Operistica, Recensioni

Aida – Teatro comunale Bologna 12 Novembre 2017

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Con i telefonini come sostitutivi dei sopratitoli (v. miei posts Sopratitoli!!! e Ri-Sopratitoli!!) viene proposta un’opera poco nota al pubblico … Aida, un azzardo per qualunque  teatro  per la sua notorietà. Disquisire sulla insulsaggine del management per questa buffonata tecnologica (con tanto di corifei specialisti della piaggeria su Repubblica e Corriere) sarebbe come agire da Maramaldo. Se si pensa che la trovata dei telefonini sarebbe dovuta alla “grandiosità” della messa in scena (a meno che per grandiosità non si intenda la dimensione dei fondali) c’è solo da ridere per non piangere. Di fatto gli spettatori si sono rivelati molto più intelligenti della direzione del teatro perché in pochissimi hanno usufruito del cervellotico sistema (sottoposto persino a referendum, il che fa pensare che si tratti di scempio potenzialmente da ripetere).

All’inizio viene annunciata la sostituzione del tenore nel ruolo di Radames con il tenore della seconda compagnia senza che venga data alcuna giustificazione.  Il pubblico ringrazia. La scenografia è  minimalista nel senso pieno della parola perché semplicemente … non esiste, sostituita da figure proiettate sullo sfondo che dovrebbero ricordare gli affreschi egizi e in altri casi sottolineare la temperie dei protagonisti. Risultato men che modesto: forse l‘unico vantaggio è che un teatro economicamente disastrato ha speso poco. Il coro nel primo atto canta avendo davanti – senza alcuna ragione – un tablet: un dono di Maroni rimasto dal referendum tenuto recentemente in Lombardia? Una nota di assoluto biasimo per uno scadentissimo balletto del primo atto con i soldati  di Star Wars (ma che c‘entrano?) così che ci si aspetta di vedere entrare da un momento all’altro Obi One Kenobi e Dart Feller. Radames avrebbe allora dovuto essere agghindato come come Sky Walker con tanto di spada luminosa. Protagonisti e coro che entrano dalla platea: un espediente mai visto prima ….

Nella scena finale (come in altre scene) sul proscenio si presenta un tizio con tablet (ancora una volta!!) che non si capisce cosa c‘entri (forse passava di lì per caso). Un narratore silente o un portoghese? Insomma una regia e una scenografia velleitarie e scadenti.
Veniamo agli aspetti musicali. Ramfis è sotto il minimo, riuscendo anche ad andare fuori tempo e fuori sincronismo nel primo intervento del primo atto. L‘Amneris di Nino Surguladze (e qui il blogger deve fare ammenda: in una prima versione del post aveva scambiato la georgiana Nino Surguladze per un cantante. Granchio non male!) ha un primo atto contratto e ingolato ma fornisce un‘ottima prestazione nel secondo atto, soprattutto nel duetto con Radames. Quanto a quest‘ultimo la stazza e l‘altezza non l‘aiutano dal punto di vista scenico come eroe anche perché impalandranato in un grembiulone  che ne accentua le carenze fisiche. Vocalmente avrebbe delle buone qualità ma riesce a esprimerle solo quando emette a pieni polmoni, mentre nei mezzi toni arranca vistosamente. Va comunque sottolineata un’ottima prestazione nella scena finale con Aida.  Molto buona invece sotto ogni profilo l‘Aida di Monica Zanettin, voce armoniosa in tutti i registri e capace di modulare l‘emissione in ogni situazione, dal vellutato al drammatico. Una prova assolutamente maiuscola, molto al di sopra di tutti gli altri protagonisti e giustamente applaudita da un pubblico che decreta invece un successo contenuto all’opera con una clacque così insulsa da riuscire a intervenire fuori tempo e fuori momento (clacque scadente in un teatro scadente – tout se tient). Dimenticavo (per carità di patria): la direzione di Chaslin a essere magnanimi è insignificante e l’orchestra non si è fatta mancare una clamorosa “imperfezione” (non si può usare la parola più classica senza suscitare un coro di reazioni spropositate) delle trombe.
All’uscita dal teatro un miracolo:  piazza Verdi vuota e pulita, priva assolutamente di quel caos che infesta normalmente la zona (sarà per la presenza di Prodi e signora in sala….?). Allora vuol dire che si può, e che se la zona viene lasciata in balia di malfattori, spacciatori, fracassoni etc. è solo per l‘insipienza e l‘ignavia delle istituzioni. E quindi doppiamente vergogna per coloro che non svolgono il loro dovere.
 Sad
Cast
Il Re
Luca Dall’Amico
Amneris
Nino Surguladze
Aida
Monica Zanettin
Radamès
 Antonello Palombi
Ramfis
Enrico Iori
Amonasro
Dario Solari
Gran Sacerdotessa
Beth Hagerman
Messaggero
Cristiano Olivieri
Direttore
Frédéric Chaslin
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Costumi
Silvia Aymonino
Luci
Fabio Barettin
Coreografie
Monica Casadei
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Operistica, Recensioni

Tristan und Isolde – Teatro regio Torino 14 Ottobre 2017

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Ormai è una scelta assodata: la nave, nel Tristan und Isolde, è un orpello di cui liberarsi rapidamente. In fondo l’edizione 2004 del teatro di Monaco, dove Isolde e Brangäne venivano rappresentate come due croceriste con tanto di occhiali da sole alla Lolita di Sue Lyon potrebbe oggi essere considerata quasi classica. E che dire dell’edizione 2015 di Bayreuth tutta fatta di scale e saliscendi? Etc. Etc. Qui la nave è l’interno di una ricca dimora borghese con camera da letto, salotto con piante, veranda etc. E’ vero che oggi i transatlantici da crociera assomigliano oggi più ad alberghi di lusso che a navi vere e proprie ma dove lo mettiamo in questo caso il marinaio che proclama che il vento sospinge la nave? Forse in una prossima versione sarà semplicemente eliminato. La scena si basa su un “revolving stage” nel quale appaiono le varie stanze e per lo meno nel primo atto – nonostante l’assurdità dell’impostazione – non disturba lo spettatore eccessivamente. Naturalmente non mancano gli inevitabili trucchi fra i quali l’abbigliamento identico di Isolde e Brangäne, un remake ormai stucchevole del “doppio” teatrale.
Ma ecco che il regista cade nell’ “übertrieben” forzando sempre più la mano fino ad arrivare a un ultimo atto nel quale Kurwenal e Tristano sono rappresentati come due barboni alcolizzati, Kurwenal si diletta a gettare sassolini e la corte di Marken siede a una tavola imbandita con un arredo che ricorda alcune scene di “Odissea nello spazio” di Kubrick. Il tutto nelle stesse stanze del primo atto. Tristano muore sdraiato sulla tavola in mezzo ai convitati che seppure immobili non sembrano particolarmente interessati alla cosa mentre Isolde dopo l’ultimo canto gli si stende al fianco e (questo per me incomprensibile) Marken e Brangäne si fanno reciproci cenni di intesa. Sipario.
Inutile dire che fare iniziare il Tristano alle 7 di sera con la sua durata di oltre cinque ore (inclusiva di due intervalli di 30 minuti – ma il bar ha le sue ragioni…) è roba da terzo mondo. In tutti i paesi civili il Tristano inizia al massimo alle 18, anche perché gli spettatori reclamano il diritto di utilizzare i mezzi pubblici prima della loro chiusura. Molto apprezzabile la presenza nei sottotitoli (in realtà i sopratitoli) del testo originale e della traduzione, anche se in certi casi un po’ approssimativa e con alcuni “misprint” del tedesco. Peccato che lo stesso telone venga utilizzato negli intervalli per la pubblicità ma “pecunia non olet”. Maiuscola la prestazione dell’orchestra e di Gianandrea Noseda (se si eccettua una piccola sbavatura dei corni) con l’unico difetto di una direzione che nell’ouverture stacca un tempo iniziale troppo lento e tale da rendere difficoltosa la percezione del discorso musicale. La serata in cui ho assistito al Tristano vedeva la presenza della seconda compagnia e questo si è sentito soprattutto nella prestazione di Isolde (Rachel Nicholls) che canta bene ma non è dotata purtroppo di una bellissima voce, molto spesso troppo stridula nelle emissioni di maggior volume. Molto bravi tutti gli altri interpreti per uno spettacolo musicalmente di ottimo livello. Grande successo del pubblico non particolarmente molto numeroso a riprova che l’educazione musicale media del pubblico in Italia è rimasta al melodramma nazionale (basterebbe ricordare in materia il recente vuoto pneumatico della Scala in occasione dei Meistersinger von Nürenberg o del Rosenkavalier).  A livello personale mi spiace non avere avuto l’occasione di sentire il Tristano con la prima compagnia di canto ma purtroppo bisogna anche lavorare qualche volta…
 PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Tristan, nipote di Marke
e amante di Isolde tenore
Stefan Vinke
Isolde, principessa irlandese
e promessa di Marke soprano
Rachel Nicholls
Re Marke, re di Cornovaglia basso
Steven Humes
Kurwenal, servo
e amico di Tristan baritono

Martin Gantner
Brangäne, damigella di Isolde
mezzosoprano

Michelle Breedt
Melot, cavaliere del re Marke
tenore

Jan Vacík
Un pastore tenore
Joshua Sanders
Un timoniere baritono
Giuseppe Capoferri
Un giovane marinaio tenore
Patrick Reiter
Direttore d’orchestra
Gianandrea Noseda
Regia
Claus Guth
Ripresa da
Arturo Gama
Scene e costumi
Christian Schmidt
Luci
Jürgen Hoffmann
Maestro del coro
Claudio Fenoglio
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento Opernhaus Zürich
Prima italiana al Teatro Regio

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Der Freischütz – La Scala 10 Ottobre 2017

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Uno spettacolo al livello della Scala dove non ci sono particolari sbavature e dove una vicenda certamente non di grande valore trova però un’impostazione in grado di giustificarne l’esecuzione. In questo contesto, la valorizzazione di quella che è a ragione considerata una delle prime opere del romanticismo è stata in prima battuta dovuta alla direzione dei Myung-Whun Chun e all’orchestra del teatro. Se ne è avuta la prova – ad esempio – nella bellissima armonia a due corni della prima parte della sinfonia che è comunque risultata in totale di altissimo livello.
 
 Una direzione perfettamente equilibrata, in grado di sottolineare tutte le articolazioni di una partitura complessa e diseguale quanto a qualità: non per niente il direttore è stato il trionfatore della serata. Come contraltare, anch’essa di altissimo livello, una regia che ha saputo mantenere il carattere nazional-popolare della vicenda (feste di paese, sabba infernale, pentimento e perdono) inquadrandola in una scenografia da paese tedesco della metà dell’800 nel quale però le architetture sono stilizzate da tubi luminosi che si sposano senza difficoltà nell’ambiente tradizionalistico di impostazione. Molto bella la scena del sabba nel bosco che certamente ricorda volutamente alcune delle tele di Kaspar Friedrich con le grottesche figure dei diavoli richiamati da Samiel.  Forse discutibili i costumi delle protagoniste e del coro un po’ troppo “casa di bambola”. Quanto al cast vocale si mantiene tutto su un buon livello con l’eccezione della  Äennchen di Eva Liebau  che unisce non comuni doti vocali a una fresca presenza scenica.
Cosa che non si può dire di  Agathe (Julia Kleiter) che si muove costantemente impacciata sul palcoscenico e la cui vocalità non ha nulla di eccezionale. Un buon, non eccezionale, successo di pubblico (se non per il direttore).
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Carl Maria von Weber
Opera romantica in tre atti
Libretto di Friedrich Kind
(Edizione C F Peters Musikverlag.Urtext edition
a cura di J. Freyer; rappr. per l’Italia Casa Musicale
Sonzogno di Piero Ostali)
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala
Durata spettacolo: 3 ore inclusi intervalli
Direttore
Myung-Whun Chung
Regia
Matthias Hartmann
Scene
Raimund Orfeo Voigt
Luci
Marco Filibeck
Drammaturgo
Michael Küster
Costumi
Susanne Bisovsky e Josef Gerger
Collaboratore ai costumi
Malte Lübben
CAST
Agathe
Julia Kleiter
Äennchen
Eva Liebau
Max
Michael König
Kaspar
Günther Groissböck
Ottokar
Michael Kraus
Kuno
Frank van Hove
Ein Eremit
Stephen Milling
Kilian
Till Von Orlowsky

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Purtimiro Festival – Teatro Rossini Lugo 7 Ottobre 2017

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Nella meritevole riscoperta dello sterminato repertorio barocco il festival Purtimiro svolge un’opera di divulgazione che è un “unicum” in Italia. Ovviamente non tutti le partiture meritano di essere estratte dall’oblio in cui erano cadute e i due dittici (intermezzi)  “Fidalba e Artabano” di Giovanni Alberto Ristori e “Serpilla e Bacocco) di Giuseppe Maria Orlandini ne sono la prova. Il primo è francamente di qualità scadente sia per la totale inconsistenza del libretto (in cui l’unico elemento positivo è l’assenza del lieto fine)  sia per una musica che risulta piuttosto ripetitiva mentre di qualità decisamente superiore è il secondo che non manca di una sua certa vivacità, tale da potere essere di interesse anche per un pubblico del XXI secolo.  Entrambi hanno avuto il supporto dell’ottima compagine orchestrale diretta da Rinaldo Alessandrini, un vero specialista del periodo. Nella valutazione negativa del primo intermezzo pesa anche la prestazione del soprano Lavinia Bini che oltre a non essere dotata di grandi mezzi vocali ha anche il drammatico difetto di una dizione che impedisce totalmente di comprendere il testo cantato. Di gran lunga migliore l’interpretazione di Serpilla del mezzosoprano Daniela Pini che oltre a un’ottima performance vocale (e a una dizione chiara) dimostra anche non comuni doti sceniche in un contesto minimalista.  In entrambi gli intermezzi di buon livello il baritono buffo Filippo Morace. Successo di pubblico.
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SERPILLA E BACOCCO, ovvero IL MARITO GIOCATORE E LA MOGLIE BACCHETTONA (1715)
Intermezzo di Giuseppe Maria Orlandini
Serpilla, mezzosoprano: Daniela Pini
Bacocco, buffo: Filippo Morace
FIDALBA E ARTABANO (circa 1730)
Intermezzo di Giovanni Alberto Ristori
Fidalba, soprano: Lavinia Bini
Artabano, buffo: Filippo Morace
Regia: Walter Le Moli
Direttore: Rinaldo Alessandrini
CONCERTO ITALIANO

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Così fan tutte – Opéra Garnier Parigi 30 Settembre 2017

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In un teatro che seppure costruito verso la fine dell’800 ha un’architettura pesantemente barocca simile a quella della Komische Oper di Berlino, ridondante di ori  e statue e di un gusto decisamente discutibile, la scenografia dell’opera consiste di un palcoscenico vuoto tutto bianco con alcune “quinte” in vetro trasparente che rimane tale per tutta la durata dell’opera. È vero che anche la Francia non se la spassa troppo bene economicamente ma qui siamo in presenza di un’impostazione registica pretenziosa e noiosa dove mancano anche i costumi talché è difficile capire in cosa consista il travestimento dei protagonisti.
Tutto è quindi lasciato al libretto e alla gestualità senza oggetti, persino i bicchieri del “tosco”o il contratto nuziale, che quindi non trovano alcun riscontro nell’impianto scenico: insomma si potrebbe suggerire di eseguire l’opera in forma di oratorio! Ma il regista e lo scenografo “creativi” cosa ti inventano? Il “doppio” dei personaggi, un escamotage che era già frusto al tempo di Artaud! Con un aspetto peggiorativo: questi “doppioni” che dovrebbero esprimere gli stati d’animo dei personaggi si agitano come forsennati, correndo per il palcoscenico senza alcuna logica e – di fatto – creando una confusione il cui significato sfugge – quantomeno al sottoscritto – nonostante il tentativo di giustificarlo nel programma di sala con quel linguaggio da sesto grado che nasconde quasi sempre il nulla. E nelle mossettine di Despina c’è un eccesso istrionico che ammicca alla sala mentre alcuni gesti di natura sessuale dei protagonisti stonano nel contesto di una vicenda tutta giocata su un registro lieve e ironico. Certo, abbiamo visto di peggio ma anche tanto di meglio ricordando anche la famosa regia di Strehler alla Scala. Molto meglio l’opera dal punto di vista musicale. Sopra tutti la prestazione di Jacquelyn Wagner nel ruolo di Fiordiligi ma l’intera compagnia di canto è da lodare e altrettanto dicasi dell’orchestra che salvano uno spettacolo altrimenti destinato a un clamoroso fiasco. Successo di pubblico (come inevitabile con le opere mozartiane che salvano comunque i disastri registici).

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Music
Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto
Lorenzo Da Ponte
In Italian
Conductor
Philippe Jordan
Director
Anne Teresa De Keersmaeker
Fiordiligi
Jacquelyn Wagner

Dorabella
Michèle Losier

Ferrando
Cyrille Dubois
Guglielmo
Philippe Sly

Don Alfonso
Paulo Szot

Despina
Ginger Costa-Jackson

Set design
Jan Versweyveld
Costume design
An D’Huys
Lighting design
Jan Versweyveld
Dramaturgy
Jan Vandenhouwe
Chorus master
Alessandro Di Stefano
Orchestre et Chœurs de l’Opéra national de Paris
Avec les danseurs de la Compagnie Rosas

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Tamerlano – La Scala 22 Settembre 2017

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Rivaleggiando con Wagner quanto a lunghezza (4 ore e mezza con 2 intervalli da 25  minuti l’uno) l’opera di Händel si  classifica come una delle più belle del periodo barocco se naturalmente si prescinde dall’inconsistenza del libretto. Belle arie, presenza  nel finale di duetti (naturalmente nello stile responsoriale del barocco) e bei brani di sola formazione orchestrale. Ma quello che certamente è da applaudire senza riserva in questa edizione sono la regia e la scenografia. Il trasporto dell’opera nell’ultimo periodo dell’impero ottomano (con Tamerlano vestito come Stalin) non toglie nulla all’impianto e risulta perfettamente aderente al contenuto del libretto. Siamo ben lontani da quelle forzature che le regie “creative” così spesso ci infliggono: qui tutto torna e lo spettacolo è assolutamente godibile.  Il tutto corroborato da scene ricche di particolari e di grande inventiva, come nel primo atto che si svolge davanti e dentro una carrozza ferroviaria  “fin de siècle” (diciannovesimo..). Niente minimalismi ma ampie scene in cui la macchina teatrale offre il meglio che l’inventiva e la tecnologia possano offrire. Un plauso alla piccola orchestra che viene sottoposta a un vero “tour de force”, diretta con energia da Diego Fasolis. In scena il vecchio leone Domingo nel ruolo di Bajazet, l’imperatore ottomano sconfitto dai tartari guidati da Tamerlano, che offre una prova di come gli anni non incidano sui grandi artisti. Tutta la compagine vocale è degna di plauso in una performance che mette a dura prova l’ “agilità” dei cantanti. Sopra tutti l’Andronico di Franco Fagioli e da sottolineare l’esecuzione di Marianne Crebassa nella parte non primaria di Irene. Purtroppo va segnalata una grave pecca organizzativa della Scala: fare iniziare un opera di questa lunghezza alle 8 di sera vuol dire farla finire alle 24.30, quando la metropolitana ha terminato le sue corse e i taxi – nella settimana della moda – sono un miraggio. All’estero le opere terminano sempre in modo che gli spettatori possano fruire dei mezzi pubblici per ritornare a casa. Il Tamerlano avrebbe dovuto iniziare al massimo alle 19: per il motivo succitato il terzo atto ha visto la defezione di molti spettatori e fa specie che la sensibilità in fatto di orari non faccia parte del bagaglio culturale del sovrintendete, che fra l’altro proviene da un paese dove il rispetto degli orari è un must. Speriamo che un errore di questa portata non si ripeta.
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Conductor Diego Fasolis
Staging Davide Livermore
Sets Davide Livermore and Giò Forma
Costumes Mariana Fracasso
Lighting Designer Antonio Castro
Video Videomakers d-Wok

CAST

Tamerlano Bejun Mehta
Bajazet Plácido Domingo (12, 19, 22, 25, 27 sett.)
Asteria Maria Grazia Schiavo
Andronico Franco Fagioli
Irene Marianne Crebassa
Leone Christian Senn

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Hänsel e Gretel – La Scala 21 Settembre 2017

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Un gioiellino, questo Hänsel e Gretel, un’opera di repertorio nei paesi di lingua tedesca e nell’Italia conservatrice raramente rappresentata, un po’ come il Fledermaus  di Johann Strauss, una favola messa in musica con grande sensibilità da Engelbert Humperdink e messa in scena alla Scala rispettando in pieno lo spirito del testo. Se favola è, favola sia e quindi i costumi e le scene rappresentano un mondo fatato e fanciullesco dove solo un vago accenno alla realtà  è concesso all’inizio e alla fine ma in modo velato e rispettoso. E l’omino della sabbia, l’omino della rugiada, i bambini di marzapane e infine la strega sono rappresentati come nell’immaginario dei bambini grazie ai bellissimi costumi di fantasia (in particolare la lumaca che si avvicina ai fanciulli dormienti). Niente a che fare con le scenografie “creative” che sovrappongono al racconto dei fratelli Grimm (piuttosto pauroso nella versione originale come in tutte le loro favole – non per niente sono entrate ormai nel dimenticatoio in nome di una pedagogia buonista) interpretazioni didascaliche e artificiose nel tentativo, sempre fallito, di estrarre da una favola un significato sociologico. Qui i bambini sono bambini, la strega è grottesca, il suo castello (bellissimi i giochi di luce che ne alterano via via le caratteristiche) è fatto di leccornie etc. Insomma uno spettacolo godibilissimo e un plauso al regista Sven-Eric Bechtolf e  alla scenografia di  Julian Crouch. Il tutto ben diretto da Marc Albrecht. Quanto alle voci, svetta certamente la Gretel di Francesca Manzo, voce duttile e capace di rappresentare in modo vivace la sensibilità fanciullesca della protagonista. Ma anche tutte le altre voci risultano di ottima qualità. Uno spettacolo all’altezza dei migliori della Scala e una ventata di aria fresca in un panorama troppo spesso velleitario e incupito (si pensi solo al vergognoso  Die Entführung aus dem Serail  del teatro comunale di Bologna).  
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Direttore
Marc Albrecht
Regia
Sven-Eric Bechtolf
Scene
Julian Crouch
Costumi
Kevin Pollard
Luci
Marco Filibeck
Video Designer
Joshua Higgason
CAST
Hänsel
Anna Doris Capitelli
Gretel
Francesca Manzo
Peter
Gustavo Castillo
Gertrud
Chiara Isotton
Knusperhexe
Mareike Jankowski
Taumännchen
Céline Mellon
Sandmännchen
Enkeleda Kamani

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Commenti, Operistica

Stagione d’opera – Teatro comunale Bologna 12 Settembre 2017

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Difficile fare un commento positivo sulla stagione d’opera 2018 proposta dal teatro comunale. Abbondano i titoli riproposti costantemente (strizzando quindi l’occhio a quel pubblico conservatore che la direzione ritiene sia la garanzia della continuità degli abbonamenti). Chi troviamo? Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, Mozart… Neppure un titolo wagneriano (con tutta la tradizione bolognese) e nessun autore – non necessariamente senza senso come quello di “Qui non c’è perché” –  ma un po’ meno consueto? Un Weber, ad esempio – da quanti anni non viene rappresentato il Freischutz oppure l’Oberon? – , oppure un Berlioz – La damnation de Faust Le Troyens – o un Saint Saens – Sanson e Dalila – – un Händel, un Berg… Niente di tutto questo. E i titoli degli autori consueti sono i più consueti: Don Carlo, Don Giovanni, Bohème etc. Nulla da ridire sulla qualità di queste opere ma il senso di noia a riascoltarle sempre è inevitabile. Naturalmente per variare il programma servirebbero persone all’altezza della situazione che sapessero proporre una combinazione di titoli “sicuri” con altri, magari degli stessi autori, ma meno rappresentati, eventualmente mutuando le scenografie da altri teatri per risparmiare. Niente di tutto questo. Un cartellone che al confronto con altri teatri d’opera (non cito La Scala – stratosferico – , ma il Regio di Torino, La Fenice di Venezia etc.) fa veramente la figura della cenerentola, senza la fatina che nel finale salva il risultato. Nulla di nuovo e non previsto ma possibile che non capiti mai di essere positivamente sorpresi?
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Operistica, Recensioni

La clemenza di Tito – Glyndebourne 6 Agosto 2017

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Composta tre mesi prima della morte La clemenza di Tito intende celebrare la ascesa al trono dell’imperatore Leopoldo II a re di Boemia. In puro stile di Glyndebourne lo spartito viene diviso in due atti della durata approssimativa di un’ora ciascuno con i necessari tagli che in un’opera agiografica non risultano fastidiosi. Il rapporto di amicizia fra Tito e Sesto, alla base del libretto, è inizialmente rappresentato da un filmato (poi ripreso più volte nel corso della rappresentazione) in cui i due protagonisti sono ripresi nella loro infanzia. La scenografia è su due livelli: in basso il mondo reale, in alto quello del trono e dell’imperatore. Tutto il dramma si svolge ovviamente nella parte bassa in mezzo a un campo apparentemente cosparso di ciuffi di grano di difficile interpretazione concettuale.
 
L’opera, diretta ottimamente da Robin Ticciati si avvale dell’ottima regia di Claus Guth e alterna arie di grande livello (come quella di Sesto nel primo atto) a momenti più convenzionali pur mantenendo comunque sempre l’alta qualità Mozartiana. Alice Coote come Vitellia, dopo un inizio non felice, esprime tutto il suo potenziale nella grande aria finale della confessione. Anna Stéfany come Sesto è certamente la migliore interprete dell’opera, di grande musicalità e a suo agio nei frequenti passi di agilità. Un soprano mozartiano che vorremmo vedere sulle scene italiane. Richard Croft (Tito) offre una buona interpretazione ma purtoppo manca di arte scenica, risultando in vari momenti goffo e convevzionale.
Come sempre l’opera a Glyndebourne è solo una parte dello spettacolo, essendo il picnic  prima e durante l’intervallo parte integrante del “rito”. Il 6 Agosto il tempo era spettacoloso (cosa rara!)  il che ha contibuito a un grande successo di pubblico.

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Commenti, Operistica

Teatro Comunale – Bologna 12 Luglio 2017

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Le notizie sulla programmazione della prossima stagione operistica (derivate dalla stampa – purtroppo non ero presente alla conferenza stampa di presentazione per impegni pregressi) danno un quadro ragionevolmente positivo, soprattutto rispetto a situazioni assai peggiori delle precedenti stagioni (si pensi solo al “Colore giallo” e – peggio di tutto – “Qui non c’è perché”).  Naturalmente una cosa è la programmazione e una cosa è la realizzazione. Aspettiamo quindi Settembre con il cartellone completo di nomi e interpreti per un primo giudizio ragionato.
A proposito di organizzazione del teatro, ieri sera, forte del mio abbonamento alle “prime”, mi sono presentato all’ingresso scoprendo che “Traviata” NON era prevista solo per il mio abbonamento ma solo per tutte le altre serate. Quale possa essere la “ratio” di una simile scelta è impossibile ipotizzare se non quella di una mente obnubilata in una notte di nebbia. Ma al di là di questa anomalia qualunque teatro serio avrebbe inviato tempestivamente un avviso agli abbonati riservando loro una prelazione sui posti. Niente di tutto questo. Inutile confrontare questa organizzazione dilettantesca e provinciale con quella della Scala e – ancor meglio – quella della Staatsoper di Berlino di cui sono Mitglieder. Ma si può? Ovviamente profondamente irritato mi sono persino rifiutato di andare al botteghino per cercare un posto.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Operistica, Recensioni, Sinfonica

Riccardo Muti – Ravenna Festival 8 Luglio 2017

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Qualcuno, non più giovanissimo, ricorda i concerti vocali e strumentali “Martini e Rossi” trasmessi dalla radio negli anni ’50? Ecco questo concerto di stile nazional-popolare per celebrare l’amicizia irano-italiana con tanto di bandiere delle due nazioni (e altre non meglio identificate azzurre), TV e radio in diretta, ne è la fedele copia: un inizio e una fine solo orchestrali e una sequenza slegata di note arie d’opera (solo verdiane in questo caso e strettamente monosex – solo maschili probabilmente in ossequio alla grande nazione iraniana che considera le donne materiale di serie B indegne di esibizioni solistiche) a uso di un pubblico che finalmente si ritrova in partiture conosciute e quindi a proprio agio. Un pubblico da stadio che gremisce il Pala de Andrè in tutti gli ordini di posti con l’aria condizionata che non ce la fa in una giornata caldissima.  Non smetterò mai di stigmatizzare queste operazioni che di culturale non hanno nulla ma servono ad attirare spettatori (paganti) e stupisce (ma forse neanche tanto) che un direttore serio come Muti si presti a questi concerti (ma alla moglie con tutti i guai che ha avuto si può rifiutare?). Ve lo immaginate un Mehta, un Abbado che dirigano un concerto di questo tipo? Amen: la vocazione sempre più nazional-etnico-popolare del Ravenna Festival si concretizza anche in questo e sono lontanissimi i tempi in cui aveva una valenza culturale raffinata che si teneva nel teatro Alighieri e non nel Palasport De Andrè nel quale ci si stupisce di non trovare installati stabilmente i canestri del basket: mancavano solo gli arbitri e i venditori di gassose e brustulli. Tifo da stadio con inevitabili battimani fuori tempo. Orchestra mista con componenti delle due nazioni. Le iraniane impalandranate in tute nere della serie sauna-fai-da-te e scarpe nere basse con velo rosso per le orchestrali e giallo per le coriste (le donne nel coro e in orchestra si può, gentile concessione della grande nazione iraniana). Il contrasto con le italiane nei loro bei vestiti scollati ed eleganti non poteva essere più stridente. Moltitudine di veli neri anche nel pubblico dove mancavano però la simpatica guida suprema Kamenei e il volto allegro e rassicurante di Ajmadinejad (quello che negli USA con bella sicurezza affermava che gli omosessuali in Iran non esistono)… Le voci non erano male (tenore e baritono ok – quest’ultimo con qualche incertezza nell’aria iniziale dei Vespri) ma una direzione discutibile nel bellissimo duetto Rodrigo Carlo del Don Carlo dove i tempi imposti hanno impedito il dispiegarsi del canto, tanto da fare sospettare che la ragione fosse nella  incapacità del duo di sostenere tempi più allargati. E cosa avranno pensato i dirigenti dello stato islamico del finale del duetto “libertà, libertà”? Basta “il resto è noia” o con Don Bartolo  “uffa che noia”!
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Giuseppe Verdi
da “I vespri siciliani” sinfonia e aria di Procida “O tu Palermo”
da “Don Carlo” duetto di Don Carlo e Rodrigo “Dio che nell’alma infondere”
da “Simon Boccanegra” aria di Fiesco “A te l’estremo addio… Il lacerato spirito”, aria di Gabriele “Sento avvampar nell’anima”
da “Macbeth” aria di Banco “Studia il passo o mio figlio… Come dal ciel precipita”, coro “Patria oppressa”, aria di Macduff “Ah, la paterna mano”, coro “La patria tradita”, aria di Macbeth “Pietà, rispetto, amore”, battaglia, Inno di vittoria – Finale
da “La forza del destino” sinfonia

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Operistica, Recensioni

Die Entführung aus dem Serail – La Scala 1 Luglio 2017

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Cinquanta ma certo non li dimostra! Dopo un Ratto scandaloso  alla Deutsche Oper e  la vergognosa edizione del Ratto a Bologna, che rimarrà negli annali come una macchia indelebile nella storia del teatro, grazie alle scelte scellerate del sovrintendente,  vedere questa edizione (la terza per me in un anno) è come rinascere. Qui tutto è semplicemente perfetto. Il ratto è una favoletta che si inserisce come prima della classe nella serie delle turqueries che tante opere hanno ispirato nel XVIII e XIX secolo, certamente priva di intenti didascalici ma non senza una sua giocosa celebrazione di quegli ideali illuministici che hanno nella libertà di scelta uno dei propri pilastri. Qui il turco (il pasha) non è lo sciocco delle opere di Rossini ma il rappresentante di una cultura diversa ma che ha al suo interno quegli elementi di nobiltà d’animo che sono al fondamento della civile convivenza. Altro che l’ISIS dell0 sventurato regista dell’edizione bolognese (e il modo ancor m’offende…).  E ne è ulteriore elemento di fede proprio la figura caricaturale di Osmin messa alla berlina da Mozart (con il libretto di Christoph Friedrich Bretzner – rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie junior che presenta un tedesco molto più agile e libero di quello che oggi le regole dei Germanisten impongono), figura di turco sciocco, reazionario e integralista che alla fine, naturalmente, viene beffato e ridicolizzato dalla saggezza del pasha (da un turco e non – come nelle opere rossiniane – da protagonisti europei!). Ma ciò che rende la presente riedizione eccezionale è la freschezza dell’impostazione, una visione di teatro nel teatro,  l’equilibrato dosaggio di forme caricaturali e impostazioni seriose, con i personaggi che cantano per lo più in controluce sul proscenio come ombre cinesi e infine la presenza di intermezzi ludici che però non scadono mai nel triviale. Strehler e Damiani sapevano il fatto loro: altro che i nuovi registi “creativi” che ci ammanniscono regie velleitarie e insopportabili con forzature che giungono persino a stravolgere il libretto – come nel caso bolognese – pur di cercare di dare un minimo di senso (non raggiunto) all’impostazione.

 

Qui i personaggi vestono i panni settecenteschi del periodo (bellissimi anche i costumi) con un Osmin che pare tratto in modo caricaturale dai dipinti dell’epoca, naturalmente grasso e impacciato a fronte della nobiltà di vestiario del pasha e dei costumi adeguati al ruolo di Berlmonte, Konstanze, Pedrillo e Blonde.  Citare le singole scene e i loro meriti sarebbe inutile: la macchina teatrale è perfetta e l’azione si svolge con equilibrio e grande soddisfazione del pubblico. Naturalmente una grande edizione operistica richiede interpreti di adeguato livello. Il più che ottuagenario Mehta (anche lui ottanta ma non li dimostra!) guida con grande precisione e equilibrio l’orchestra, da consumato esperto della materia,  sostenendo sempre con maestria i cantanti e ricavando dall’orchestra il meglio che può esprimere. Ottima anche la compagnia di canto. Sopra tutti la Blonde di Sabine Devieilhe, voce freschissima, ottima agilità, eccezionale capacità di sostenere pianissimi negli acuti e consumata arte scenica: un soprano che
speriamo di rivedere presto  sulle nostre scene e che ottiene dal pubblico l’applauso più convinto. Ottima anche la prestazione di Lenneke Ruiten nella parte di Konstanze. Nella grande e difficilissima aria Martern aller Arten dà grande prova di sé con l’unica leggera pecca di sforzare leggermente negli acuti; la sua interpretazione del personaggio è comunque di altissimo livello. Ottime anche le voci maschili con una leggera prevalenza del Pedrillo di  Maximilian Schmitt. Grande successo di pubblico (in larga parte straniero) e degna celebrazione di un grande teatro internazionale. Avercene!

 

CAST
Konstanze
Lenneke Ruiten
Blonde
Sabine Devieilhe
Belmonte
Mauro Peter
Pedrillo
Maximilian Schmitt
Osmin
Tobias Kehrer
Selim
Cornelius Obonya
Servo Muto
Marco Merlini
Direttore
Zubin Mehta
Regia
Giorgio Strehler
ripresa da Mattia Testi
Scene e costumi
Luciano Damiani
Scene riprese da Carla Ceravolo
Costumi ripresi da Sybille Ulsamer
Luci
Marco Filibeck

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Operistica, Recensioni

Boris Godunov- Berlino Deutsche Oper 23 Giugno 2017

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Boris nella versione della Deutsche Oper è un onesto, non eccezionale,  spettacolo, nel quale tutte le voci sono sostanzialmente di uguale qualità. Buoni professionisti senza particolari eccellenze e la stessa cosa vale per la direzione d’orchestra, peraltro particolarmente gradita al pubblico (sala gremita in tutti gli ordini di posti). Uno spettacolo da 150 minuti senza intervallo in una sala praticamente senza condizionamento: una vera maratona musicale. La scenografia ricalca quelle dei Boris tradizionali: bei costumi, masse sceniche ben organizzate e la presenza costante e ossessiva del ricordo dello zarevich sgozzato sia come spettro alla Banquo sia come trottola che viaggia per il proscenio (roteando correttamente).
 
I boiardi e lo zarevich si muovono su una specie di terrazzo che guarda il proscenio a simboleggiare l loro distanza dal mondo dei contadini che si muovono sulla scena. Mi è un po’ difficile dare un giudizio specifico: uno spettacolo che può piacere ma che non resterà negli annali della Deutsche Oper.

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Happy
Cast
Musikalische Leitung
Kirill Karabits
Inszenierung
Richard Jones
Szenische Einstudierung
Elaine Kidd
Bühne
Miriam Buether
Kostüme
Nicky Gillibrand
Licht
Mimi Jordan Sherin
Movement Director
Silke Sense
Chöre
Raymond Hughes
Leitung Kinderchor
Christian Lindhorst
Dramaturgie
Sebastian Hanusa

Boris Godunow

Ain Anger

Fjodor

Solisten des Knabenchores der Chorakademie Dortmund

Xenia

Alexandra Hutton

Xenias Amme

Ronnita Miller

Fürst Wassili Schuiskij

Burkhard Ulrich

Andrej Schtschelkalow

Dong-Hwan Lee

Pimen

Ante Jerkunica

Grigorij Otrepjew

Robert Watson

Warlaam

Alexei Botnarciuc

Schenkwirtin

Annika Schlicht

Missaïl

Jörg Schörner

Gottesnarr

Matthew Newlin

Nikititsch

Andrew Harris

Leibbojar

Andrew Dickinson

Mitjuch

Stephen Bronk

Grenzpolizist

Samuel Dale Johnson


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Turandot- Berlino Deutsche Oper 22 Giugno 2017

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Una Turandot che dopo che Calaf ha risolto i tre indovinelli estrae una pistola con cui tenere lontana la folla e lo stesso Calaf non me la ero mai immaginata. Modestissimo coup de teatre in un allestimento modesto in tutti i sensi. Il vecchio imperatore e i saggi che verificano la correttezza delle risposte sono presentati su una sorta di tribuna che ricorda il politburo  del dittatore nordcoreano e i sudditi come spettatori delle esecuzioni, versione moderna del popolo di Place de la Concorde dove si ergeva il patibolo osannato da Robespierre.

In questo contesto non manca naturalmente l’esecuzione di Liù da parte di un boia che ricorda l’ISIS con esibizione di coltellaccio (ma per fortuna viene risparmiato agli spettatori lo sgozzamento sostituito dal taglio delle vene dei polsi – almeno questo!). Turandot, a parte la prestazione vocale, ha tutto fuorché le phisique du rôle rendendo difficile comprendere la passione di Calaf anche perché costantemente infagottata in abiti che anziché ridurne la stazza la amplificano, agghindandola comunque in modo improbabile. L’intera scenografia è orientata a una visione moderna della vicenda con Calaf vestito come un commesso viaggiatore che avrebbe fatto felice Arthut Miller. Non mancano anche alcuni momenti scurrili (protagonisti Ping, Pong e Pang) di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Insomma una messa in scena modesta e allo stesso tempo velleitaria per spettatori di bocca buona. Non una tragedia ma solo onesto artigianato.

Quanto al cast (in tedesco Besetzung) svetta sopra tutti la Liù di Elena Tsallagova giustamente applaudita sia durante lo spettacolo che al termine molto più di tutti gli altri protagonisti. Voce chiara, perfetta dizione italiana (ma come è difficile la nostra melodiosa lingua!) intonazione perfetta ma soprattutto interpretazione aderente allo spirito del personaggio. Turandot invece (Catherine Foster), pur senza difetti di intonazione, ha un registro monotono, una vocalità sempre sopra le righe persino nel finale dove il destarsi dell’amore (un po’ ridicolo nell’opera nella sua repentina apparizione) dovrebbe addolcirla,  con una prestazione non memorabile. Forse non è il suo ruolo. Scadente invece il Calaf di Kamen Chanev che in un ruolo certamente non facile sforza costantemente e presenta non infrequenti difetti di intonazione. Nella norma gli altri protagonisti e la direzione di Alexander Vedernikov
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Operistica, Recensioni

Lucia di Lammemoor -Teatro Comunale Bologna

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Come ho scritto non ho avuto la possibilità di assistere alla Lucia. Ricevo però dal prof. Giampiero Cane (della cui serietà ho personale certezza) questo articolo con il permesso di pubblicarlo. Ovviamente questo non riflette necessariamente la mia (inesistente in questo  caso) opinione.
Bologna, Teatro Comunale, 16 giugno 2017
Può anche darsi che la pioggia di rane in Magnolia discenda da Tam-Tam II (“pour Wilfredo”, forse Lam) di Aimé Cesaire: “à petits pas de pluie de chenille” ecc.: il surrealismo ci ha spalancato orizzonti su paesaggi preparati dal nostro stesso pensiero, non privi di senso, ma poli per flussi ininterrotti d’interpretazione; ci ha abituato a tutto, anche alle scemenze di quei registi d’opera, non tutti, è ovvio, che forse suppongono ancora di poter sorprendere col far volare gli asini o cose simili. Con ciò seminano quel loglio di cui non pare ci sia chi sappia utilmente fruire. Il pubblico si diverte a “buarli” (neologismo che discende dai paramuggiti che accompagnano il loro ingresso in scena, a cose fatte), l’intensità della “buazione” è proporzionale alle “boazze” depositate da loro sull’assito. Lucia di Lammermoor è un’opera di Donizetti testimone del primo romanticismo. È un concentrato di quel che fu l’opera quando la prese per mano Giuseppe Verdi e per mezzo secolo la portò dove volle. Il costume permettesse di tagliare qualcosa, di riscrivere altro, di farla propria come utilmente accade non molto raramente nel teatro di prosa, se ne potrebbe ricavare un fulmine abbacinante e travolgente. Ma nell’opera ciò l’han fatto qualche volta gli autori, modificando i loro testi per adattarli alle capacità delle voci di cui disponevano. Oggi queste varianti di produzione sono raccolte nelle edizioni dette critiche, allestite da filologi affatto noiosi in genere e, comunque, incapaci anche solo di suggerire di buttar via da Otello di Verdi, quella lagnosa “Ave Maria” che segue l’adorabile ninna nanna del salice. Naturalmente, la decisione eventuale di tagliare non potrebbe essere che a carico del podio e comunque sarebbe un grande scandalo perché “taglia Verdi uno che obbedisce a un Franceschini” (e messe le cose così, non ci sarebbe rimedio). L’opera è in scena al Comunale di Bologna. Inizia con un coro di cacciatori che hanno ammazzato un gran cervo che viene steso su grande tavolo Tra un po’ il fratello di Lucia taglierà la testa al cadavere del cornuto (chissà perché, ma forse per legare questa Lucia a quel Ratto mozartiano con tagliagole apprendisti che fece ridere mezza città un par di mesi or sono. Lo stesso tavolo sarà quello imbandito per la festa matrimoniale di Lucia con un Arturo ch’ella non ama affatto, ma cui è costretta dal fratello Enrico. Seduti attorno a detto tavolo, gli ospiti di casa Ashton (casato di Lucia) assisteranno composti come mummie all’alterco feroce tra Edgardo (amante, amato di Lucia) ed Enrico e in seguito apprenderanno dalla voce di Raimondo Bibedent, figura in gara con Germont padre in Traviata per il campionato d’ipocrisia tra i vecchi saggi. Quando quest’ultimo tacerà, del tavolo s’approprierà Lucia che, stando al libretto ha già ucciso l’Arturo che il fratello pretendeva di rifilarle e appare agli ospiti, del tutto compunti, coll’abito macchiato del sangue di lui e con un coltellaccio in mano. È una della più appassionanti scene di follia amorosa che ci sia dato conoscere e qui non s’interrompe nemmeno con l’ingresso del morto renitente che è venuto giù al piano terra, strisciando dietro l’assassina. Povera Lucia e povero Edgardo; lui sta per cantare “Se l’ira dei mortali /fece a noi sì dura guerra / Se divisi fummo in terra ne congiunga il nume in ciel”. È difficile non commuoversi, anche se oggi tutti dispongono di quegli strumenti interditivi della verità sentimentale che trionfano nel divorzio. L’ambientazione tardo settecentesca è qui sostituita da un periodo ipoteticamente “tra le due guerre”. Quali siano non è dato capire, ma dev’essere un tempo dell’alto Medioevo. Il Papa a Roma ci certifica che comunque non ne è passato molto In sala un gran correre di maschere a vietare l’uso fotografico dei cellulari. Dato che le madri degli stupidi sono sempre incinte, se ne ricava che la produzione di stupidi è continua. Michele Mariotti ha diretto l’opera con qualche ridondante, brusca sottolineatura sonora. Dovrà imparare a prendersi il carico di tutta l’interpretazione, gesti e voci comprese: in teatro la democrazia non ha senso, anzi rivela la sua natura contraria quella che le attribuì Churchill, tale per cui si manifesta come il modo più sicuro per scegliere i peggiori. In qualche modo lo dice anche nella politica se pensiamo al Duce, al Führer e al Piccolo Padre, tutti tre democraticamente eletti, mi pare. Generosa la performance di Stefan Pop, tenore rumeno ancora giovane, cui manca soltanto un po’ di quel che si chiama “anima” e meno sicura la Lucia disegnata dalla Lungu, fragile nel duetto d’entrata con Enrico, ma più consistente nella asperrima follia. “Chi mi frena in tal momento” è un concertato a 6 voci che ebbe tale successo per cui, con un arrangiamento adeguato ai mezzi di una jazz band degli anni Trenta, fu nel repertorio delle migliori orchestre nere di Harlem. Direi che l’abbiano registrata i Clouds of Joy e anche Cick Webb, ma non ci giurerei. Dalla mia discoteca sono spariti gli ellepi in oggetto. Mi ricordo queste tracce come ottimi esempi di quel prendere a calci nel sedere la tristezza (i blues) per vivere alla leggera. Ho l’impressione che pochi abbiano idea di cosa ciò significhi.
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Markus Werba

Lucia

Irina Lungu

Sir Edgardo di Ravenswood

Stefan Pop 

Lord Arturo Bucklaw

Alessandro Luciano

Raimondo Bidebend

Evgeny Stavinsky

Alisa

Elena Traversi

Normanno

Gianluca Floris

Orchestra e coro del TCBO

Direttore

Michele Mariotti

Regia

Lorenzo Mariani

Scene

Maurizio Balò

Costumi

Silvia Aymonino

Luci

Linus Fellbom

Videomaker

Fabio Massimo Iaquone
Luca Attilii

Assistente alla regia

Hannah Gelesz

Assistente alle scene

Andrea De Micheli

Assistente ai costumi

Vera Pierantoni Giua

Maestro del Coro

Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con ABAO Bilbao,
Slovak National Theatre e Teatro Carlo Felice di Genova


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Operistica, Recensioni

Zoroastre – Berlino Komische Oper 18 Giugno 2017

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Raccontare la trama di questo incredibile polpettone barocco di Ramoeau sarebbe impossibile: chi ne fosse interessato la trova su Internet. Diciamo comunque che si tratta del tipico drammone del tempo con buoni e cattivi, amori dei singoli cattivi per i singoli buoni, rapimenti, interventi di spiriti buoni e cattivi e naturalmente l’inevitabile lieto fine. Impensabile rappresentarlo come tale ai tempi nostri (o – come spesso avviene per il barocco – con una rigida e geometrica e astratta sceneggiatura) se non si è preparati a vedere uscire dalla sala gli spettatori per recarsi al più vicino fruttivendolo e ritornare con le munizioni per la battaglia finale. Bene ha fatto quindi il regista a trasformarlo in una disputa fra vicini confinanti, con litigi per la siepe di confine, badili usati come armi, vasca da bagno abbandonata nel giardino usata come trincea, protagonisti vestiti con abiti moderni, personaggi che si presentano in bicicletta, regge come abitazioni borghesi, spiriti che intervengono come ospiti vestiti di tutto punto, battaglia giocata come videogame etc.etc.
 
Fra i tanti spettacoli scadenti – e in alcuni casi ignobili – della komische Oper questo non manca di una sua validità umoristica naturalmente con alti e bassi e soprattutto mostrando un po’ la corda nella seconda parte se non per un tagliaerba utilizzato dai “cattivi” come un carro armato con tanto di luci accese. Insomma una serata che poteva essere una tragedia e che invece si è rivelata interessante. Mi sentirei persino di suggerire al nostro teatro comunale di prendere in considerazione la scenografia: forse potrebbe rivelarsi un successo anche nella conservatrice Bologna. Difficile, difficilissimo dare un giudizio musicale. Lo stile di Rameau si differenzia dal barocco “classico” (costituito dal susseguirsi di recitativo-aria) in quanto il suo stile, seppure influenzato dalla riforma di Gluck,  potrebbe definirsi durchcomponiert naturalmente con tutti i limiti del tempo. Buona la direzione di Christian Curnyn anche se per il barocco si limita – di fatto – a dare gli attacchi giusti (e anche qui con qualche inevitabile stecca dei corni dell’orchestra). Le voci sono quelle di buoni professionisti con una nota di demerito per Zoroastre (Thomas Walker) che più volte ha perso l’intonazione e un plauso meritato per Nadja Mchantaf (Erinice) voce drammatica ma sempre perfetta nella intonazione e nella interpretazione del ruolo. Naturalmente grande successo per il pubblico nazional-popolare (normalmente molto di bocca buona) della komische Oper.

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MUSIKALISCHE LEITUNG
INSZENIERUNG
BÜHNENBILD UND KOSTÜME
Rainer Sellmaier
VIDEO
LICHT

BESETZUNG

ZOROASTRE
ABRAMANE
Thomas Dolié
AMÉLITE
ÉRINICE
LA VENGEANCE
ZOPIRE
NARBANOR
Daniil Chesnokov
OROMASÈS
Johnathan McCullough
Chorsolisten der Komischen Oper Berlin

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Operistica, Recensioni

Carmen – Berlino Komische Oper 17 Giugno 2017

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Ho visto certamente di peggio alla komische Oper e questa Carmen trasformata in un singspiel con struttura a musical può essere definita “curiosa”. C’è assolutamente di tutto: danzatrici reali (bravissime) di flamenco con accompagnamento di chitarristi, contrabbandieri trasformati in rivoluzionari con insegne di Marx e Lenin, una Micaela  agghindata come la fata turchina con tatno di nuvola al suo apparire, un Escamillo zoppicante (con il toro che dalla felicità si frega le zampe) un setting generale che ricorda le opere in versione Mario Lanza (predecessore di Bocelli), etc.etc.

Poi i commenti parlati da parte degli astanti, una sorta di coro greco che racconta lo svolgimento dei fatti e li spiega. E che dire di un’opera cantata un po’ in tedesco e un po’ in francese?  La taverna di Llla Pasta sembra un locale rock dove tutti ballano, e addirittura i baristi sembrano figure prese da un film anni’30. Film di cui vari spezzoni sono riproposti senza una vera ragione. Insomma un vero e proprio polpettone che, una volta smaltito lo shock iniziale, non è privo di un suo valore, basta che non lo si voglia chiamare Carmen di Bizet..

In questo contesto un giudizio critico non è possibile ma solo sensoriale. Una regia che non si è risparmiata nulla, persino i commenti esegetici dei vari episodi da parte di giornalisti televisivi. I cantanti e l’orchestra fanno del loro meglio in questa situazione caotica, più o meno tutti allo stesso livello: dei buoni professionisti senza punte di eccellenza.  Bravina Carmen cui la regia impone di tutto, compreso l’ abbigliamento da maitresse nel secondo atto e compresa  persino una sequenza in cui deve comportarsi come una marionetta (ma il mimo non  il suo forte) in occasione del duello fra Don José ed Escamillo.  Don José viene agghindato sempre come un perdente con giacconi scalcinati quasi a prescriverne fin dall’inizio il ruolo del perdente. Insomma siamo alla komische Oper che del tratto nazional-popolare fa la sua cifra distintiva ma che in questo caso ha lasciato il pubblico freddino, abituato  in questo teatro a emozioni più forti e spesso più volgari, Insomma migliora la qualità e diminuisce il gradimento. Panem et cinerces….
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INSZENIERUNG
BÜHNENBILD
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KOSTÜME
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Ingo Gerlach
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BESETZUNG

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MICAELA
ESCAMILLO
FRASQUITA
MERCEDES
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MORALES
GITARRISTEN
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La damnation de Faust – Berlino Staatsoper 11 Giugno 2017 2017

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 La “Damnation de Faust” di Berlioz nasce inizialmente come una composizione per soli coro e orchestra e illustra solo alcuni dei momenti salienti del primo libro della tragedia goethiana. Siamo in pieno clima romantico sottolineato da alcune scene che riprendono i tipici quadri del tempo di Caspar David Friedrich con rupi che sporgono, personaggi sulla rupe e abbondanza di nebbie e nubi. Il Faust di Berlioz ha una fine diversa da quella del dramma del poeta di Weimar: qui Faust viene alla fine ingannato da Mefistofele che gli fa credere che se gli consegna l’anima la vita di Margherita condannata a morte per matricidio sarà salva ma si tratta di una tragica bugia: Margherita subisce il patibolo e Faust viene trascinato all’inferno in una sorta di sabba infernale: solo l’anima di Margherita sarà alla fine viene salvata.
La tragedia goethiana subisce nel libretto predisposto sulla base della traduzione di Gérard de Nerval una trasformazione che ne ricorda solo vagamente lo svolgimento e la cosa è ulteriormente accentuata, nella versione della Staatsoper, da un’ambientazione nel periodo nazista nella quale l’inferno di Mefistofele è anticipato dall’inferno nazista. Lo spettacolo è rutilante con molteplici caratteristiche espressionistiche e abbastanza diseguale ma di certo non paragonabile e assai migliore di molte regie creative che infestano i teatri d’opera europei.
Qui l’eccesso sta nel tentativo da calare tutto in una ambientazione da SA e SS con Mefistofele che da irridente burattinaio del mondo si trasforma in ufficiale della Gestapo. L’interpretazione politica della vicenda è accentuata dalla scena nella quale i potenti del mondo si spartiscono una torta che rappresenta il mondo salvo poi iniziare una guerra che si suppone sia alla base del fenomeno nazionalsocialista.
 
A coronamento dell’ambientazione Faust viene trascinato all’inferno crocifisso a una svastica. Insomma spettacolo diseguale ma in ogni modo salvato musicalmente da un eccezionale Simon Rattle alla guida della Staaskapelle, una formazione orchestrale di altissima qualità. I tre (più uno – l’ultimo ha una particina secondaria) sono tutti all’altezza della situazione. Bravissimo Florian Boesch nella parte di Mefistofele che a una presenza scenica perfettamente irridente, sarcastica e diabolica assomma una voce potente e duttile in grado di rendere perfettamente lo spirito del personaggio (e molti baritoni nostrani dovrebbero impararne i tratti quando cantano “son lo spirito che nega”) e altrettanto brava è Magdalena Kožená una Margherita convincente in una parte meno importante che in altre versioni del Faust resa però perfettamente da una voce straordinaria. Bravo – ma a mio giudizio un gradino sotto – Charles Castronovo nella parte di Faust anche perché imprigionato dalla scenografia in un costume che lo rende più un maverick dello studio che un tormentato filosofo. Uno spettacolo quindi controverso, che non ha avuto da parte del pubblico nessun applauso a scena aperta e alcuni buh al termine dello spettacolo sovrastati però dagli applausi di un pubblico che ha riempito il teatro in tutti gli ordini di posti. Uno degli ultimi addii della Staatoper nello Schiller Theatre che dopo ben 7 anni di restauri tornerà in autunno nella sua sede storica nella Unter den Linden. Finalmente!
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Cast

  • MARGUERITE Magdalena Kožená
  • FAUST Charles Castronovo
  • MÉPHISTOPHÉLÈS  Florian Boesch
  • BRANDER Jan Martiník
  • STIMME AUS DEM HIMMEL  Anna Charim  Miho Kinoshita
  • TÄNZER Ini Dill / Renske Endel / Ula Liagaité / Carla Morera Cruzate / Martin Buczkó / Jofre Carabén van der Meer / Floris Dahlgrün / Connor Dowling / Damian Dudkiewicz / Carl Harrison / Angelo Smimmo / François Testory / Victor Villarreal
STAATSKAPELLE BERLIN

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Peter Grimes – Teatro comunale Bologna 19 Maggio 2017

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Peter Grimes è opera assolutamente non frequentemente rappresentata ed è proposta per la prima volta dal teatro comunale. Opera non facile soprattutto per un libretto nel quale contano molto più gli stati d’animo della trama vera e propria che è comunque il dramma dell’esclusione e dell’illusione. Esclusione del protagonista dalla società chiusa e gretta di un piccolo borgo, dove regnano indifferenza, calunnia e delazione, e illusione dello stesso protagonista di potere prendere una sorta di ascensore sociale basato sul denaro. Ovviamente il tutto si risolve in una tragedia che si può presupporre lascerà totalmente indifferenti gli abitanti del piccolo borgo in cui si svolge l’azione. Sarebbe opportuno comunque conoscere il processo di scelta di Britten per una storia fosca e abbastanza controversa cui peraltro non è nuovo se si considera l’altra opera “The turn of the screw”. Musica molto bella (come in tutte le opere di Britten) e traduzione dei sopratitoli (di un inglese di non facile approccio) incerta .

Che dire? bravi tutti. In primo luogo la direzione quasi perfetta di Juraj Valčuha che ha saputo trarre il meglio dall’orchestra del Comunale (non una sbavatura, anche nei fiati, che comprova come un buona direzione esalti le caratteristiche degli strumentisti) e che ha dimostrato grande esperienza nella direzione operistica, soprattutto in questo frangente certamente di non facile conduzione. Finalmente un direttore capace di dare i giusti attacchi ai cantanti che, liberati dall’ansia della concertazione, hanno potuto esprimere al meglio la loro vocalità. Un grosso plauso indifferenziato a Ian Storey (Peter Grimes) – voce possente ma capace al contempo di esprimere tutte le contraddizioni del personaggio – e a Charlotte-Anne Shipley (Ellen Orford), capace di sottolineare le caratteristiche di un personaggio volonteroso ma fragile e alla fine impotente. Ma bravi tutti gli altri cantanti e un plauso particolare anche al coro che tanta parte ha nell’opera. 

Ottima la regia di  Cesare Lievi e dello scenografo Csaba Antal che (finalmente!) hanno rinunciato alle follie “creative” che ormai infestano i teatri d’opera per una messa in scena che ha perfettamente rispecchiato il testo del libretto. Alcune scene per la loro coralità e i colori dei costumi hanno ricordato il compianto Tadeusz Kantor (ad esempio in Wielopole, Wielopole). Insomma un bel successo del teatro comunale con un ma.. In primo luogo l’intero comitato di indirizzo del teatro (scambiato nel comunicato del comune in occasione della querelle orchestra-Bosso con il defunto consiglio di amministrazione!!), il sindaco suo presidente e l’assessore alla cultura Gambarelli hanno brillato per la loro assenza. Ma si può, dico io? Persino il non compianto Ronchi, pur non capendo nulla di musica, faceva almeno atto di presenza. Qui no, niente!  Poi il pubblico, scarso già all’inizio (notata anche l’assenza di signore presenzialiste che normalmente mai mancano alle “prime”), che è andato via via riducendosi come se si trattasse di uno spettacolo di seconda categoria. Ma stiamo parlando di un masterpiece dell’operistica del ‘900, fra l’altro tutt’altro che di difficile decifrazione come è sempre la musica di Britten! Insomma un pubblico che ancora una volta ha dimostrato di capire poco o nulla di musica e opera. Ma non è una novità. Grande successo di pubblico (quello rimasto fino alla fine!) non viziato da quella clacque  cui una timorosa direzione del teatro ci ha purtroppo abituato.
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HappyHappy
Cast
Auntie
Gabriella Sborgi
Balstrode
Mark S.Doss
Bob Boles
Paolo Antognetti
Ellen Orford
Charlotte-Anne Shipley
Hobson
Luca Gallo
Mrs.(Nabob) Sedley
Kamelia Kader
Ned Keene
Maurizio Leoni
Niece 1
Chiara Notarnicola
Niece 2
Sandra Pastrana
Peter Grimes
Ian Storey
Rev. Horace Adams
Saverio Bambi
Swallow
John Molloy
Produzione Teatro Pavarotti di Modena
Direttore
Juraj Valčuha
Regia
Cesare Lievi
Scene
Csaba Antal
Costumi
Marina Luxardo
Luci
Luigi Saccomandi
Coreografie
Daniela Schiavone
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Operistica, Recensioni

La voix humaine/Cavalleria rusticana – Teatro comunale Bologna 9 Aprile 2017

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Diciamo subito che la prova di Anna Caterina Antonacci ne “La voix humaine” è stata superba sotto ogni profilo. Voce perfetta, azione scenica assolutamente intonata allo sviluppo del monologo, insomma una performance che in nessun modo ha fatto rimpiangere quella rimasta impressa nel pubblico bolognese di Raina Kabaivanska. Di sicuro in tutto questo è stata coadiuvata da un’ottima prova dell’orchestra del teatro comunale e del direttore Mariotti, apparso in questo caso in ottima forma e in grado di estrarre dalla compagine del teatro il meglio che è in grado di esprimere. Un plauso anche alla regia di Emma Dante che con pochi ballerini-figuranti ha sottolineato con efficacia le diverse situazioni evocate dalla protagonista: insomma uno spettacolo di alta qualità.  Un tono sotto la seconda parte della serata con “Cavalleria rusticana”. La regia di Emma Dante (che al suo attivo ha certamente la scelta di evitare i classici carrettini siciliani) troppo ha cercato di ricalcare le rappresentazioni sacre che si tenevano (e ancora si tengono) in Sicilia con una ripetitività troppo marcata di viae crucis e un profluvio di croci che nel tentativo di ricreare la cupa atmosfera verista del profondo sud dell’inizio ‘900 finisce per “übertrieben”  (una cattiva traduzione del vocabolo tedesco sarebbe “strafare”) l’intera impostazione con il risultato finale di apparire più noiosa che incisiva. Quanto alle voci vanno sottolineate le prove di Gezim Myshketa (Alfio), voce possente e incisiva e quella di Carmen Topciu, una Santuzza dalla bella voce drammatica, perfettamente inserita nel personaggio e con una capacità di modulare i toni di grande impatto vocale. Un po’ meno convincente Marco Berti nel ruolo di Turiddu: pur nell’ambito di una prova complessiva di buona, non eccelsa, qualità è mancato in alcuni momenti topici del drammone Mascagnano (mi colpisce sempre come questa opera complessivamente molto modesta continui nonostante tutto a rimanere “di repertorio”). Non giudicabili le altre due protagoniste per il ruolo troppo ridotto delle loro performances. Buona anche in questo caso la prova dell’orchestra e di Mariotti. 
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.  
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questoGrazie anticipatamente.
HappySadHappy
Cast
LA VOIX HUMAINE
Una donna
Anna Caterina Antonacci
CAVALLERIA RUSTICANA
Turiddu
Marco Berti
Alfio
Gezim Myshketa
Santuzza
Carmen Topciu
Lola
Anastasia Boldyreva
Lucia
Claudia Marchi
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Emma Dante
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Operistica, Recensioni

Die Meistersinger von Nürnberg – La Scala 16 Marzo 2017

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E’ proprio il caso di dire: finalmente! Va in scena, dopo ben 27 anni, alla Scala l’unica opera non drammatica di Richard Wagner, un capolavoro assoluto, nella splendida produzione della Opernhaus di Zurigo con la regia di Harry Kupfer! Un esempio che tutti i registi “creativi” che infestano i teatri d’opera (a partire dallo sventurato che ha messo in scena l’ “Entführung aus dem Serail” bolognese)  dovrebbero studiare per capire come sia possibile trasportare in un contesto moderno un’opera pensata per un alto medioevo tedesco e con un’orchestra di levatura internazionale all’altezza della situazione (finalmente!). La scena è strutturata su una piattaforma girevole con impalcature luccicanti sulle quali si assiepano, volta a volta, gli abitanti di Norimberga e i protagonisti dell’opera.

Il tutto con un sfondo di cattedrale gotica diroccata che – pur non essendo norimberghese – ricorda molto la Gedächtniskirche di Berlino. Le varie angolature della piattaforma permettono di trasformarla volta a volta nella sala dei Mastersinger, nella bottega di Hans Sachs, nella piazza della città per la kermesse finale. Nella quale sono inseriti in modo spiritoso carri mascherati e giganti di cartapesta che ricordano molto quelli del Living Theatre. Tutti i personaggi sono credibili e perfettamente inseriti nel contesto scenografico. Inutile dire che una parte significativa la gioca Beckmesser che per la complessione fisica e la mimica riesce perfettamente a esprimere il carattere buffonesco che Wagner gli assegna. Una grandissima regia con un cast quasi stellare. Ma prima di tutto va segnalata la prova maiuscola dell’orchestra e del direttore Gatti (a lungo giustamente applaudito) che ha scelto perfettamente i tempi esecutivi evitando quegli allungamenti di tempo che caratterizzano il suo Parsifal di Bayreuth.
Ma sono tutti i cantanti che vanno lodati e in primo luogo (oltre al Beckmesser di Markus Werba) l’Hans Sachs di Michael Volle che da solo regge tutto l’impianto musicale dell’opera. Leggermente deludente è solo la prova di Michael Schade nel ruolo di Walther von Stolzing. L’avevamo ammirato in un concerto liederistico avente in programma la Schöne Müllerin di Schubert (http://wp.me/p5m12m-BT) mentre nel ruolo protagonistico dei Maestri Cantori non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale, risultando la voce talvolta sforzata. Ma – sia chiaro – sempre in un livello di eccellenza.
Jaquelyn Wagner è una Eva convincente, pur in una parte che non le lascia grande spazio. Altrettanto convincente è il Pogner di Albert Dohmen, ma tutti i cantanti sono comunque di assoluta eccellenza. Uno spettacolo, insomma, di assoluta qualità all’altezza dei migliori della Scala. Va purtroppo segnalato lo scarso pubblico (un terzo della platea era vuoto) che dimostra ancora una volta – se mai ce ne fosse bisogno – che le grandi opere Wagneriane non trovano ancora (dopo quasi 130 anni) quella rispondenza che meriterebbero e che denotano un certo provincialismo di cui non si riesce a liberarsi
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HappyHappy
Direttore
Daniele Gatti
Regia
Harry Kupfer
Scene
Hans Schavernoch
Costumi
Yan Tax
Lighting Designer
Jürgen Hoffmann
Coreografia
Derek Gimpel
Video Designer
Thomas Reimer
CAST
Eva
Jaquelyn Wagner
Magdalene
Anna Lapkovskaja
Hans Sachs
Michael Volle
Sixtus Beckmesser
Markus Werba
Stolzing
Michael Schade
David
Peter Sonn
Pogner
Albert Dohmen
Kothner
Detlef Roth
Hans Foltz
Miklos Sebestyen
Der Nachtwächter
Wilhelm Schwinghammer
Hans Schwarz
Dennis Wilgenhof
Hermann Ortel
James Platt
Konrad Nachtigal
Davide Fersini
Balthazar Zorn
Markus Petsch
Kunz Vogelgesang
Iurie Ciobanu
Augustin Moser
Stefan Heibach
Ulrich Eisslinger
Neal Cooper
Die Lehrbuben
Oreste Cosimo
Aleksander Rewinski
Jungyun Kim
Geremy Schuetz
Francesco Castoro
Santiago Sanchez
Omer Kobilja
Katrin Heles
Alice Hoffmann
Dorothea Spilger
Franziska Weber
Sofiya Almazova
Mareike Jankowski
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Operistica, Recensioni

Il turco in Italia – Teatro comunale Bologna 10 Marzo 2017

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Catapultato dal Rossini Opera Festival del 2016 approda a Bologna Il turco in Italia rossiniano. Diciamo subito che pur trattandosi di turquerie siamo del tutto lontani (per fortuna!) dall’orrore e dallo scempio del Ratto dal serraglio che ha aperto la stagione bolognese. La scenografia e la regia dell’opera, tutta giocata su un doppio piano fra scenografia tradizionale e richiami del felliniano 8 e 1/2 risulta gradevole e rispettosa del dettato musicale e del testo del libretto. Siamo in una versione rivista del “teatro nel teatro” anche se in questo caso si tratta della scelta del cast di una rappresentazione cinematografica dell’opera e delle fasi di  produzione con tanto di ciak e segretaria di produzione. Insomma, pur con tutti i limiti, una boccata d’aria fresca dopo la vergogna dell’opera di apertura. Naturalmente in molti casi c’è un eccesso di “fellinismo” e in particolare la presenza ossessiva e sguaiata di una “saraghina” che ad ogni piè sospinto fa “la mossa” (la stessa della famosa tabaccaia) anche in scene dove oggettivamente è totalmente fuori posto. Il tutto in un contesto da circo (sempre Fellini docet) con tutte le maschere tipiche di questo spettacolo.
Non mancano naturalmente altri personaggi di 8 e 1/2 come, in particolare, la “Gradisca” e una “pin-up” con abbigliamento di piume che si muove sul palcoscenico come se fosse in una riproposizione da café chantant ma forse più propriamente da avanspettacolo.
Ma tant’è: lo spettacolo complessivamente regge ma non scalda il pubblico, in parte decimato da altre due manifestazioni nella stessa serata, con tanti saluti alla capacità di programmazione e sincronizzazione degli organizzatori bolognesi. Dilettantismo puro.
 
La direzione d’orchestra ha risentito pesantemente della sostituzione del compianto Zedda dando luogo a una prestazione oggettivamente scialba nella quale – ancora una volta! – gli ottoni hanno hanno avuto imprecisioni di intonazione (in particolare tromba e – guarda caso! – i corni). Lamentarsi è come sparare sulla croce rossa: forse andrebbero segnalati i pochi casi in cui mancassero imprecisioni evidenti. Le voci: Hasmik Torosyan (Fiorilla) dopo una prima aria disastrosa (voce metallica, intonazione incerta etc.) è oggettivamente molto cresciuta nel corso dell’opera raggiungendo livelli oggettivamente di eccellenza specialmente nel finale: una voce con tutti i registri (forse qualche difficoltà negli acuti). Nicola Alaimo rende perfettamente la figura di Don Geronio sia da un punto di vista vocale che scenico mentre il Selim di Simone Alberghini non emerge mai dal di sopra di aurea mediocritas. Quanto ai comprimari sono dei buoni professionisti e nulla più. Complessivamente un spettacolo solo di poco al di sopra di una media accettabile ma forse con i chiari di luna economici e un management non eccelso sarebbe impietoso aspettarsi di più. O no?  
PS Debbo a un commento risentito del signor Giulio Ciofini la precisazione che la Gradisca è personaggio di Amarcord. È corretto ma nel redigere il post e volendo citare personaggi Felliniani mi è sfuggita dalla penna la precisazione. Me ne scuso ma anzichë correggere il post preferisco, per onestà intelletuale, semplicemente fare ammenda. Il commento completo della signor Ciofini che mi ritiene un incompetente è disponibile nel post.
 “HappySadHappy
Cast
Selim
Simone Alberghini
Don Geronio
Nicola Alaimo
Donna Fiorilla
Hasmik Torosyan
Don Narciso
Maxim Mironov
Prosdocimo
Alfonso Antoniozzi
Zaida
Aya Wakizono
Albazar
Alessandro Luciano
Direttore
Christopher Franklin
Regia e scene
Davide Livermore
Costumi
Gianluca Falaschi
Progetto luci
Nicolas Bovey
Videodesign
D-WOK
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Operistica, Recensioni

Don Carlo – La Scala 8 Febbraio 2017

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Innanzitutto un plauso per una regia finalmente “non creativa”, con scene e costumi storici, ormai una novità nel panorama disastrato delle regie “moderne”. Non un capolavoro ma una messa in scena più che accettabile se si esclude l’arredo e la scena dello studio di Filippo II dove si svolge tutto quanto precede il finale (aria “Ella giammai m’amò”, il colloquio con il grande inquisitore e la confessione di Eboli) e che pare un bagno anni ’50 nonostante gli “azulejos” con cui la parte inferiore della stanza è piastrellata e con uno scrittoio che pare acquisito da un robivecchi. La versione presentata alla Scala dell’opera più complessa di Verdi è quella più completa con il prologo nella foresta di Fontainbleau. La direzione è quella di Myung-Whun Chung, una bacchetta in grado di estrarre dall’orchestra della Scala il meglio, con un successo sottolineato da ripetuti applausi. La voce migliore in campo maschile è stata quella di Simone Piazzola (Rodrigo) mentre è mancato il Filippo II di Ferruccio Furlanetto, con una voce che è risultata spesso priva di armonici e comunque poco nella parte anche nell’aria più famosa. Una sorpresa negativa inaspettata. Ovviamente buona la prestazione di Mika Kares (grazie a una bellissima voce) reduce come Osmin dalla scellerata versione del Ratto a Bologna (ogni volta che la cito mi corre un motto di stizza!). Sul Don Carlo di Francesco Meli il giudizio va sospeso. Dopo un inizio nel prologo molto, molto incerto è migliorato nel corso dell’opera anche se con risultati non eccezionali (ma va riconosciuto che la parte è particolarmente impervia). Fra le voci femminili il meglio si è avuto con la Eboli di Ekaterina Semenchuk, voce duttile sia nell’agilità (ad esempio nella canzone del velo) sia nelle parti drammatiche. Un po’ più in ombra l’Elisabetta di Krassimira Stoyanova che solo nella scena finale trova i toni e l’espressione giusta. Sicuramente quindi una buona – non eccezionale – edizione del Don Carlo con una nota dolente per la gestione dell’opera. Iniziata alle 18.30 è terminata alle 23.30, un orario troppo tardo dovuto alla presenza di tre intervalli (uno certamente innecessario, quello dopo il prologo nella foresta di Fontainbleau) e cambi delle scene esasperantemente lunghi.
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HappyHappy
Cast
Teatro alla Scala Chorus and Orchestra
Salzburg Festival Production
Conductor Myung-Whun Chung
Staging Peter Stein
Sets Ferdinand Woegerbauer
Costumes Anna Maria Heinreich
Lights Joachim Barth
Elisabetta di Valois  Krassimira Stoyanova
La principessa di Eboli Ekaterina Semenchuk
Don Carlo Francesco Meli
Rodrigo Simone Piazzola
Filippo II Ferruccio Furlanetto
Il Grande Inquisitore Mika Kares
A monk Martin Summer
A Voice from Heaven Céline Mellon
Six Flemish envoys Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi, Dongho Kim Victor Sporyshev, Paolo Ingrasciotta
The Count of Lerma/a Spanish delegate to France Azer Zada
Thibault Theresa Zisser
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Il Ratto sul Corriere Musicale – Bologna 3 Febbraio 2017

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Purtroppo i due articoli che vi segnalo per una lettura integrale richiedono l’abbonamento al “Corriere Musicale” (www.ilcorrieremusicale.it a un costo annuale irrisorio – mi permetto di suggerire di abbonarsi perché è certamente la rassegna più completa di eventi musicali in Italia) perché non ho avuto l’autorizzazione a ricopiarli in Kurvenal (cosa comprensibile ma fino a un certo punto). Ne consiglio comunque la lettura per capire come il nostro teatro si sia coperto infamia con questo “Ratto”.

http://www.ilcorrieremusicale.it/2017/02/02/bologna-il-ratto-mozartiano-la-politica-il-jazz/

http://www.ilcorrieremusicale.it/2017/02/02/bologna-unentfuhrung-senza-scandalo/

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Die Entführung aus dem Serail (o giù di lì) – Teatro Comunale Bologna 20 Gennaio 2017

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C’è chi ha ritenuto “inopportuna” una messa in scena dell’opera Mozartiana con chiari riferimenti all’ISIS in questo periodo – seppure mascherati da una improbabile datazione degli anni ’20 -, ma io avei applaudito (una volta tanto…) la direzione del teatro per non essersi fatta condizionare se la qualità dello spettacolo l’avesse giustificato: cultura, arte e libertà di espressione sono quanto mai importanti in questo momento storico proprio per combattere oscurantismo e fanatismo. Ma non è questo il caso. Ho assistito più volte a spettacoli in Germania (e segnatamente a Bayreuth) caratterizzati – come purtroppo avviene colà sempre più spesso – da altissime prestazioni musicali e canore e messe in scena da brivido. Ma mai, ripeto mai, ho assistito a una puttanata (si, mi scusino i lettori per il vocabolo non proprio da educande ma non trovo altra parola che possa esprimere il mio sdegno) di questo genere dove un regista pretenzioso e stupidamente irrispettoso si è permesso di sostituire a suo piacimento i dialoghi del Singspiel e trasformare la agogica e infantile favoletta mozartiana in una truculenta e del tutto improbabile tragedia con tanto di bandiera dell’ISIS. Il testo del Singspiel è stato “riadattato” al fine di giustificare la regia. Ma quando mai è successo? (Durante la conferenza stampa il sovrintendente ha affermato che si ha spesso un’alterazione del testo nei Singspiel ma a una mia precisa richiesta di citare qualche esempio non è stata data alcuna risposta degna di questo nome). E la pretesa del direttore d’orchestra in conferenza stampa che si tratti nonostante tutto di una Liebesgsechichte quando tutto è morte, sangue e violenza è solo una pietosa quanto insostenibile affermazione che avrebbe un senso solo nel caso della versione originale del testo. Anche l’affermazione del sovrintendente che il libretto originale contiene molte espressioni violente è priva di fondamento. Tutte le frasi “violente” sono in realtà giocose e paradossali alla stregua della famosa “tagliatele la testa” della regina di Alice in wonderland. Lo spirito originale del testo è quello, in voga a quel tempo, della turquerie ovvero quello della presa in giro di un mondo lontano con usi e costumi astrusi. Qualcuno riesce comunque a immaginarsi la regia di un Macbeth in cui il protagonista esce vittorioso nonostante i  suoi assassini, la foresta di Dunsinane marcia all’indietro e MacDuff nasce da un uomo? Insomma qui non è la regia che ha “interpretato” l’opera ma semplicemente ne ha creato un’altra utilizzando in modo parassitico le arie di Mozart con musica e arie che nulla hanno a che vedere con la strampalata impostazione registica. Qualcuno riesce poi a immaginarsi un “foreign fighters” dell’ISIS (Osmino) che canta nella sua prima aria  Trallallera Trallalera ….  E affermare come ha fatto il “massmediologo” (che orribile parola in italiano!) Grandi che chi assiste al Ratto non può non pensare all’ISIS, è affermazione ridicola che solo chi non ha visto mai l’opera e non ha mai letto il suo libretto (quello vero, non quello imbarbarito dal regista) può impunemente fare. E comunque suggerisco di leggere l’intervista al sovrintendente riportata dal Resto del Carlino : roba da non credere!
ratto4
Credevo che il fondo per una regia del Ratto fosse stato toccato da Rodrigo García a Berlino ma qui siamo ben oltre, siamo davanti a una pura e semplice follia di gusto ignobile: al peggio non c’è mai limite e qui siamo nel cocìto della regia. E basta una volta per tutte con questi “innovatori” del piffero che per un briciolo di pubblicità, non importa se negativa, non esitano a massacrare capolavori  mondiali: che nostalgia per le eleganti,  artistiche e stilisticamente perfette regie strehleriane (ma anche recentemente di Martone)! Senza dimenticare Ronconi.  E sia chiaro: qui non si tratta di rifiutare aprioristicamente regie innovatrici (ricordo sempre una regia del Romeo and Juliet a Shaftesbury on Avon della RSC trasposta in ambiente mods. Ma era semplicemente perfetta!) ma di distinguere senza reticenze fra regie belle, brutte e ignobili. Qui tutto è semplicemente unerträglich (lo dico in tedesco perché il regista capisca il mio pensiero, se mai leggerà questo post, ma la frase giusta sarebbe Was ist diese Scheisse? come fu urlato nel giugno 2016 a un Tristan und Isolde della Deutsche Oper di Berlino). E quindi non è difficile capire perché il Musikfest Bremen abbia rinunciato a proporre questa infamia stupidamente provocatoria presentando quindi l’opera in forma di oratorio e lasciando il posto allo sgangherato teatro comunale di Bologna che in questo modo è riuscito ancora una volta a superare sé stesso negativamente. Si potrebbe, di grazia, sapere quanto è costato questo “allestimento” alle disastrate casse del teatro? E di fronte a queste scelte perché il comune (dove è a proposito in generale l’assessore alla cultura Gambarelli – presente solo alla “prima”? Non era presente alla discussione sul Ratto nè alla conferenza stampa, ma che aveva da fare? Viene regolarmente alle manifestazioni musicali o latita come il certamente non rimpianto Ronchi? Se non è puro spirito – e qualche dubbio serpeggia nell’aria – batta un colpo…) continua a finanziare con i soldi dei contribuenti un teatro autoreferenziale, costantemente sull’orlo del baratro, del tutto indifferente ai diritti degli spettatori paganti? E’ chiaro che i vertici del teatro e il comitato di indirizzo non sono all’altezza del loro compito (e ce li teniamo ohimè fino al 2020 a meno che non intervenga un auspicato deus ex machina che però – si spera – non sia Ezio Bosso che sarebbe il classico passaggio dalla padella alla brace!), sono autoreferenziali e di scarsissima competenza (e non parlo a vanvera: leggere i CV dei componenti del comitato di indirizzo – salvo una!). Nessun dissenso? Nessuna dimissione? In questo non raccontabile contesto come é possibile dare un giudizio sereno su direzione e canto? I cantanti hanno dimostrato chiaramente la difficoltà di cantare in contesto così ostile. La prova migliore è certamente quella di Osmino (Mika Kares), un basso dalla voce possente e dalla figura imponente. Konstanze (Cornelia Goetz) è dotata di una voce che al salire verso i toni alti mostra vieppiù un’emissione aspra e che dà il meglio di sé nei toni intermedi. Dopo una prima aria da dimenticare migliora nel corso dell’opera. Belmonte (Bernard Berchtold) è la voce più debole del cast, voce sottile e dall’agilità discutibile, mentre Blonde (Julia Bauer) é – fra  i quattro protagonisti – quella dotata dei mezzi vocali migliori. Pedrillo (Johannes Chum) è un buon professionista. La direzione di Nikolaj Znaider (che apparentemente rivedremo ancora al Comunale di Bologna in altre situazioni)  fa quello che può in un contesto disastrato.

ratto-2

Al grido di “famolo strano“avrei in ogni modo qualche suggerimento per la prossima regia “creativa” del Ratto: Belmonte e Pedrillo padre e figlio con rapporti omosessuali incestuosi, Konstanze e Blonde etere lesbiche, il pascià transgender tenutario di una casa di tolleranza dedita al commercio di droga e Osmino come pusher e protettore che procaccia affari al pascià. Poi sostituirei la celebre aria “Martern aller Arten” con “Io, tu e le rose” cantata da Orietta Berti in calzamaglia retata e inserirei anche per sovrammercato un paio di brani di Zucchero Fornaciari come arie aggiuntive tanto per gradire. Per i testi del Singspiel  perché non inserire anche qualche sboccata zirudella bolognese? Tanto se tutto è possibile….
Vanno citate in questo contesto anche le misure di sicurezza prese dal teatro (metal detector, polizia etc.) a dimostrazione che la direzione era consapevole che la insulsa regia aveva anche il difetto di apparire provocatoria e quindi suscitare l’interesse di qualche esaltato. In tutto questo contesto potenzialmente rischioso rientra sicuramente il forfait dato da Mert Sungu (Pedrillo) sostituito da Johannes Chum e probabilmente quello di Maria Grazia Schiavo (Konstanze) sostituita da Cornelia Goetz.

ratto-3

Un pubblico non rarefatto, come si temeva a causa della ambientazione dell’opera, ha dimostrato però di non gradire affatto questa produzione: pochissimi e stentati applausi al termine delle arie e un applauso finale ridotto al minimo, nonostante gli sforzi della clacque. L’opinione rilevata fra il pubblico è stata che lo spettacolo non è provocatorio ma semplicemente noioso e prolisso oltre che – ovviamente – assolutamente improbabile. E certamente di pessimo gusto è la scena della finta esecuzione con bandiera dell’ISIS e fotografo che ricorda in modo irriverente quanto purtroppo avviene nella realtà. E altrettanto sgradevole è il finale con le teste mozzate scaraventate da Osmino ai piedi del Pascià (rispetto alla versione di Aix en Provence qui non ci si è risparmiati nulla). Insomma è stata la noia a farla da padrone in un contesto improbabile e pretenzioso: neppure la supposta provocazione ha avuto un qualche effetto.
Per terminare confesso di avere un rimpianto ovvero quello di non avere assistito al Ratto dal loggione per potere urlare Buhh e Buffone a perdifiato visto che farlo in platea (come ho fatto recentemente) pare urtare la sensibilità perbenista del pubblico bolognese. Ricordo a costoro che il silenzio o anche il mancato esplicito dissenso è sempre interpretato come assenso… Rimpiango uno sventurato (registicamente) Ring di Bayreuth nel quale il regista, dopo una messa in scenza demenziale, osò fare capolino dalle quinte del teatro salvo battere in precipitosa ritirata subissato da una salva di fischi e altre manifestazioni di dissenso plateali.
PS Ma l’inaugurazione della stagione d’opera non doveva essere diretta da Mariotti o il nostro ha preferito non essere associato a questo ignobile spettacolo…? E siccome al peggio non c’è limite nel libretto di sala è citato Ezio Bosso come “Direttore ospite principale (principale, sic!) “. Il teatro comunale è diventato un teatro allo sbando, un circo, un  baraccone alla Schikaneder, senza che nessuno si vergogni ricordando che ha avuto nel passato direttori come Celibidache, Chailly, Thielemann, Gatti etc.  e attualmente un ottimo professionista come Mariotti.
SadSadSadSadSad
Cast
Selim, pascià
Karl-Heinz Macek
Kostanze, amante di Belmonte
Cornelia Goetz
Blonde, cameriera di Kostanze
Julia Bauer
Belmonte
Bernard Berchtold
Pedrillo, servitore di Belmonte
Johannes Chum
Osmin
Mika Kares
Produzione del Teatro Comunale di Bologna con Aix en Provence Festival e Musikfest Bremen
Direttore
Nikolaj Znaider
Regia
Martin Kušej
Scene
Annette Murschetz
Costumi
Heide Kastler
Luci
Reiner Traub
Assistente alla regia
Herbert Stoeger
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Operistica, Recensioni

Werther- Bologna Teatro comunale 15 Dicembre 2016

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Come sempre succede il libretto del Werther è una trista riduzione del bellissimo romanzo di Goethe Die Leiden des jungen Werthers : ma si sa, è impossibile trasporre in un libretto tutte quelle sfumature e considerazioni che in un romanzo sono presenti, come accade anche per i grandi drammi teatrali (i.e. Othello, Don Carlo wtc.). E la bella musica di Massenet non riesce comunque a recuperare una storia che così trasformata appare del tutto priva di senso, unitamente all’improbabile tempo che impiega Werther a esalare l’ultimo respiro dopo avere avuto la forza di cantare per un buon quarto d’ora (qualcuno ha ipotizzato che in realtà si sia sparato a un piede!).  Ciò detto va invece lodata la bella regia di Rosetta Cucchi e le scene di Tiziano Santi; finalmente una messa in scena che riflette il milieu in cui è ambientato il romanzo evitando quelle ridicole forzature cui alcune regie “creative” del teatro Comunale ci hanno purtroppo abituato e che – stando alle voci che corrono – ritorneranno  ohimè a partire dal Ratto dal serraglio che aprirà la stagione 2017. Ben venga quindi una regia misurata e  intimistica che riflette l’ambiente piccolo borghese  e le insuperabili convenzioni in cui si svolge l’azione scenica e che sottolinea correttamente il dramma dei due protagonisti. L’amatissimo dal pubblico bolognese Juan Diego Florez nel ruolo di Werther ha offerto una bella prova piagata inesorabilmente però dal tono freddo e metallico della sua voce, un limite insuperabile del tenore peruviano. Una bellissima sorpresa è invece venuta dalla Charlotte di Isabel Leonard che ha offerta una prova di eccellenza con un unico neo della parte finale del primo duetto del secondo atto. Un peccato veniale a fronte di una voce calda e drammatica che ha sempre trovato la misura giusta nel corso della sua performance: una voce che vorremmo risentire al teatro Comunale di Bologna. E un plauso anche alla fresca e spiritosa Sophie di Ruth Iniesta. Nella norma gli altri comprimari. E per una volta anche l’orchestra del teatro ha fornito una bella prova sotto una direzione vigorosa e allo stesso tempo romantica di Michele Mariotti. Insomma un bello spettacolo che ha in qualche modo risarcito gli spettatori di una stagione non certo indimenticabile (o forse indimenticabile ma per motivi non proprio positivi….). Teniamo le dita incrociate per la stagione 2017!
PS In una versione precedente di questo post avevo scritto erroneamente Das Leiden… anzichè Die Leiden .. Devo al prof. G.C.Barozzi la segnalazione
HappyHappy
Cast
Werther
Juan Diego Florez
Le Bailli
Luca Gallo
Charlotte
Isabel Leonard
Albert
Jean-François Lapointe
Schmidt
Alessandro Luciano
Johann
Lorenzo Malagola Barbieri
Sophie
Ruth Iniesta
Brühlmann
Tommaso Caramia
Kätchen
Aloisa Aisemberg
Clara
Susanna Boninsegni
Fritz
Carlo Alberto Brunelli
Gretel
Irene Cavalieri
Hans
Diego Bolognesi
Karl
Pietro Bolognini
Max
Marco Conti
Mimi bambini
Gioele Corvino, Eleonora Dodi, Anna Montaguri, Cecilia Pagliaro, Nicolò Rossi, Carlotta Tilli
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Rosetta Cucchi
Scene
Tiziano Santi
Costumi
Claudia Pernigotti
Luci
Daniele Naldi
Maestro del Coro Voci Bianche
Alhambra Superchi
Nuova produzione del TCBO
Orchestra, Coro, Coro di Voci Bianche e Tecnici del TCBO
 

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Operistica, Recensioni

Le nozze di Figaro – La scala 2 Novembre 2016

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Premetto: ho visto l’opera solo in TV con tutti i limiti che ne conseguono. Ma…smorfie, mossette, ammiccamenti, insomma tutto il tipico repertorio dei guitti è ammannito dal regista a profusione in una non memorabile messa in scena scaligera de “Le nozze di Figaro” contestate non senza ragione dal loggione con ripetuti buuh.  Tutto considerato l’avere ridato ai personaggi i costumi dell’epoca era un ritorno che faceva ben sperare (dopo tante regie “creative”) ma i richiami erronei alla splendida realizzazione strehleriana (a partire dalla poltrona nella scena di Cherubino nel boudoir della contessa) hanno soltanto sottolineato l’impostazione velleitaria di questo Figaro. Se il tentativo era quello di resuscitare i crismi della commedia dell’arte si può per lo meno dire che essi mal si sposano con una vicenda che nella sua comicità racchiude problematiche serie che non possono essere totalmente dimenticate in una impostazione totalmente guittonesca. E certamente non sono le figuranti che compaiono in vari momenti a salvare l’impianto anche perchè il loro ruolo è incerto e a me totalmente incomprensibile. Il cast è certamente di prim’ordine anche se la prima aria della Damrau ha denunciato qualche incertezza riscattata comunque nel corso dell’opera e in una magistrale esecuzione dell’aria “Dove sono i bei momenti”. Alvarez è un conte d’Almaviva all’altezza della sua fama. Un po’ sottotono il Cherubino di Marianne Crebassa sia per una emissione vocale non felicissima sia per un “phisique du role” non adeguato e una gestualità artificiosamente impacciata. Tutti gli altri interpreti di ottima qualità a partire dalla Susanna del soprano di colore (finalmente!) Golda Schulz. Il direttore Franz Welser-Möst ha guidato l’orchestra dignitosamente in un contesto che non ha certamente facilitato la sua opera. In ultima sintesi uno spettacolo di buona qualità musicalmente ma non all’altezza della Scala per gli aspetti scenici. Peccato!
Sad HappySad
Direttore Franz Welser-Möst

Michele Gamba (19 nov.)

Regia Frederic Wake-Walker
Scene e costumi Antony McDonald
Luci Fabiana Piccioli

CAST

Il Conte Carlos Álvarez
La Contessa Diana Damrau
Figaro Markus Werba
Susanna Golda Schultz
Cherubino Marianne Crebassa
Marcellina Anna Maria Chiuri
Bartolo/Antonio Andrea Concetti
Don Basilio/Don Curzio Kresimir Spicer
Barbarina Theresa Zisser
Contadine Francesca Manzo

Kristin Sveinsdottir

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Rigoletto – Teatro comunale Bologna 8 Novembre 2016

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La storia è quella tragica di un buffone, ma non fraintendetemi. Non sto parlando di Rigoletto ma di una buffonata teatrale ammannita dal “regista” Alessio Pizzech, un carneade catapultato al teatro comunale, che naturalmente per segnalarsi vuole impressionare, strafare, come accade – ad esempio – ai direttori di orchestra di terza categoria che si dimenano sul podio sostituendo invano la ginnastica all’autorevolezza della bacchetta. Rigoletto viene presentato come una “drag-queen“, con tanto di calza velata con giarrettiera e durante l’ouverture si infila una scarpa col tacco. Probabilmente il “regista”  in un futuro (se non viene prima tempestivamente cacciato da tutti i teatri d’opera) si inventerà un Rigoletto femmina (come è accaduto alla Deutsche Oper di Berlino con un pasha del Ratto del Serraglio donna – viva il transgender!). La prima scena è volgare quanto basta (una tentazione cui il regista non sa sottrarsi ogniqualvolta si tratta del palazzo del Duca di Mantova) con atti sessuali espliciti di pessimo gusto che non provocano più, ma semmai annoiano. Sembra di vedere un impianto scenico della Komische Oper di Berlino prima del cambio del sovrintendente. Per essere sicuro di essere capito poi nella seconda scena a palazzo le donne si muovono come pupazzi meccanici (oggetti, insomma) maneggiati da uomini infoiati. Le “provocazioni” sessuali hanno fatto da lungo tempo il loro tempo e Carmelo Bene è ormai un ricordo sbiadito copiato solo da patetici epigoni. Forse sarebbe molto più provocatorio un baccanale tradizionale  ma per capirlo sarebbe necessario avere quella materia grigia teatrale che manca al Pizzech. Toltosi il costume di scena  (riposto in una valigia) Rigoletto fino alla fine dell’opera si trasforma  in una sorta di commesso viaggiatore (sempre con valigia appresso per sicurezza, mai gli venisse richiesta una prestazione all’impronto). Gilda si presenta come una decerebrata mentalmente ritardata uscita da una bacheca di bambole ‘fin de siècle” a indicarne la assoluta mancanza di cervello (sempre donne come bambole, un’ossessione del “regista”). Forse l’unica trovata registica parzialmente valida è quella di collocare la locanda di Sparafucile su uno sgangherato battello fluviale visto che il corpo del Duca (in realtà Gilda) dovrebbe essere buttato alla fine nel fiume. Ora io non voglio più parlare di questa infame “regia” (e poi il teatro si lamenta se viene degradato sul piano nazionale – ma è giusto che questo avvenga) che purtroppo è il controcanto di una gestione dilettantesca (Ezio Bosso incluso!) perché comunque farei un favore al “regista” continuando a considerarlo: costui meriterebbe di fatto solo uno sdegnato silenzio. E al confronto anche la povera regia de Le nozze di Figaro attualmente in programma alla Scala e criticata da pubblico (ripetuti buuh) e critici diventa di valore strehleriano al confronto. Veniamo al cast musicale.  Oggettivamente di valore medio-alto anche se non stratosferico. Sopra tutti il duca di Mantova Celso Albelo un tenore dal timbro possente, in grado di modulare tutti i registri ma che purtroppo sforza nell’acuto.  Una prova comunque di qualità. Un giudizio simile per la Gilda di Irina Lungu che nelle arie chiave e nel duetto del primo atto con Rigoletto trova sempre il registro giusto (soprattutto nell’agilità) con il difetto di sforzare anch’essa negli acuti. Quanto al Rigoletto di Marco Caria, dopo un primo atto discutibile trova nel secondo e nell’ultimo atto i toni giusti. Piuttosto scadente lo Sparafucile di Antonio di Matteo e nella norma la Maddalena di Rossana Rinaldi. Durante la rappresentazione mi sono ripetutamente ricordato della splendida edizione bolognese del 1990 con June Anderson: qui siamo distanti anni luce. Successo controverso con una prevalenza di applausi (ma si sa: la clacque svolge diligentemente e rumorosamente il proprio mestiere alle prime) e buuh che provengono non solo dal loggione ma anche dalla platea (io) nello sconcerto di un pubblico ingessato, tradizionalista e conformista ma quando ce vo’ ce vo’.
Sad
Cast
Rigoletto
Marco Caria
Il duca di Mantova
Celso Albelo
Gilda
Irina Lungu
Sparafucile
Antonio Di Matteo
Maddalena
Rossana Rinaldi
Giovanna
Beste Kalender
Il Conte Monterone
Andrea Patucelli
Marullo
Raffaele Pisani
Matteo Borsa
Pietro Picone
Il conte di Ceprano
Hugo Laporte
La contessa di Ceprano
Marianna Mennitti
Un usciere
Michele Castagnaro
Un paggio
Marianna Mennitti
Direttore
Renato Palumbo
Regia
Alessio Pizzech
Scene
Davide Amadei
Costumi
Carla Ricotti
Luci
Claudio Schmid
Movimenti scenici
Isa Traversi
Assistente alla regia
Valentina Brunetti
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Rigoletto again- 9 Novembre 2016

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Un breve commento aggiuntivo. Secondo il critico di Repubblica Baccolini chi ha contestato il Rigoletto bolognese è di fatto un vecchio bacchettone orfano di gobba etc. etc. Palle! Io ho fatto parte dei contestatori non perchè sono un vecchio bacchettone ma solo perchè una regia è bella o brutta e questa, semplicemente, era brutta, pretenziosa e noiosa. Ho assistito a tutto nel mondo, a scenografie moderne e a scenografie classiche e per ognuna ho espresso un parere semplice: bella o brutta. Un esempio: l’ultimo “Così fan tutte’ alla Scala in chiave moderna era bello, le ultime “Le nozze di Figaro” di tipo tradizionale sono brutte. E così via. Prima di affibbiare cartellini di incompetenza o di nostalgie conservatrici sarebbe forse meglio riflettere e – magari – assistere attentamente allo spettacolo, fermo restando il diritto di dissentire e di avere opinioni diverse. Absit iniuria verbis…Sad
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Die Zauberflöte – La Scala 12 Settembre 2016

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Cominciamo dai lati positivi: la regia di Peter Stein. Finalmente (ripeto finalmente!) una regia che riporta il Flauto Magico a quella che è la sua intima sostanza: una favola con vari lati istrionici (Monostato, Papageno) unitamente a una valorizzazione delle più alte doti umane. Sia chiaro: il riferimento alla massoneria e ai suoi ideali è indubitabile ma non può essere l’unica chiave interpretativa dell’opera, rendendola un racconto funereo nel quale i personaggi più strampalati sono vissuti come un’aggiunta da sistemare con il minimo risalto. Con Stein si ritorna, insomma, a una visione quale probabilmente era quella di Schikaneder e di Mozart (visto anche il posto nel quale ebbe luogo la prima rappresentazione). Ma con i lati positivi ci fermiamo qui. All’estremo opposto la regina della notte di Yasmin Özkan. In tutti i registri sforza vistosamente con notevoli difetti di intonazione fino a strillare letteralmente nei sopracuti. Una performance assolutamente al di sotto del minimo sindacale naturalmente applaudita da un pubblico ignorante che gode della musica (giustamente) e non capisce nulla dello scempio condotto dal “soprano”. Nel cast svetta certamente il Sarastro di Martin Summer, voce calda e possente, perfettamente a suo agio nella parte. Peccato che sia vestito come il califfo Al-Baghdadi con l’unica differenza che la veste è bianca anziché nera. Papageno (Till Von Orlowsky) è più da apprezzare per l’agilità da ballerino ma con un eccesso di latri istrionici che alla fine risultano stucchevoli. Vocalmente sopra la sufficienza. Buone le prove di Tamino (Martin Piskorski, a parte una stecca clamorosa) e di Pamina (Fatma Said) che ha una bella voce e interpreta molto bene l’aria dell’abbandono.  Monostato (Sascha Emanuel Krame) nella norma anche se la regia gli impone un eccesso di istrionismo mentre molto brave sono le dame e accettabili (non eccezionali) i tre bambini. Orchestra con molte sbavature diretta spesso (e in particolare nell’introduzione dell’ouverture) in modo fiacco e troppo lento. In totale: uno spettacolo molto al disotto degli standard della Scala che ha fra l’altro “dimenticato” di accendere il condizionamento obbligando gli spettatori di sesso maschile correttamente vestiti con giacca e cravatta a una sauna di difficile sopportazione.

Sad

Cast

Direttore Ádám Fischer
Regia Peter Stein
Scene Ferdinand Wögerbauer
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Joachim Barth
Drei Knaben Solisti dei Wiltener Sängerknaben, Innsbruck: Moritz Plieger, Clemens Schmidt e Raphael Eysmair

Maestro del coro: Johannes Stecher

CAST

Papageno Till Von Orlowsky
Tamino Martin Piskorski
Pamina Fatma Said
Regina della notte Yasmin Özkan
Sarastro Martin Summer
Monostato Sascha Emanuel Kramer
Prima Dama Elissa Huber
Seconda Dama Kristin Sveinsdottír
Terza Dama Mareike Jankowski
Papagena Theresa Zisser
Primo sacerdote Philipp Jekal
Secondo sacerdote Thomas Huber
I uomo in armatura Francesco Castoro
II uomo in armatura Victor Sporyshev
Tre schiavi Marcel Herrnsdorf

Tenzin Chonev Kolsch

Thomas Prenn

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