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Schellenberger e Silocea


Schellenberger e Silocea – Cortina 7 Agosto 2013- E’ inutile insistere: il palcoscenico dell’Alexander Girardi Hall di Cortina non ha una dimensione sufficiente per ospitare un’orchestra (anche se a ranghi ridotti) e un pianoforte. La sua acustica è scadente,  il suono non si amalgama e si assiste, nella compressione degli strumentisti a causa della presenza del piano,  persino a una deformazione del suono di alcuni strumenti quali il corno la cui emissione risulta talvolta persino stridente. Schellenberger è un buon professionista come direttore d’orchestra e un eccellente oboista come è risultato nel concerto per oboe e orchestra da lui eseguito in modo pressoché perfetto. Ma l’attenzione del concerto si incentrava sulla pianista Alexandra Silocea che ha eseguito il celeberrimo concerto “jeune homme” di Mozart. Una prestazione con molte luci ma anche molte ombre. La Silocea ha un buon tocco, una tecnica brillante e un approccio molto “tecnico” al concerto Mozartiano che viene eseguito con  precisione ma anche con una certa freddezza, talvolta eccessiva come nel caso della cadenza del primo tempo che è risultata francamente troppo breve e quindi piuttosto deludente. Mentre il secondo tempo è stato reso con il “patos” necessario l’ultimo tempo è stato affrontato con una velocità  decisamente eccessiva il che ha portato ad alcune imprecisioni che certamente potevano essere evitate e che hanno anche compresso il valore musicale del brano. Insomma un’artista che nulla concede al canto nei tempi brillanti e che talvolta eccede nella sottolineature dei trilli che esegue con una precisione degna di nota ma spesso fine a sé stessa. I due brani ulteriori in programma (una sinfonia di Mozart e una di Haydn) sono stati eseguiti in modo accettabile ma non indimenticabile. In ogni caso se non si pone mano seriamente a una revisione della Hall (e la dimensione del palcoscenico è un problema da risolvere urgentemente) e della sua sonorità è meglio limitarsi a concerti solistici che meno risentono in modo così drammatico della scadente acustica della sala. Quanto al pubblico è chiaro che si pone un drammatico problema numerico e questo deve essere affrontato cambiando radicalmente l’organizzazione del Festival, curando in modo molto più professionale la sua impostazione e in primo luogo la comunicazione, soprattutto considerando la specifica  realtà nella quale è organizzato.  Vedere solo mezza sala mezzo vuota è uno spettacolo deludente e certamente irritante per gli esecutori: se non si cambia il destino del Festival Ciani sembra segnato.
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Plamena Mangova

Plamena Mangova -Cortina 4 Agosto 2013.

Finalmente un bel concerto! Plamena Mangova è una giovane pianista bulgara dotata di grandi mezzi tecnici, di un bel suono e della capacità di interpretare correttamente lo stile e il contenuto dei brani eseguiti. Perfetta l’esecuzione delle variazioni Beethoveniane sul tema di Salieri “La stessa la stessissima” seguita dalla terza sonata Brahmsiana. Mentre l’impostazione generale della sonata è assolutamente da condividere alcune intemperanze tecniche nel primo movimento potevano essere evitate così come la scelta di un tempo troppo lento del secondo movimento che già piuttosto articolato di per sé è risultato purtroppo un po’ prolisso. Ma – sia chiaro – sono piccoli nei in un contesto assolutamente positivo e di grande spessore. La seconda parte (Shostakovic e Ginastera) ha potuto da un lato mettere in evidenza il senso dell’ umorismo pianistico della Mangova nei preludi del russo e dall’altro doti tecniche assolutamente eccezionali nei tre brani di Ginastera. Belli e ben interpretati i due bis (un notturno di Chopin e la trascrizione Lisztiana del Lied “Der Atlas”). Insomma un concerto tutto da godere e un’interprete che speriamo di potere presto riascoltare in Italia.  
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Madelyn Renée e Jeffrey Swann


Cortina – 2 Agosto 2013. In una Cortina in evidente declino, con un sindaco “esiliato”  (da tre mesi ha l’obbligo di non mettere piede a Cortina ma berlusconianamente rifiuta di dimettersi pur se  coinvolto con altri membri della giunta in una faccenda molto oscura di appalti), che ha perso il concorso ippico e il polo, che ha dismesso la pista di bob e ha chiuso la piscina, che ha perso la candidatura ai mondiali, ove il famoso “struscio” sul corso è ormai appannaggio di turisti “mordi e fuggi”, ove scontrini e ricevute sono documenti sconosciuti, ove i prezzi della case hanno subito un ribasso non inferiore al 30%  e addirittura il prestigioso (e costosissimo) Hotel Cristallo è obbligato alla pubblicità televisiva, era certamente difficile ipotizzare un festival musicale di grande livello. Eppure il “Ciani” era iniziato, in occasione dell’inaugurazione del nuovo auditorium Alexander Hall (architettura da cinema anni ’50 e acustica discutibile), in grande spolvero con Marta Argerich come protagonista e con i biglietti contesi fra tutta la cosiddetta “high society” della perla del Cadore. Oggi il Ciani si è ridotto a un festival di terza categoria (probabilmente per una gestione molto poco professionale – ad esempio nonostante ogni anno io mi re-iscriva alla newsletter mai un messaggio mi è arrivato!), sfilacciato in una serie di piccole manifestazioni locali cadorine e con un’accademia di perfezionamento di giovani interpreti che tentano di mascherarne  l’inarrestabile declino, con qualche concerto di livello un po’ superiore così snobbato dal pubblico che la sala viene ridotta a metà per evitare il pauroso senso di vuoto che la sala intera genererebbe. Di certo il pubblico locale e la grande maggioranza dei villeggianti sono totalmente disinteressati a eventi di musica classica (l’entusiasmo iniziale era più legato agli aspetti mondani che a quelli musicali) ma il cartellone 2013 è di per sé sconsolante anche in rapporto al passato (qui si sono esibiti Andras Schiff, Mario Brunello, Angela Hewitt solo per fare qualche nome). In questo contesto, accompagnata da Jeffrey Swann, si è tenuto il concerto del soprano Madelyn Renée, un concerto nel quale erano inclusi brani per solo piano, Lieder e arie d’opera, insomma un concerto “pot pourri” privo di unità stilistica al quale –giustamente – non siamo più abituati.  La parte migliore dell’esecuzione della soprano sono stati i tre bis di arie d’operette  nei quali la vocalità della cantante accoppiata a una consumata arte scenica ha dato luogo a una performance che ha incontrato il  successo incontrastato del pubblico. L’esecuzione delle due arie d’opera (“Habanera” della Carmen di  Bizet e la celebre aria “Mon cœur s’ouvre à ta voix del Sanson e Dalila di Saint-Saëns) è stata di buona qualità soprattutto per il fatto che la Renée esprime il meglio di sé nel registro intermedio e le arie hanno una impostazione da mezzo-soprano. Passabili i Lieder del secondo ottocento (Hahn, Fauré e Satie) mentre pollice assolutamente verso per l’esecuzione dei famosissimi Wesendonk Lieder di Wagner che richiederebbero una pienezza e una drammaticità di voce non nelle corde della Renée, la quale non solo ha avuto alcune difficoltà di intonazione ma ha sbagliato totalmente un fiato nell’ultimo Lied (Träume) spezzando drammaticamente il discorso musicale intensissimo del Lied. Quanto a Swann, be’ forse in ricordo di  un meritatamente glorioso passato sarebbe necessario passare un velo pietoso sulla sua esecuzione. Errori tecnici marchiani  hanno costellato l’intera performance iniziata con un “Preludio, Corale e Fuga” di Franck da dimenticare. Tempi staccati esageratamente veloci (ansia di insufficiente preparazione ?) che hanno reso il canto Franckiano un ammasso confuso di suoni, errori imperdonabili anche in passaggi tecnici elementari del corale, la ripresa – nella fuga – della melodia del preludio (caratteristica tipica di Franck) semplicemente inintelligibile e una costante variazione dei tempi (addirittura il “rubato”) che nulla hanno a che vedere con la eleganza formale e stilistica del brano. Si potrebbe continuare perché il disastro si è perpetuato financo negli accompagnamenti del canto ma è meglio arrestarsi. Di quale metastasi è oggi afflitto un pianista che per primo vinse (meritatamente) il Ciani ? Per lui vale il celebre verso Manzoniano …e dei tempi che furo l’assalse il sovvenir”…
PS La (dis)organizzazione del concerto è stata tale che i testi tedeschi e francesi erano stati tradotti in parte in italiano e… parte in inglese !

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Martina Filjak – Ravenna

“Temi e ballate popolari: un’occasione per riflettere su varie accezioni dell’idea di “popolare” in musica” recitava il programma. Di “popolare” in realtà nel concerto c’era poco se non i nomi di alcuni brani  (non tutti – si può ad esempio definire ballata popolare la quarta sonata di Prokofiev?). Ma veniamo a Martina. Innanzitutto bisogna ammettere che il chiostro della biblioteca classense di Ravenna non è certamente un luogo adatto a un concerto di pianoforte. L’acustica non è cattiva, semplicemente non esiste data la dimensione del luogo, la presenza di molte piante etc.: il suono cade ai piedi del piano e l’effetto è una sorta di sordità complessiva che certamente non aiuta l’esecutore. La performance della Filjak non è stata comunque entusiasmante: una pianista di medio livello con molti (eccessivi) atteggiamenti plateali alla Francesca Bertini e ammiccamenti verso il pubblico di cui si poteva (e si deve) fare a meno. Così come si poteva evitare il coup de téatre del cambio d’abito fra il primo e il secondo tempo, come se fosse Milly Carlucci.  La tecnica non è trascendentale, come dimostrato dall’esecuzione della seconda (estremamente difficile) ballata di Chopin, della ballata op. 118 di Brahms  e di Islamey di Balakirev eseguiti tutti a un tempo “contenuto” e senza un controllo completo della tastiera. Abbastanza incolore anche il Liszt della ballata (giustamente poco eseguita – un brano noioso e ripetitivo) in si minore. Di buona qualità l’esecuzione dei brani di Prokofiev e di Bartok. Forse la migliore esecuzione è stata quella della prima ballata op. 10 di Brahms dove i toni sognanti e al contempo eroici del brano sono stati eseguiti con un perfetto controllo delle sonorità: essendo il primo brano in programma faceva molto sperare ma la disillusione non ha tardato e manifestarsi. Vincitrice del concorso di Cleveland del 2009 (e con un repertorio incredibile data la giovane età – dal suo sito risulterebbe che abbia nelle mani 30 concerti !) ritengo che meriti una prova di appello in una sala adatta (e con un piano che dimostri un po’ meno di anni) ma in ogni caso la ancora necessaria maturazione musicale e tecnica  richiederebbe un’umiltà e uno studio ulteriore che invece la programmazione dei suoi concerti 2013 e 2014 non sembra concederle. Sapere amministrare saggiamente i successi ottenuti in giovane età evitando sovraesposizioni (senza ovviamente tralasciare completamente i vantaggi della vincita di un concorso) sarebbe segno di una maturità che lascerebbe ben sperare. Speriamo.
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Martha Argerich &friends (& one feind)

Benvenuti al palasport Pala de Andrè per un concerto nazional-pop (non più nemmeno nazional-popolare – siamo ormai all’ultima metastasi del festival di Ravenna). Il “palazzo” è gremito da  un pubblico di vacanzieri storditi dal sole che assistono per la prima volta a un concerto “classico”, probabilmente attratti dal tema “tango” che caratterizza la serata la quale però inizia (con grande ritardo) con una prima parte classica. E qui comincia la farsa. Nel quintetto Schumanniano, come primo violino, è presente una vecchissima gloria (si fa per dire) nata nel 1922 che tenta inutilmente di nascondere quanto inevitabilmente il passare degli anni ha distrutto. Il nostro (Gitlis) tenta di accattivarsi il favore del pubblico con alcune battute prima dell’esecuzione che gli spettatori circensi accolgono con risate da Colosseo. L’attacco del quintetto è da brivido: un paio di miagolate del primo violino nelle prime battute annuncia quanto attende gli ascoltatori nel prosieguo. Inutilmente Marthita e gli altri membri del quintetto tentano di rabberciare la situazione: le stonate sono da brivido, i tempi drammaticamente rilassati e il magnifico quintetto si sbreccia  in una esecuzione solo da dimenticare. Fortunatamente il nostro nonnino viene sostituito da un violinista vero nell’ultimo tempo e finalmente il quintetto risorge. Il pubblico è naturalmente totalmente impreparato e gode applaudendo in modo liberatorio e sconsideratamente ad ogni conclusione di tempo.  Nel frattempo gli ascoltatori chiacchierano, si soffiano rumorosamente il naso, si alzano, si muovono, tossiscono in tutte le tonalità: mancano allo spettacolo solo i venditori ambulanti di brustulli e gassose. Dopo un noiosissimo brano per violoncello e pianoforte di autore a me sconosciuto (arrivando all’ultimo momento non sono riuscito a prendere il programma aggiornato – sorry) caratterizzato dall’uso costante di armonici  (al piano accompagna questa volta Eduardo Hubert – poca fatica trattandosi costantemente di semplici accordi….) si riprende lo strazio con il nostro inqualificabile Gitlis e Marthita, che di fatto cerca di tenere a balia il violino, seguendone gli errori, gli svarioni di tempo, le intemperanze etc. Viene annunciato che saranno eseguiti i primi due tempi (soltanto !) della sonata per violino e pianoforte di Franck. In realtà la punizione per il pubblico dura tutti e quattro i tempi (eseguiti con lentezza esasperante) che in realtà si traformano in cinque perchè il nostro… si perde a metà del secondo che viene quini reiniziato “ex- novo”. Il suono del violino, poi, non si sente tanto è flebile cosicchè la sonata diventa per piano solo con interventi sporadici di un suono vagamente violinistico. Confesso: dopo un primo tempo terminato alle 22.55 non ce l’ho fatta ad ascoltare il secondo tempo del “concerto” e sono tornato a casa dove ho riascoltato la mia amatissima sonata eseguita come Dio comanda. Come un’artista raffinata, scontrosa ed elitaria che si concede al pubblico con il contagocce, sia finita in una manifestazione da baraccone come quella di ieri sera (persino l’impresario Schikaneder deve essersi rivoltato nella tomba) è un mistero che resterà irrisolto. E sono certo che non sia stato il cachet il motivo principale: posso solo ipotizzare che sia stato il tributo alla danza nazionale del suo paese a convincerla, ma a che prezzo ! O doveva fare un “fioretto” ?A proposito:qualcuno è interessato a organizzare un concerto Gitlis-Magiera …..? A solo pensarlo mi corrono i brividi giù per la schiena!
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Dagli annali di un secolo appena cominciato.

La mia perfida amica Sissa Festi mi ha inviato il seguente apologhino:




Nei primi anni di questo millennio si cominciò a parlare dell’ esordio di un geniale critico musicale, nato nella città di  Bologna e formatosi in quella dotta università, donde tanti illustri spiriti sono usciti per dare gloria al paese. Nelle articolate riflessioni sui concerti degli artisti che si esibivano nelle varie sale bolognesi, non una nota sfuggiva all’orecchio del nostro, che, grazie ad una prodigiosa memoria, riusciva a comparare l’esecuzione della serata con altre precedenti del medesimo musicista o con esecuzioni di maestri del passato. Nulla sfuggiva al suo orecchio attentissimo. E, purtroppo, pochi uscivano indenni dal suo esame. Anzi nessuno. Quanto più la fama del critico si  allargava, determinando una sorta di titolo discriminante, snobistico, l’aver letto e degustato quei motivati giudizi, tanto meno frequenti divennero le occasioni concertistiche nella città: infatti, gli artisti – dagli esordienti ai già affermati ma timorosi di uscire malconci dalle severe analisi del famoso critico – cominciarono a rifiutare gli ingaggi. E siccome anche nella competizione più accesa sopravvive lo spirito di corpo, erano essi stessi a mettere in guardia  gli incauti che, talvolta si lasciavano tentare da offerte vantaggiose.  Nel corso di qualche anno nella città di Bologna non si programmarono più concerti, né in teatro né in sale private. Il nostro critico musicale cominciò a frequentare teatri di città vicine e ,poi, sempre più lontane: dovunque andasse lo seguiva la fuga di solisti, orchestre, cori etc.
           DOPO DI LUI IL SILENZIO
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Beatrice Rana

Dopo l’esordio controverso di “pianofortissimo” un concerto di grande livello con una giovanissima interprete già affermata sul piano internazionale e meritatamente vincitrice di importanti concorsi (interessante notare come le giovani interpreti, tutte di bassa statura – si pensi a Yuja Wang e a Leonora Armellini – sfoggino una grinta che la loro complessione potrebbe non fare supporre!). Un programma tutto romantico (forse eccessivamente – al pubblico sarebbe certamente interessato valutare l’artista anche in brani di altre epoche.) con Schumann (Variazioni Abegg e Studi sinfonici – senza le variazioni postume -) e i 24 preludi di Chopin. Le  Variazioni Abegg (tecnicamente più impegnative degli studi sinfonici) sono state eseguite alla perfezione. Brillantezza e perfetta sgranatura nei passaggi brillanti e grande misura e sentimento nelle variazioni più liriche come raramente è dato sentire anche da interpreti più maturi ed affermati. Un giudizio similare vale per gli studi sinfonici dove però il giovanile entusisamo (supportato da una tecnica assolutamente  fuori dal comune) ha talvolta offuscato gli aspetti più intimistici di alcune variazioni. Si pensi – ad esempio – alla seconda parte della seconda variazione ove un inizio più lirico e meno virtuosistico avrebbe giovato all’interpretazione e più in generale un atteggiamento costantemente muscolare e granitico (pure di grande effetto sul pubblico) avrebbe potuto lasciare spazio a una maggiore ricchezza di sfumature: i pianissimi non paiono godere del favore della giovane Beatrice.  Un giudizio similare vale per i 24 preludi anch’essi interpretati sulla base della felicità prorompente che la giovane interprete mostra nello sfruttare appieno le straordinarie doti di una mano cui tutto pare sembrare semplice anche nei passaggi più ardui.  Senza trascurare alcune “licenze” (ad esempio a metà del quarto preludio  in mi minore) che oggettivamente Chopin non ha indicato e che probabilmente non avrebbe gradito. Una nota curiosa riguarda la predilezione nell’accentuare talvolta alcune armonie della mano sinistra a scopo di variare l’impatto armonico, una prassi molto in voga ai tempi di Cortot e da lui caldeggiata nelle sue famose revisioni delle edizioni Salabert degli anni ’50) il cui uso dovrebbe però essere ristretto – almeno per i miei gusti – a pochissimi e ben selezionati casi. Un solo bis: una trascrizione Lisztiana  di un famoso Lied schubertiano. Forse si poteva scegliere – almeno in questo caso – un autore non romantico: la musica non si è cristallizzata nella metà dell’800.  Se si considera la giovanissima età della Rana non è difficile ipotizzare una grande carriera purchè il successo strepitoso ottenuto così prematuramente non induca a ridurre uno studio che solo può portare a quell’approfondimento interpetativo che fa di una giovane talentuosa una grande pianista (chi ha ormai molti anni sulle spalle può ricordare il Maurizio Pollini del periodo immediatamente successivo al trionfo al concorso Chopin e le follie musicali che riteneva gli fossero lecite…).
Il “bloggatore” prende temporaneo congedo dal suo ristretto pubblico in quanto per due settimane si trasferisce a Berlino (che – purtroppo – segue la tipica prassi delle grandi città azzerando tutte le manifestazioni musicali dal 15 Giugno al 1 Settembre). Buon proseguimento di “pianofortissimo”!
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Concerti rock a Bologna

Non so se un blog di musica classica ha il diritto di parlare di musica rock, ma nel dubbio me lo arrogo. Vorrei in questo caso applaudire la decisione della giunta Merola che ha limitato i decibel dei concerti rock serali in estate a 75 e con l’obbligo di terminare alle 22. Una decisione saggia che contempera le esigenze del pubblico “rock” e quello della quiete notturna. Interessante notare come una smentita così clamorosa  dell’atteggiamento provocatorio dello scorso anno  dell’assessore alla cultura (?) Ronchi non abbia suggerito all’assessore stesso le dimissioni. Ma si sa: le dimissioni in Italia sono un istituto non legato alla dignità delle persone ma normalmente solo all’intervento della magistratura (e anche in tal caso con resistenze fortissime). E in fatto di “cultura” non si può non interrogarsi ancora una volta sulla mostra di Vermeer: quante manifestazioni culturali (e musicali !) si sarebbero potute organizzare con gli stessi fondi? E il ritorno anche economico (tutto da verificare) vale l’investimento? Ai posteri… ma poi in Italia il merito di un (tutto potenziale) sucesso è di uno solo mentre il  demerito di un ìnsuccesso è di tutti e quindi di nessuno!

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Eccolo di nuovo !

Dopo avere perso l’evento bolognese dell’anno (Abbado-Lupu-Napolitano) sul cui esito musicale attendo commenti da chi ha assistito (essendo andato a trovare il sole nel sud dell’Inghilterra!) riprendo le mie conversazioni a ruota libera. Non avendo nulla di specifico da commentare tocco un argomento cui da tempo volevo dedicare qualche riga. Si tratta della competenza del pubblico dei concerti. Se per assurda ipotesi dietro un tendone di avvicendassero Andras Schiff e un ottimo studente di conservatorio con lo stesso programma, quanti sarebbero in grado di distinguere con sicurezza le due interpretazioni? Probabilmente meno del 10% del pubblico in sala. E perchè ? Perchè il pubblico applaude NON l’interpretazione ma la musica in sè. Sciorinategli un paio di valzer di Chopin, un paio di  improvvisi di Schubert e soprattutto un bel Liszt di quellli da baraccone (ad esempio una delle peggiori rapsodie ungheresi – sì,  perchè il nostro non ha composto solo la sonata in Si minore!) possibilmente ad alto volume e il gioco è fatto. Applausi scroscianti indipendentemente dall’esecutore. E per una delle ultime composizioni di Brahms? Tiepido consenso in ogni caso. Questo naturalmente pone una volta di più il perenne dilemma: è più importante capire e valutare o semplicemente godere ? Debbo confessare che mi è capitato spesso di invidiare persone chiaramente digiune di musica che si sperticavano in applausi totalmente immeritati soddisfatte però di quanto avevano ascoltato mentre il sottoscritto, con la nota acribia, annotava tutti gli strafalcioni, le violazioni del dettato musicale etc. finendo per immalinconirsi sia per quanto aveva ascoltato sia per la rabbia di vedere premiato chi chiaramente non lo meritava. Sia chiaro: la differenza di giudizio anche fra gli esperti è comune (si pensi al caso Andreeva, vincitrice – a mio e altrui giudizio – immeritatamente dell’ultimo concorso Chopin) ma si basa su un denominatore tacitamente concordato che stabilisce un confine da tutti accettato al di sotto del quale il giudizio negativo è unanime. Non vale purtroppo per “the general public“.

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I Solisti dell’orchestra Mozart con A.Lonquich

I concerti “a geometria variabile” non mi sono mai piaciuti: viene a mancare quell’unità interpretativa che sola permette un giudizio complessivo sull’esecuzione. Il concerto di ieri sera (che ha alternato brani solo pianistici a due quintetti per piano e fiati) rientra nella sfera delle manifestazioni “di giusto valore”: esecutori singolarmente di buona qualità che però mancano di quell’affiatamento (derivante solo da una prassi esecutiva continuativa) che trasforma un ensemble in un tutto amalgamato in cui il risultato è superiore alla somma dei singoli. Esecuzioni quindi ben “polished” ma tendenzialmente fredde e compassate e quindi certamente non entusiasmanti. A tutto questo ha certamente contribuito il pianismo di A.Lonquich che assomiglia a un soprammobile di ottima fattura ma che finisce col non essere notato data la sua ripetitività.  Sia chiaro: nulla da eccepire quanto a tecnica e rispetto del dettato musicale ma certamente pare mancare quel “plus” che trasforma un ottimo pianista in un grande pianista. Un’unica notazione comportamentale: perchè Lonquich cerca costantemente l’ispirazione “altrove” guardando da tutte le parti fuorchè verso il pianoforte con contorcimenti degni di un ginnasta?

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Auditorium – Lettera inviata a Merola


Caro Virginio,
               non è mia abitudine scrivere senza fondato motivo. Ho letto oggi l’intervista di Abbado sul Corriere e vorrei sottoporre alla tua attenzione alcune riflessioni.
1)      E’ a te chiaro che l’auditorium, nella dimensione in cui viene concepito, non ha alcuna speranza di sostenersi economicamente e che non può che avviarsi a un fallimento finanziario che ricadrà sulle spalle del comune solo per la megalomania di alcuni personaggi che del bilancio del comune se ne fregano altamente ? E sempre che i costi di costruzione siano interamente sostenuti dagli sponsors dei promotori ?
2)      E’ a te chiaro che fra i sostenitori dell’iniziativa ci sono coloro che, membri del CdA del Comunale, – sedicenti esponenti di sinistra – dovrebbero difendere il nostro teatro e valorizzarne l’uso, configurando a livello locale il tanto aborrito a livello nazionale conflitto di interessi, tenendo ambiguamente il piede in due staffe ? E’ accettabile questo comportamento o dovrebbe essere stigmatizzato invitando queste persone a pronte dimissioni ?
3)      E a te chiaro che con l’auditorium (per il quale si parla persino di 2000 posti!) Bologna si troverebbe ad avere Manzoni, Auditorium e Comunale quasi che gli abitanti della città fossero alcuni milioni oppure oltre all’auditorium verrà costruito nei paraggi un aeroporto in grado di fare atterrare gli Airbus A380 per trasportare vagonate di potenziali spettatori da tutta l’Asia ?
Il sottoscritto, come  tanti altri amici e colleghi che amano l’arte, inorridisce di fronte all’ennesimo insulto al buon senso e credo che tu come sindaco debba fare sentire forte e chiara la tua opinione in materia (positiva o negativa che sia) prima che l’idea, a forza di serpeggiare senza interventi autorevoli, finisca per raggiungere il punto di non ritorno. Confido come tanti altri, in una tua chiara presa di posizione anche perché mi pare che il bilancio comunale non abbia bisogno di ulteriori “vulnus” dopo quelli recentemente ricevuti nella stessa ottica.
               Cari saluti
                              Gianni
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Pianofortissimo – Bè

L’estate bolognese, per quanto riguarda la musica classica, (almeno nella sua primissima parte, poi il buio dietro la siepe..) può contare su una rassegna di pianisti più e meno noti (pianofortissimo – da non confondere, please, con quello di un tempo passato  di R.Carosone…) di grande interesse. Il merito va all’impegno di Alberto Spano infaticabile esploratore di nuovi talenti musicali e sostenitore di vecchie glorie nel campo del pianoforte. La rassegna (dal 18 Giugno al.3 Luglio)  conta 6 manifestazioni che si terranno nel cortile dell’archiginnasio e sarà aperta da una vecchia conoscenza del pubblico bolognese: Leone Magiera con un programma di sicura presa ma decisamente un po’ datato (tutto Chopin again!). Seguono poi alcuni giovani vincitori di premi internazionali: è questa una lodevole iniziativa in quanto, purtroppo, al pubblico bolognese non viene mai offerta questa possibilità (se si escludono i “talenti” del Bologna Festival) quasi che l’età fosse una condizione necessaria – ma spesso insufficiente.. – per un grande concerto. Fra gli interpreti da segnalare il concerto  conclusivo di Maria Perrotta, una pianista che si è segnalata recentemente per l’esecuzione delle tre ultime sonate di Beethoven che hanno ricevuto un plauso quasi unanime. Nel suo concerto eseguirà l’integrale del primo libro del Wohltemperiertes Klavier di J.S.Bach sulla scia di Richter, Pollini, Schiff , Weisseberg e altri maestri dell’interpretazione: sarà interessante valutare se anche in questo repertorio (dopo le Goldberg Variationen) sarà in grado di fornire un’interpretazione all’altezza delle aspettative. Un unico lato negativo: nei programmi annunciati pare scomparsa la musica moderna (ci si ferma a Skrjiabin se si esclude una sola composizione di Olivier Messiaen nel concerto di Baryshevkyi) quasi che il mondo compositivo si fosse fermato all’inizio del ‘900. Ma Webern, Schönberg, Stravinskij e persino Rachmaninov etc.non dovrebbero fare parte del repertorio delle nuove generazioni non fosse che per ragioni di età?
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Götterdämmerung – La Scala – Milano

Uno spettacolo ancora una volta all’altezza della grande tradizione della Scala. La conduzione (ormai collaudatissima) di Barenboim è perfetta. Irene Theorin è una Brunhilde superlativa, ripetendo la prova magistrale data lo scorso anno nel “Tristan und Isolde” di Bayreuth (purtroppo disastrato da una regia/scenografia al di sotto di ogni immaginazione). Il tenore Lance Ryan (già protagonista del Sigfried di Bayreuth 2010) si conferma un buon (non superlativo) interprete wagneriano (quanto ci mancano Ian Storey e Jonas Kaufmann) mentre Gerd Grochowski e Anna Samul rispettivamente nei ruoli di Gunther e Gutrun (ruoli che Wagner ha volutamente e segnatamente impostato da comprimari) hanno svolto con buon mestiere il loro compito. Il basso Mikhail Petrenko (Hagen) ha una voce perfetta  per il ruolo. Un po’ di tristezza mette Waltraud Meier, che (pur con una voce ancora all’altezza della sua fama) viene confinata nei due ruoli secondari della seconda norna e della walküre Waltraute. Ricorda un po’ il destino della grande Christa Ludwig che nelle sue ultime apparizioni wagneriane veniva relegata al ruolo secondario di Fricka: “sic transit gloria mundi”… Quanto alla regia di Guy Cassiers (e all’aspetto scenografico dell’opera curato da Enrico Bagnoli)  il mio giudizio è che si tratti di un’ottima realizzazione  (così come mi erano apparse le altre regie del Ring di Cassiers) che pone il dramma e le scene in una luce atemporale. Molto bravi i ballerini che simulando un comportamento da furie sottraggono l’anello a Brunhilde nella scena del travestimento di Sigfrido come Gunther. Ancora una volta Irene Theorin è stata perfetta scenicamente riflettendo le due anime dell’amante e della vendicatrice in modo del tutto convincente. Lance Ryan, al contrario, ha confermato la propria debolezza scenica con una gestualità eccessiva e tavolta istrionesca: di certo non gli ha giovato il costume di scena (che ricordava vagamente quello del Mods degli inizi degli  anni ’60) mentre i costumi persino grotteschi di Gunther e Gutrun non sono parsi stonati rispetto all’oggettiva pochezza e meschinità del loro ruolo. Il comportamento di Hagen è, per dirlo alla tedesca “übertrieben” (sopra le righe) sottolineato anche dal trucco mefistofelico che seppure corrispondente al ruolo non è strettamente necessario. Un’ultima meritata citazione: bravissime scenicamente e vocalmente le tre Rheintöchter nella scena della tentata seduzione di Sigfried.  Peccato che il pubblico abbia risposto con un applauso un po’ freddino (di circostanza si potrebbe dire) alla fine dell’opera : la colpa però è anche dell’organizzazione che fa iniziare l’opera alle 18. Alle 24 (dopo due intevalli di ben 40 minuti) il pubblico è stanco e molti sono preoccupati di perdere l’ultima metropolitana: un’opera così complessa e lunga necessita di orari più potabili. Necessario dire che all’estero il Götterdämmerung inizia normalmente alle 15 o alle 16 ?

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Ravenna Festival

Anche quest’anno, regolare come le feste comandate, viene organizzato il festival etno-nazional-popolare di Ravenna. La caratteristica costante dell’evoluzione del festival è la progressiva, inarrestabile deriva verso una manifestazione “zibaldone” nel quale si vorrebbe far convivere forme “artistiche” diverse che vanno dai (pochi) concerti in senso classico, alle contaminazione (è contaminato persino Yo Yo Ma !), alle esibizioni etniche e persino religiose. Che dire: come nelle elezioni gli elettori hanno sempre ragione (ahi, ahi, Grillo…) così si pretende che gli spettatori (leggi il botteghino) abbiano sempre ragione. Con questa impostazione basterebbe proporre concerti rock e il gioco sarebbe fatto. Purtroppo la cultura è una questione assai più complessa, dove la conoscenza e l’educazione debbono convivere, con lo scopo di aprire a un mondo molto spesso totalmente ignaro (solo in Italia e nei paesi del sesto mondo la scuola trascura l’educazione musicale  – a meno che non si voglia spacciare per tale qualche ora di flauto diritto o l’ennesimo, sporadico  ascolto di “Pierino e il lupo”) orizzonti inaspettati  che hanno una doppia valenza; il piacere dell’ascolto e il miglioramento della sensibilità artistica della persona. L’utopia dei piccoli passi (sperare che il pubblico arrivi alla musica classica attraverso le contaminazoni) ha già da tempo mostrato i propri limiti: il risultato non è l’aumento del pubblico alle manifestazioni di musica classica ma il suo imbastardimento. E se si vuole un esempio concreto basta un nome per tutti: Bollani. Amen

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Opinioni

Debbo ringraziare tutti coloro che hanno avuto la cortesia di mandarmi la loro opinione sul blog. Le opinioni sono ovviamente disparate e vanno da chi ritiene eccessivo il mio stile (troppo sarcastico e/o troppo ruvido) a chi invece dichiara di essere d’accordo su tutto (forse non ha neppure letto i posts…..). Nessuno però mi ha espresso opinioni totalmente contrarie: il problema – se esiste –  pare risiedere solo nello stile. Non intendo certamente difendermi anche se a coloro che mi ritengono “spietato” e tale da scoraggiare commenti e risposte posso dire che sono molto, molto più spietato nei giudizi verso me stesso. Ma questo giustamente non rileva. La mia opinione relativamente al blog è che si tratti di uno spazio ove blogger e lettori posso esprimere liberamente e con il proprio stile, senza reticenze, e in modo rapido e diretto il proprio pensiero. Se fossi un critico che deve redigere articoli per un giornale userei, ovviamente, uno stile diverso (senza rinunciare, però, alle mie idee) ma non è questo il caso. Lo stile che uso è lo stesso che impiego nei colloqui con le persone che conosco: il blog è per iscritto ciò che esprimo (o ho espresso) a voce, senza reticenze e- non voglio negarlo – con il divertimento che la penna intinta nel veleno talvolta mi procura: la lingua è uno strumento con cui è piacevole giocare. Ciò nondimeno ritengo che ascoltare sia giusto e saggio e quindi – nel limite del mio possibile – cercherò di smussare i lati più spigolosi dei miei posts (o almeno tenterò) garantendo al contempo che mai la mia libertà di espressione sarà intaccata. Grazie ai miei dodici (25 sarebbe un confronto impari con Manzoni! ) lettori e soprattutto grazie a chi ha avuto la pazienza di segnalarmi errori (uno dei quali grave, purtroppo)! Ulteriori commenti ed opinioni sono i benvenuti: coloro che contribuiranno possono stare sicuri che non saranno (come ha paventato una persona) verbalmente  “aggrediti e impalati”!
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Maleducazione

Un blog è anche – talvolta – uno sfogatoio nel quale il “blogger” , non sempre compassato, ha la libertà di esprimere le proprie opinioni senza censure. Vorrei quindi affrontare il tema  della maleducazione del pubblico dei concerti e dell’opera a Bologna (ma in Italia in generale e purtroppo anche in altri paesi come la Germania). Pare che gli ascoltatori siano costantemente in preda a incontenibili, rumorosi e non soffocati eccessi di tosse (che raggiungono il parossismo negli intervalli fra i tempi dei brani, trasformando la sala in un sanatorio), siano malati di “turettismo” giocando rumorosamente con collane e borsette, abbiano crisi ipoglicemiche che li obbligano a scartare caramelle e dolciumi e rivestano cariche da cui dipende il destino del mondo obbligandoli ad accendere (o a tenere acceso) il cellulare. Il tutto in totale spregio del pubblico che vorrebbe godersi in pace lo spettacolo. L’ignoranza musicale (e la maleducazione più in generale) impediscono loro di capire quanto sia deconcentrante per un esecutore il rumore in sala: non si è al cinema o a teatro ove la presenza della voce attenua il fastidio arrecato (comunque non nullo).  Bisogna rammaricarsi che non vengano adottate quelle misure che sono – ad esempio – da decenni utilizzate a Londra: all’ingresso in sala viene consegnato un foglietto nel quale sono rammentati i decibel di rumore legati alla tosse etc. e in alcuni casi gravi – dopo ripetuti richiami – lo spettatore è invitato dal personale di sala in modo piuttosto perentorio a uscire.. Punire uno per educarne cento: non sarebbe il caso di cominciare?
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Jordi Savall

27 Maggio 2013 – Jordi Savall – Bologna festival – I grandi interpreti.- Si può parlare male di Garibaldi ? No, non si può. Ma nel caso del concerto di Jordi Savall bisogna fare un’eccezione e dire ciò che molti pensano e pochi hanno il coraggio di affermare. Non per l’interprete (sempre all’altezza della sua fama) nè per l’ensemble di ottima qualità con il quale ha tenuto il concerto ma per il concerto in sè. Le musiche della fine del ‘600 francese e il suono dolce ma  assai ridotto della viola da gamba erano (sono) perfette per piccole sale da concerto (non per niente la dizione “musica da camera”) ma risultano di difficile digestione in una sala di grandi dimensioni con il risultato di apparire perfino noiose e sovente ripetitive. Per una riprova “a contraris” si pensi a un concerto pianistico con una “gran coda” e coperchio aperto in una piccola sala: un tormento per l’udito degli ascoltatori. Purtroppo il Bologna Festival pare non apprendere mai la lezione riproponendo l’esecutore catalano a intervalli regolari in un contesto totalmente inadatto. Di fatto i brani che  sono apparsi più di successo sono stati  quello di Vivaldi e il bis bachiano meno connotati dal punto di vista dell’ambiente di esecuzione.. Forse in un teatro come il Comunale l’effetto complessivo del concerto sarebbe stato migliore, data l’architettura e l’acustica decisamente migliore. Notato nell’ensemble un sadu pronipote di Karl Marx con tamburo e tamburello verdi….
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Giovanni Sollima

Giovanni Sollima – 22 Aprile 2013 – Musica Insieme. Sollima è forse oggi il maggiore virtuoso (in senso buono e cattivo) del violoncello e il concerto in oggetto ha permesso di ascoltare brani musicali del repertorio napoletano settecentesco purtroppo molto trascurati e degni invece di grande attenzione. Sollima è stato certamente bravissimo e in questo concerto ha avuto modo di esprimere tutte le sue qualità musicali e artistiche. Purtroppo – come sempre avviene nei suoi concerti – “strafa” e assume atteggiamenti istrioneschi che non gli giovano e di cui certo non necessita, date le sue doti musicali. Questo difetto assume poi aspetti grotteschi quando esegue le sue composizioni nelle quali prevalgono spesso gli aspetti più esteriori e persino ginnici della sua interpretazione a scapito del valore musicale. Si può ben comprendere che la tentazione di épater le bourgeois sia forte se si ritiene che il pubblico (forse a ragione – purtroppo) sia di dubbia competenza ma certamente all’orecchio degli intenditori la cosa appare stonata e fuori luogo. Sollima non ha bisogno di questi “mezzucci” per affermare la sua arte: per molti aspetti questa debolezza finisce con il nuocergli.
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Bè 2013

Cosa ci attende quest’estate a Bologna per la musica classica ? “Rumours” indicano un ciclo musicale pianistico di cui però sono ancora ignoti interpreti e date. Sarebbe certamente un bel passo avanti rispetto al deserto rock dello scorso anno, quasi che il pubblico estivo bolognese fosse soddisfatto solo dal numero di decibel prodotti fino a tardissima notte (con ovvie e giustificate rimostranze dei cittadini in cerca di meritato riposo a finestre aperte). Ma non vi è però traccia di quelle manifestazioni del passato che tanto riuscivano gradite anche per i luoghi in cui si svolgevano. Parlo dei “piccoli” concerti serali tenuti all’aperto da giovani esecutori nei giardini delle ville di città, a costi irrisori, che oltre all’aspetto musicale avevano il pregio di fare conoscere al pubblico luoghi spesso sconosciuti e/o inaccessibili.  La conversione (tardiva e probabilmente “indotta”) dell’assessore Ronchi anche alla musica di qualità, dopo i furori iconoclastici e monoculturali dello scorso anno, è stato certamente  apprezzato dalla cittadinanza, ma ora sarebbe il caso di passare a una fase maggiormente esecutiva e realizzativa, soprattutto tenendo conto che sono venuti a mancare anche i concerti che si tenevano a S.Stefano (per ragioni ignote alla maggioranza del pubblico). Assessore Ronchi (e sindaco Merola), suvvia, un po’ più di coraggio….!

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Salvatore Accardo

Lunedì 13 Maggio – Salvatore Accardo – Musica Insieme. Il tempo non ha tolto nulla all’arte di Salvatore Accardo che ancor oggi compie miracoli con il proprio violino.Tecnica virtuosistica, musicalità eccellente, completo dominio del brano eseguito. Purtroppo soggiace, come molti altri esecutori (Bashmet uno per tutti, ma anche la Mullova e la Argerich – quest’ultima però per scelta culturale), alla tentazione di costituire degli ensembles che pur di buona qualità, fanno certamente rimpiangere un concerto tradizionale  del solista che certamente avrebbe soddisfatto appieno il pubblico accorso numeroso. Ci sono solisti che per motivi di salute sono stati obbligati a questo (Ashkenazy – ad esempio) ed altri che hanno avuto il buon senso di abbandonare il tentativo (ad esempio Pollini dopo la non brillante direzione della “Donna del Lago ” di Rossini). Altri, invece, insistono. Peccato: ci sembra che il pubblico meriterebbe uno di quei concerti splendidi cui il maggior violinista italiano (senza offesa per molti altri ottimi esecutori) nel passato ha saputo offrirci.  Bisogna sperare che il miracolo si ripeta: il tempo passa per tutti e vorremmo potere godere ancora una volta della magia di Accardo prima che sia troppo tardi.
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Krystian Zimerman

Krystian Zimerman – 10 Maggio 2013 – Bologna Festival – I grandi interpreti – Zimerman è un grande artista che è però sovente discontinuo. Va ricordato che vinse giovanissimo il concorso Chopin di Varsavia nel 1975 e che da allora ha meritatamente avuto una grande carriera internazionale. Anche a Bologna ha tenuto splendidi concerti ma fra questi non si può annoverare quello del 10 Maggio. A parte una scelta arbitraria dei preludi del I e II libro  (una prassi che riporta a tempi passati) l’intepretazione dei brani di Debussy (che includeva anche le Estampes) è sembrata piuttosto lontana da quella ricchezza timbrica che è richiesta e che ha trovato in Michelangeli il suo massimo interprete. Fra l’altro a causa della ripetuta inserzione di brani di Debussy è saltata l’op. 109 di Beethoven che certamente avrebbe permesso una valutazione più ampia dell’artista. Anche la scelta della seconda sonata di Brahms (un’opera giovanile dai forti accenti schumaniani ma di struttura ancora confusa e ben lontana dal Brahms maturo, portacolori del classicismo) non è apparsa felice. Come (quasi) sempre nei concerti di Zimerman il programma ha incluso un brano di autore polacco (Szymanowski) eseguito certamente con bravura ma insufficiente a compensare una serata tutto considerato deludente. Ciliegina sulla torta: nessun bis. Difficile ipotizzare le cause del mancato successo: forse una condizione di salute non eccellente (quanto influisca la salute sulle esecuzioni solo chi ha suonato uno strumento può capirlo !) o forse la sala del Manzoni da sempre considerata da Zimerman inadeguata. Forse al teatro comunale avremmo avuto un esito diverso: dice niente la cosa ….?
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Stagione Musica Insieme 2013-2014

La stagione ricalca l’impostazione ormai (forse troppo) consolidata degli ultimi anni: alcuni grandi nomi e una serie di comprimari. Un ritorno che certamente farà piacere a tutti è quello di Arkadi Volodos, un pianista che a una tecnica strabiliante associa una grande musicalità che evita il virtuosismo fine a sè stesso.  Fra i cosiddetti grandi nomi  alcuni sono ormai sul viale del tramonto (Radu Lupu – ad esempio – le cui ultime esibizioni sono state solo il pallido ricordo di un grande del passato) mentre alcuni ripetono ossessivamente (e piuttosto noiosamente) la stessa formula (Bashmet con i solisti di Mosca). Fa invece piacere vedere qualche apertura su  giovani esecutori (Colli e Romanowski), su altri solisti non ancora ascoltati a Bologna (Lewis e Jansen) e su  nuove formazioni (come quelle con Brunello e Pires). Una sorpresa felice è quella di non vedere finalmente il freak Bollani in cartellone: di contaminazioni non se ne può veramente più e la sua assenza non farà di certo piangere gli abbonati. Ciò che invece anche in questa stagione manca è il canto e in particolare un concerto di Lieder. Purtroppo è questa una sorta di provincialismo cui una organizzazione che aspira a essere considerata fra le maggiori del campo musicale italiano non dovrebbe soggiacere. Sarebbe bene ricordare che la liederistica in tutto il mondo fuorchè in Italia (ancora ammalata di melodramma nazionale autarchico) è un genere che ha la stessa importanza delle esecuzioni strumentali, che nei paesi di lingua tedesca vede più concerti settimanalmente (con esecutori noti anche al pubblico italiano come Barenboim) e che la sintesi fra musica e poesia costituisce il vertice artistico massimo – come più volte sottolineato da Qurino Principe. Può essere significativo ricordare che persino un’organizzazione di dimensioni assai più ridotte come il Circolo della Musica di Imola ogni anno organizza un concerto di Lieder. Dice niente la cosa ?

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Megalomania

E ci risiamo: la malapianta dell’auditorium è come l’evangelico loglio, un’erbaccia che non si riesce a estirpare e che ricresce nonostante gli sforzi per debellarla definitivamente. C’è una specie di gara a chi le spara più grosse: 2000 poi 3000 poi 4000 etc. posti come se il pubblico pagante fosse un’entità di dimensione infinita (Bologna ha a malapena 350.000 abitanti): cosa si ipotizza, un aeroporto per gli Airbus A380 che trasporti per le mirabolanti performances vagonate di spettatori da tutto il mondo ? Questa follia ricorda molto quella che ha caratterizzato la crescita incontrollata di piccole università e piccoli aeroporti per scopi raramente nobili dei politici locali. Il risultato: le piccole università e i piccoli aeroporti chiudono e questo è lo stesso destino prevedibile dell’auditorium che verrebbe a costitutire l’ennesimo problema di bilancio del comune. I soloni che propugnano questo progetto sono (forse, molto forse) operatori culturali di alto livello ma paiono dimenticare costantemente (e volutamente ?) i problemi gestionali come se la creazione della struttura fosse di per sè un’opera che non necessita poi di elevatissimi costi gestionali. Attribuirsi il merito e poi lasciare ad altri la soluzione dei problemi piccoli e grossi (un film già visto in varie occasioni…). E il povero teatro comunale correttamente parametrato sulla dimensione della città ? Nel dimenticatoio.  Ma possibile che il CdA del teatro sia così imbelle da non fare sentire forte e chiara la propria voce e assumere una posizione inequivocabile? Oppure alcuni dei suoi membri in realtà sono dei doppiogiochisti il cui comportamento dovrebbe essere opportunamente contrastato dall’amministrazione comunale ?

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Unforgettable

Lunedì 18 Marzo 2013. Bejing String Trio – Musica Insieme -. C’è un concerto della passata stagione di Musica Insieme che non può essere dimenticato. Un modestissimo trio di tre sprovveduti cinesini, catapultato per non si sa quale congiunzione astrale a Bologna esegue malamente e senza alcuna qualità brani del repertorio classico con la partecipazione di un oboe che fa del suo meglio per migliorare (fatica sisifea!) la deprimente situazione. Ma…. come secondo brano della serata viene ammannito in prima (e certamente ultima…) assoluta un brano del compositore (?) Nicola Sani che gratifica il pubblico, durante la  presentazione del concerto,  anche delle sofferenze che il parto artistico (?) gli ha procurato. Un brano che certamente potrebbe costituire un ottimo argomento per quella preziosa raccolta di recensioni che è il Lexicon of musical invectives (un must da oltre 60 anni per tutti gli appassionati musicali). Che dire?  Il brano avrebbe meritato la ben nota espressione di Fantozzi in occasione dell’ennesima visione delle Corazzata Potemkin essendo non solo orribile (si tratta di rumore puro) ma anche irritante e pretenzioso con quei tre leggii piazzati sul palcoscenico affinché tutto l’uditorio avesse la stessa parte di sofferenza nell’ascolto. Il pubblico si guarda sbigottito e sbotta durante l’intervallo utilizzando irripetibili epiteti all’indirizzo del sedicente (de)compositore. Una parte (piccola) però del pubblico applaude: ma chi saranno mai questi pellegrini ? Lo si capisce dall’inizio della seconda parte: nessuno di loro rimane in sala mentre durante l’esecuzione del pezzullo hanno fatto a gara per farsi vedere dell’ineffabile Sani. Insomma la solita piccola claque di “sudditi” che si esercita nello sport nazionale più diffuso: l’adulazione del potente di turno. Senza ulteriori commenti…..

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Teatro comunale


Teatro comunale 21 Maggio 2013. Il dibattito in corso sulla crisi dei teatri bolognesi e sul loro finanziamento meriterebbe un’analisi unitaria del problema. Archiviato il progetto sventurato dell’auditorium (con costi alla fine sulle spalle del comune-pantalone..) rimane il fatto che Bologna si trova ad avere 4 grossi teatri (due di prosa e due dedicati alla musica) con un tasso di utilizzazione irrisorio e quindi un rapporto costi/incassi del tutto insufficiente, il che implica la necessità di pesanti, molteplici interventi delle istituzioni, singolarmente del tutto insufficienti. A ciò si aggiunga che in campo musicale le organizzazioni musicali sono fra loro in perenne (e sovente conflittuale) concorrenza, con l’aggravante di potenziali conflitti di interesse mai affrontati con decisione. Il punto centrale è comunque uno e uno solo: Bologna ha un teatro magnifico – il Comunale –  e intorno ad esso deve esse costruita tutta la programmazione avente come scopo primario la sua piena utilizzazione con una razionalizzazione dei costi coinvolti. Ovviamente nulla vieta che come avviene all’estero organizzazioni diverse si appoggino al teatro ma il risultato deve essere quello del suo pieno impiego (molti dimenticano che negli anni ’50 e ’60 anche la prosa era ospitata al comunale – si ricordi il sempre rimpianto “festival della prosa”). E non hanno pregio le obiezioni relative al numero di posti: gli spettacoli, i concerti possono essere ripetuti (con costi che mai sono il doppio!) e con una differenziazione di prezzo a tutto vantaggio del botteghino (e con una ricaduta positiva sul pubblico giovanile). Probabilmente la prosa non potrebbe essere integralmente ospitata se non in occasioni specifiche e questo implica la presenza di un (uno solo!) teatro dedicato alla prosa, anch’esso però a piena utilizzazione. Un’organizzazione del teatro comunale del tipo proposto porterebbe a una concentrazione dei finanziamenti con gli ovvi effetti benefici senza dimenticare che le casse del comune potrebbero beneficiare della possibile dismissione di beni immobili in zone di altissimo valore. E come ulteriore effetto positivo il teatro comunale – acquisita una posizione di vero prestigio in ambito nazionale – potrebbe finalmente affrontare seriamente per gli spettacoli operistici il problema di una programmazione concordata con altri teatri (Torino e Genova ad esempio) sufficientemente distanti per evitare la sovrapposizione ma con significativa riduzione complessiva dei costi. Si deve sperare che il comune, visto lo stato di necessità, abbia il coraggio e la determinazione per decisioni inevitabilmente controverse ma ormai indilazionabili.
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Herbert Schuch

Venerdì 17 Maggio: Herbert Schuch – Bologna festival – I grandi interpreti -. Peccato che abbia sbagliato il programma: inserire in sequenza le Geistervariationen di Schumann e le Bagatelle op. 119 di Beethoven ha avuto l’effetto di addormentare il pubblico che neppure si è accorto della fine delle variazioni. Schuch è un pianista di statura che prosegue la grande tradizione dei Brendel (di cui è stato allievo) e degli Schiff con un’interpetazione fortemente intimistica che nulla concede al virtuosismo (in modo anche eccessivo) talchè l’ntero programma (che terminava con gli improvvisi op. 142 di Schubert)  poteva fare dubitare delle capacità tecniche dell’esecutore, ferma restando la sua musicalità. Fortunatamente il bis eseguito (“La campanella” di Liszt) ha messo in luce doti tecniche non comuni con una esecuzione impeccabile Un artista da seguire e forse da valutare su uno spettro più ampio di autori per evitare di attribuirgli qulla etichetta di nicchia che tanto è stata in voga nello scorso secolo.
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Giulia Rossini

Mercoledì 15 Maggio: concerto di Giulia Rossini – Talenti di Bologna festival -. La coda di cavallo da liceale non tragga in inganno: Giulia Rossini ha ingerito un metronomo, l’ha metabolizzato e l’ha inserito  nel suo DNA. Un esempio per tutti: dopo l’introduzione del primo tempo dell’op. 81 di  Beethoven (Les AdieuxDas Lebewohl) la velocità della prima frase musicale (che si compone di ribattuti) ha di fatto cancellato i ribattuti stessi e ha poi portato la successiva scala di accordi a una confusa (e probabilmente imprecisa) esecuzione che ha trasformato la bellissima sonata in uno studio di Czerny (la grande velocità ?). Non manca di potenziale musicalità la nostra giovane esecutrice ma il controllo della velocità esecutiva è la prima dote di un pianista che dimostra la sua maturità e la capacità – pur nel rispetto delle indicazioni dell’autore – di adottare quelle piccole sfumature dinamiche che tanto peso hanno nella interpretazione musicale (si pensi – a titolo di esempio – alle indicazioni metronimiche beethoveniane della grande fuga dell’op. 106: praticamente ineseguibile e in ogni caso con risultati caotici se eseguita senza una adeguata sensibilità musicale). La sonata di Haydn è stata eseguita in modo diligente mentre per la sonata di Schumann vale quanto già indicato per Beethoven. Non mi pare che Giulia Rossini rientri fra i “talenti”: forse fra le possibili e tutte da verificare promesse……
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Recensioni

Le recensioni musicali sono sparite dai giornali: è ora di avere un punto di riferimento che offra un parere indipendente e spassionato sulla vita musicale bolognese. Kurvenal nasce per questo. A presto. (Per i puristi Wagneriani so perfettamente che il compagno di Tristan è Kurvenaal con due “a” ma purtroppo il nome era già stato prenotato……)

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