Operistica, Recensioni

Rigoletto – Teatro comunale Bologna 8 Novembre 2016

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La storia è quella tragica di un buffone, ma non fraintendetemi. Non sto parlando di Rigoletto ma di una buffonata teatrale ammannita dal “regista” Alessio Pizzech, un carneade catapultato al teatro comunale, che naturalmente per segnalarsi vuole impressionare, strafare, come accade – ad esempio – ai direttori di orchestra di terza categoria che si dimenano sul podio sostituendo invano la ginnastica all’autorevolezza della bacchetta. Rigoletto viene presentato come una “drag-queen“, con tanto di calza velata con giarrettiera e durante l’ouverture si infila una scarpa col tacco. Probabilmente il “regista”  in un futuro (se non viene prima tempestivamente cacciato da tutti i teatri d’opera) si inventerà un Rigoletto femmina (come è accaduto alla Deutsche Oper di Berlino con un pasha del Ratto del Serraglio donna – viva il transgender!). La prima scena è volgare quanto basta (una tentazione cui il regista non sa sottrarsi ogniqualvolta si tratta del palazzo del Duca di Mantova) con atti sessuali espliciti di pessimo gusto che non provocano più, ma semmai annoiano. Sembra di vedere un impianto scenico della Komische Oper di Berlino prima del cambio del sovrintendente. Per essere sicuro di essere capito poi nella seconda scena a palazzo le donne si muovono come pupazzi meccanici (oggetti, insomma) maneggiati da uomini infoiati. Le “provocazioni” sessuali hanno fatto da lungo tempo il loro tempo e Carmelo Bene è ormai un ricordo sbiadito copiato solo da patetici epigoni. Forse sarebbe molto più provocatorio un baccanale tradizionale  ma per capirlo sarebbe necessario avere quella materia grigia teatrale che manca al Pizzech. Toltosi il costume di scena  (riposto in una valigia) Rigoletto fino alla fine dell’opera si trasforma  in una sorta di commesso viaggiatore (sempre con valigia appresso per sicurezza, mai gli venisse richiesta una prestazione all’impronto). Gilda si presenta come una decerebrata mentalmente ritardata uscita da una bacheca di bambole ‘fin de siècle” a indicarne la assoluta mancanza di cervello (sempre donne come bambole, un’ossessione del “regista”). Forse l’unica trovata registica parzialmente valida è quella di collocare la locanda di Sparafucile su uno sgangherato battello fluviale visto che il corpo del Duca (in realtà Gilda) dovrebbe essere buttato alla fine nel fiume. Ora io non voglio più parlare di questa infame “regia” (e poi il teatro si lamenta se viene degradato sul piano nazionale – ma è giusto che questo avvenga) che purtroppo è il controcanto di una gestione dilettantesca (Ezio Bosso incluso!) perché comunque farei un favore al “regista” continuando a considerarlo: costui meriterebbe di fatto solo uno sdegnato silenzio. E al confronto anche la povera regia de Le nozze di Figaro attualmente in programma alla Scala e criticata da pubblico (ripetuti buuh) e critici diventa di valore strehleriano al confronto. Veniamo al cast musicale.  Oggettivamente di valore medio-alto anche se non stratosferico. Sopra tutti il duca di Mantova Celso Albelo un tenore dal timbro possente, in grado di modulare tutti i registri ma che purtroppo sforza nell’acuto.  Una prova comunque di qualità. Un giudizio simile per la Gilda di Irina Lungu che nelle arie chiave e nel duetto del primo atto con Rigoletto trova sempre il registro giusto (soprattutto nell’agilità) con il difetto di sforzare anch’essa negli acuti. Quanto al Rigoletto di Marco Caria, dopo un primo atto discutibile trova nel secondo e nell’ultimo atto i toni giusti. Piuttosto scadente lo Sparafucile di Antonio di Matteo e nella norma la Maddalena di Rossana Rinaldi. Durante la rappresentazione mi sono ripetutamente ricordato della splendida edizione bolognese del 1990 con June Anderson: qui siamo distanti anni luce. Successo controverso con una prevalenza di applausi (ma si sa: la clacque svolge diligentemente e rumorosamente il proprio mestiere alle prime) e buuh che provengono non solo dal loggione ma anche dalla platea (io) nello sconcerto di un pubblico ingessato, tradizionalista e conformista ma quando ce vo’ ce vo’.
Sad
Cast
Rigoletto
Marco Caria
Il duca di Mantova
Celso Albelo
Gilda
Irina Lungu
Sparafucile
Antonio Di Matteo
Maddalena
Rossana Rinaldi
Giovanna
Beste Kalender
Il Conte Monterone
Andrea Patucelli
Marullo
Raffaele Pisani
Matteo Borsa
Pietro Picone
Il conte di Ceprano
Hugo Laporte
La contessa di Ceprano
Marianna Mennitti
Un usciere
Michele Castagnaro
Un paggio
Marianna Mennitti
Direttore
Renato Palumbo
Regia
Alessio Pizzech
Scene
Davide Amadei
Costumi
Carla Ricotti
Luci
Claudio Schmid
Movimenti scenici
Isa Traversi
Assistente alla regia
Valentina Brunetti
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Rigoletto again- 9 Novembre 2016

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Un breve commento aggiuntivo. Secondo il critico di Repubblica Baccolini chi ha contestato il Rigoletto bolognese è di fatto un vecchio bacchettone orfano di gobba etc. etc. Palle! Io ho fatto parte dei contestatori non perchè sono un vecchio bacchettone ma solo perchè una regia è bella o brutta e questa, semplicemente, era brutta, pretenziosa e noiosa. Ho assistito a tutto nel mondo, a scenografie moderne e a scenografie classiche e per ognuna ho espresso un parere semplice: bella o brutta. Un esempio: l’ultimo “Così fan tutte’ alla Scala in chiave moderna era bello, le ultime “Le nozze di Figaro” di tipo tradizionale sono brutte. E così via. Prima di affibbiare cartellini di incompetenza o di nostalgie conservatrici sarebbe forse meglio riflettere e – magari – assistere attentamente allo spettacolo, fermo restando il diritto di dissentire e di avere opinioni diverse. Absit iniuria verbis…Sad
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Quartetto Emerson – Musica Insieme Bologna 7 Novembre 2016

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Un concerto con qualche luce ma anche molte ombre. Si inizia con il quartetto op. 131. Purtroppo il suono del primo violino è tutt’altro che impeccabile e ad esempio la fuga iniziale risulta piuttosto piatta e monotona. Il suono durante tutto il quartetto non trova mai la fusione e la coesione che si richiederebbe a una grande compagine. Ne risulta un’esecuzione complessiva di livello medio e non certo memorabile. Dopo l’intervallo primo e secondo violino si scambiano di ruolo e il risultato sonoro è migliore anche perché l’op. 130 non risente di quella rarefazione che troverà la sua epitome nell’op. 135 (ahi, ahi relatore iniziale: l’op. 131 e la grande fuga op. 133 non sono  esattamente le ultime composizioni di Beethoven..). Il suono è migliore anche se non mancano alcuni difetti di intonazione. Ma poi viene eseguita la grande fuga op. 133. E qui proprio non ci siamo. La velocità forsennata con cui viene attaccata è più che doppia di quella storica del quartetto Amadeus e persino superiore a quella del disciolto quartetto Lasalle, che pure ai suoi tempi fece molto discutere. Ma nel tempo staccato dal Lasalle era ancora nitido il percorso musicale della fuga. Non è il caso dell’esecuzione del quartetto Emerson. Qui la ricerca della velocità ad ogni costo trasforma la composizione in una sorta di esercizio puramente tecnico (per stupire il pubblico) e in un ammasso sonoro informe nel quale è impossibile distinguere lo sviluppo logico della fuga talché finiscono per prevalere quelle dissonanze che tanto fecero discutere il pubblico alle prime esecuzioni e che trovano un loro preciso significato solo se inserite in un discorso musicale che qui è del tutto mancato. Peccato: una esecuzione di certo non all’altezza della fama (forse un po’ usurpata) del quartetto Emerson. Ovviamente, naturalmente,  incomprensibile successo di pubblico con la solita ginnasta che applaude immancabilmente a mani alzate….
Sad HappySad
Programma
 L. van Beethoven                 Quartetto op. 131 Quartetto op. 130 , Grande fuga op. 133 
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Sabrina Lanzi – Conoscere la Musica Bologna 3 Novembre 2016

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Un concerto “double face”. Alle ore 21 (come indicato dal programma) “si spengono le luci e tacciono le voci”. Un concerto di Conoscere la Musica che inizia in orario: un miracolo o un ravvedimento? Comunque ben vengano le buone notizie, in questo periodo ne abbiamo proprio bisogno e ci accontentiamo. La precisione nell’orario fa persino digerire l’introduzione. Poi la musica (finalmente!). Si inizia con una sonata Mozartiana poco frequentata.  Un’esecuzione composta e stilisticamente corretta con un primo tempo eseguito con misura e nel rispetto del dettato mozartiano. Lo stesso può dirsi degli altri due tempi. Segue una delle sonate più note di Schubert dove la nostra purtroppo infarcisce di strafalcioni il primo tempo (addirittura uno strabiliante prima del ritornello).  Tutta la sonata è eseguita troppo in fretta, troppo velocemente (a scapito dell’interpretazione) travisando quello che è il mondo Schubertiano nell’anno della sua morte, quello del quartetto la “Morte e la fanciulla”  e del famosissimo quintetto con due violoncelli. Un’esecuzione da dimenticare e che la Lanzi dovrebbe ben riponderare prima di ripresentarla in concerto. Dopo l’intervallo segue l’op. 118 dell’ultimo Brahms, atteso con una certa trepidazione vista l’esecuzione schubertiana. E invece la Lanzi esegue i brani con grande misura e mettendo in risalto il lato intimistico brahmsiano, come ne fa fede, ad esempio, l’interpretazione dell’intermezzo in la maggiore. E anche qualche intemperanza (ad esempio nella ballata in sol minore) può essere perdonata in un contesto di qualità. Insomma un concerto “luci e ombre” da parte di un’interprete che ha certamente molte potenzialità ma che deve anche meglio approfondire l’universo schubertiano. Forse l’ascolto di qualche grande maestro potrebbe giovarle. Un bis.
HappySad Happy
Programma
 W.A. Mozart Sonata n. 4 K 282
F. Schubert Sonata  D958
J.Brahms 6 Klavierstücke op. 118
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Mariangela Vacatello – Conoscere la Musica Bologna 27 Ottobre 2016

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La serietà di un’organizzazione musicale si misura anche dal rispetto degli orari. In questo ciclo il ritardo è invece istituzionale e immotivato, 15 minuti per iniziare la “conversazione” (che dura non meno di 15 minuti! per carità di patria non commento il contenuto) cosicché il concerto vero e proprio inizia alle 21. In nessuna sala da concerto di tutta europa si ha una situazione simile che accomuna Bologna al terzo mondo. Ma ovviamente si sta parlando a dei sordi. L’ “organizzazione” (le “maschere” si dileguano dopo il periodo iniziale di ritardo) si disinteressa poi dei telefonini accesi con la luminosità del display che disturba l’ascolto. Nella mia fila due ragazzotti decerebrati hanno tenuto per tutto il primo tempo il cellulare acceso commentando quanto presentato dai displays: ma allora che vengono a fare a un concerto? Questo è uno degli effetti negativi collaterali dei concerti gratuiti: si viene tanto non costa. Altri disturbatori sono coloro che tenendo alto un tablet cercano l’inquadratura perfetta per una foto ma che effettuano n tentativi prima di ritenersi soddisfatti. Ogni confronto con standard europei di comportamento sarebbe impietoso: qui siamo nella provincia della provincia… A questo si aggiunga che un gentile spettatore mi ha tossito rumorosamente costantemente nella nuca cosicché alla prima occasione ho dovuto cambiare posto. Veniamo alla Vacatello. Ha una mano eccezionale e una tecnica di primissimo ordine ma ha un demone che solo raramente riesce a controllare: quello di suonare forte e con la massima accelerazione. Il suo è un pianismo muscolare che ovviamente non va certamente bene per tutte le stagioni. Si inizia bene: la “patetica” è eseguita con calore e stile anche se il secondo tempo viene sviluppato a un tempo un po’ troppo accelerato, perdendo una parte della sua bellissima cantabilità. La sonata di Ginastera, invece, è un disastro: data anche la povera acustica di S. Cristina ne esce un magma sonoro e informe ad altissimo volume. L’intelligenza di un esecutore si misura anche sulla sua sensibilità all’ambiente, cosa che in questo caso è totalmente mancata. Il notturno chopiniano risente ancora una volta di un tempo eccessivo e quindi di una riduzione di cantabilità, perdendo quell’aura di mistero che ne è una delle principali caratteristiche, e nella ballata, nella sua seconda parte, si scatena il demone con un risultato prevedibile. Quanto alla “pavane” si può ripetere quanto detto per il notturno (certamente lo stile non è quello di un θρηνοσ….) mentre per “La valse” la fretta di esprimere tutta la potenza di fuoco della sua tecnica ha cancellato la bellissima progressione sonora dell’inizio magmatico per esplodere troppo in fretta in sonorità e tempi eccessivi. Concludendo si può certamente affermare (in un confronto con il concerto tenuto alcuni anni fa a Musica Insieme)  che purtroppo nel pianismo della Vacatello si percepisce un’involuzione verso una impostazione prevalentemente atletica che non promette nulla di buono. Due bis di cui uno il celebre studio chopiniano op. 10 dei tasti neri. Un buon successo ma non strepitoso, vuoi perché talvolta (raramente purtroppo) il pubblico giudica correttamente, vuoi per la presenza di spettatori interessati solo a lasciare la sala maleducatamente appena possibile. Big room for improvement…
Sad HappySad
Programma
 L. van Beethoven                  Sonata n. 8 op.13 “Patetica”
A. Ginastera                                Sonata n. 1
F. Chopin                                      Notturno op. 27 n 2 –  Ballata n.3
M. Ravel                                       Pavane pour une infante defunte – La Valse
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Cameristica, Recensioni

Quartetto di Cremona Campaner – Musica Insieme Bologna 24 Ottobre 2016

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Che il quartetto di Cremona rappresenti la migliore formazione cameristica italiana (di livello mondiale, comunque) è cosa ormai nota e se ne è avuta la riprova ieri con un concerto che non esito a definire strepitoso. Questo quartetto ha ormai una capacità di fusione del suono e una capacità corale interpretativa che non smettono di stupire. Impegnati in un concerto di lunghezza “monstre” (2 ore e un quarto di musica – forse un po’ troppo per un concerto iniziato alle 20.30. In questi casi si dovrebbe avere il coraggio di anticipare alle 19  e – forse – di inserire due intervalli) hanno saputo, in presenza di formazioni variabili, esprimere appieno il mondo schubertiano, e in particolare del suo ultimo periodo, l’anno della morte. Senza dubbio il meglio si è avuto con la formazione base della compagine, impegnata nel quartetto “Der Tod und das Mädchen” (il nome è preso dall’omonimo Lied composto precedentemente e il cui tema – variato – viene ripreso in uno dei tempi del brano) con una esecuzione perfetta che ha giustamente strappato un applauso caloroso e sentito del pubblico. Della stessa qualità il meraviglioso quintetto con i due violoncelli dimostrando, ancora una volta, come l’inserzione di strumentisti di qualità in una formazione così affiatata non ponga alcun problema, vista la qualità degli altri esecutori. Di buona qualità (non strepitosa però) l’esecuzione del quintetto “Die Forelle” (nome derivato anch’esso da un precedente Lied il cui tema con variazioni costituisce il terzo movimento): è probabile che la sensazione di una qualità leggermente inferiore sia legata al diverso periodo compositivo schubertiano (1819 anziché 1828) e a un contenuto musicale meno pregnante delle altre due composizioni eseguite. Buona la prova della Campaner. Un quartetto, comunque, che vorremmo sentire molto più spesso, come accade a Milano alla società del Quartetto dove vengono proposte le integrali di vari autori. Un’ultima considerazione positiva. La viola del quartetto ha detto due parole molto semplici ma molto utili prima del concerto limitando a 5 minuti il suo intervento. Che possa servire di esempio ai self-made musicologi che infestano i concerti di Musica Insieme?

HappyHappy

Programma
Franz Schubert
Quartetto in re minore D 810 – Der Tod un das Mädchen
Quintetto in do maggiore D 956 per due violini, viola e due violoncelli
Quintetto in la maggiore D 667 per pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso – Die Forelle

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Recensioni, Sinfonica

Maisky Rustioni – Pomeriggi musicali Milano 15 Ottobre 2016

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Addobbato con una sgargiante blusa blu, i lunghi capelli bianchi ondulati, pizzetto e barba bianca, Mischa Maisky si presenta al pubblico come una icona del violoncellismo mondiale. Si siede su un predellino che appare fatto su misura, con una protuberanza che gli permette un puntale di 80 cm; il violoncello risulta praticamente sdraiato sulla persona. L’esecuzione è naturalmente di altissima qualità ma non raggiunge le stesse vette del passato. Tecnicamente perfetta, risulta in certi passaggi un po’ debole e il suono ne risente. La colpa è certamente anche della terribile acustica del teatro Dal Verme e di una orchestra che non viene sufficientemente tenuta a bada dal direttore, coprendo spesso il suono del violoncello. L’esecuzione del difficilissimo concerto di Dvořák meriterebbe di certo un’orchestra che assai meglio assecondasse l’interprete.  Quanto a Maisky gli anni passano per tutti (e ne fa fede l’evidente sforzo nel suonare che lo costringe ripetutamente a detergersi il sudore) e certamente il violoncello è strumento impietoso, assai più del pianoforte (penso a grandi vecchi come Radu Lupu in grado di fornire prestazioni eccezionali anche laddove la tecnica non lo sorregge più come un tempo). In ogni caso grande successo di pubblico e due bis bachiani. Nel secondo tempo il concerto ha presentato la quinta sinfonia di Sibelius, un brano certamente non di grande spessore eseguito da un’orchestra piena di buona volontà ma oggettivamente di qualità mediana. E questo nonostante le contorsioni del giovane direttore cui bisognerebbe suggerire l’analisi del gesto dei grandi direttori, sempre misurato e autorevole senza eccessi ginnici che nulla portano alla qualità dell’esecuzione. Non molto altro da dire. Buon successo di pubblico (e un po’ di stonata clacque locale..).

HappySadHappy

Programma
Antonín Leopold Dvořák Concerto per violoncello e orchestra op. 104
Jean Sibelius Sinfonia op. 82

 

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Amsterdam Sinfonietta Carbonare – Musica Insieme Bologna 10 Ottobre 2016

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Una formazione cameristica di grande qualità con un clarinettista – Alessandro Carbonare – che si è aggiunto all’ultimo momento a causa della indisponibilità del clarinettista previsto dal programma Martin Fröst. Il concerto si è sviluppato su due piani: una prima parte di stampo classico e una seconda di stampo nazional-popolare con musica “klezmer” (klezmer כליזמר è vocabolo yiddish e non ebraico – come indicato da Sandro Cappelletto, relatore dell’ “introduzione” elogiativa del trentennale di Musica Insieme  -. Si tratta infatti  di vocabolo della comunità ebrea tedesco-polacca distrutta dal nazismo dove “klez” כליז sta per clarinetto)  e jazzistica. Dell’esecuzione dei brani di Bruckner, Janáček e Bartók non  si può che dire bene, con un suono dell’orchestra particolarmente calibrato che dimostra un affiatamento da tempo consolidato. Anche dal punto di vista interpretativo i brani sono stati resi con grande partecipazione nel rispetto dello stile di ciascuno dei tre compositori di diversa origine. Altrettanto di grande qualità è stata l’esecuzione del concerto di Weber: Carbonare è strumentista di affermata capacità. Il resto del programma ha seguito percorsi diversi da quelli previsti a causa del cambio di clarinettista. Qui forse Carbonare ha ecceduto nello strizzare l’occhio al pubblico meno avvertito ma diciamo che data la chiamata d’urgenza la cosa si può anche perdonare. Purché non si ripeta…
 HappySadHappy
Programma
Anton Bruckner Adagio dal Quintetto per archi in fa maggiore WAB 112
Carl Maria von Weber Concerto n. 1 in fa minore-maggiore op. 73 per clarinetto e archi
Leoš Janáček Suite per archi JW 6/2
Johannes Brahms  Danza ungherese n. 14 (trascrizione per clarinetto e archi di Roland Pöntinen)
Tradizionale/Göran Fröst Danza klezmer n. 2 per clarinetto e archi
Béla Bartók Danze popolari rumene Sz. 6apper

 

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Ayumi Matsumoto – I concerti del Circolo della Musica Bologna 8 Ottobre 2016

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Parliamoci chiaro: se qualcuno ritiene che quanto sta per leggere sia eccessivo chieda di riascoltare la registrazione (che è stata effettuata) per convincersi. Si comincia con una sonata di Mozart: una esecuzione tecnicamente pulita ma tutta troppo forte, senza mai un mezzo tono. Tessitura sempre fra f e  mf. Mi chiedo se la colpa sia della sala la cui acustica è francamente molto discutibile o del piano con il coperchio aperto che produce sonorità eccessive. Scopro più avanti nel concerto che invece i “piani” (i pochi eseguiti”) sono possibili. Oops…  Si passa alla sonata op. 110 di Beethoven, certamente il brano più significativo del concerto per giudicare l’interprete. Si tratta della sonata con le minori difficoltà tecniche fra quelle del cosiddetto “ultimo periodo” ovvero quello che va dall’opera 101 all’opera 111. Qui semplicemente non credo alle mie orecchie: incredibili errori anche in parti assolutamente tecnicamente elementari in tutti i tre tempi. Addirittura nella fuga uno strafalcione gigantesco obbliga l’esecutrice a farfugliare qualche nota per cercare di mantenere la continuità dell’esecuzione senza ovviamente potere nascondere quanto successo. Dal punto di vista musicale un disastro: poca interpretazione, tutto eseguito in modo piano, scialbo mf e addirittura la fuga viene eseguita con un tempo iniziale lentissimo (che solo un grandissimo interprete potrebbe sostenere) salvo poi avventarsi al termine del brano con un eccesso di velocità e di suono assolutamente fuori stile. Semplicemente incredibile. Dopo l’intervallo vengono eseguiti i Drei Fantasiestücke op. 111 di Schumann, tre brani pochissimo frequentati e oggettivamente musicalmente deboli che riflettono la stato di salute mentale del compositore tedesco ormai non più padrone di sé stesso. Il primo viene affrontato in modo eccessivamente violento e gli altri due (più intimistici) senza lode e senza infamia. Segue il notturno di Chopin (dove finalmente scopro che è possibile suonare piano) anche qui senza particolari elementi positivi, per terminare con un brano da archeologia musicale, una parafrasi di Martucci della “Forza del destino” di Verdi. Martucci non è Liszt e la sua parafrasi è noiosa e pedissequa e meritevole di essere riposta rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale. Esecuzione tecnicamente corretta: di più non si può dire (anche per colpa della partitura). Successo modesto da parte del pubblico “premiato” con una mazurka di Chopin che riflette ancora una volta le scarse qualità musicali dell’interprete: riesce ad “andarci giù pesante” anche in un brano che meriterebbe ben altro approccio.

SadSadSad

Programma
W. A. Mozart Sonata K. 576
L.V. Beethoven Sonata op. 110
R. Schumann Drei Fantasiestücke op. 111
F. Chopin Notturno op. 27 n. 2
G. Martucci La forza del destino

 

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Cameristica, Recensioni

Duo Cosi Giorgi – Accademia Filarmonica Bologna 8 Ottobre 2016

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Un duo violoncello pianoforte giovane composto da due esecutori ancora in fase di studio (il violoncello segue attualmente dei corsi di perfezionamento mentre il pianista studia al conservatorio).  L’esecuzione della difficile sonata beethoveniana non è stata immacolata: vari problemi di intonazione da parte del violoncello (soprattutto nelle parti che richiedono il capotasto) e alcune non secondarie incertezze del piano. Sia chiaro: si tratta di giovani (il pianista è addirittura uno studente del secondo anno del triennio accademico di primo livello) e quindi le incertezze ci stanno ma troppo nota è la sonata e le grandi esecuzioni (ad esempio il duo Rostropovitch Richter) perché sfuggano a un orecchio avvertito i problemi.  Ciononostante l’impostazione musicale del brano è stata di buona qualità e altrettanto buono è l’affiatamento fra i due strumentisti ma there is a big room for improvement. Molto meglio l’esecuzione della bellissima sonata di Šostakovič nella quale l’aspetto popolare (nel senso migliore del termine) del brano è stato reso molto bene, sottolineando quegli aspetti che ne fanno un classico del violoncello. Qui (anche per la tessitura della partitura) sono mancate in larga parte le carenze del violoncello che ha risolto brillantemente anche alcuni complessi passaggi (ad esempio quelli che richiedono glissati e successioni di intonazioni con la mano nella stessa posizione).  Un buon successo di pubblico premiato con un bis: il secondo tempo della sonata per violoncello e pianoforte di Rachmaninov eseguito in modo eccellente.
PS Nelle biografie degli esecutori bisognerebbe evitare frasi del tipo “vincitore di numerosi premi in concorsi nazionali e internazionali”: o si indicano i nomi dei concorsi e le date oppure la sensazione è che si tratti di aria fritta. Sarebbe poi indispensabile (soprattutto per un giovane) evitare atteggiamenti istrionici da “kapellmeister” che dirige un’orchestra che non c’è, o espressioni eccessivamente ispirate. Forse sarebbe bene vedere le registrazioni dei grandi interpreti: Schiff, Argerich, Michelangeli, ma anche giovani come Volodos, Blechacz etc. La sobrietà è sintomo di sicurezza mentre gli atteggiamenti estremi paiono volere compensare con l’espressione quanto le mani non riescono ad esprimere. ….

SadHappy

Programma
L. v. Beethoven   Sonata il la maggiore op. 69
D. Šostakovič Sonata il R eminore op. 40

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Cameristica, Recensioni

Solisti di San Valentino – Chiesa di S.Valentino Bologna 6 Ottobre 2016

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Al di là dei concerti delle organizzazioni maggiori a Bologna, è possibile ascoltare anche giovani formazioni locali che arricchiscono il panorama musicale bolognese facilitando l’ascolto e la diffusione della musica classica (“alta” direbbe Q.Principe). È il caso dei solisti di  San Valentino che hanno eseguito un programma principalmente barocco con una puntata nel settore romantico con Mendelssohn.  La formazione cameristica (che anche in Corelli e Händel ha visto la partecipazione dell’oboe come strumento di insieme) ha ripercorso l’impostazione che in tempi passati era quella della hausmusik, ovvero un’esecuzione il cui scopo principale non era una esibizione virtuosistica ma bensì un’occasione per conoscere e ascoltare musica: era, per esempio, quella della famiglia Mendelssohn che ogni domenica si riuniva insieme ad amici e conoscenti per un concerto “famigliare” che naturalmente era anche occasione di incontro e discussione. Ovviamente la tradizione risaliva anche a tutto il settecento di cui abbiamo testimonianza – ad esempio – in numerose lettere di Mozart. Ciò detto bisogna dire che la formazione ha offerto un’esecuzione con luci ed ombre al di là di alcune imprecisioni di intonazione. L’acustica della chiesa di San Valentino è pessima impedendo nonostante la buona volontà degli esecutori la fusione dei suoni degli strumenti, cosa che ha purtroppo messo in risalto una forte difformità nelle loro sonorità. In particolare il primo violino ha coperto in Corelli e Händel, praticamente annullandolo, il suono struggente dell’oboe e anche quello degli altri strumenti (persino il secondo violino).  In una formazione cameristica è necessario dismettere un’impostazione che potrebbe essere quella di un violino solista in una grande sala da concerto, ridurre l’individualità dello strumento  in nome di un’amalgama dei suoni che è alla fine dei conti l’essenza intrinseca della musica eseguita. L’assenza di fusione è risultata particolarmente evidente nella sinfonia per archi di Mendelssohn che è di fatto un quartetto. Purtroppo il quartetto ha delle regole che non si possono evitare e in primo luogo il fatto che non può essere la somma di individualità ma deve essere l’annullamento dei singoli nel tutto, il che richiede un ripensamento di tutti gli esecutori in nome di un diverso atteggiamento. Buona l’esecuzione dell’oboe nel concerto solistico e altrettanto dicasi dell’organista. Insomma un concerto interessante e benemerito per un pubblico non particolarmente sofisticato ma “there is a big room for improvement”. Un bis: la ripetizione dell’ultimo tempo del concerto di Corelli (una prassi abbastanza comune ma che io personalmente non amo: il bis non è un obbligo e se deve esserci deve presentare un altro brano, anche per indicare che il repertorio degli esecutori è più vasto del programma del concerto).

HappySad

Programma
Arcangelo Corelli: concerto grosso n.1 in re maggiore per archi
George Friedric Händel: concerto No.5 in Fa maggiore (con organo) HWV 293 per organo e archi
Giovanni Maria Trabaci: canzona franzesa seconda (organo solo)
Giovanni Maria Trabaci: canzona franzesa settima cromatica (organo solo)
Giovanni de Macque: consonanze stravaganti (organo solo)
Felix Mendelssohn Bartoldy: Sinfonia per archi n. 7 in re minore
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Cameristica, Recensioni

Angela Hewitt – Milano Quartetto 21 Settembre 2016

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Angel Hewitt, catapultata all’ultimo momento a Milano in sostituzione della Uchida, è da molti anni ai vertici del pianismo mondiale e rappresenta quella schiera di pianisti di mezza età che non fanno della tecnica (peraltro eccellente) l’elemento principale del proprio pianismo ma ricercano l’essenza della musica che interpretano. Il repertorio della Hewitt spazia dal barocco al moderno senza tralasciare i grandi compositori quali Beethoven, Chopin, Ravel etc. Di certo è oggi considerata la vestale di Bach del quale sta completando la registrazione di tutte le composizioni per tastiera. L’esecuzione della Hewitt è perfetta dal punto di vista dello stile e immacolata tecnicamente ma non può non essere confrontata con quella dell’altro grande interprete bachiano contemporaneo: Andras Schiff.  L’interpretazione della Hewitt appare talvolta algida e meccanicistica nonostante l’uso del pedale a differenza di Schiff che non lo usa e il cui tocco però è in grado di animare l’ordito musicale pur nel rispetto totale dello stile. Naturalmente definire un corretto codice interpretativo bachiano è impresa impossibile essendo le sue composizioni per clavicembalo ma è proprio nella trasposizione per piano che si incentra la capacità dell’interprete di trovare la giusta chiave interpretativa.  Sia chiaro: il concerto è stato di altissimo livello e ha ottenuto il plauso incondizionato del pubblico. Un solo bis: l’aria di apertura delle Goldberg Variationen.
PS La Hewitt è la seconda pianista che ha adottato lo spartito su iPad, il che evita di ricorrere a un assistente per voltare le pagine. Ho parecchio tempo fa acquistato lo strumento che però richiede una sorta di interruttore da operare con il piede sinistro per voltare le pagine e che ha due difetti. Il primo è che l’uso del pedale “una corda” interferisce con il pulsante e si corre sempre il rischio di premere il pulsante anziché il pedale. Il secondo è che essendo il pulsante “wireless” non è bloccato e un movimento involontario del piede rischia di allontanarlo dalla portata del piede con ovvie conseguenze. Nel concerto di ieri sera la Hewitt non mai usato il pedale “una corda” e per evitare lo spostamento involontario della pulsantiera ha costantemente tenuto la gamba sinistra dietro quella destra. Nel caso di Bach si può pensare che la cosa funzioni ma con altri compositori la cosa è assai problematica. Sarebbe indispensabile trovare la maniera per agganciare il pulsante alla pedaliera: food for thought.

HappyHappy

Programma

 J.S. Bach

– Fantasia in do minore BWV 906

– Aria Variata in la minore “Alla maniera italiana” BWV 989

– Invenzioni a due voci BWV 772 – 786

– Invenzioni a tre voci BWV 787 – 801

– Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo BWV 992

– Capriccio in mi maggiore BWV 993

– Fantasia e fuga in la minore BWV 904

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Operistica, Recensioni

Die Zauberflöte – La Scala 12 Settembre 2016

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Cominciamo dai lati positivi: la regia di Peter Stein. Finalmente (ripeto finalmente!) una regia che riporta il Flauto Magico a quella che è la sua intima sostanza: una favola con vari lati istrionici (Monostato, Papageno) unitamente a una valorizzazione delle più alte doti umane. Sia chiaro: il riferimento alla massoneria e ai suoi ideali è indubitabile ma non può essere l’unica chiave interpretativa dell’opera, rendendola un racconto funereo nel quale i personaggi più strampalati sono vissuti come un’aggiunta da sistemare con il minimo risalto. Con Stein si ritorna, insomma, a una visione quale probabilmente era quella di Schikaneder e di Mozart (visto anche il posto nel quale ebbe luogo la prima rappresentazione). Ma con i lati positivi ci fermiamo qui. All’estremo opposto la regina della notte di Yasmin Özkan. In tutti i registri sforza vistosamente con notevoli difetti di intonazione fino a strillare letteralmente nei sopracuti. Una performance assolutamente al di sotto del minimo sindacale naturalmente applaudita da un pubblico ignorante che gode della musica (giustamente) e non capisce nulla dello scempio condotto dal “soprano”. Nel cast svetta certamente il Sarastro di Martin Summer, voce calda e possente, perfettamente a suo agio nella parte. Peccato che sia vestito come il califfo Al-Baghdadi con l’unica differenza che la veste è bianca anziché nera. Papageno (Till Von Orlowsky) è più da apprezzare per l’agilità da ballerino ma con un eccesso di latri istrionici che alla fine risultano stucchevoli. Vocalmente sopra la sufficienza. Buone le prove di Tamino (Martin Piskorski, a parte una stecca clamorosa) e di Pamina (Fatma Said) che ha una bella voce e interpreta molto bene l’aria dell’abbandono.  Monostato (Sascha Emanuel Krame) nella norma anche se la regia gli impone un eccesso di istrionismo mentre molto brave sono le dame e accettabili (non eccezionali) i tre bambini. Orchestra con molte sbavature diretta spesso (e in particolare nell’introduzione dell’ouverture) in modo fiacco e troppo lento. In totale: uno spettacolo molto al disotto degli standard della Scala che ha fra l’altro “dimenticato” di accendere il condizionamento obbligando gli spettatori di sesso maschile correttamente vestiti con giacca e cravatta a una sauna di difficile sopportazione.

Sad

Cast

Direttore Ádám Fischer
Regia Peter Stein
Scene Ferdinand Wögerbauer
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Joachim Barth
Drei Knaben Solisti dei Wiltener Sängerknaben, Innsbruck: Moritz Plieger, Clemens Schmidt e Raphael Eysmair

Maestro del coro: Johannes Stecher

CAST

Papageno Till Von Orlowsky
Tamino Martin Piskorski
Pamina Fatma Said
Regina della notte Yasmin Özkan
Sarastro Martin Summer
Monostato Sascha Emanuel Kramer
Prima Dama Elissa Huber
Seconda Dama Kristin Sveinsdottír
Terza Dama Mareike Jankowski
Papagena Theresa Zisser
Primo sacerdote Philipp Jekal
Secondo sacerdote Thomas Huber
I uomo in armatura Francesco Castoro
II uomo in armatura Victor Sporyshev
Tre schiavi Marcel Herrnsdorf

Tenzin Chonev Kolsch

Thomas Prenn

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Cameristica, Recensioni

Quartetto Noûs – Cortina 11 Agosto 2016

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A chiusura del  Festival Ciani del 2016, sezione cortinese – ci sarà un’ultima manifestazione ad Angera(?) il 4 Settembre – il quartetto Noûs (con l’aggiunta del violoncellista C. Scaglione per il quintetto) ha eseguito due della pagine più note del compositore viennese.  Il quartetto Noûs (“mente” in greco antico) formato da quattro giovani musicisti italiani, nasce nel 2011 all’interno del Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano. Frequenta l’Accademia “Walter Stauffer” di Cremona nella classe del Quartetto di Cremona, la Musik Akademie di Basilea nella classe del M° Rainer Schmidt (Hagen Quartett) e si perfeziona con Aldo Campagnari (Quartetto Prometeo) e Hatto Beyerle (Alban Berg Quartett). Frequenta attualmente la Musikhochschule di Lubecca nella classe del M° Heime Müller (Artemis Quartett) e la Escuela Superior de Música “Reina Sofia” di Madrid nella classe del M° Günter Pichler (Alban Berg Quartett). Una esecuzione tutto sommato dignitosa di una giovane formazione, tecnicamente agguerrita ma ancora alla ricerca di quella fusione delle sonorità che è il tratto distintivo delle formazioni cameristiche. Il limite si percepisce soprattutto nelle sezioni dei brani che richiedono una sonorità piena, dove viene a mancare l’equilibrio fra le varie parti. Ma si tratta di formazione giovane e quindi aperta alla possibilità di grandi miglioramenti. Pubblico scarso come è ormai tradizione dei concerti del festival Ciani e una sala acusticamente inadatta a manifestazioni musicali.

Happy

Programma
Franz Schubert Quartetto n.14 in re minore D810 /Der Tod und das Mädchen)
                             Quintetto in do maggione D956

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Mullova Labèque – Cortina 2 Agosto 2016

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L’agonizzante Festival Ciani ogni tanto ha un guizzo di vitalità e propone un concerto di qualità con un pubblico drammaticamente esiguo anche a causa di una insufficiente e dilettantesca campagna pubblicitaria. Ieri sera saranno state presenti non più di 150 persone per due artiste che a Milano, al Quartetto, hanno riempito la sala senza un posto libero. Sono ormai molto lontani i tempi in cui il cartellone era composto da artisti quali Schiff, Argerich, Kremer etc. Oggi viene ammannita una serie di concertini di dubbia qualità, per lo più presso hotels con qualche eccezione come nel caso del concerto in questione, il concerto del “decennale” per celebrare appunto il compleanno del festival. Si comincia in perfetto orario teutonico come se le due artiste volessero al più presto sbrigare la pratica, insoddisfatte dell’uditorio e la stessa precisione temporale viene adottata per l’intervallo. Naturalmente si tratta di due professioniste ai vertici mondiali e quindi il concerto è di altissimo livello. E va sottolineata nel programma la presenza di due compositori moderni, Takemitsu e Pärt, con due composizioni molto belle e gradevoli, che comprovano che moderno non significa dissonante se non provocatorio, una notazione che ebbi già modo di fare in occasione del concerto del duo al Quartetto. Il resto del programma si è basato su tre composizioni classiche e senza dubbio la riuscita migliore si è avuta per la sonata di Schumann, una fra le ultime per del compositore di Zwickau, resa da un dialogo serrato fra i due strumenti con momenti di intensa liricità. Un bis a me sconosciuto, un brano molto melodico probabilmente tratto da qualche successo di musica leggera, che mi è parso una concessione a un pubblico molto educato ma non troppo competente formato in grande parte dagli allievi della accademia. Grande successo.

HappyHappy

Programma
W.A. Mozart sonata in la maggiore K.526
R. Schumann sonata op. 105
T. Takemitsu Distance de Fée
A. Pärt Fratres
M. Ravel sonata n. 2

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Zhu Xiao Mei – Pianofortissimo Bologna 7 Luglio 2016

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Pochi brani clavicembalistici (e pianistici) hanno ricevuto un’attenzione da parte dei discografici come la Goldberg Variationen: personalmente ne ho almeno 20 versioni ma sono solo una infima parte. Si tratta quindi di una partitura nota alla gran parte del pubblico (anche a quella un po’ meno avvertita), pertanto pronta a comprendere e valutare criticamente ogni nuova proposta in materia. Nel mio caso, poi, conosco la partitura nota per nota avendola studiata personalmente. Questa sera abbiamo ascoltato le “Goldberg Svarionen“, un’esecuzione indegna anche di un mediocre studente di conservatorio. La prima, immediata, avvisaglia si ha al termine della prima parte del tema: viene a mancare il “re” della mano sinistra che determina l’accordo di settima che porta alla risoluzione sulla tonica togliendo ogni senso alla frase musicale. E non è che l’inizio. L’arbitrio più totale regna nella scelta dei ritornelli, alcuni eseguiti e altri dimenticati senza alcuna logica: l’esecuzione complessiva dura 50 minuti al posto dei canonici 70. Non si contano i pasticci che l’ineffabile cinesina tenta di coprire con aumenti improvvisi di volume come fanno i bambini ai saggi. L’accompagnamento della mano sinistra ha quasi sempre il volume di un tuono e l’agilità (se così si può chiamare) è diseguale e piagata da costanti errori. Sarebbe inutile infierire ulteriormente: sarebbe come uccidere un uomo morto. C’è veramente da chiedersi come questa dilettante possa avere successo e soprattutto come possa essere presentata come una rivelazione: più alte sono le aspettative indotte maggiore è il disappunto per una performance inaccettabile. Ma forse lo sappiamo: come nel caso di Helfgott (quello del Rach 2 raccontato in un film di successo) prevale la pietà umana per le sue vicissitudini personali sul giudizio critico. Non per me. Una conclusione non degna di una rassegna seria come pianofortissimo. E se qualcuno dubita della mia recensione si riascolti la registrazione. Verba volant records manent...
SadSadSad
Programma
J.S.Bach Goldberg Variationen (BWV 988)

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Stagione d’opera 2016-17 – Teatro comunale Bologna 7 Luglio 2016

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Con buona pace di quel frescone anonimo che mi ha accusato di apprezzare solo i teatri d’opera fuori di Bologna (ma gli consiglierei di leggere la mia recente recensione dell’ “Entführung aus dem Serail” alla Deutsche Oper di Berlino…: il provincialismo è sinonimo di dilettantismo) è stato piacevole leggere sui giornali le anticipazioni della prossima stagione d’opera Bologna. Pare che finalmente il buon senso prevalga e che le fughe in avanti di Ronchiana memoria (che producono fughe tout court degli spettatori) siano state accantonate senza necessariamente rinunciare al repertorio contemporaneo (ben venga il Peter Grimes da così lungo tempo assente). Si temono purtroppo le esternazioni della nuova assessora alla cultura “molto vicina a Ronchi”, locuzione drammaticamente infelice ma molto usata: per il momento godiamoci questa fase. Naturalmente nulla si può dire degli allestimenti e dei casts e Kurvenal sarà sempre presente per recensioni puntuali e indipendenti.
Happy

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Anna Kravtchenko – Pianofortissimo Bologna 30 Giugno 2016

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Anna Kravtchenko è una pianista che ha un legame consolidato con Bologna. Nel concerto del 30 Giugno ha presentato tutti i notturni di Chopin nella sequenza proposta da Alexis Weissenberg, una scelta che non mi sento di condividere ma che riflette una tendenza sempre più in voga, quella di “rivisitare” brani celebri alterandone in parte l’ordine compositivo. Un altro esempio è quello adottato da Yuja Wang – sulla scia di A.B.Michelangeli – per le variazioni Paganini di Brahms, anche se in quel caso l’alterazione reca l’imprimatur del compositore amburghese.  La pianista ucraina, vincitrice nel 1992 a 16 anni del Busoni, ha alle sue spalle una solida carriera internazionale e nel concerto in questione ha dimostrato tutte le sue doti ma anche i suoi limiti. La sua interpretazione dei notturni ha la tipica impostazione slava con forti contrapposizioni ritmiche e sonore, talvolta all’interno della stessa frase musicale, con risultati alterni. Ad esempio nella sua esecuzione c’è la tendenza ad accelerare sempre le figure ritmiche di abbellimento che in molti casi ne riducono la portata musicale. La stessa cosa può dirsi per le sezioni “B” dei brani eseguiti, normalmente più mossi ma che in questo caso vengono eseguiti spesso a una velocità che non rispetta il portato complessivo del notturno e che hanno indotto anche non pochi errori tecnici innecessari. Naturalmente l’esecuzione ha anche avuto momenti di bellissima liricità con intensità sonore perfette e grande intensità interpretativa dando luogo complessivamente a una prova ineguale e quindi a un buon concerto ma non dei migliori. Se per caso – ma non ne ho assolutamente conoscenza – questo è stato il primo concerto con questo programma sicuramente c’è spazio per un affinamento. Una nota assolutamente negativa per l’organizzazione. Il portone viene aperto alle 20.45 con una fila così lunga che blocca il passaggio dell’autobus e persino il traffico nella piazza. A differenza di quanto accade ormai dovunque al fine di snellire le operazioni non sono previste due file, una per coloro che già sono in possesso del biglietto e una per coloro che debbono ancora acquistarlo. Il concerto comincia con 25 minuti di ritardo rispetto all’orario previsto e addirittura l’intervallo dura 35 minuti (a che scopo? perché?) protraendosi fino alle 23.30, un orario insensato. Visto l’orario di conclusione ovviamente nessun bis.

HappySadHappy

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Orfeo ed Euridice – Berlino Staatsoper 24 Giugno 2016

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Uno spettacolo non eccezionale della Staatsoper che non manca di spunti interessanti e talvolta anche spiritosi. D’altronde Orfeo ed Euridice di Gluck è opera molto più nota per alcune delle sue arie (quella degli spiriti infernali, quella degli spiriti celesti, “che farò senza Euridice”) che per l’intero svolgimento che ha non pochi momenti meno felici musicalmente e la cui trama è ovviamente nota e datata. Ha quindi fatto bene il regista a “sdrammatizzare” la vicenda puntando su molti effetti scenici. Fra questi ricordiamo gli spiriti infernali vestiti con cappucci da Ku Klux Clan, gli spiriti celesti con vestiti quasi da cerimonia nuziale e soprattutto la scena assai gustosa della disperazione di Euridice allorché – come richiesto – Orfeo rifiuta di guardare la sua amata.  Euridice infatti giace – morta –  su un letto in una sorta di stanza d’albergo. Quando – richiamata in vita e dopo avere cercato inutilmente di “concretizzare” subito l’arrivo di Orfeo – si dispera per il comportamento di quest’ultimo, Orfeo mostra chiaramente di annoiarsi, si spara una Coca Cola che trova nel frigo della stanza, accende la televisione e si addormenta, svegliato poi da Amore che gli rimprovera il comportamento. Dal punto di vista del canto è maiuscola la prova di Behiun Mehta (Orfeo) e canta anche molto bene la soprano Elsa Dreisig (Euridice). Nella norma gli altri. Un plauso va al coro in questo caso particolarmente felice e ai danzatori che negli spettacoli della staatsoper sono sempre presenti. La direzione di Domingo Hindoyan non ha fatto rimpiangere la sostituzione di Barenboim. Per un guasto tecnico l’opera ha avuto un intervallo non previsto di 20 minuti: anche a Berlino ci sono degli incidenti…

HappyHappy

Cast


  • ORFEO
  • EURIDICE
  • AMOR
  • JUPITER
  • TÄNZERINNEN
    • Vanessa Cokaric
    • Livia Delgado
    • Susanne Eder
    • Angeliki Gouvi
    • Sarah Grether
    • Victoria McConnell
    • Yeri Anarika
  • TÄNZER
    • Roberto Pareira Barbosa
    • Aladino Rivera Blanca
    • Daniel Drabek
    • Chris Jäger
    • Oren Lazovski
    • Ronni Maciel
    • Roberto Junior

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Operistica, Recensioni

Elektra – Berlino Deutsche Oper 23 Giugno 2016

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Ah l’età e la memoria…. Avevo già visto questa edizione dell’Elettra di Strauss alla Deutsche Oper tre anni fa: stessa scenografia, stessa orchestra e stesso direttore. Ma di certo non rimpiango la dimenticanza: l’interpretazione di Evelyn Herlitzius come Elettra (la stessa che ha cantato Elettra alla Scala nel 2014) è stata eccezionale, Forse la Herlitzius è la migliore Elettra oggi sul mercato. La scena è costituita da uno spazio vuoto con due porte a destra e a sinistra e una finestra centrale aperta a un’altezza di un paio di metri ove compaiono i protagonisti (Clitemnestra, Egisto e Crisotemide) a seconda dello svolgimento mentre Elettra è sempre in scena. La scena è cosparsa di una sorta di sabbia che permette ai protagonisti di gettarsi a terra senza danno. Una scenografia “essenziale” ma forse un po’ troppo “essenziale”: assai migliore era quella della Scala con più piani su cui i protagonisti si muovevano. Uno spettacolo comunque di altissimo livello applauditissimo dal pubblico nel quale vi erano moltissimi giovani silenziosi, educati e attentissimi all’opera. Quindi è possibile…. Compagnia di canto eccellente e eccellente orchestra e direttore. Elettra fa parte del “repertorio” della Deutsche Oper e a ragione. E ora nuovamente a Bologna…

HappyHappy

Besetzung
Musikalische Leitung Donald Runnicles
Inszenierung Kirsten Harms
Bühne, Kostüme Bernd Damovsky
Chöre William Spaulding
Choreographie Silvana Schröder
Klytämnestra Doris Soffel
Elektra Evelyn Herlitzius
Chrysothemis Manuela Uhl
Aegisth Clemens Bieber
Orest Tobias Kehrer
Der Pfleger des Orest Seth Carico
Die Vertraute Nicole Haslett
Die Schleppträgerin Alexandra Hutton
Ein junger Diener James Kryshak
Ein alter Diener Stephen Bronk
Die Aufseherin Stephanie Weiss
1. Magd Annika Schlicht
2. Magd Rebecca Jo Loeb
3. Magd Jana Kurucová
4. Magd Fionnuala McCarthy
5. Magd Elbenita Kajtazi
Chorus Chor der Deutschen Oper Berlin
Orchester Orchester der Deutschen Oper Berlin
Tänzer Opernballett der Deutschen Oper Berlin

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Operistica, Recensioni

Der Ring des Nibelungen – Berlino Staatsoper 11-12-14-19 Giugno 2016

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Dopo 7 anni il Ring di Cassier-Barenboim non dimostra assolutamente i suoi anni comprovando – mai che ce ne fosse bisogno – che gli spettacoli di classe non hanno età e non soffrono di quella notorietà transiente che tanti registi e sceneggiatori in cerca di facili citazioni (negative  per lo più, ma che importa?) ricercano ad ogni costo (Bayreuth docet..). Qui la perfetta fusione fra impostazione registica, direzione d’orchestra e canto fanno di questo Ring un esempio insuperato negli anni recenti. Citare le singole opere sarebbe inutile: fiumi di inchiostro sono già stati versati ma quello che va sottolineato è che il cambio di alcuni interpreti in alcun modo ha avuto un impatto sul risultato. Ad esempio la sostituzione della grandissima Waltraute Maier con Anja Kampe nel ruolo di Siglinde ha solo rinnovato senza modificare il primo atto della Walküre che è stato accolto dal pubblico con una standing ovation alla quale io stesso non ho potuto sottrarmi. E che dire della superlativa Irene Theorin, oggi insuperata e insuperata Brunhilde e Isotta, una voce possente e drammatica ma allo stesso tempo duttile in tutti i registri e con una presenza scenica imponente raramente riscontrabile? Quanto alla scenografia l’impostazione di Cassier senza indulgere agli eccessi del passato mantiene una impostazione classica con tutti gli strumenti che la moderna tecnologia mette a disposizione. Si pensi solo al movimento dei cavalli sullo sfondo in occasione della famosa “cavalcata” o la selva in cui ha luogo lo struggente dialogo fra Wotan e Brunhilde o… Citare Barenboim sarebbe pleonastico: ormai potrebbe dirigere il Ring ad occhi chiusi stante anche la perfetta sintonia con l’orchestra della Staatskapelle: la sua è una impostazione semplicemente perfetta in ogni registro. Barenmboim è forse oggi l’artista più completo nel panorama musicale: in una settimana può dirigere il Ring, accompagnare un concerto di Lieder, eseguire come solista una concerto per pianoforte e orchestra e dirigere un concerto sinfonico Sempre a livelli superlativi.
PS Giustamente viene lamentato da molti (Carla Moreni inclusa) la scarsa presenza degli spettatori alla Scala anche a spettacoli di qualità come il Rosenkavalier. Ma.. vogliamo considerare che alla Staatsoper l’intero Ring nei migliori posti di platea costa 340 euro mentre alla Scala costava 1100 euro….

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Das Rheingold

  • MUSIKALISCHE LEITUNG
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    INSZENIERUNG
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    BÜHNENBILD
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Operistica, Recensioni

Die Entführung aus dem Serail – Berlino Deutsche Oper 17 Giugno 2016

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La prima del Ratto del Serraglio è stata un evento molto seguito a Berlino e ha seguito la tipica impostazione delle opere alla Deutsche Oper, ovvero una trasposizione in tempi moderni del Singspiel di Mozart, un’opera “buffa” ma con risvolti filosofici relativi alla tolleranza e all’apertura delle culture, un argomento quanto mai moderno. Ma… All’arrivo lo spettatore si trova davanti a una scena aperta in cui troneggia un sfera gigantesca che servirà per tutta l’opera come video deformante per vari scopi. Belmonte arriva su una sorta di dune-buggy rosso (con hard-top) dotato di gigantesche ruote accompagnato da un amico non meglio identificato e due escorts (?) che durante il tragitto (in realtà affidato a un filmato della sfera) si cambiano d’abito per presentarsi opportunamente discinte. Osmino ovviamente è agghindato come combattente dell’ISIS. Arriva Bassa pasha che – ossequio al mondo LGBT – è una donna e nel frattempo, per essere sicuri che il pubblico capisca, viene proiettata sulla sfera una scena a tre di esso esplicito (molto esplicito)  soltanto con una velocità accelerata “alla ridolini”. Ma non si perde nulla. Il duetto fra il sultano e Konstanze avviene in una palestra dove “la” pasha gestisce un pallone come un giocatore di baseball, facendolo rimbalzare di continuo, e la povera Konstanze è obbligata a cantare la sua  aria in un deshabillé impietoso che le sarà imposto per tutta l’opera mentre esegue esercizi ginnici, corse e corsette etc. (immaginare come si possa cantare in questo modo). La scena dell’harem è rappresentata come un bordello con abbondanza di signorine discinte che si accoppiano liberamente mentre mangiano uno zucchero filato che in realtà dovrebbe essere droga. Nel frattempo sulla sfera-video transitano simboli pubblicitari dei marchi più noti attribuiti al pasha. Poi compare appare anche Willi il coyote che insieme allo struzzo bip-bip è il protagonista di un cartellone nel quale – nella scena successiva – Pedrillo e Blonde inseriscono la loro faccia come nelle più scadenti fun-fairs di periferia. Cosa fa Belmonte assunto dal Pasha? E’ un operatore vestito con tuta protettiva che armeggia intorno ad alambicchi da cui trae la bevanda con cui addormentare Osmino (che bellamente inneggia a un vino che non ha bevuto). Tentativo di fuga  (ovviamente sul dune buggy) fino alla scena in cui il pasha decreta l’esecuzione dei fuggitivi. Solo che in questa scena ciascuno dei protagonisti si accoppia con una della signorine dell’harem (evviva il partouze). Scena finale con il perdono  e finalino del tutto improvvisato e non mozartiano in cui “la” pasha ci predice il ritorno dei protagonisti al paradiso turco. E i dialoghi? In inglese! Perché? Mah. Che dire? Una vergognosa (mi si passi il termine ma quando ce vo’ ce vo’) puttanata di un regista assassino in cerca di facile glamour con provocazioni di bassissimo livello a spese dell’opera, un disgraziato che dovrebbe essere cacciato anche da un teatro di avanspettacolo del sesto mondo. E il canto ? Come si possono classificare cantanti immessi in un simile contesto? Fanno del loro meglio: forse la migliore è Blonde e gli altri sono passabili. Scadente la direzione d’orchestra, piatta e noiosa ma da assolvere per le colpe del regista. Buh Buh finali (il regista non si attenta a comparire sul palcoscenico!) cui mi sono sonoramente associato uscendo dal teatro imbufalito. Pare che Berlino sia colpito da un virus che non si riesce a estirpare: ha smesso la Komische Oper di rappresentare opere in modo scurrile e adesso ci si mette la Deutsche Oper…
PS Da quanto tempo questo titolo manca dal Comunale di Bologna – senza polemica….


SadSadSad
 Cast

Besetzung

Musikalische Leitung Donald Runnicles
Inszenierung, Bühne Rodrigo García
Bühne, Video Ramon Diago
Kostüme Hussein Chalayan
Licht Carlos Marquerie
Chöre William Spaulding
Dramaturgie Jörg Königsdorf
Anne Oppermann
Bassa Selim Annabelle Mandeng
Konstanze Kathryn Lewek
Blonde Siobhan Stagg
Belmonte Matthew Newlin
Pedrillo James Kryshak
Osmin Tobias Kehrer
Chorsoli Carolina Dawabe Valle
Chöre Chor der Deutschen Oper Berlin
Orchester Orchester der Deutschen Oper Berlin
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Operistica, Recensioni

Cendrillon – Berlino Komische Oper 16 Giugno 2016

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Dopo le sceneggiature rozze e scurrili cui avevo assistito in passato alla Komische Oper avevo giurato a me stesso di non prendere più in considerazione il terzo teatro d’opera di Berlino. E’ stata la nuova direzione del teatro affidata a Henrik Nànàsi e la regia di Michieletto che mi ha convinto a rischiare. Cendrillon (Cenerentola) è opera di Massenet, compositore francese molto noto prima della prima guerra mondiale e oggi praticamente ricordato solo per Werther e Manon.Questo revival è un’operazione di archeologia musicale destinata probabilmente a lasciare l’opera nel dimenticatoio musicale nonostante gli sforzi immaginativi di Michieletto, che ambienta la celebre favola in una scuola di ballo. Cendrillon è una ballerina che ha avuto un incidente e non può partecipare al gran ballo nel quale il principe-ballerino, vessato da un padre impresario, deve scegliere la sua partner. Nella storia figura anche una matrigna-direttrice della scuola di ballo in stile kapò, due sorellastre ballerine che gioiscono dell’incidente di Cendrillon e un padre caritatevole ma imbelle, succube della moglie direttrice. Come sempre accade le trasposizioni mostrano alla fine la corda e l’opera, inizialmente piacevole, scade nella noia nel secondo atto nonostante la presenza di due ballerini professionisti che rappresentano il doppio di Cendrillon e del principe. Finale piuttosto creativo nel quale il trionfo dell’amore  risulta di difficile interpretazione. Inutile fare raffronti fra la Cenerentola di Rossini e Cendrillon di Massenet: il compositore pesarese vince a mani basse e sarebbe interessante capire quali possano essere state le ragioni che hanno spinto il compositore francese verso un testo con un così ingombrante precedente. Quanto alla vocalità la compagnia di canto è di buona qualità con una soprano giovane ma molto promettente. Nella solita norma l’orchestra e il direttore. Molts posti vuoti nel bellissimo teatro.


HappySad

 Cast
STAB
Musikalische Leitung Henrik Nánási
Inszenierung Damiano Michieletto
Choreographie Sabine Franz
Bühnenbild Paolo Fantin
Kostüme Klaus Bruns
Dramaturgie Simon Berger
Chöre Andrew  Crooks
Licht Alessandro Carletti
BESETZUNG
Cendrillon  Nadja Mchantaf
Madame de la Haltière Agnes Zwierko
Le Prince Charmant Karolina Gumos
La Fée Mari Eriksmoen
Noémie Mirka Wagner
Dorothée Zoe Kissa
Pandolfe Werner van Mechelen
Le Roi Carsten Sabrowski
Le Doyen da la Faculté Christoph Späth
Le Surintendant des plaisiers  Nikola Ivanov
Le Premier Ministre Philipp Meierhöfer
Chorsolisten der Komischen Oper Berlin
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Akademie für alte Musik/Johansen – Berlino Konzerhaus 14 Giugno 2016

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Un tipico “concertino” della Konzerthaus nel Kleinersaal (400 posti) con musiche barocche: Scarlatti, Pergolesi, Vivaldi e Bach. Un concerto metà strumentale e metà vocale con cantate di tutti gli autori sopracitati. La soprano Robin Johansen fa quello che può: una vocalità di medio calibro, tecnicamente con molti limiti che trova un buon risultato solo nella cantata di Bach. Tutti gli strumentisti sono di buona qualità e il concerto è risultato gradevole con un buon successo di pubblico. A lode della formazione la rinuncia al “barocchismo” della impostazione barocca degli strumenti: archetti e impugnature moderne. Finalmente un po’ di buon senso da questo punto di vista!

HappyProgramma
Alessandro Scarlatti Konzert für Blockflöte, Streicher und Basso continuo a-Moll
Alessandro Scarlatti „Bella, s’io t’amo“ – Kantate für Sopran, Blockflöte und Basso continuo
Antonio Vivald Konzert für Streicher und Basso continuo e-Moll RV 134
Antonio Vivaldi „All’ombra di sospetto“ – Kantate für Sopran, Flöte und Basso continuo RV 678
Giovanni Battista Pergolesi „Vidit suum dulcem natum“ aus dem Stabat mater
Johann Sebastian Bach „Concerto nach italienischem Gusto“ für Cembalo F-Dur BWV 971
Johann Sebastian Bach „Non sa che sia dolore“ – Kantate für Sopran, Flöte, Streicher und Basso continuo BWV 209
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Cameristica, Recensioni

Yuja Wang – Berlino Philharmonie 13 Giugno 2016

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Con buona pace del maestro di musica del conservatorio di Genova (che afferma di avere suonato in tutto il mondo – si può essere invitati anche al dopolavoro ferroviario di Garching in Baviera…) che considera Yuja Wang uno scartino e che mi ha infamato su Facebook per avere “osato” accostarle la peraltro bravissima Beatrice Rana, la mini-cinese ha tenuto un concerto memorabile alla Philharmonie di Berlino in cui ha eseguito anche autori che fino ad ora non aveva affrontato e in particolare Beethoven con la sua sonata monumentale op. 106. Yuja Wang fa ormai parte dell’olimpo internazionale pianistico dopo la fortunata sostituzione di Martha Argerich e il favore di Abbado. Dotata di una sorprendente tecnica (sempre al servizio dell’interpretazione, non come certi macellai che infestano il panorama pianistico) ha ormai un repertorio vastissimo e il programma alla Philharmonie ne ha ampliato i confini. Diciamo subito che la “prova” Beethoven è stata superata a pieni voti. Un’interpretazione profonda, magistrale, con tutte le necessarie sfumature nel monumentale adagio e con una esecuzione perfetta della fuga finale che, eseguita quasi al tempo metronomico indicato da Beethoven, è riuscita ciò nondimeno a sottolinearne tutti gli aspetti strutturali con il dovuto risalto dei temi e rendendo appieno le parti più melodiche. Del programma presentato purtroppo qualcosa è stato arbitrario: eseguire due sole delle 4 ballate di Brahms che formano un “corpus” unico del Brahms giovanile è una scelta non felice e riflette una debolezza della Wang che ha registrato nello stesso spirito le variazioni su un tema di Paganini del compositore amburghese nella forma della ormai famosa esecuzione di Michelangeli, un arbitrio che forse poteva essere accettabile negli anni ’30 ma che oggi non trova alcuna giustificazione. Forse una ragione per questa esecuzione parziale sta nel minutaggio ma la scelta non appare comunque giustificata. Esecuzione certamente di altissimo livello specialmente nella prima ballata dove l’atmosfera mistica ha trovato una perfetta scelta di intensità e tocco. Ha completato l’impegnativo programma la Kreisleriana di Schumann, la cui esecuzione – seppure ancora una volta a livelli eccezionali – non è stata contraddistinta da scelte sempre felici. Troppo spesso la ricerca spasmodica di effetti interpretativi legati ad ogni singolo passaggio hanno spezzato il flusso melodico della composizione. Non va comunque dimenticato che il programma presentato è stato finora eseguito poche volte in pubblico e ben sappiamo che ogni programma necessita di rodaggio, come ci insegna Sokolov, che esegue per una stagione intera un solo programma. Come bis la Wang ha eseguito la trascrizione lisztiana di “Gretchen am Spinnrade”, una rivisitazione virtuosistica di temi della Carmen di autore a me ignoto e il valzer in do diesis minore di Chopin, tutti interpretati perfettamente. Grande successo di pubblico che occupava il 65 % del Großer Saal della Philharmonie. Speriamo che Musica Insieme di Bologna inviti la Wang quanto prima per un concerto solistico dopo quello del 2012. Nota di colore: due vestiti nelle due parti del concerto. Il primo lungo da gran sera e il secondo – secondo la tradizione della Wang – con uno spacco alla Belen Rodriguez.


HappyHappy

PS Ricevo da un ANONIMO difensore d’ufficio del teatro comunale di Bologna all’indirizzo 3935451877@tre.it che risulta inesistente un commento irritato e negativo nel quale mi dà dell’incompetente per le mie critiche al teatro, suggerendomi di occuparmi solo di ingegneria. Non pubblico commenti privi di nome e cognome e avrei voluto rispondergli privatamente ma l’indirizzo – come ho detto – è inesistente. Questo è comunque il testo che spero lo raggiunga. In primo luogo sappia che sono diplomato in pianoforte col massimo dei voti prima di essere laureato in ingegneria (a differenza Sua). In secondo luogo pubblico tutti i commenti – anche i più negativi – SOLO se corredati di nome e cognome, come la buona educazione richiede, regola che evidentemente Lei non conosce. Terzo il favore che riscuote il mio blog è certamente indice che quanto scrivo è condiviso.  Naturalmente sarò felice di pubblicare i Suoi commenti se avrà il buon gusto di firmarsi, mettendoci la faccia come faccio io e non nascondendosi dietro l’anonimato. Avendo molte primavere sulle spalle è con grande dispiacere che assisto all’irreversibile degrado del nostro teatro, che ha visto stagioni e gestioni di ben altro livello. Le garantisco comunque che continuerò a scrivere ciò che ritengo giusto (recensioni, NON “presentazioni” asettiche, come fanno certi “critici” garantendosi un costo del biglietto nullo…) pubblicando anche i pareri discordi purché firmati ed educati. Temo che sia Lei a dovere imparare un mestiere oltre che l’educazione. Distinti saluti.

SadSad

Programma
J. BRAHMS: Ballate Op. 10, N. 1&2
R. SCHUMANN: Kreisleriana, Op.16
L.V. BEETHOVEN: Sonata Nr.29 B-Dur, « Hammerklavier»
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Operistica, Recensioni

Der Rosenkavalier – La scala 7 Giugno 2016

 
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Ma perchè per assistere a un bello spettacolo dopo la miseria del teatro Comunale di Bologna bisogna emigrare alla Scala? Eppure il  teatro bolognese è stato nel passato capace di grandi produzioni: il Ring degli anni ’90, il Faust degli anni ’80 e più recentemente Le nozze di Figaro di Martone e Mariotti. Vogliamo sottolineare che non è solo una questione economica ma ben diverso era il management? Der Rosenkavalier per alcuni non è la più bella opera di Strauss; per me è una di quelle che rivedrei in continuazione. La bellezza della musica che riflette perfettamente l’impareggiabile libretto di Von Hofmannsthal (nonostante il suo tedesco-austriaco impervio) ne fanno un capolavoro assoluto. Il valzer che viene ripetutamente ripreso nel corso dell’opera (una sorta di leitmotiv del postwagneriano Strauss) è fra le cose più belle del compositore di Monaco. Il finale, la fine del primo atto e tutta la vicenda della marescialla che accetta il passare del suo tempo senza tristezza ma con consapevole distacco e allo stesso tempo con affetto sono difficilmente riscontrabili in altre opere. Non posso negare che probabilmente la storia del libretto può essere apprezzata appieno proprio da coloro che con la marescialla condividono l’autunno della vita.  Zubin Mehta rende perfettamente l’atmosfera dell’opera e ha i suoi momenti migliori nelle parti più liriche ma tutta l’orchestra offre una grande performance all’altezza delle sue tradizioni (ma a riprova che nessuno é perfetto un corno stecca nelle prime battute dell’opera). La scenografia si avvale di gigantografie in bianco e nero sullo sfondo che nel primo atto ingrigiscono  eccessivamente l’ambiente ma trova una sua perfetta collocazione nel viale alberato e spoglio (da sunset boulevard invernale) della fine del primo atto che riflette perfettamente le considerazioni della marescialla. Perfetta invece l’ambientazione Hofburg della residenza dell’arrampicatore sociale Faninal (moderna versione del molieriano Bourgeois gentilhomme) e la collocazione Prater-bosco viennese dell’ultimo atto dove i personaggi grotteschi rendono appieno lo spirito carnascialesco di Von Hofmannstahl. La bellezza dell’opera risiede proprio nella perfetta fusione fra il piano intimistico della marescialla e dei due giovani innamorati e quello farsesco grottesco di Ochs, una fusione che in nessun altro libretto dello scrittore austriaco è rinvenibile. Il tocco finale del fazzoletto raccolto dal servitore di colore che fa della marescialla una equal opprtunity employer – all’inizio del ‘900! – completa lo spirito ironico, distaccato ma anche bonario e mitteleuropeo del libretto. Der Rosenkavalier è opera corale dove tutti i personaggi giocano un ruolo importante con la marescialla e Ochs in primo piano. La marescialla di Krassimira Stoyanova è perfetta, con una voce in grado di modulare tutti i toni della impervia partitura straussiana. L’Ochs di Günther Groissböck è di altissima qualità dal punto di vista vocale: dal punto di vista scenico è un po’ più debole a causa dell’eleganza della figura che dovrebbe invece, nella visione di Von Hofmannstahl, sottolineare la sua grossolanità con un aspetto grasso e basso. Tutti gli altri personaggi cantano molto bene: leggermente un tono sotto la Sophie di Christiane Karg cui manca l’ironia del personaggio ufficialmente dimesso ma sostanzialmente ben consapevole dei propri scopi.  Giustamente molte le repliche scaligere giustificate da un grande successo di pubblico. Forse l’opera che dura 4 ore e mezza dovrebbe iniziare alle 18 e non alle 19 permettendo al pubblico un ritorno a casa più agevole come avviene ormai in tutti i grandi teatri europei.

HappyHappy

Cast

Direttore
Zubin Mehta
Regia
Harry Kupfer
Scene
Hans Schavernoch
Costumi
Yan Tax
Luci
Jürgen Hoffman
Video
Thomas Reimer
CAST
Die Feldmarschallin
Krassimira Stoyanova
Der Baron Ochs auf Lerchenau
Günther Groissböck
Octavian
Sophie Koch
Faninal
Adrian Eröd
Sophie
Christiane Karg
Jungfer Marianne Leitmetzerin
Silvana Dussmann
Valzacchi
Kresimir Spicer
Annina
Janina Baechle
Ein Polizeikommissar
Thomas E. Bauer
Ein Notar
Dennis Wilgenhof
Ein italienischer Sänger
Benjamin Bernheim
Ein Wirt
Roman Sadnik
Der Haushofmeister bei der Faninal
Michele Mauro

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Operistica, Recensioni, Sinfonica

Yoshida Masleev – FTCB Teatro Manzoni 6 Giugno 2016

 
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Il giovane Masleev è pianista di solidissime basi tecniche, di buona musicalità e di rispetto dello stile dei brani eseguiti. Il primo concerto di Čajkovskij è una partitura di impervie difficoltà tecniche risolte con apparente facilità dal giovane russo, vincitore del concorso Čajkovskij del 2015. Quello che appare ancora mancare è la maturità interpretativa che è qualità certamente alla sua portata se avrà la pazienza di continuare i suoi studi senza farsi attrarre da troppi concerti, un problema che purtroppo affligge molti giovani interpreti. Lo star-system della musica classica ha sempre più bisogno di nuovi talenti da immettere in un mercato diventato difficile e Masleev è certamente elemento molto “appetibile” per la sua giovane età e per la vittoria a uno dei più importanti concorsi pianistici del mondo. Due i bis eseguiti entrambi di Čajkovskij. Purtroppo l’esecuzione del concerto di ieri sera è stata piagata da un direttore assolutamente non all’altezza, che ha obbligato l’orchestra (e quindi il solista) a un volume di suono eccessivo che non ha permesso di cogliere le sfumature della partitura, la quale in molti casi si è risolta in un approccio muscolare e persino sgradevole. Yoshida è il massacratore della Butterfly di apertura della stagione 2014-2015 del teatro comunale (nelle recenti Nozze di Figaro si è fortunatamente limitato a un direzione piatta e incolore), ha una gestualità esasperata (mentre dirigeva pensavo alla signorilità composta ma autorevolissima di Abbado) e addirittura si esibisce in “stomping” del pulpito (tanto per aumentare il rumore). Che sia stato scelto per le aderenze giapponesi che hanno portato la Filarmonica bolognese a eseguire opere in Giappone con qualche dubbio relativo alla liceità dell’operazione? Una nota di biasimo assoluta per un direttore che speriamo di vedere sparire quanto prima dall’orizzonte bolognese. 

HappySad

 Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in si bemolle minore, op. 23
Leonard Bernstein West side story: Symphonic dance

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Cameristica, Recensioni

Mitsuko Uchida – Ravenna Festival 1 Giugno 2016

 
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Mitsuko Uchida è giustamente da molto tempo ai vertici del pianismo mondiale e il concerto in questione ne è una riprova. Un programma ritagliato sulle caratteristiche principali della pianista giapponese che ha studiato a Vienna e che ora vive in UK: Mozart e Schubert. Il tratto principale di Uchida è certamente una musicalità perfettamente aderente allo stile dei brani eseguiti, un tocco felicissimo e un uso sapiente del pedale. Forse meno valido- oggi –  è l’aspetto tecnico sottolineato da svariati errori nella prima serie di improvvisi di Schubert (D899) e comprovato dai tempi un po’ troppo “cauti” nel secondo e nel quarto improvviso della stessa serie. Bellissimo invece l’incipit del secondo improvviso della seconda serie (D935) con una impostazione interpretativa superba e una sonorità assolutamente perfetta. Bellissima certamente anche l’esecuzione del rondò mozartiano anche se certe libertà ritmiche possono apparire discutibili nel contesto dello stile del compositore salisburghese. Due bis: una celebre sonata di Scarlatti, resa assolutamente senza pedale ma con l’uso continuo di “una corda” (forse per avvicinarsi alle sonorità clavicembalistiche?) e un momento musicale di Schubert. Grande successo di pubblico per l’unica vera manifestazione solistica classica dell’ormai trasformato (in senso peggiorativo) festival ravennate, che costituisce la controprova che anche nell’arte esiste purtroppo un trend populistico.

HappyHappy

 Programma
Wolfgang Amadeus Mozart : Rondò in la minore K511
Franz Schubert:  “Impromptus” Libro I D899, “Impromptus” Libro II D935

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Cameristica, Recensioni

Europa galante – Bologna Festival 31 Maggio 2016

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Della serie “horror” o “non ci facciamo mancare nulla” ci vengono ammannite due non richieste introduzioni “musicologiche” inutili, banali e la prima delle due cosí prolissa che la prima parte del concerto dura solo 25 minuti costringendo la compagine barocca a un “fuori programma” per riportare la durata musicale a un minutaggio decente. Archetti e impugnature di rigorosa impostazione barocca dimenticando che se si volesse tentare di riprodurre un vero contesto barocco bisognerebbe suonare in una piccola sala e non in un auditorium da più di mille posti! Ma illudersi non costa niente. Prima parte Vivaldiana: la musica del prete rosso è sempre gradevole ma durante l’ascolto non potevo dimenticare la caustica affermazione di Stravinskij che Vivaldi aveva composto 400 volte lo stesso concerto! Una esecuzione comunque di buon livello e gradita dal pubblico. Dopo il “fuori programma” di una sonata di Nicolò Corradini viene eseguito “Il combattimento di Tancredi e Clorinda” di Monteverdi accreditato dalla musicologia corrente come primo abbozzo di melodramma. Il programma indica la presenza di  “movimenti scenici” a contorno dell’esecuzione ma si tratta solo dei due protagonisti vocali che si aggirano un po’ spersi per il palcoscenico con un finale in cui il narratore cade volutamente “come corpo morto cade” quale improbabile incarnazione della redenta e defunta Clorinda. Purtroppo l’esecuzione è piagata dall’assenza nel programma di sala del testo che nella dizione imprecisa del tenore narratore risulta totalmente incomprensibile. Una esecuzione quindi complessivamente insufficiente. E con questo concerto si conclude la serie dei “grandi interpreti” 2016 del Bologna Festival con luci ed ombre.  Senza lode e senza infamia.

HappySad

 Programma
Antonio Vivaldi
Sinfonia “Il Coro delle Muse” RV 149
Sinfonia da “La Griselda” RV 718
Sinfonia da “Ercole sul Termodonte” RV 710 (sostituita dal Concerto in sol minore RV 152)
Sonata op.1 n.12 “La follia” RV 63
Claudio Monteverdi
Combattimento di Tancredi e Clorinda
movimenti scenici a cura di Walter Le Moli

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