguito due composizioni praticamente mai inserite in un programma di concerto, una marcia funebre che era a me del tutto ignota e la farraginosa sonata n.1 che è solo un esercizio da studente. Due brani la cui esecuzione è di difficile valutazione. Ovviamente molto più significative le esecuzioni delle due sonate op. 35 e 58. Luca Rasca è esecutore roccioso, dotato di una buona (non eccelsa) tecnica (alcuni strafalcioni nei due scherzi e un tempo “contenuto” nello scherzo della sonata op. 58) la quale ha trovato il meglio nell’agilità del quarto tempo dell’op. 58 e che in totale ha offerto una interpretazione di media qualità. Purtroppo il difetto più evidente è la tentazione (raramente resistita) di suonare tutto troppo forte e la carenza di “respiro” nei brani eseguiti. L’opera di Chopin richiede in molte parti una cantabilità che si appoggia su sfumature con sonorità che vanno dal mf al piano e che sono in larga parte mancate nel concerto di Rasca. Oltre ai cantabili dello scherzo e della marcia funebre dell’op. 35 e al largo dell’op. 58 la cosa è risultata molto evidente nell’ultimo tempo dell’op. 35, una massa sonora che richiede uniformità di sonorità soffusa con poche, significative sfumature e che nell’esecuzione di Rasca è risultata un mf con alcuni accenti persino f. Insomma un buon professionista della tastiera che dovrebbe ripensare al mondo chopiniano e alla sua variegata coloratura. Purtroppo il concerto è stato “coronato” da un’esecuzione infame del valzer in do diesis minore dove i difetti suesposti sono risultati persino clamorosi trasformando in certe parti il valzer in una valzerino da café chantant.
PS Possibile che nelle biografie di molti esecutori ricorra la dicitura “laureato” del concorso tale e talaltro. Che vuol dire “laureato“? In un concorso o si è vinto un premio oppure si è solamente partecipato. Laureato non vuol dire nulla e serve solo a impressionare – ingiustamente – un pubblico non particolarmente avvertito. Una pessima attitudine.
Programma
F. Chopin Marcia Funebre il do. minore (oow)
Sonata n. 1 in do minore op.1
Sonata n.2 in sib minore op. 35
Sonata n. 3 in si minore op 58
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Ufficio stampa teatro comunale – Bologna 19 Novembre 2016
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Ricevo dal teatro la locandina della stagione sinfonica. Ci sono “solo” cinque errori/refusi: “abbonamneto” al posto di abbonamento, “Alfawaserman” al posto di Alfa Wasserman, “premesso” al posto di permesso, “alla Teatro” dove il teatro pare avere cambiato genere e “Pachi” al posto di palchi. Poi una maiuscola su “Concerti” incomprensibile e analogamente per “Teatro”. Ma si può? E poi ci si lamenta se il teatro viene degradato sul piano nazionale? E Sani non ha nulla da dire su un ufficio di cui il minimo che si può dire è che è composto da dilettanti? Lo sa che i dirigenti hanno la responsabilità oggettiva del teatro?
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Gabriele Carcano – Quartetto Milano 15 Novembre 2016
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Avevamo già recensito un concerto di Gabriele Carcano e il concerto tenuto per il Quartetto non può che confermarne il giudizio positivo. Questo giovane interprete alle soglie della maturità (anni 31) ha una sua ben definita dimensione artistica supportata da un’eccellente tecnica. Ne fanno fede le magnifiche interpretazioni delle sonate scarlattiane (una precisione interpretativa e stilistica che ricorda – se possibile in meglio – Grigorij Sokolov) e quelle dei brani brahmsiani, nei quali lo spirito del giovane Brahms viene messo in perfetto risalto accentuando quelle sfumature che si ritroveranno poi nelle sue ultime composizioni. Un Brahms quasi perfetto, merce rara al giorno d’oggi. Quanto alla sonata beethoveniana (non una delle mie favorite, con l’assenza di un ultimo tempo e un andante che si protrae eccessivamente in modo ripetitivo) lo stile è stato perfettamente adeguato a quella che viene considerata come l’ultima espressione del secondo periodo. Nessun eccesso nel primo tempo e una grande cantabilità nel secondo. Forse meno felici sono risultati i brani di Debussy in quanto manca al nostro quel tocco liquoreo che specialmente in Pagodes di Estampes è indispensabile per ricreare le atmosfere sognanti del brano. E lo stesso dicasi per Jardins sous la pluie dove l’aspetto tecnico ha sopravanzato quello misterioso della composizione. Ottima invece l’esecuzione de L’Isle Joyeuse a conclusione del concerto che è stato poi coronato da due bis: una mazurka di Chopin e una Gnossienne di Satie, una scelta che indica come un artista maturo e consapevole non abbia bisogno di stupire il pubblico con effetti speciali. Buon successo di un non foltissimo pubblico.
Programma
L. V. Beethoven Sonata n. 27 in mi minore op. 90
J. Brahms Sedici variazioni su un tema di Schumann op. 9
Scherzo in mi bemolle minore op. 4
D.Scarlatti Sonate K 1, K 197, K 278, K 492
C. Debussy Estampes
Masques
L’Isle Joyeuse
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Haochen Zhang – Circolo della musica Imola 11 novembre 2016
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Dalla fucina cinese ecco un giovane veramente di grandissima qualità di cui non si può dire che bene. A differenza di molti suoi compatrioti tutti muscoli e poco cervello (senza fare nomi…) Zhang è dotato di finissima sensibilità musicale capace di rispettare appieno gli stili dei brani eseguiti pur disponendo di una tecnica d’acciaio (credo che in tutto il concerto una, una sola nota non sia stata perfetta). Mai soggiace alla tentazione di eseguire i brani troppo in fretta o con profusione di eccessi. Se ne è avuta una prima prova nelle Kinderszenen schumanniane, un brano (infido per i pianisti) in cui prevalgono gli aspetti intimistici e nel quale il tocco di Zhang ha messo in luce tutta la poetica intima del compositore di Zwickau. Una capacità che si è concretizzata anche nell’Intermezzo op. 118 brahmsiano (il mondo del tardo Brahms esige una sensibilità che raramente si riscontra), e ancor più ne La fille aux cheveux de lin di Debussy eseguiti come bis. Ma a riprova della duttilità dell’interprete sono state rese perfettamente le sonorità brillanti e secche richieste dalla sonata di Prokof’ev mentre veramente impressionante è stata la cantabilità ottenuta nella sonata di Chopin (nello scherzo e nella marcia funebre). E’ forse in questa sonata che si è riscontrato l’unico piccolo difetto legato ad alcune sonorità eccessive. Ma trattasi di inezie. Un ulteriore bis per mettere in luce tutte le grandi capacità tecniche: la rivisitazione in chiave virtuosistica della Marcia turca di Mozart, opera (alquanto brutta) del pianista turco Fazil Say (indicazione non mia). Vorremmo risentire questo interprete nuovamente quanto prima (e forse dovrebbero ascoltarlo alcuni “macellai” come Matsuev, grande amico di Putin. Dio li fa poi li accompagna….).
Programma
Robert Schumann Kinderszenen op. 15
Fryderyk Chopin Sonata n. 2 op. 35
Sergej Prokof’ev Sonata n. 7
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Rigoletto – Teatro comunale Bologna 8 Novembre 2016
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La storia è quella tragica di un buffone, ma non fraintendetemi. Non sto parlando di Rigoletto ma di una buffonata teatrale ammannita dal “regista” Alessio Pizzech, un carneade catapultato al teatro comunale, che naturalmente per segnalarsi vuole impressionare, strafare, come accade – ad esempio – ai direttori di orchestra di terza categoria che si dimenano sul podio sostituendo invano la ginnastica all’autorevolezza della bacchetta. Rigoletto viene presentato come una “drag-queen“, con tanto di calza velata con giarrettiera e durante l’ouverture si infila una scarpa col tacco. Probabilmente il “regista” in un futuro (se non viene prima tempestivamente cacciato da tutti i teatri d’opera) si inventerà un Rigoletto femmina (come è accaduto alla Deutsche Oper di Berlino con un pasha del Ratto del Serraglio donna – viva il transgender!). La prima scena è volgare quanto basta (una tentazione cui il regista non sa sottrarsi ogniqualvolta si tratta del palazzo del Duca di Mantova) con atti sessuali espliciti di pessimo gusto che non provocano più, ma semmai annoiano. Sembra di vedere un impianto scenico della Komische Oper di Berlino prima del cambio del sovrintendente. Per essere sicuro di essere capito poi nella seconda scena a palazzo le donne si muovono come pupazzi meccanici (oggetti, insomma) maneggiati da uomini infoiati. Le “provocazioni” sessuali hanno fatto da lungo tempo il loro tempo e Carmelo Bene è ormai un ricordo sbiadito copiato solo da patetici epigoni. Forse sarebbe molto più provocatorio un baccanale tradizionale ma per capirlo sarebbe necessario avere quella materia grigia teatrale che manca al Pizzech. Toltosi il costume di scena (riposto in una valigia) Rigoletto fino alla fine dell’opera si trasforma in una sorta di commesso viaggiatore (sempre con valigia appresso per sicurezza, mai gli venisse richiesta una prestazione all’impronto). Gilda si presenta come una decerebrata mentalmente ritardata uscita da una bacheca di bambole ‘fin de siècle” a indicarne la assoluta mancanza di cervello (sempre donne come bambole, un’ossessione del “regista”). Forse l’unica trovata registica parzialmente valida è quella di collocare la locanda di Sparafucile su uno sgangherato battello fluviale visto che il corpo del Duca (in realtà Gilda) dovrebbe essere buttato alla fine nel fiume. Ora io non voglio più parlare di questa infame “regia” (e poi il teatro si lamenta se viene degradato sul piano nazionale – ma è giusto che questo avvenga) che purtroppo è il controcanto di una gestione dilettantesca (Ezio Bosso incluso!) perché comunque farei un favore al “regista” continuando a considerarlo: costui meriterebbe di fatto solo uno sdegnato silenzio. E al confronto anche la povera regia de Le nozze di Figaro attualmente in programma alla Scala e criticata da pubblico (ripetuti buuh) e critici diventa di valore strehleriano al confronto. Veniamo al cast musicale. Oggettivamente di valore medio-alto anche se non stratosferico. Sopra tutti il duca di Mantova Celso Albelo un tenore dal timbro possente, in grado di modulare tutti i registri ma che purtroppo sforza nell’acuto. Una prova comunque di qualità. Un giudizio simile per la Gilda di Irina Lungu che nelle arie chiave e nel duetto del primo atto con Rigoletto trova sempre il registro giusto (soprattutto nell’agilità) con il difetto di sforzare anch’essa negli acuti. Quanto al Rigoletto di Marco Caria, dopo un primo atto discutibile trova nel secondo e nell’ultimo atto i toni giusti. Piuttosto scadente lo Sparafucile di Antonio di Matteo e nella norma la Maddalena di Rossana Rinaldi. Durante la rappresentazione mi sono ripetutamente ricordato della splendida edizione bolognese del 1990 con June Anderson: qui siamo distanti anni luce. Successo controverso con una prevalenza di applausi (ma si sa: la clacque svolge diligentemente e rumorosamente il proprio mestiere alle prime) e buuh che provengono non solo dal loggione ma anche dalla platea (io) nello sconcerto di un pubblico ingessato, tradizionalista e conformista ma quando ce vo’ ce vo’.
Cast
Rigoletto |
Marco Caria |
Il duca di Mantova |
Celso Albelo |
Gilda |
Irina Lungu |
Sparafucile |
Antonio Di Matteo |
Maddalena |
Rossana Rinaldi |
Giovanna |
Beste Kalender |
Il Conte Monterone |
Andrea Patucelli |
Marullo |
Raffaele Pisani |
Matteo Borsa |
Pietro Picone |
Il conte di Ceprano |
Hugo Laporte |
La contessa di Ceprano |
Marianna Mennitti |
Un usciere |
Michele Castagnaro |
Un paggio |
Marianna Mennitti |
Direttore |
Renato Palumbo |
Regia |
Alessio Pizzech |
Scene |
Davide Amadei |
Costumi |
Carla Ricotti |
Luci |
Claudio Schmid |
Movimenti scenici |
Isa Traversi |
Assistente alla regia |
Valentina Brunetti |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
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Rigoletto again- 9 Novembre 2016
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Un breve commento aggiuntivo. Secondo il critico di Repubblica Baccolini chi ha contestato il Rigoletto bolognese è di fatto un vecchio bacchettone orfano di gobba etc. etc. Palle! Io ho fatto parte dei contestatori non perchè sono un vecchio bacchettone ma solo perchè una regia è bella o brutta e questa, semplicemente, era brutta, pretenziosa e noiosa. Ho assistito a tutto nel mondo, a scenografie moderne e a scenografie classiche e per ognuna ho espresso un parere semplice: bella o brutta. Un esempio: l’ultimo “Così fan tutte’ alla Scala in chiave moderna era bello, le ultime “Le nozze di Figaro” di tipo tradizionale sono brutte. E così via. Prima di affibbiare cartellini di incompetenza o di nostalgie conservatrici sarebbe forse meglio riflettere e – magari – assistere attentamente allo spettacolo, fermo restando il diritto di dissentire e di avere opinioni diverse. Absit iniuria verbis…
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Indipendenza – Bologna 9 Novembre 2016
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Da qualche indicazione trasversale (e talvolta quasi diretta, seppure ammantata di quella ipocrisia che nulla riesce comunque a coprire) pare correre voce che Kurvenal sia “sponsorizzato” da qualcuno, che nella accezione corrente significherebbe “pagato“. Ebbene debbo ancora una volta ribadire che Kurvenal è una voce del tutto indipendente frutto della competenza, dell’interesse e dell’amore del sottoscritto per la musica classica e quella operistica, che, proprio a garanzia della propria indipendenza, paga di tasca propria tutti i biglietti a differenza di tanti “critici” le cui recensioni condizionate non paiono sempre improntate alla massima trasparenza (pur se ne esistono a livello nazionale alcuni di comprovata serietà). Sfido chiunque a dimostrare il contrario pur sapendo che la maldicenza è uno sport internazionale molto praticato e che, in una società inquinata da mille interessi di parte, ipotizzare che esista una voce che non deve nulla a nessuno è di difficile digestione e viene persino considerato un fastidio se non una minaccia. Mi conforta comunque l’affetto di molti lettori e il costante incremento del loro numero (sono ormai parecchie centinaia).
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Quartetto Emerson – Musica Insieme Bologna 7 Novembre 2016
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