Cameristica, Recensioni
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Assistere a un concerto solamente Lisztiano mette in ansia perché si teme il solito muscolare che massacra tastiera e orecchie, tanto più a rischio in una sala come quella del Goethe Zentrum di Bologna che quanto ad acustica lascia molto a desiderare. Donchev invece esegue il programma con misura e grande senso interpretativo. Dotato di ottima tecnica non si lascia in alcun modo trascinare da questa ma riesce ad asservirla allo spirito delle composizioni, anche in brani come “Aprés un lecture de Dante” che tanto spesso costituiscono una palestra per esecuzioni unicamente virtuosistiche e come tali scadenti. A parte il brano spirituale dell’ultimo Liszt meno riuscita è stata l’esecuzione della trascrizione di Wagner, sia da  un punto di vista tecnico che da quello dell’espressività, un brano forse ancora non sufficientemente maturato. Donchev è pianista ancora giovane che meriterebbe di essere ascoltato anche in un repertorio più vasto ma che in ogni caso promette molto e forse sarebbe degno di platee più ampie. Due bis: un trascrizione di un preludio per organo di Bach e l’ultimo studio op. 25 di Chopin. Ottimo successo da parte di un pubblico purtroppo rarefatto.
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Programma:
Franz Liszt Années de pélerinage Italie – S.Dorotea – Tannäuser overture
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Operistica, Recensioni

Die Fledermaus – La Scala 11 Febbraio 2018

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Non sono mai stato un amante dell’operetta ma ci sono almeno due eccezioni: Le contes de Hoffman” e “Die Fledermaus”.  E bene ha fatto la Scala a riproporre per la prima volta (a Vienna viene riproposta ogni fine d’anno) l’operetta di Johann Strauss che sarebbe godibile sotto ogni profilo. Sarebbe…

se il regista non avesse trasformato un’operetta “fin de siècle” in una rappresentazione da baraccone, una sorta di avanspettacolo kitsch di periferia che la Scala di certo non merita.  C’è tutto il repertorio più scadente da parte del regista che ammicca alla sala stile Schikaneder da circo: totale trasformazione del testo con inserzioni fuori luogo, balletti dei protagonisti (ad esempio nel primo atto), balletti in generale (il corpo di ballo è l’unico che si salva),  il principe che diventa principessa, arie d’opera seria, esibizione di acrobati, battute di qualità infima e addirittura uno show di Paolo Rossi che con l’operetta c’entra come i cavoli a merenda. Fare una recensione seria di fronte a questo spettacolo sarebbe come sparare sulla croce rossa: praticamente non c’è nulla  che si salvi. Solo Adele  – die Zofe – (Daniela Fally)  offre una prestazione di valore con una spiritosa presenza scenica e una bella voce.”Il resto è noia….“. Pubblico ovviamente soddisfatto (!!!!!) ohimé.
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Cast
Direttore
Cornelius Meister
Regia
Cornelius Obonya
Co-regista
Carolin Pienkos
Scene e costumi
Heike Scheele
Luci
Friedrich Rom
Coreografia
Heinz Spoerli
Video
Alexander Scherpink
Eisenstein
Peter Sonn
Rosalinde
Eva Mei
Dr. Falke
Markus Werba
Frank
Michael Kraus
Adele
Daniela Fally
Princesse Orlofskaya
Elena Maximova
Alfred
Giorgio Berrugi
Dr. Blind
Kresimir Spicer
Frosch
Paolo Rossi
CAST CORPO DI BALLO
Una donna
Marta Romagna
Un uomo
Massimo Garon
Tre uomini czarda
Federico Fresi, Maurizio Licitra, Salvatore Perdichizzi
Coppia Solista
Beatrice Carbone, Massimo Garon
E il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
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Recensioni, Sinfonica

Liss Khozyainov – Teatro Comunale Bologna 8 Febbraio 2018

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Era veramente un pezzo che non assistevo a un concerto così brutto. Ma andiamo per ordine. Si presenta un giovincello di bruttissime speranze di anni 24 (2 più di quelli di Lisiecki!) che esegue il non bellissimo terzo concerto di Rachmaninov. Il suono è aspro, la tecnica non immacolata ma soprattutto il nostro gragnuola la tastiera impietosamente. Da salvare (forse) solo l’esecuzione del tema iniziale del concerto ma si tratta di una goccia nel mare. Si vede perfettamente che il pianista si sente un idolo e per questo ti rifila come due bis (di lunghezza entrambi eccessiva) due fantasie (ma meglio sarebbe dire due incubi) virtuosistiche di autori a me ignoti (ma credo che sia un titolo di merito – mi è stato detto che siano sue) su due famose arie operistiche, quella dell’ouverture del Guglielmo Tell e la ben nota “non più andrai..” delle nozze di Figaro.  Inutile dire che se proprio si vuole eseguire una parafrasi operistica non c’è che da scegliere nel repertorio del grande Franz. Due esecuzioni certamente non memorabili, kitsch e prive di qualunque aspetto artistico.  Ma non c’è nulla da dire: se un pianista suona male e non ha sensibilità artistica sceglie male anche i brani peggiori come bis, convinto in questo modo di fare impressione su un pubblico come sempre di bocca buonissima (diciamo più semplicemente ignorante e pronto a farsi turlupinare). Che infatti applaude: suonare forte e in fretta, anche alla “sperindio“, e il successo è garantito.  Ma “Dio li fa e poi li accompagna“. Il direttore Liss, agghindato con una casacca stile Kim Jong Hun ma con risvolti azzurrini (ovviamente confezionata su misura – non si troverebbe neppure da un robivecchi) dirige la brutta sinfonia di Rachmaninonv (il russo era un pianista le cui composizioni sinfoniche sono un suo sottoprodotto)  con una gestualità inutilmente violenta dalla quale non emerge un solo elemento positivo della composizione. Insomma un disastro. Che sia l’ultima eredità del non compianto Sani?
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Programma
S.V. Rachmaninov
Concerto per pianoforte e orchestra in Re minore n.3 Op.30
Sinfonia n. 3 in La minore Op.44
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 Il giovanissimo Lisiecki non è nuovo al Quartetto. Alto almeno 1.90 arriva alla tastiera con passo falcato e dopo 10 secondi attacca un programma da fare tremare i polsi per difficoltà e lunghezza. Ma la giovinezza e l’entusiasmo permettono tutto questo. Forse discutibile il gusto di aprire con i notturni di Chopin e chiudere ancora con il compositore polacco e lo scherzo n.1, un brano di grande effetto ma forse il meno difficile dell’intero programma. Ma fa nulla. Lisiecki è un vero “enfant prodige” che assomma a una tecnica eccezionale una grande sensibilità artistica e il coraggio di proporre come unico bis il brano più sognante delle Kinderszenen di Schumann. Di cui esegue anche un ciclo raramente visitato, i Nachtstücke (credo di averli ascoltati in concerto solo un’altra volta – ancora meno eseguiti delle bellissime e spesso dimenticate Novellette) prima di affrontare il brano di difficoltà trascendentale di Ravel, pari solo a Islamey di Balakirev, a Pretuska di Straviskji e ad alcuni studi trascendentali di Liszt. Come Trifonov ha nelle mani una Ferrari che gli permette di superare agevolmente ogni difficoltà (anche nei brani di Rachmaninov) con l’unico difetto che la giovanile esuberanza manda fuori giri talvolta il bolide, ad esempio in Scarbo. Ma ha un’intera esistenza davanti per maturare e controllare gli eccessi con la stessa sensbilità con cui esegue i notturni di Chopin (salvo un tempo staccato nel secondo da gran premio). Un giovane (22 anni!) grande artista che ha anche l’umiltà di seguire ancora corsi di perfezionamento, consapevole che al miglioramento non esistono limiti. Vorremmo di  certo ascoltarlo anche nel repertorio mitteleuropeo, in Beethoven e Schubert, ma la sensazione è che se tira un po’ il freno a mano i risultati saranno eccezionali. Grande successo di pubblico (e poi un biondo ragazzino— credo anche belloccio – fa tanta tenerezza..).
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Programma:
F. Chopin  Notturno op. 55 n. 2
R. Schumann  Nachtstücke op. 23
M. Ravel  Gaspard de la Nuit
S. Rachmaninov  Morceaux de Fantaisie op. 3 n. 5
F. Chopin  Notturno in mi minore op. 72 n. 1  Scherzo n. 1 in si minore op. 20
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Cameristica, Recensioni

Jan Lisiecki- Milano Quartetto 6 Febbraio 2018

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Cameristica, Recensioni

Rudolf Buchbinder – Musica Insieme Bologna 5 Febbraio 2018

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Rudolf Buchbinder, nato in Cecoslovacchia ma naturalizzato austriaco, è una  vecchia volpe delle sale da concerto che calca ormai da cinquanta anni. Più noto nei paesi di lingua tedesca, dove tiene molto frequentemente concerti, ma con un’audience comunque internazionale, iscrive il suo pianismo nel solco dei grandi interpreti tedeschi e austriaci: Backhaus, Kempff e più recentemente Brendel. Dotato di ottima tecnica la sua cifra stilistica ha come sfondo il costante rispetto della partitura e dello stile del compositore eseguito lasciando poco spazio a quelle forzature ed eccessi (talvolta indicati come impostazione di stampo slavo) che ormai si ascoltano in tanti esecutori. In questa cornice predilige quindi i compositori più “classici” come nel caso del concerto in questione (Bach, Beethoven e Schubert) evitando il repertorio romantico (ma non sempre). Brani che si comprende come abbia profondamente maturato nel corso degli anni e che esegue in modo impeccabile, persino talvolta un po’ troppo ingessato. Ma di grande qualità è il suo “piano” e le sonorità vellutate esibite in Schubert. Sia chiaro: stiamo parlando di un grande interprete per il cui concerto c’è solo il rimpianto di una durata di un’ora striminzita a confronto con i 90 minuti ormai diventati uno standard, in parte (ma solo in parte) compensati da due bis, un’esecuzione virtuosistica di un famoso Waltz di Johann Strauss e un brano di una partita di Bach. Applausi calorosi da un pubblico “pistolettato” (ovvero sottoposto al solito pistolotto) prima del concerto. Fa tenerezza il tentativo degli oratori, destinato all’inevitabile insuccesso,  di costruire ogni volta intorno al programma una sorta di raccontino che ha ovviamente le gambe cortissime.
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Programma
Johann Sebastian Bach Suite inglese n. 3 in sol minore BWV 808
Ludwig van Beethoven Sonata n. 21 in do maggiore op. 53 – Waldstein
Franz Schubert Quattro Improvvisi D 935
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Recensioni, Sinfonica

Albrecht Carcano – Teatro Comunale Bologna 4 Febbraio 2018

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Archiviato il brano d’occasione op. 80 di Beethoven (numero d’opera immediatamente antecedente a quello dell’op. 81 – la bellissima sonata “Les adieux” di ben altro spessore) con una prestazione assolutamente insufficiente delle voci femminili soliste del coro, Gabriele Carcano ha eseguito il famosissimo concerto di Mozart. Avevamo già recensito il pianista (v. link e link) ascoltato in concerti solistici con risultati molto brillanti. Non altrettanto si può dire per l’odierno concerto del salisburghese. Un primo tempo insufficientemente dinamico, una interpretazione discutibile con alcune imperfezioni tecniche, il risultato è stato inferiore alle aspettative. Un vero peccato perchè Carcano è un pianista abbastanza giovane (32 anni) e di grandi potenzialità che però deve evitare di cadere in alcuni manierismi del tutto innecessari. E’ quanto vale anche per il bis schumanniano (brano dai Davidsbundlertanze – ma perché eseguire un brano da un ciclo quando tanti ne esistono individuali?) dove un continuo squilibrio ritmico fra le due mani non ha di certo giovato all’interpretazione. Insomma una prestazione non all’altezza delle potenzialità di Carcano. Molto buona invece l’esecuzione della sinfonia beethoveniana: Albrecht ha saputo trarre il meglio dall’orchestra bolognese infondendo dinamica e cantabile in egual misura e ottenendo quindi un risultato di ottima qualità a riprova che un bravo direttore è in grado di estrarre da una compagine non eccelsa interpretazioni di ottimo livello. Applausi meritati da parte di un pubblico numeroso.
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Programma
L. V. Beethoven  Fantasia per pianoforte, coro e orchestra, Fantasia corale
 W.A. Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.24 in Do minore, K 491
 L.V.Beethoven Sinfonia n.4 in Si bemolle maggiore Op.60
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Recensioni, Sinfonica

Mariotti Karg- Teatro Comunale Bologna 1 Febbraio 2018

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Un concerto complessivamente di buon livello con una prima parte di difficile giudizio per due brevi brani Beethoveniani – ovviamente d’occasione –  che fanno parte dell’ultima stagione del compositore di Bonn ma che in nessun modo ne riflettono la ricerca sonora ed espressiva delle grandi composizioni coeve. Una esecuzione very average ma che non paiono rientrare pienamente nelle corde di Mariotti. Un discorso del tutto diverso vale invece per la sinfonia Mahleriana. Qui Mariotti è riuscito a trarre dall’orchestra il meglio (fatte salve alcune lacune individuali ben note) infondendo tutto l’energia necessaria ma anche dosando perfettamente i toni elegiaci dell’ultimo tempo. In questo caso perfettamente assecondato dal soprano Christiane Karg dotato di voce armoniosa e sempre perfettamente intonata. Un soprano dall’impostazione lirica e forse non dotata di grande capacità emissiva ma perfettamente inserita nella bellissima parte elegiaca che ha saputo rendere perfettamente lo spirito della composizione.  Un’esecuzione della sinfonia globalmente di grande qualità  nella quale i due interpreti sono sembrati capirsi perfettamente. Vorremmo risentire quanto prima la Karg a Bologna in un repertorio più vasto. Magari in un concerto liederistico come avviene alla Scala e nei maggiori teatri europei… vero sovrintendente Macciardi…. (PS il solito errore di tedesco nell’indicazione ritmica del secondo tempo di Mahler: “Im” al posto di “In”, Bewegung è femminile!!!)
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L.V.Beethoven
Elegischer Gesang (Canto elegiaco), in Mi maggiore Op.118 per coro e orchestra d’archi
Meeresstille und glückliche Fahrt (Calma di mare e viaggio felice) Op.112 per coro e orchestra
G.Mahler  Sinfonia  n. 4
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Recensioni, Sinfonica

McDonald Kobrin- Teatro Manzoni Bologna 29 Gennaio 2018

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Preceduto dall’eco delle sue affermazioni al Busoni e al Van Cliburn Alexander Kobrin si presenta al pubblico bolognese con l’esecuzione di uno dei più famosi concerti di Mozart. Tecnica impeccabile e tocco cristallino, tutto il concerto viene però eseguito a mezzi toni come se insomma il pedale del “piano” fosse costantemente azionato con una sensazione “una corda” molto discutibile. Il pianismo di Kobrin è apollineo ma esangue e soporifero e alla fine dei conti noioso come un bel soprammobile che non lascia traccia nella memoria  degli ospiti di una serata. La stessa monotonia la si riscontra persino nella cadenza del primo tempo che non concede nulla al virtuosismo brillante: insomma un Mozart tutto mezzo piano, ultraintimistico che confrontato con la miriade di famose esecuzioni dello stesso concerto non lascia traccia. E lo stesso atteggiamento interpretativo è fornito in occasione dell’unico bis, il primo studio in la bemolle maggiore op. 25 di Chopin.  Senza volere fare della fisiognomica si potrebbe dire che la cifra interpretativa di Kobrin è identica all’espressione del suo volto che in tutta la serata non si è modificata, rimanendo assente, neppure in occasione dei ringraziamenti verso un pubblico come sempre oltremodo generoso per motivi che sono fin troppo chiari. Il concerto comunque non decolla neppure nel secondo tempo con l’esecuzione dell’elefantiaca sinfonia n. 5 di Mahler, certamente non uno dei suoi capolavori.  Una sinfonia che potrebbe tranquillamente essere eseguita in due rate tanto è diseguale la sua struttura che è  realmente di grande valore solo nell’ultimo tempo e specialmente nella grandiosa fuga conclusiva. La direzione di MacDonald è certamente lontana dall’essere memorabile: la sensazione che si deriva è che la partitura non sia approfonditamente nota al direttore che nonostante una generosa esibizione ginnica è costantemente costretto a sfogliare lo spartito e a inseguirlo più che a prevenirlo. Si potrebbe dire che McDonald non dirige ma si accompagna all’orchestra certamente non in grande serata specialmente negli ottoni (sorpresa?). Naturalmente successo (non clamoroso per fortuna) da parte del pubblico (ma a quando un bel “buh” o una salvifica salva di fischi?). Natualmente non manca nelle prime file un decerebrato che per due tempi tiene acceso il cellulare senza che nessuna delle maschere in sala intervenga.  Ma il cellulare non si usa meglio nel foyer?
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W.A.Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.23 in la magg, K488
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Cameristica, Recensioni

Katia e Marielle Labèque – Musica Insieme Bologna 22 Gennaio 2018

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Sono notoriamente contrario alle “contaminazioni” ma nel caso delle Labèque l’allargamento dell’orizzonte musicale – che talvolta sconfina, non in questo caso, nel repertorio Jazzistico – è sempre accompagnato da un grande gusto musicale oltre che da un’eccezionale esecuzione. Le Labèque sono le eredi del grande duo Kontarsky e certamente costituiscono oggi il meglio che il panorama del repertorio possa offrire. Affiatamento perfetto, ottima tecnica e grande sensibilità musicale fanno di tutti i loro concerti un evento. E va anche aggiunto uno spiccato senso dell’umorismo come evidenziato dal  bis finale. Il concerto odierno le ha viste accompagnate da due eccezionali percussionisti che le hanno accompagnate nel difficilissimo e bellissimo (purtroppo raramente eseguito) concerto per due pianoforti e percussioni di Bartók. Molto interessante anche il brano post minimalista di Dessner (un compositore che si alterna fra rock e classica) e sarà molto stimolante ascoltarne il concerto per due pianoforti e orchestra in via di composizione. Naturalmente non sono mancati brani che fanno parte del repertorio classico del duo (microkosmos di Bartók e danze ungheresi di Brahms) e a completamento un brano solistico virtuosistico del batterista. Un concerto godibilissimo e di grande qualità che ha riscosso il plauso incondizionato del pubblico.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Programma
Bryce Dessner
El Chan per due pianoforti
Béla Bartók
Cinque pezzi da Mikrokosmos per due pianoforti
Johannes Brahms
Da Ventuno Danze Ungheresi: n. 1 in sol minore; n. 20 in mi minore; n. 5 in fa diesis minore – trascrizione per due pianoforti
Maki Ishii
Thirteen Drums op. 66 per percussioni
Béla Bartók
Sonata per due pianoforti e percussioni
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Operistica, Recensioni

La Bohème – Teatro comunale Bologna 19 Gennaio 2018

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Con il ritorno alla regia di Graham Vick al comunale di Bologna (dopo il Guillaume Tell del 2014)  si apre la stagione operistica del teatro mai come quest’anno immerso in un contesto cittadino da brivido. Ma qualcuno ha perso la tramontana quando ha deciso di massacrare la bella piazza con dei containers da porto commerciale? Roba da fare rimpiangere il degrado umano del luogo. Come sempre è possibile che una mente deteriorata possa escogitare soluzione peggiori della situazione da sanare. E che la stessa mente sia – audite audite – nominato assessore alla cultura!!!! A quando il foyer del teatro sarà trasformato in un supermarket per spettatori in ritardo per la spesa? Qualcuno potrebbe spiegare quali sono le credenziali culturali del nuovo assessore? E’ terribile che gli assessori siano piazzati come al gioco delle tre carte, solo per “opportunità” politiche  e mai per specifiche competenze in materia. I containers dovrebbero essere motivo sufficiente per squalificare il responsabile all’assessorato alla cultura. Evviva il Cencelli! E sorprendere talvolta il pubblico con un nome fuori dalla solita, insopportabile “politica” dotato di credenziali inattaccabili e magari disponibile all’incarico gratuitamente? In fondo Merola non ha neppure problemi di rielezione…. Never never land.
Ma veniamo  all’opera. Diciamo subito che si tratta di una buona notizia (finalmente!). La regia di Wick ambienta la vicenda in un contesto moderno senza però nessun riferimento specifico (se si esclude l’inizio del terzo quadro con alcuni elementi di dubbio gusto, peraltro poco in risalto).  L’ambiente è quello di quattro squattrinati artisti che vivono le loro ristrettezze in modo goliardico, pronti a far baldoria ad ogni occasione. Mimì non ha nulla della povera e sofferente fioraia ma ha un bel portamento (in pantaloni) supportato da una non comune prestanza fisica.
E lo stesso dicasi di Musetta che il regista al termine dell’opera presenta insieme a Mimì un po’ come una ragazza di vita ma dotata di un grande cuore.  Del tutto godibile la scena da Momus e molto bella la scena alla barriera la cui atmosfera tetra riflette perfettamente lo svolgimento dell’azione.
Il finale vede Mimì vestita  in minigonna rossa con lustrini, come reduce da un festino (che quindi allude a una sua vita sregolata) che però viene a morire nelle braccia di Rodolfo. (E qui andrebbe sottolineata l’imprecisione del recensore della Repubblica che afferma che Mimì muore sola. Non vero: muore fra le braccia di Rodolfo e solo dopo i quattro amiconi se ne vanno. La gattina frettolosa – di redazione –  fa i gattini ciechi…) . Ma lo spettacolo funziona e come!  e dopo tante ignobili regie “creative” si assiste a uno spettacolo che pur non rinunciando a innovazioni (evitando quindi  i soliti comignoli di prammatica) mantiene il senso del testo e produce uno spaccato di vita quasi studentesca nella quale l’indigenza economica fa da contraltare alla vitalità della giovinezza. Una regia del tutto godibile che denuncia la mano di un regista “vero” e non di un qualche parvenu arrembante che per far notizia massacra le opere come purtroppo sempre più siamo costretti a sopportare.
Quanto alla parte musicale si può solo applaudire l’intero  cast a partire del direttore Mariotti che pur nel suo stile vigoroso trova gli accenti giusti nella parti più intimistiche trascinando l’orchestra in una delle sue migliori prestazioni degli ultimi tempi. Superlativa la prova di Mariangela Sicilia nella parte di Mimì: il finale del terzo atto è semplicemente da manuale. Un plauso incondizionato a una voce che eccelle sia nei toni drammatici che in quelli più lirici. Ottimo, anche se un gradino sotto, il Rodolfo di Francesco Demuro che talvolta sforza un poco e ottimo sotto ogni profilo (vocale e teatrale) il Marcello di Nicola Alaimo. Brava Hasmik Torosyan come Musetta, spiritosa e brillante come la parte richiede. E buona anche la prestazione di Evgeny Stavinsky come Colline anche se ovviamente confinata alla famosa e non facile aria della zimarra. Nella norma tutti gli altri interpreti. In sintesi finalmente un spettacolo degno di un’inaugurazione di stagione e – speriamo – indicativo di una nuova aria nel teatro, dopo il cambio per troppo tempo procrastinato di un sovrintendente solo da dimenticare. 
A margine: continua la bizzarria del libretto su smartphone. Sembra proprio una malattia priva di possibili vaccini. 
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Mimì
Mariangela Sicilia
Musetta
Hasmik Torosyan
Rodolfo
Francesco Demuro
Marcello
Nicola Alaimo
Schaunard
Andrea Vincenzo Bonsignore
Colline
Evgeny Stavinsky
Benoit/Alcindoro
Bruno Lazzaretti
Parpignol
Guang Hu (Scuola dell’Opera)
Un venditore
Coro
Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e tecnici del Teatro Comunale
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Graham Vick
Scene e costumi
Richard Hudson
Luci
Giuseppe di Iorio
Assistente alla regia
Lorenzo Nencini
Assistente alle scene
Justin Arienti
Assistente ai costumi
Elena Cicorella
Maestro del Coro di voci bianche
Alhambra Superchi
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

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Operistica, Recensioni

Don Giovanni – Staatsoper Berlin 13 Gennaio 2018

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Provate a immaginare un bosco che costituisce l’unico scenario, che dovrebbe essere nel tempo il palazzo di Don Giovanni, il cimitero con la statua del commendatore, la finestra che si apre alla serenata di Don Giovanni travestito da Leporello, la sala da pranzo di Don Giovanni etc.etc. Sarebbe necessario avere un dispositivo di “augmented reality” o una immaginazione stellare per orientarsi in questo ridicolo caos. Aggiungiamo che Donna Elvira emerge da una fermata d’autobus con tettoia e sedili miracolosamente piazzata nella foresta (succede spesso, vero?) stropicciandosi i piedi doloranti (?), che Donna Anna e Don Ottavio arrivano su un’auto con fanali accesi che sputa fumo in mezzo alla foresta (normale, no?) e con Don Giovanni che brandisce una chiave inglese a mo’ di meccanico per l’auto. Poi Don Giovanni si esibisce come go-go girl durante la festa. E per finire abbiamo una Donna Anna che nella prima scena salta addosso a Don Giovanni infoiata (e sarà così per tutta l’opera) – nuovo eh! – costumi moderni tristissimi, una Donna Elvira sdraiata che – sempre alla fermata – mette le gambe al collo di Leporello-Don Giovanni e avete solo un 10% della sciagurata e noiosa regia dell’opera. Ovviamente Zerlina ci sta con Don Giovanni come assatanata. Il commendatore nella grande scena della dannazione spala terra come un becchino e la famosa cena è un picnic. Scena finale dell’opera semplicemente tagliata concludendosi l’opera con la discesa agli inferi di Don Giovanni. Regista creativo? No, dilettante teatrale convinto di fare colpo con mezzucci da panem et circenses. Una messa in scena che sarebbe andata bene alla Komische Oper di alcuni anni fa quando la rozzezza la faceva da padrone. Uno spettacolo indegno della grande tradizione della Staatsoper e certamente pessimo foriero della nuova gestione che solletica la parte più retriva e rozza degli spettatori: insomma avanspettacolo da periferia. E la parte musicale non è certamente meglio. Una direzione scioccamente e noiosamente lenta, una Donna Elvira assolutamente non all’altezza della parte e un Don Ottavio che nella sua seconda aria tira una stecca da brivido. Appena sufficienti Don Giovanni e Leporello (obbligato dalla regia a un comportamento scioccamente istrionico). Buona la prestazione di Donna Anna e ottima quella di Zerlina (Anna Prohaska – l’unica vera professionista) che non si capisce come possa essere finita in una produzione di second’ordine (e  che viene obbligata dal regista a cantare l’aria del balsamo guardandosi sempre intorno come se temesse qualcosa). Successo da parte di un pubblico da circo che non ha mai visto un Don Giovanni di buona qualità e che viene anche ingannato dalle traduzioni imprecise che nascondono i particolari che sottolinerebbero le assurdità della regia. Spettacolo inqualificabile.
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CAST

CONDUCTOR.  Alessandro De Marchi
PRODUCTION Claus Guth
SET DESIGNER, COSTUME DESIGNER Christian Schmidt
LIGHT DESIGN Olaf Winter
CHOREOGRAPHY Ramses Sigl
DON GIOVANNI Christopher Maltman
DONNA ANNA Maria Bengtsson
DON OTTAVIO Paolo Fanale
KOMTUR Jan Martiník
DONNA ELVIRA Dorothea Röschmann
LEPORELLO Mikhail Petrenko
MASETTO Grigory Shkarupa
ZERLINA Anna Prohaska
STAATSOPERNCHOR
STAATSKAPELLE BERLIN
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Operistica, Recensioni

Ariadne auf Naxos – Staatsoper Berlin 12 Gennaio 2018

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La recensione dell’opera si trova in Ariadne auf Naxos  (Berlino Staatsoper 25 Giugno 2015) dal momento che è la stessa produzione, con l’eccezione della primadonna, Ariadne. Questo perchè a Berlino (come in molti grandi teatri) una produzione viene ripetuta nel tempo, almeno tre anni, con evidenti risparmi economici (cosa che non è contemplata nei teatri italiani, neppure alla Scala). La nuova Staatsoper (il cui restauro è durato la bagatella di 7 anni!) è identica alla vecchia Staatsoper, almeno dl punto di vista dello spettatore. Le poltrone sono le stesse (di stile barocco settecentesco senza display multilingue come alla Scala) e lo stesso dicasi per foyer, bar, guardaroba etc. L’unica differenza percepibile è il doppio display (lingua originale e versione inglese) sopra il palcoscenico per i sopratitoli. Meglio evitare  le prime file della platea altrimenti si rischia il torcicollo!
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CAST
CONDUCTOR Eun Sun Kim
PRODUCTIONS Hans Neuenfels
SET DESIGNER Katrin Lea Tag
COSTUMES Andrea Schmidt-Futterer
LIGHT DESIGN Stefan Bolliger
DRAMATURGY Yvonne Gebauer
DER HAUSHOFMEISTE Elisabeth Trissenaar
EIN MUSIKLEHRER Roman Trekel
DER KOMPONIST Marina Prudenskays
PRIMADONNA – ARIADNE Anna Samuil
TENOR – BACCHUS Roberto Saccà
ZERBINETTA Brenda Rae
HARLEKIN  Manuel Ealser
SCARAMUCCIO Linard Vrielink
TRUFFALDIN Grigory Shkarupa
BRIGHELLA Miloš Bulajić
NAJADE Evelin Novak
DRYADE Natalia Skrycka
ECHO Sarah Aristidon
EIN OFFIZIER Sergiu Saplacan
EIN PERÜCKENMACHER Adam Kutny
LAKAI David Oštrek
TANZMEISTER Manuel Günther
PUPPENSPIELER Christopher Schleiff
ORCHESTRA
STAATSKAPELLE BERLIN

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Operistica, Recensioni

Andrea Chénier – La scala Milano 22 Dicembre 2017

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L’aggettivo giusto per l’allestimento di Martone è “suntuoso” (come peraltro tutti gli allestimenti del regista, mai sufficientemente rimpianto a Bologna dopo le sue Nozze di Figaro  di un passato assai remoto,  prima insomma che il duo Sani Ronchi – quello di “più opere moderne per portare la gente a teatro – si esibisse con ignobili scelte). Martone è “creativo” ma non nell’accezione peggiore che oggi viene utilizzata: “crea” o forse meglio sarebbe dire “ricrea” gli ambienti in cui si sviluppò la rivoluzione francese, dalla lussureggiante scena iniziale che rappresenta una festa di nobili fino alla spoglia scena finale in cui campeggia una sinistra ghigliottina. Se così posso esprimermi sono questi gli allestimenti che vorremmo vedere. Non sempre è ovviamente possibile (il budget della scala è astronomico rispetto a quello di altri teatri d’opera – d’altronde è la flagship della lirica in Italia e anche in buona parte del mondo) ma è l’impostazione e l’arte che contano e sono proprio questi elementi che mancano a tanti registi velleitari e “creativi ” (nel senso deteriore della parola) che oggi infestano i teatri e dei quali – grazie a scellerati sovrintendenti – non riusciamo a liberarci.

La prestazione del tenore Yusif Eyvazov (nella vita marito della protagonista Anna Netrebko) è lungi dall’essere memorabile in una parte oggettivamente difficile e ho derivato la stessa impressione sia ascoltandolo dal vivo che in TV in occasione della prima.  Ha un discreto registro intermedio ma il suo modo di cantare è sostanzialmente monotono e in occasione della prima non privo di incertezze. Insomma non trasmette tutto il pathos che una figura così rappresentativa dovrebbe esprimere.  In più la voce ha spesso inflessioni metalliche che nuociono alla interpretazione. Ovviamente di alto livello l’interpretazione della Netrebko anche se l’abbiamo ascoltata in esecuzioni migliori e di certo non le giova la stazza ormai matronesca di signora di mezza età mentre dovrebbe esprimere un personaggio nel fiore degli anni travolta da una passione che la porterà a condividere – nella partitura di Giordano – il tragico destino del poeta.

Di gran lunga il migliore sotto ogni aspetto è il baritono Luca Salsi in grado di sottolineare tutte le sfumature ambigue del personaggio con doti vocali assolutamente fuori dal come. Una prestazione assolutamente maiuscola anche dal punto di vista teatrale.  Molto buone le prestazioni anche di tutti gli altri interpreti. Assolutamente eccezionale la direzione di Chailly che trae da una partitura non facile e spesso diseguale tutti gli aspetti veristici e al contempo drammatici e lirici. Bravo senza se e senza ma.

Inevitabile grande successo di pubblico ma non sono mancate voci di dissenso. Uno spettacolo comunque all’altezza delle grandi tradizioni della scala. Avessimo a Bologna un sovrintendente come Pereira, un direttore come Chailly e i finanziamenti della scala e non un Sani qualunque fortunatamente giubilato ma …..

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Conductor
Riccardo Chailly
Staging
Mario Martone
Sets
Margherita Palli
Costumes
Ursula Patzak
Lights
Pasquale Mari
Choreographer
Daniela Schiavone
CAST
Andrea Chénier
Yusif Eyvazov
Maddalena di Coigny
Anna Netrebko
Carlo Gérard
Luca Salsi
La mulatta Bersi
Annalisa Stroppa
La Contessa di Coigny
Mariana Pentcheva
Madelon
Judit Kutasi
Roucher
Gabriele Sagona
Pietro Fléville
Costantino Finucci
Fouquier Tinville
Gianluca Breda
Mathieu
Francesco Verna
Un incredibile
Carlo Bosi
L’Abate
Manuel Pierattelli
Schmidt
Romano Dal Zovo
Il maestro di casa/Dumas
Riccardo Fassi
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Cameristica, Recensioni

Natale 2017

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Kurvenal, salvo ancora un post che scriverò sabato, va in vacanza fino al 6 Gennaio. A tutti i miei lettori un augurio di buone feste e l’auspicio di un 2018 migliore. Ne abbiamo tutti veramente bisogno!

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Cameristica, Recensioni

Piovano Pappano – Musica Insieme Bologna 17 Dicembre 2017

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Le due sonate di Brahms per violoncello e pianoforte, due capolavori assoluti, riflettono due periodi distinti del compositore amburghese. La prima (op. 38) ha la inconsueta caratteristica di presentare una fuga come ultimo tempo e manca del classico secondo tempo a favore unicamente di uno scherzo in cui il trio più lirico risolve l’assenza del tempo cantabile. La seconda (op. 99) è quella della piena maturità e presenta caratteristiche simili a quelle del secondo concerto (op. 83), con un’aria finale più cantabile in totale contrasto con l’impetuoso scherzo. Un’esecuzione magistrale del violoncellista Luigi Piovano che in tutte le due sonate brahmsiane a una tecnica impeccabile ha unito una perfetta intonazione e un’espressività che ha dato pieno risalto all’ordito musicale. Buona anche l’esecuzione di Antonio Pappano che però denuncia chiaramente che il suo mestiere principale è la direzione  d’orchestra. Di Barenboim ne esiste solo uno! Insomma un buon accompagnamento che non è risultato sempre impeccabile e non all’altezza dell’esecuzione violoncellistica. Va peraltro ricordato che oltre all’impervia, difficilissima partitura violoncellistica (specialmente nella seconda sonata) anche la parte pianistica pone non pochi problemi tecnici. Ma globalmente il risultato del duo è stato più che apprezzabile. Interessanti le due brevi composizioni dei due autori viventi presenti in sala. Due bis: due romanze di Martucci e grande successo di pubblico. Speriamo che al violoncello anche in futuro venga riservata da Musica Insieme una parte dei concerti e che non finisca come con la Liederistica sparita colpevolmente dai programmi della fondazione. E pensare che nei paesi di lingua tedesca si hanno concerti di Lieder tutte le settimane: non sarà che il pubblico bolognese è – per essere eufemistici – un po’ provinciale?
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Programma
Riccardo Panfili L’ospite insonne 
Johannes Brahms Sonata n. 1 in mi minore op. 38
Michele Dall’Ongaro   Due Canzoni siciliane: A vitalòra – Carnescialata dei pulcinell 
Johannes Brahms  Sonata n. 2  in fa maggiore 0p. 99
Sonata n. 2 in fa maggiore op. 99
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Tosca – Teatro comunale Bologna 15 Dicembre 2017

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Eccoci all’esordio operistico del nuovo sovrintendente Macciardi succeduto a Sani, per il quale sarebbe interessante sapere quale è stato il valore della buonuscita, quella che in un teatro serio avrebbe dovuto avere un valore negativo. Naturalmente nel silenzio del convitato di pietra, ovvero il consiglio di indirizzo.  Una nota organizzativa: i protagonisti dell’opera sono praticamente completamente cambiati rispetto al cast previsto all’atto degli abbonamenti, cosa che succede quasi sempre nel teatro bolognese. Insomma si acquista un prodotto e ne viene fornito uno completamente diverso. Naturalmente emergenze possono sempre capitare ma qui pare che l’emergenza sia la regola. Un altro esempio della poca serietà del teatro. Ma veniamo all’opera. Di certo non si tratta di una edizione memorabile di una delle opere più amate dal pubblico e che ha al suo attivo innumerevoli grandi edizioni come quelle che hanno visto come Tosca la Callas e la Kabaivanska tanto per fare qualche nome. Uno spettacolo che ha avuto uno sviluppo non uniforme. Un inizio vocale da brivido. Le “recondite armonie” di recondito non avevano proprio nulla, sparate a un volume da concerto rock e i primi interventi del soprano Svetla Vassileva erano caratterizzati da continue incertezze ed emissioni a intonazione variabile. I due protagonisti citati migliorano (parzialmente…) nei due atti successivi. Il “vissi d’arte” era per lo meno passabile e lo stesso dicasi per il “lucean le stelle”  da parte di un tenore che però praticamente non conosce i mezzi toni e le sfumature. Ma stiamo parlando non certo di vette vocali quanto di un medio professionismo di routine. Tanto per dare un’idea della reazione del pubblico nessuna delle tre arie ha certamente tirato giù il teatro nonostante i lodevoli sforzi di una clacque particolarmente fiacca (finalmente…). Quanto alla prestazione di Gabor Bretz (Scarpia) gli va riconosciuta una voce adeguata ma purtroppo drammaticamente monotona nella sua freddezza. Ma nel contesto di una serata quanto meno vocalmente modesta ha fatto la sua figura.  Non male le scene e la regia di Daniele Abbado con alcune cadute di tono sia nell’eccesso di aggressioni sessuali di Scarpia nel secondo atto (con ripetuti rotolamenti a terra dei protagonisti) sia nel ridicolo finale in cui la protagonista anziché lanciarsi da Castel S.Angelo pare essere preda di un infarto alla vista degli sgherri di Scarpia.  Insomma una regia che per lo meno ha evitato quegli strazi dei registi “creativi” che infestano i teatri d’opera. La direzione di Valerio Galli si è tenuta su un buon livello senza lode ma anche senza infamia (e già questo è una “notiziona” a Bologna). Un successo di pubblico modesto per un’edizione modesta prodotta da un teatro modesto e della quale in parte non secondaria è responsabile il nuovo sovrintendente (modesto?) cooptato colpevolmente per via dinastica.  A coronamento della scadente rappresentazione va anche segnalata la scadente sincronizzazione dei sopratitoli. Piove sul bagnato!
Sad
Cast
Floria Tosca
Sveta Vassileva
Mario Cavaradossi
Rudy Park
Barone Scarpia
Gabor Bretz
Cesare Angelotti
Luca Gallo
Sagrestano
Nicolò Ceriani
Spoletta
Nicola Pamio
Sciarrone
Tommaso Caramia
Carceriere
Michele Castagnaro
Pastorello
Pietro Bolognini
Direttore
Valerio Gallo
Regia
Daniele Abbado
Scene e costumi
Luigi Perego
Luci
Vittorio Alfieri
Video
Luca Scarsella
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Maestro del CVB
Alhambra Superchi
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Cameristica, Recensioni

Angela Hewitt – Quartetto Milano 5 Dicembre 2017

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Che Angela Hewitt sia oggi una delle maggiori interpreti bachiane non è certo una novità. Ma ci sono nel percorso di un’artista come la Hewitt punte di eccellenza e una di queste è stata raggiunta nell’interpretazione delle Goldberg al quartetto. Tecnica impeccabile, perfetta calibrazione dei toni, sottolineatura delle linee melodiche hanno costituito la base del successo tributato giustamente dal pubblico all’artista che con il passare del tempo trova sempre più una propria cifra stilistica che spazia dal repertorio settecentesco a quello moderno (ad esempio Ravel. Ottima ad esempio la sua interpretazione di Le tombeau de Couperin). C’è da sperare che della sua attuale interpretazione delle Goldberg venga prodotto un CD che di certo svetterà nella ampia (e purtroppo eccessiva) schiera delle esecuzioni delle celebri variazioni.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Programma
Johann Sebastian Bach  Variazioni Goldberg BWV 988
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Cameristica, Recensioni

Mario Brunello – Musica Insieme Bologna 4 Dicembre 2017

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Vale esattamente quanto già scritto il 6 Febbraio 2107
Molto spesso nel corso dei concerti e delle opere alcuni sventurati accendono il telefonino nel corso delle esecuzioni. Non sempre trillano le suonerie ma la luce emessa è estremamente fastidiosa ed è da dubitare che i messaggi email da leggere siano quelli di Trump che chiede consiglio se sganciare l’atomica sulla Corea del Nord. Sarebbe quindi indispensabile che nelle avvertenze che precedono ogni spettacolo, nelle quali si ricorda di spegnere le suonerie, venisse anche richiesto di non accendere i diabolici dispositivi per alcun motivo. 
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Programma
Johann Sebastian Bach   Suite n. 2 in re minore BWV 1008, Sonata n. 3 in do maggiore BWV 1005, Partita n. 1 in si minore BWV 1002, Suite n. 6 in re maggiore BWV 1012
 

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Cameristica, Recensioni

Leif Ove Ansdnes – Quartetto Milano 28 Novembre 2017

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Approda nuovamente al quartetto il pianista norvegese, per me la prima volta in concerto. Andsnes appartiene a quella classe di pianisti di mezza età che offrono un buon prodotto in tutto il repertorio senza raggiungere mai, però, l’eccellenza, un po’ come Paul Lewis. Il suo pianismo, sorretto da un’ottima tecnica non trascendentale, è all’insegna della moderazione che offre certamente una cifra interpretativa di largo spettro ma che alla fine appare un po’ ripetitiva e in ultima analisi poco soddisfacente. Certamente si trova a suo agio con un compositore come Sibelius con cui condivide la comune matrice scandinava e di buona qualità il suo Schubert proprio per quelle caratteristiche che sono il suo limite. Ma “la tempesta”di Beethoven manca di quella drammaticità che ne è il motivo conduttore e piuttosto convenzionale è l’interpretazione    della quarta ballata di Chopin. Con grande esperienza e mestiere smussa i passaggi tecnici più impervi non senza qualche imperfezione. Volendo essere poco “politically correct” lo si potrebbe assimilare a un soprammobile perfettamente lucidato e spolverato che però non desta l’attenzione, non lascia nessun segno in chi lo osserva e in molti casi lo trascura. Un concerto quindi di buona qualità ma non entusiasmante molto apprezzato dal non foltissimo pubblico. Nota di colore: si è presentato in completo grigio com tanto di fazzoletto al taschino. Due bis: la prima ballata di Chopin e un improvviso di Sibelius.
PS Nel corso del concerto sono suonati ripetutamente cellulari e alla fine della prima parte uno spettatore a voce altissima ha lamentato l’inciviltà degli idioti che lo accendono durante le esecuzioni con molteplici applausi del resto del pubblico. I cretini si trovavo purtroppo ovunque.
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Programma
Jan Sibelius                      – Björken op. 75 n. 4, Impromptu op. 97 n. 5, Rondino II op. 68 n. 2, Der Hirt op. 58 n. 4, Romance op. 24 n. 9
Joerg Widmann              – Idyll und Abgrund, Sechs Schubert-Reminiszenzen für Klavier
Franz Schubert                – Tre Klavierstücke D 946
Ludwig van Beethoven – Sonata n. 17 in re minore op. 31 n. 2 “La Tempesta”
Frederyk Chopin             – Notturno in si maggiore op. 62 n. 1,  Ballata n. 4 in fa minore op. 52

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Recensioni, Sinfonica

Chaslin Albanese- Teatro comunale Bologna 25 Novembre 2017

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Un concerto a due facce. Cominciamo da quella positiva. I due brani orchestrali scelti (Le preludes di Liszt e la sinfonia di Franck) sono emblematici del percorso musicale della seconda metà dell’800, che è segnato, fra le altre cose, dal ruolo dato agli ottoni e in particolare dallo sdoganamento del basso tuba, che tanta parte ha nelle opere wagneriane. Brani musicali rutilanti che Frédéric Chaslin ha saputo valorizzare con una direzione energica e partecipata, anche se proprio gli ottoni, (in particolare si indovini quali) ancora una volta, non hanno di certo offerto una prova entusiasmante (eufemismo – ma vogliamo mettere mano al problema una volta per tutte?). Allievo di Baremboin e direttore wagneriano, Chaslin ha trascinato l’orchestra, estraendone il meglio che è in grado di proporre con grande e giustificato successo di pubblico. Una prestazione ben diversa da quella offerta nella recente Aida al teatro comunale che dimostra come il repertorio mitteleuropeo sia ben più connaturato al direttore. Un discorso diverso per il concerto in sol di Ravel. Qui Giuseppe Albanese si è confrontato con le grandi esecuzioni di Argerich, Michelangeli e Haas (solo per fare qualche nome) e il confronto è stato impietoso, marcato soprattutto dall’inizio del secondo tempo. La semplicissima melodia di Ravel richiede un perfetto controllo delle sonorità e una scelta accurata delle sfumature che sono totalmente mancate nell’esecuzione di Albanese, che trova la sua cifra esecutiva in un virtuosismo atletico dimostrato dalla scelta, come secondo bis, di un tempo di una sonata di Haydn, eseguita come fosse uno studio di Clementi a una velocità esagerata per strappare l’applauso di un pubblico di bocca buona pronto a farsi abbindolare dai muscolari (come nel caso di Matsuev). Già la scelta di un tempo di una sonata per un bis è assai discutibile ma ancor più di pessimo gusto è stato richiedere al pubblico se voleva un brano melodico o brillante (modestissimo tentativo di ingraziarsi il pubblico) ed eseguire un pezzo brillante nonostante il parere contrario del pubblico! Nel concerto di Ravel, poi, non sono mancati casi di mancanza di sincronismo con l’orchestra. Quanto al primo bis (Alborada del gracioso di Ravel) il minimo che si può dire è che la sua lunghezza è eccessiva per un bis (anche se nel 1979 un Pollini d’annata eseguì come bis a Londra Les adieux di Beethoven ma in versione  integrale), e che la sua esecuzione è stata ancora una volta di stampo virtuosistico, trascurando tutte le sfumature, anche talvolta caricaturali, del brano. No good.
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Programma:
Franz Liszt Les Préludes
Maurice Ravel Concerto in sol per pianoforte e orchestra
César Franck Sinfonia in re minore
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Cameristica, Recensioni

Gala Chistiakova – Conoscere la musica Bologna 23 Novembre 2017

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Più volte abbiamo avuto occasione di seguire i concerti di Gala Chistiakova – oggi trentenne –  arrivata fino alla terza eliminatoria nel concorso Chopin del 2015.  Tecnica rocciosa,  impianto musicale vigoroso, il suo percorso musicale attuale riflette un tentativo di scrollarsi di dosso quelli che sono appunto i propri limiti, come è apparso nei due brani schumanniani. Qui la ricerca interpretativa è stata molto evidente nel tentativo di “domare” quello che istintivamente sarebbe il suo approccio musicale. Purtroppo la artificiosità delle scelte si riflette in un eccesso di rallentati e di pause non previste dal dettato musicale e soprattutto da uno spezzettamento del discorso musicale che mette spesso in luce l’artificiosità delle scelte. Lo sviluppo del brano non risulta uniforme, come se fosse composto da episodi solo parzialmente correlati e non da un impianto unitario che si estrinseca in forme diverse. Va comunque riconosciuta la consapevolezza da parte della Chistiakova dei propri limiti e sarà interessante seguire l’evoluzione della pianista per verificare se il percorso intrapreso porterà a risultati più soddisfacenti di quelli mostrati nel concerto in questione. Un discorso del tutto diverso vale per i due compositori russi. Qui la Chistiakova si trova a suo perfetto agio, da un lato per la possibilità di mettere in mostra le sue non comuni doti tecniche e dall’altro per una sensibilità musicale che si sposa perfettamente con quella dei compositori eseguiti. Un concerto chiaroscuro, insomma, il cui giudizio complessivo è da considerare sospeso: la aspettiamo ad altre prove. Successo non eccezionale da parte di un pubblico molto rarefatto e due bis.
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Robert Schumann Arabesque op. 18, Fantasia op. 17
Alexander Scriabin Sonata-Fantasia n. 2 op. 19
 Sergej Rachmaninov 4 momenti musicali op. 16

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Ti vedo, ti sento, mi perdo – La Scala 21 Novembre 2017

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Da tempo Sciarrino ci ha abituati a questa forma di “recitar cantando” in stile ventesimo secolo che forse meglio sarebbe definita come “parlar modulando”.  Sulla qualità e validità di questa forma compositiva si è discusso a lungo e sarebbe inutile aggiungere ulteriori commenti. Personalmente non ne sono affatto entusiasta ma capisco che corrisponda al mondo moderno in cui viviamo. L’esile trama dell’opera riposa su una sorta di prova generale di uno spettacolo in attesa che compaia il compositore Alessandro Stradella che naturalmente – novello Godot – non si presenta.
Ma la qualità dello spettacolo non riposa sull’ordito musicale ma  sulla regia e messa in scena di Jürgen Flimm secondo un’interpretazione registica solo tenuemente correlata al libretto. Qui abbiamo una rivisitazione del teatro nel teatro con personaggi (e addirittura orchestrali sul palcoscenico) in abiti settecenteschi (ma anche seicenteschi) e una miriade di personaggi che affollano la scena dando luogo a piccoli intermezzi che si sovrappongono alla trama principale: inservienti, maschere, danzatrici, figuranti, clowns etc.  Il tutto dà luogo a una sorta di carnevale godibilissimo su cui riposa il successo tributato da un pubblico non folto (e rarefatto nel secondo atto). Ma “un bel gioco..” e l’opera si prolunga eccessivamente, anche sfilacciata nel libretto che intreccia l’esile sviluppo dell’azione con  considerazioni filosofiche e liriche del tutto innecessarie e scorrelate.
Quanto alla compagnia di “canto” (che non ha la possibilità di esprimersi come tale) va purtroppo segnalata la performance scadente del soprano (primadonna) Laura Aikin, dotata di una voce piccolissima e del tutto inadatta a interpretare i brani di alcune arie di Stradella inserite nello spettacolo in un grande teatro: semplicemente non si sente. Potrebbe forse cantare in un repertorio barocco in piccole sale ma di certo non alla Scala. Un plauso  invece al giovane cantore Ramiro Maturana che intona perfettamente l’aria che chiude lo spettacolo. Quanto agli altri va purtroppo segnalata la dizione incerta in italiano di Charles Workman e Otto Katzameier, rispettivamente nei ruoli conflittuali di musico e letterato, una sorta di rivisitazione del “Capriccio” Strauss-Clemens (dove l’attesa frustrata della contessa è simile quella di Stradella nell’opera in questione) . Difficile giudicare gli altri e la direzione di Maxime Pascal a cui comunque va riconosciuto lo sforzo di tenere insieme un „partitura“ (o presunta tale) di difficilissima struttura.
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Direttore
Maxime Pascal
Regia
Jürgen Flimm
Collaboratore del regista
Gudrun Hartmann – Wild
Scenografo
George Tsypin
Costumi
Ursula Kudrna
Lighting Designer
Olaf Freese

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Cameristica, Recensioni

Alexander Lonquich & friends – Bologna Festival 10-14 Novembre 2017

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Tre concerti di Alexander Lonquich, a due dei quali ho assistito (il secondo l’ho perso per la concomitante “prima” dell’Aida). Il primo insieme alla moglie Cristina Barbuti per due brani a 4 mani e il secondo libro dei preludi di Debussy. Il secondo concerto in trio e l’ultimo da solista. Lonquich è un buon pianista, dotato di una tecnica eccellente e molto eclettico nelle sue scelte spaziando su tutto il panorama dell‘orizzonte pianistico. Eppure non poco gli manca per accedere all‘empireo del pianismo internazionale, essendo mediamente di buona qualità in tutti gli aspetti ma non „outstanding“. Nelle esecuzioni a quattro mani sono stati scelti brani in cui il ruolo del „secondo“ si limita praticamente solo a un accompagnamento piuttosto banale, cosa assolutamente comprovata dal divertimento all’ungherese di Schubert, un brano veramente di infimo livello nel panorama delle composizioni del compositore viennese. L’esecuzione dei preludi del compositore francese è stata di buona qualità, rispettosa della cifra stilistica prevista dai brani, anche se il “tocco” (per una volta si può utilizzare un nome così spesso abusato che sta a significare la scelta della timbrica) del pianista di origine tedesca è ben lontano da quello di Walter Gieseking o Arturo Benedetti Michelangeli. Ma è nel concerto solistico che sono emersi i limiti del pianismo di Lonquich. In particolare in due brani, contraddistinti dallo stesso errore stilistico, ovvero in Nella nebbia di Janáček e nella Sonata in do minore D.958 di Schubert. I mondi dei due compositori (culturalmente assai lontani) sono però accomunati dall’obbligo di rinunciare a eccessi sonori e dall’assoluta necessità di evitare sforzati, stilisticamente impropri. Per capire quale sia il mondo di Janáček si dovrebbe ascoltare l’esecuzione di Rudolf Firkusny (il maggiore interprete del compositore boemo) della suite “Sul sentiero dei rovi” e per la sonata di Schubert le esecuzioni di Radu Lupu e di Alfred Brendel. Misura, toni sfumati, tempi contenuti, sottolineatura delle nuances musicali, insomma tutto quello che non abbiamo ascoltato del concerto di Lonquich. La sensazione è che ci troviamo di fronte a un pianista che progressivamente sta involvendo la sua cifra stilistica in un senso deteriore ma soprattutto è difficile comprendere come in Debussy siano stati rispettati i canoni esecutivi e nel concerto solistico siano stati violati. Grande successo di pubblico (tanto si applaude per principio e soprattutto la musica eseguita, non importa come, essendo la maggioranza del pubblico ignara del dettato dei compositori e incapace di fare confronti) e un bis Schubertiano.
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Programma
10 Novembre
Claude Debussy      6 epigraphes antiques (a quattro mani) – Preludes (II livre)
Franz Schubert Divertissement  à la hongroise in sol minore op.54 (a quattro mani)
14 Novembre
Franz Schubert Sonata in fa minore D.625
Leóš Janáček  Nella nebbia
Wolfgang Rihm Ländler (1979)
Franz Schubert Sonata in do minore
Sonata in do minore D.958

 


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Recensioni, Sinfonica

Zimerman Nowak- Musica Insieme Bologna 13 Novembre 2017

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Un’esecuzione del quarto concerto (il mio preferito, fra l’altro) di Beethoven da parte di Krystian Zimerman assolutamente magistrale. Il pianista polacco da tempo ha ormai raggiunto quella perfezione che solo una grande maturità permette. Sostenuto da un’ottima tecnica ha saputo estrarre dalla partitura tutte le sfumature anche più recondite suscitando il giusto entusiasmo del pubblico. A partire dalla sua vittoria nel 1975 al concorso Chopin ha seguito un percorso culturale e stilistico di assoluto rigore che trova oggi la sua migliore espressione nel perfetto equilibrio dell’esecuzione che si inserisce nel solco che ha visto in passato Brendel come capostipite. Purtroppo non ha concesso neppure un bis. Molto buona anche l’esecuzione dell’orchestra che però ha dovuto eseguire i quadri di un’esposizione in una versione orchestrale chiassona e priva di quella sottile ironia che la pervade nell’orchestrazione di Ravel.  Un’operazione di archeologia musicale ingiustificata e che ha depresso il valore dell’orchestra ben diretta da Nowak. Caloroso successo di pubblico (ma quando si gioca in casa..).
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Programma
Hector Berlioz Le carnaval romain, «ouverture caractéristique» op. 9 Ludwig van
Beethoven Concerto n. 4 per piano e orchestra op. 58 
Modest Musorgskij Quadri da un’esposizione (trascrizione per orchestra di Sergej Gorčakov)

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Operistica, Recensioni

Aida – Teatro comunale Bologna 12 Novembre 2017

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Con i telefonini come sostitutivi dei sopratitoli (v. miei posts Sopratitoli!!! e Ri-Sopratitoli!!) viene proposta un’opera poco nota al pubblico … Aida, un azzardo per qualunque  teatro  per la sua notorietà. Disquisire sulla insulsaggine del management per questa buffonata tecnologica (con tanto di corifei specialisti della piaggeria su Repubblica e Corriere) sarebbe come agire da Maramaldo. Se si pensa che la trovata dei telefonini sarebbe dovuta alla “grandiosità” della messa in scena (a meno che per grandiosità non si intenda la dimensione dei fondali) c’è solo da ridere per non piangere. Di fatto gli spettatori si sono rivelati molto più intelligenti della direzione del teatro perché in pochissimi hanno usufruito del cervellotico sistema (sottoposto persino a referendum, il che fa pensare che si tratti di scempio potenzialmente da ripetere).

All’inizio viene annunciata la sostituzione del tenore nel ruolo di Radames con il tenore della seconda compagnia senza che venga data alcuna giustificazione.  Il pubblico ringrazia. La scenografia è  minimalista nel senso pieno della parola perché semplicemente … non esiste, sostituita da figure proiettate sullo sfondo che dovrebbero ricordare gli affreschi egizi e in altri casi sottolineare la temperie dei protagonisti. Risultato men che modesto: forse l‘unico vantaggio è che un teatro economicamente disastrato ha speso poco. Il coro nel primo atto canta avendo davanti – senza alcuna ragione – un tablet: un dono di Maroni rimasto dal referendum tenuto recentemente in Lombardia? Una nota di assoluto biasimo per uno scadentissimo balletto del primo atto con i soldati  di Star Wars (ma che c‘entrano?) così che ci si aspetta di vedere entrare da un momento all’altro Obi One Kenobi e Dart Feller. Radames avrebbe allora dovuto essere agghindato come come Sky Walker con tanto di spada luminosa. Protagonisti e coro che entrano dalla platea: un espediente mai visto prima ….

Nella scena finale (come in altre scene) sul proscenio si presenta un tizio con tablet (ancora una volta!!) che non si capisce cosa c‘entri (forse passava di lì per caso). Un narratore silente o un portoghese? Insomma una regia e una scenografia velleitarie e scadenti.
Veniamo agli aspetti musicali. Ramfis è sotto il minimo, riuscendo anche ad andare fuori tempo e fuori sincronismo nel primo intervento del primo atto. L‘Amneris di Nino Surguladze (e qui il blogger deve fare ammenda: in una prima versione del post aveva scambiato la georgiana Nino Surguladze per un cantante. Granchio non male!) ha un primo atto contratto e ingolato ma fornisce un‘ottima prestazione nel secondo atto, soprattutto nel duetto con Radames. Quanto a quest‘ultimo la stazza e l‘altezza non l‘aiutano dal punto di vista scenico come eroe anche perché impalandranato in un grembiulone  che ne accentua le carenze fisiche. Vocalmente avrebbe delle buone qualità ma riesce a esprimerle solo quando emette a pieni polmoni, mentre nei mezzi toni arranca vistosamente. Va comunque sottolineata un’ottima prestazione nella scena finale con Aida.  Molto buona invece sotto ogni profilo l‘Aida di Monica Zanettin, voce armoniosa in tutti i registri e capace di modulare l‘emissione in ogni situazione, dal vellutato al drammatico. Una prova assolutamente maiuscola, molto al di sopra di tutti gli altri protagonisti e giustamente applaudita da un pubblico che decreta invece un successo contenuto all’opera con una clacque così insulsa da riuscire a intervenire fuori tempo e fuori momento (clacque scadente in un teatro scadente – tout se tient). Dimenticavo (per carità di patria): la direzione di Chaslin a essere magnanimi è insignificante e l’orchestra non si è fatta mancare una clamorosa “imperfezione” (non si può usare la parola più classica senza suscitare un coro di reazioni spropositate) delle trombe.
All’uscita dal teatro un miracolo:  piazza Verdi vuota e pulita, priva assolutamente di quel caos che infesta normalmente la zona (sarà per la presenza di Prodi e signora in sala….?). Allora vuol dire che si può, e che se la zona viene lasciata in balia di malfattori, spacciatori, fracassoni etc. è solo per l‘insipienza e l‘ignavia delle istituzioni. E quindi doppiamente vergogna per coloro che non svolgono il loro dovere.
 Sad
Cast
Il Re
Luca Dall’Amico
Amneris
Nino Surguladze
Aida
Monica Zanettin
Radamès
 Antonello Palombi
Ramfis
Enrico Iori
Amonasro
Dario Solari
Gran Sacerdotessa
Beth Hagerman
Messaggero
Cristiano Olivieri
Direttore
Frédéric Chaslin
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Costumi
Silvia Aymonino
Luci
Fabio Barettin
Coreografie
Monica Casadei
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Cameristica, Recensioni

Mesini Farné – Oratorio S.Cecilia Bologna 4 Novembre 2017

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Fortunatamente Bologna non ha solo Musica Insieme, il Manzoni e il Comunale come  luoghi dove si tengono concerti. Ci sono altri concerti (ad esempio al Goethe Zentrum ma non solo ) che tengono viva la passione musicale del pubblico bolognese. Fra questi quelli che si tengono all’oratorio di S.Cecilia il sabato pomeriggio, che hanno anche come effetto positivo collaterale quello di migliorare l‘ambiente degradato di piazza Verdi. Il concerto in questione ha visto due giovanissimi neodiplomati alla prese con il repertorio fortepianistico, uno strumento che negli ultimi anni ha ricevuto un’attenzione sempre crescente essendo l’opinione di alcuni (onestamente da me non condivisa) che un certo repertorio trovi la sua collocazione naturale in questi strumenti. Naturalmente il dibattito è sempre aperto e irresolubile: Bach avrebbe usato le attuali corde al poste di quelle di budello, Beethoven avrebbe preferito uno Steinway a gran coda etc. etc. ? E in cosa un’esecuzione “filologica” si giustifica? Ma non è questo l’argomento odierno.  Il concerto offerto da Leonardo Mesini e Matteo Farné è stato godibilissimo e molto apprezzato dal pubblico presente permettendo di capire cosa effettivamente sentivano i compositori allorché al loro tempo le loro partiture venivano eseguite. E quindi ben venga. Quanto all’esecuzione essa va valutata nell’ambito del contesto in cui viene organizzata, ricordando che suonare un fortepiano pone non secondari problemi di tecnica, essendo la meccanica dello strumento (ad esempio nello scappamento, così importante nei ribattuti) molto diversa da quella dei pianoforti moderni con i quali normalmente ci si esercita. Quanto agli esecutori, un plauso per avere affrontato un repertorio impegnativo su uno strumento non facile da „domare“, due giovani certamente ancora parzialmente acerbi ma dotati di indubitabili qualità e che speriamo di risentire lungo il loro percorso di maturazione.
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Programma
Franz Schubert  Quattro Improvvisi, Op. 90
Joseph Haydn Variazioni in Fa minore, Hob. XVII/6
Franz Schubert Sonata n. 16 in La minore, Op. 42 / D. 845
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Recensioni, Sinfonica

Dantone Gatti Accademia Bizantina – Bologna Festival 3 Novembre 2017

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Un concerto “classicissimo” con un programma “classicissimo”, molto adatto a un pubblico eterogeneo raramente frequentatore di sale da concerto. Un ensemble con tutti i crismi dell’orchestra barocca: corni senza pistoni, fagotti e altri strumenti a fiato senza chiavi, violoncelli senza puntale, archi senza tiracantini  (questa mi è sempre sembrata proprio un’inutile preziosità dal momento che l’accordatura e il suono dipendono unicamente dal  manico e dal ponticello e con il tiracantino l’accordatura è più precisa), archetti impugnati in modo barocco (addirittura uno di un contrabbasso impugnato a metà!) etc. etc. Ma Mozart e Haydn richiedono un’orchestra barocca (e ci sarebbe da discutere su quali compositori anche antecedenti gradirebbero un’orchestra barocca con il suo suono ridotto in una sala come il Manzoni mentre le loro composizioni erano destinate a sale private di piccole dimensioni e con suonatori in piedi)? Ma tant’è: l’illusione di ricreare il non-ricreabile appare irresistibile anche per buttare un po’ di fumo negli occhi agli spettatori ma con il risultato di creare un suono troppo debole per una sala di grandi dimensioni. E la cosa vale a maggior ragione per il flauto solista, (anch’esso in legno e con struttura barocca) che è inevitabilmente risultato spesso sovrastato dall’orchestra. Ciò detto e quindi in un contesto tutt’altro che favorevole la prestazione del flautista Gatti è stata di qualità e l’orchestra ha dato il meglio di quanto poteva esprimere. Ma forse l’intera impostazione è da rivedere.
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Programma
Wolfgang Amadeus Mozart  Sinfonia n. 10 in sol maggiore K74,  Concerto in sol maggiore K313 per flauto e orchestra, Divertimento in re maggiore K136 
Franz Joseph Haydn Sinfonia n.81 in sol maggiore Hob. I:81

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Cameristica, Recensioni

Antonii Baryshevskyi – Musica Insieme Bologna 30 Ottobre 2017

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Come nel concerto di Trifonov recentemente recensito su questo blog, il programma eseguito desta qualche perplessità per l‘eterogeneità dei brani proposti che mancano di quella omogeneità e completezza che costituiscono l‘ossatura dei migliori concerti moderni. La cosa può trovare il proprio fondamento nel fatto che un giovane artista ancora non conosciutissimo al pubblico bolognese voglia offrire un ventaglio delle proprie qualità ma non depone a favore di un approccio stilisticamente rigoroso.  E non è facile essere d’accordo con la relatrice che ha cercato di trovare un filo conduttore al programma mentre ha giustamente sottolineato la presenza della fuga nell’ op.110 di Beethoven; forse avrebbe dovuto anche ricordare come la fuga sia presente nella sonatistica del compositore di Bonn già a partire dall’op.101 (e in particolare nell’op.106). Ma veniamo al pianista. Baryshevskyi è un pianista che pensa, una caratteristica non comune ai giovani “leoni” ventenni che oggi si affacciano alla carriera concertistica. Dotato di ottima tecnica (ma non trascendentale alla Trifonov, per intenderci, per il quale la facilità di mano finisce col fargli trascurare sempre più gli aspetti maggiormente musicali) fa della ricerca dello stile e del significato musicale delle composizioni che esegue la cifra della sua interpretazione, denotando in tal modo una maturità che raramente si incontra in pianisti della stessa età. Ne ha dato l’esempio forse migliore nell’esecuzione dell’op. 110 di Beethoven dove ha saputo trovare in tutti e quattro i tempi le sonorità e la ritmica giusta (in particolare nel secondo tempo, dove spesso si incontra un eccesso ingiustificato e non richiesto di velocità).  Ma è l’intero concerto che è risultato di grande qualità, contraddistinto sempre da misura e da rispetto della partitura, anche laddove sono risultate necessarie le sonorità equoree di Debussy o gli empiti romantici di Chopin e Schumann.  Un plauso quindi a un giovane pianista che possiamo solo sperare di risentire quanto prima e che vogliamo augurarci che prosegua nella sua ricerca della giusta cifra stilistica di ogni brano eseguito. Due bis: uno a me ignoto e una sonata di Scarlatti, forse il brano meno riuscito per un tocco non sufficientemente brillante e l’aggiunta di abbellimenti del tutto non necessari. Grande e meritato successo di un folto pubblico negli applausi del quale si sono distinte ancora una volta alcune ridicole mani elevate al cielo: per distinguersi o per implorare una improbabile benedizione?
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Ludwig van Beethoven  Sonata n. 31 in la bemolle maggiore op. 110
Claude Debussy Da Préludes (Libro II): La terrasse des audiences du clair de lune,  Feux d’artifice
Fryderyk Chopin Scherzo n. 2 in si bemolle minore op. 31
Robert Schumann Sonata n.2 in sol minore op. 22  
Aleksandr Skrjabin Vers la flamme op 72 , Sonata N.5 in fa diesis minore  op. 53

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Darrell Ang – Teatro comunale Bologna 25 Ottobre 2017

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Veniamo al dunque: un concerto di certo non memorabile con un giovane direttore con tanta buona volontà ma ancora acerbo. Se ne è avuta prova nel brano di Ravel in cui è venuta a mancare quella caratteristica del compositore francese in grado di accoppiare gli stilemi classici (in particolare in questo hommage a Couperin) con le istanze della musica del primo novecento. Nella versione orchestrale del brano mancano poi alcuni “numeri”(la fuga e la toccata finale)  presenti nella versione originale per pianoforte il che rende la partitura un po’ monca soprattutto all’orecchio di chi conosce la versione per  il piano. Un po’ meglio l’esecuzione del brano di Fauré grazie alla sua orecchiabilità, in alcuni passaggi peraltro un po’ corrivo come nella Sicilienne. Difficile da giudicare l’esecuzione del Lago dei cigni Čajkovskij, una scelta discutibile di una musica fin troppo chiaramente dedicata al balletto e che nella versione solo orchestrale risulta piuttosto noiosa. Un plauso al primo violoncello e al primo violino dell’orchestra che hanno eseguito in modo eccellente il duetto di “soli” del lago dei cigni.  Folto pubblico ma successo piuttosto tiepido. Una nota ancora una volta una nota di assoluto demerito di un ufficio stampa inesistente, incompetente, impresentabile: nessun accenno al concerto su due dei quotidiani più diffusi a Bologna, ovvero Corriere e Repubblica.
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Gabriel Fauré                                     Pelléas e Mélisande
Maurice Ravel                                   Le tombeau de Couperin         
Pëtr Il’ič Čajkovskij                          Il lago dei cigni

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Daniel Smith- Teatro comunale Bologna 21 Ottobre 2017

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Prima di commentare il concerto credo opportuno esprimere tutto il mio sdegno per una gestione dilettantesca e incapace del teatro (per essere chiari, sovrintendente Sani, comitato di indirizzo, direttore Macciardi e ufficio stampa – ammesso che esista e non si tratti di puro spirito). Nonostante le mie e altrui ripetute segnalazioni, sul sito del teatro continuano a essere indicati due direttori che non fanno più parte dei concerti sinfonici, sostituiti  da altri artisti. E ovviamente con programmi diversi e date diverse. Ma si può, dico? Neppure sul sito della filodrammatica di Centocelle una simile gestione sarebbe concepibile. Incapaci, dilettanti e totalmente disinteressati ai diritti degli spettatori. Senza neppure avere avuto la creanza di avvertire gli abbonati: un mio lettore mi ha ringraziato con un commento al blog perché avendo letto un mio post in materia si è risparmiato un’ora di auto per un concerto annullato!!! Per non parlare degli errori nel programma di sala: ma sanno costoro che Microsoft Word prevede un correttore automatico? O scrivono ancora con una Olivetti lettera 22? Bene, anzi male! Comunque il concerto è stato di ottima qualità con un giovane direttore che ha saputo da un lato valorizzare i brani eseguiti (fra cui le bellissime “Offrandes” di Messiaen, raramente eseguite) e dall’altro galvanizzare l’orchestra del teatro che ha risposto dando il meglio di sé. L’entusiasmo e l’energia di Smith hanno saputo rendere estremamente appetibili partiture del secolo scorso molto spesso confinate all’interno di programmi con brani più noti e più accettabili a un pubblico spesso svogliato e disattento e quindi trascurate. Ovviamente non tutto è stato perfetto e le classiche carenze dell’orchestra sono ancora un volta affiorate anche se in misura minore rispetto ad altri casi e comunque perdonabili in un contesto di alta qualità. Un direttore che merita di essere riascoltato in un programma di più vasto respiro. Grande successo di un non foltissimo pubblico.
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Happy 
Programma
Olivier Messiaen                               Les offrandes oublieées
Witold Lutosławski                          Concerto  per orchestra
Dmitrij Dmitrievič Šostakovič     Sinfonia n. 12 in re minore

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