Operistica, Recensioni

Così fan tutte – Opéra Garnier Parigi 30 Settembre 2017

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In un teatro che seppure costruito verso la fine dell’800 ha un’architettura pesantemente barocca simile a quella della Komische Oper di Berlino, ridondante di ori  e statue e di un gusto decisamente discutibile, la scenografia dell’opera consiste di un palcoscenico vuoto tutto bianco con alcune “quinte” in vetro trasparente che rimane tale per tutta la durata dell’opera. È vero che anche la Francia non se la spassa troppo bene economicamente ma qui siamo in presenza di un’impostazione registica pretenziosa e noiosa dove mancano anche i costumi talché è difficile capire in cosa consista il travestimento dei protagonisti.
Tutto è quindi lasciato al libretto e alla gestualità senza oggetti, persino i bicchieri del “tosco”o il contratto nuziale, che quindi non trovano alcun riscontro nell’impianto scenico: insomma si potrebbe suggerire di eseguire l’opera in forma di oratorio! Ma il regista e lo scenografo “creativi” cosa ti inventano? Il “doppio” dei personaggi, un escamotage che era già frusto al tempo di Artaud! Con un aspetto peggiorativo: questi “doppioni” che dovrebbero esprimere gli stati d’animo dei personaggi si agitano come forsennati, correndo per il palcoscenico senza alcuna logica e – di fatto – creando una confusione il cui significato sfugge – quantomeno al sottoscritto – nonostante il tentativo di giustificarlo nel programma di sala con quel linguaggio da sesto grado che nasconde quasi sempre il nulla. E nelle mossettine di Despina c’è un eccesso istrionico che ammicca alla sala mentre alcuni gesti di natura sessuale dei protagonisti stonano nel contesto di una vicenda tutta giocata su un registro lieve e ironico. Certo, abbiamo visto di peggio ma anche tanto di meglio ricordando anche la famosa regia di Strehler alla Scala. Molto meglio l’opera dal punto di vista musicale. Sopra tutti la prestazione di Jacquelyn Wagner nel ruolo di Fiordiligi ma l’intera compagnia di canto è da lodare e altrettanto dicasi dell’orchestra che salvano uno spettacolo altrimenti destinato a un clamoroso fiasco. Successo di pubblico (come inevitabile con le opere mozartiane che salvano comunque i disastri registici).

PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Music
Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto
Lorenzo Da Ponte
In Italian
Conductor
Philippe Jordan
Director
Anne Teresa De Keersmaeker
Fiordiligi
Jacquelyn Wagner

Dorabella
Michèle Losier

Ferrando
Cyrille Dubois
Guglielmo
Philippe Sly

Don Alfonso
Paulo Szot

Despina
Ginger Costa-Jackson

Set design
Jan Versweyveld
Costume design
An D’Huys
Lighting design
Jan Versweyveld
Dramaturgy
Jan Vandenhouwe
Chorus master
Alessandro Di Stefano
Orchestre et Chœurs de l’Opéra national de Paris
Avec les danseurs de la Compagnie Rosas

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Cameristica, Recensioni

Elena Nefedova – Circolo della Musica Bologna 23 Settembre 2017

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Elena Nefedova è pianista russa che dopo avere vinto alcuni concorsi studia ancora a Roma. E’ dotata di ottima tecnica e notevole sensibilità musicale. Di impostazione molto quadrata (difforme dalla tipica impostazione slava) ha eseguito i brani in programma con grande sicurezza seppure talvolta con una rigidità un po’ scolastica. Ad esempio nei brani di  Čajkovskij (di struttura bipartita A-B-A dove la terza parte è di fatto la ripetizione della prima parte) sarebbe stata auspicabile un po’ di variazione  dell’impostazione interpretativa proprio della terza parte che è venuta invece a mancare. Molto buona dal punto di vista tecnico e musicale l’interpretazione della sonata  di  Prokof’ev,  un brano ancora giovanile del compositore russo nel quale si individua la ricerca di uno stile personale non ancora sviluppato. Un bis. Prima dei due brani in programma una brevissima introduzione in un italiano eccellente che le ha fatto perdonare (dal  mio punto di vista..) le introduzioni stesse. Un plauso quindi per una ancora giovane pianista che promette molto bene. Mi permetto di sollevare qualche perplessità per l’organizzazione del concerto. L’inizio alle 21.15 è inconsueto e in contrasto con l’andamento corrente che vede le 20.30 come standard. Ma poi è indispensabile  che l’intervallo duri i canonici 15 minuti e non i 25  del concerto in questione.
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Happy
Programma
P.I.Čajkovskij Le stagioni op. 37 bis
S. Prokof’ev  Sonata n.2 op.14

 


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Operistica, Recensioni

Tamerlano – La Scala 22 Settembre 2017

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Rivaleggiando con Wagner quanto a lunghezza (4 ore e mezza con 2 intervalli da 25  minuti l’uno) l’opera di Händel si  classifica come una delle più belle del periodo barocco se naturalmente si prescinde dall’inconsistenza del libretto. Belle arie, presenza  nel finale di duetti (naturalmente nello stile responsoriale del barocco) e bei brani di sola formazione orchestrale. Ma quello che certamente è da applaudire senza riserva in questa edizione sono la regia e la scenografia. Il trasporto dell’opera nell’ultimo periodo dell’impero ottomano (con Tamerlano vestito come Stalin) non toglie nulla all’impianto e risulta perfettamente aderente al contenuto del libretto. Siamo ben lontani da quelle forzature che le regie “creative” così spesso ci infliggono: qui tutto torna e lo spettacolo è assolutamente godibile.  Il tutto corroborato da scene ricche di particolari e di grande inventiva, come nel primo atto che si svolge davanti e dentro una carrozza ferroviaria  “fin de siècle” (diciannovesimo..). Niente minimalismi ma ampie scene in cui la macchina teatrale offre il meglio che l’inventiva e la tecnologia possano offrire. Un plauso alla piccola orchestra che viene sottoposta a un vero “tour de force”, diretta con energia da Diego Fasolis. In scena il vecchio leone Domingo nel ruolo di Bajazet, l’imperatore ottomano sconfitto dai tartari guidati da Tamerlano, che offre una prova di come gli anni non incidano sui grandi artisti. Tutta la compagine vocale è degna di plauso in una performance che mette a dura prova l’ “agilità” dei cantanti. Sopra tutti l’Andronico di Franco Fagioli e da sottolineare l’esecuzione di Marianne Crebassa nella parte non primaria di Irene. Purtroppo va segnalata una grave pecca organizzativa della Scala: fare iniziare un opera di questa lunghezza alle 8 di sera vuol dire farla finire alle 24.30, quando la metropolitana ha terminato le sue corse e i taxi – nella settimana della moda – sono un miraggio. All’estero le opere terminano sempre in modo che gli spettatori possano fruire dei mezzi pubblici per ritornare a casa. Il Tamerlano avrebbe dovuto iniziare al massimo alle 19: per il motivo succitato il terzo atto ha visto la defezione di molti spettatori e fa specie che la sensibilità in fatto di orari non faccia parte del bagaglio culturale del sovrintendete, che fra l’altro proviene da un paese dove il rispetto degli orari è un must. Speriamo che un errore di questa portata non si ripeta.
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Conductor Diego Fasolis
Staging Davide Livermore
Sets Davide Livermore and Giò Forma
Costumes Mariana Fracasso
Lighting Designer Antonio Castro
Video Videomakers d-Wok

CAST

Tamerlano Bejun Mehta
Bajazet Plácido Domingo (12, 19, 22, 25, 27 sett.)
Asteria Maria Grazia Schiavo
Andronico Franco Fagioli
Irene Marianne Crebassa
Leone Christian Senn

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Operistica, Recensioni

Hänsel e Gretel – La Scala 21 Settembre 2017

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Un gioiellino, questo Hänsel e Gretel, un’opera di repertorio nei paesi di lingua tedesca e nell’Italia conservatrice raramente rappresentata, un po’ come il Fledermaus  di Johann Strauss, una favola messa in musica con grande sensibilità da Engelbert Humperdink e messa in scena alla Scala rispettando in pieno lo spirito del testo. Se favola è, favola sia e quindi i costumi e le scene rappresentano un mondo fatato e fanciullesco dove solo un vago accenno alla realtà  è concesso all’inizio e alla fine ma in modo velato e rispettoso. E l’omino della sabbia, l’omino della rugiada, i bambini di marzapane e infine la strega sono rappresentati come nell’immaginario dei bambini grazie ai bellissimi costumi di fantasia (in particolare la lumaca che si avvicina ai fanciulli dormienti). Niente a che fare con le scenografie “creative” che sovrappongono al racconto dei fratelli Grimm (piuttosto pauroso nella versione originale come in tutte le loro favole – non per niente sono entrate ormai nel dimenticatoio in nome di una pedagogia buonista) interpretazioni didascaliche e artificiose nel tentativo, sempre fallito, di estrarre da una favola un significato sociologico. Qui i bambini sono bambini, la strega è grottesca, il suo castello (bellissimi i giochi di luce che ne alterano via via le caratteristiche) è fatto di leccornie etc. Insomma uno spettacolo godibilissimo e un plauso al regista Sven-Eric Bechtolf e  alla scenografia di  Julian Crouch. Il tutto ben diretto da Marc Albrecht. Quanto alle voci, svetta certamente la Gretel di Francesca Manzo, voce duttile e capace di rappresentare in modo vivace la sensibilità fanciullesca della protagonista. Ma anche tutte le altre voci risultano di ottima qualità. Uno spettacolo all’altezza dei migliori della Scala e una ventata di aria fresca in un panorama troppo spesso velleitario e incupito (si pensi solo al vergognoso  Die Entführung aus dem Serail  del teatro comunale di Bologna).  
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Direttore
Marc Albrecht
Regia
Sven-Eric Bechtolf
Scene
Julian Crouch
Costumi
Kevin Pollard
Luci
Marco Filibeck
Video Designer
Joshua Higgason
CAST
Hänsel
Anna Doris Capitelli
Gretel
Francesca Manzo
Peter
Gustavo Castillo
Gertrud
Chiara Isotton
Knusperhexe
Mareike Jankowski
Taumännchen
Céline Mellon
Sandmännchen
Enkeleda Kamani

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Sani & Co.- Bologna comunale 20 Settembre 2017

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La stampa cittadina di Bologna riporta con dovizia di particolari le dichiarazioni “bipartisan”in consiglio comunale contro il sovrintendente Sani e la sua gestione dopo l’ennesima riduzione dei fondi ministeriali e nonostante la recente iniezione di fondi  da parte del comune per ripianare il deficit di bilancio che, se non azzerato porterebbe, al declassamento del teatro con tutte le conseguenze che ne derivano. In questa vicenda bisogna essere chiari: il deficit non è solo della gestione Sani ma viene da lontano, da una politica del teatro che negli anni ha vissuto sulla convinzione che prima o poi qualche pantalone avrebbe pagato. Ora, semplicemente, non è più così. Ma Sani ci ha messo del suo con delle scelte sgangherate (si veda ad esempio “Qui non c’è perché” oppure “Il colore giallo” oppure il vergognoso “Ratto dal Serraglio” della presente stagione) che nel cartellone 2018 sono sparite sbandando poi dall’altra parte, con una programmazione che definire banale sarebbe persino un complimento (v. il post Stagione d’opera  – Teatro comunale Bologna 12 Settembre 2017)  e con la incapacità di attrarre sponsors di peso. Ora corre voce che lo scettro sia destinato a passare al direttore generale Macciardi come se quest’ultimo non fosse inevitabilmente corresponsabile della situazione. E la cosa è ancora più grave se si considera il comitato di indirizzo, un comitato formato nella  maggioranza da persone che con la musica hanno lo stesso rapporto che io ho con il dialetto dell’isola di Bali e che non è stato assolutamente in grado di incidere seriamente e positivamente sulla vita del teatro.  Un teatro che ha bisogno di un profondissimo rinnovamento, di un sovrintendente che a differenza dell’attuale sia impegnato a tempo pieno in teatro, di persone competenti in tutti gli organi, i cui membri attuali, se fossero seri, a fronte dell’attuale disastro dovrebbero avere un sussulto di dignità rassegnando le dimissioni (un istituto visto con orrore in Italia). Non sono ottimista, nonostante le dichiarazioni di Macciardi che paiono più un “wishful thinking” operato ad arte che una solida realtà e forse è ormai troppo tardi (nonostante che anche da questo blog fossero partite proposte che non sono state neppure prese in considerazione). Ma anche i segni hanno il loro peso e un totale rinnovamento sarebbe l’indicazione della volontà di cambiare che potrebbe avere positive ricadute. Quello che non è accettabile è la politica del “wait and see” in una sorta di messianica attesa di tempi migliori. Ma questo richiederebbe un interesse non sporadico verso questa importante istituzione bolognese che francamente non appare all’orizzonte.
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Cameristica, Recensioni

Stockhausen dieci anni dopo – Oratorio S.Filippo Neri Bologna 18 Settembre 2017

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Esiste una chiara differenza a livello della definizione  fisica fra rumore e musica e si basa sulla coerenza della emissione sonora. Udendo il brano di Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica ho avuto la certezza di trovarmi in presenza di rumore e non di musica. Ora nulla di grave: ci sono rumori piacevoli (ad esempio quello del mare) e rumori sgradevoli. Il brano del compositore tedesco rientra a pieno titolo in questa seconda categoria e ha anche il drammatico difetto di essere prolisso e ripetitivo. Ascoltandolo ho perfettamente capito cosa intendeva Fantozzi alla proiezione della Corazzata Potemkin e non mi importa se musicologi (spesso “fai da te”) si beano per 30 minuti e ritengono le mie considerazioni frutto di ignoranza redatte da un reazionario. Il brano è semplicemente una vera schifezza e non per niente è stata la sua prima (e si spera ultima) esecuzione bolognese. A mio parere si tratta di una truffa musicale (pardon, “rumorale”) ammantata di presunzione e supponenza. Non diversa è la mia valutazione dell’altro brano di Stockhausen Klavierstück n.12 per pianoforte solo nonostante la sforzo vocale e articolare della pianista Benelli Mosell. Diversi sono invece i casi delle altre composizioni della serata – in particolare i bellissimi e rarefatti Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (brani spesso eseguiti dal Pollini dei tempi migliori) – che rappresentano in modo interessante l’evoluzione della composizione moderna e che riflettono certamente il mondo che ci circonda con la sua complessità come molti dei quadri contemporanei. In questo contesto una valutazione degli interpreti è difficile ma di certo va sottolineata una loro buona qualità e buona volontà, fatta eccezione per l’ultimo brano in programma. Nessun bis: chissà perché….
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Michele Marelli corno di bassetto, clarinetto basso
Vanessa Benelli Mosell pianoforte
Andrea Rebaudengo pianoforte
Simone Beneventi percussione 
Paola Perrucci arpa
Alvise Vidolin regia del suono
 Programma
Stefano Gervasoni  Prima traccia per corno di bassetto e live electronics*
Karlheinz Stockhausen Harmonien per clarinetto basso (2006) da Klang – 5a ora  durata 15’,  Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (1952) durata 8, Klavierstück n.12 per pianoforte solo (1983) durata 22’
Gilberto Cappelli  Un giardino per Annamaria per arpa amplificata*
Karlheinz Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica (1958-60) durata 35’

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Commenti, Operistica

Stagione d’opera – Teatro comunale Bologna 12 Settembre 2017

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Difficile fare un commento positivo sulla stagione d’opera 2018 proposta dal teatro comunale. Abbondano i titoli riproposti costantemente (strizzando quindi l’occhio a quel pubblico conservatore che la direzione ritiene sia la garanzia della continuità degli abbonamenti). Chi troviamo? Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, Mozart… Neppure un titolo wagneriano (con tutta la tradizione bolognese) e nessun autore – non necessariamente senza senso come quello di “Qui non c’è perché” –  ma un po’ meno consueto? Un Weber, ad esempio – da quanti anni non viene rappresentato il Freischutz oppure l’Oberon? – , oppure un Berlioz – La damnation de Faust Le Troyens – o un Saint Saens – Sanson e Dalila – – un Händel, un Berg… Niente di tutto questo. E i titoli degli autori consueti sono i più consueti: Don Carlo, Don Giovanni, Bohème etc. Nulla da ridire sulla qualità di queste opere ma il senso di noia a riascoltarle sempre è inevitabile. Naturalmente per variare il programma servirebbero persone all’altezza della situazione che sapessero proporre una combinazione di titoli “sicuri” con altri, magari degli stessi autori, ma meno rappresentati, eventualmente mutuando le scenografie da altri teatri per risparmiare. Niente di tutto questo. Un cartellone che al confronto con altri teatri d’opera (non cito La Scala – stratosferico – , ma il Regio di Torino, La Fenice di Venezia etc.) fa veramente la figura della cenerentola, senza la fatina che nel finale salva il risultato. Nulla di nuovo e non previsto ma possibile che non capiti mai di essere positivamente sorpresi?
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Giovanni Gnocchi – Rovigo 5 Settembre 2017

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Il Rovigo Cello City è una meritevole rassegna violoncellistica che si tiene nella città veneta all’inizio di Settembre e che accoppia concerti con master classes. Un tributo doveroso a uno strumento tanto bello quanto trascurato sia dalla letteratura musicale che dalle sale da concerto (e così poco capito che un mio vicino di posto a una rassegna bolognese quando ha scoperto che Brunello avrebbe tenuto due concerti di violoncello solo anche quest’anno ha solennemente dichiarato che sarebbe rimasto a casa….). Ovviamente è chiaro che la ridotta letteratura dello strumento e la sua introduzione tardiva a livello concertistico dopo un lungo passato come strumento di appoggio (“basso continuo” per intenderci) ha contribuito a questa situazione ma è anche vero che oggi ci sono grandi interpreti e che la musica per violoncello ha brani di grandissima levatura. Un plauso quindi alla città di Rovigo per un’iniziativa coraggiosa: purtroppo per impegni pregressi ho potuto partecipare solo a questo concerto. Giovanni Gnocchi è stato laureato ai concorsi violoncellistici Primavera di Praga, Antonio Janigro di Zagabria e vincitore del Concorso “F. J. Haydn” di Vienna e ha alle spalle una carriera internazionale di tutto rispetto. Dotato di grandissima tecnica (esibita soprattutto nel la funambolica sonata di Kodàly che prevede anche l’abbassamento di un semitono della 3a e 4a corda per ampliare l’estensione dello strumento) ha tenuto il suo concerto in un ambiente perfetto, la chiesa di S.Spirito di Rovigo, una piccola sala (piena in tutti i posti) priva di riverbero e adatta ad esaltare le caratteristiche dello strumento.  Più discutibile l’interpretazione dei primi due brani barocchi nei quali un eccesso di variazioni ritmiche ha leggermente snaturato l’impianto rigoroso della partitura. Grande e meritato successo di pubblico per un concerto di alta qualità. Due bis (dopo avere riaccordato lo strumento!). 
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Programma
D. Gabrielli Ricercare n.6
J. S. Bach Suite n. 1
Z .Kodály Sonata per violoncello solo 

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Recensioni, Sinfonica

Ticciati Tezlaff SNO – Prom RAH Londra 15 Agosto 2017

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Assistere a un concerto delle PROMs alla Royal Albert Hall è un evento che a prima vista può far storcere il naso a uno spettatore abituato ai riti delle sale più tradizionali. Nell’immensa arena gli spettatori al centro stanno in piedi (i biglietti costano solo 10 sterline) si muovono e addirittura in certi casi si portano un picnic. Il tutto però senza disturbare il concerto e gli altri spettatori che negli altri ordini di posti sono comodamente seduti. La RAH è una struttura che in passato ha persino ospitato incontri di boxe e nella quale oggi si tengono anche concerti rock: una arena multifuzione appunto che proprio per la sua collocazione davanti all’Albert Memorial (uno dei monumenti più kitch che io abbia mai visto) è l’epitome dei fasti imperiali inglesi. Ma veniamo al concerto. Ticciati (in questo caso alla guida della Scottish National Orchestra) è un giovane direttore oggi sulla cresta dell’onda in UK (ha diretto anche a Glyndebourne – con grande successo di critica  – “La clemenza di Tito”) che ha nella sua esuberanza la caratteristica migliore ma anche il suo limite. Ottima la sua direzione dell’Ouverture tragica di Brahms mentre discutibile è stata quella della “Renana” dove i tempi troppo tirati hanno compresso la grandiosità del primo e ultimo tempo. Perfetta invece la direzione del quarto tempo nel quale alcune sonorità Schumanniane ricordano quelle del suo grande antagonista Wagner. Quanto al concerto di Berg (e al violinista Tazleff, anch’esso molto osannato in UK e reduce da vari concerti al festival di Edinburgo) il giudizio è viziato dal fatto che il suono del violino si perde nell’immensa sala anche perchè lo spartito è denso di sonorità soffuse. Una esecuzione probabilmente di qualità che forse hanno potuto meglio apprezzare gli ascoltatori di BBC radio 3, dal momento che il concerto è stato trasmesso in diretta in radio come tutti quelli delle PROMs. Il brano di Larcher (prima esecuzione assoluta) mi è apparso poco interessante nonostante l’uso di strumenti inconsueti come il sassofono basso e persino lo strofinio dell’archetto del contrabasso su una sfera di alluminio. Mah….
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Programma

Johannes Brahms  Tragic Overture
Alban Berg Violin Concerto
Thomas Larcher Nocturne – Insomnia
Robert Schumann Symphony No 3 in E flat major ‘Rhenish


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Operistica, Recensioni

La clemenza di Tito – Glyndebourne 6 Agosto 2017

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Composta tre mesi prima della morte La clemenza di Tito intende celebrare la ascesa al trono dell’imperatore Leopoldo II a re di Boemia. In puro stile di Glyndebourne lo spartito viene diviso in due atti della durata approssimativa di un’ora ciascuno con i necessari tagli che in un’opera agiografica non risultano fastidiosi. Il rapporto di amicizia fra Tito e Sesto, alla base del libretto, è inizialmente rappresentato da un filmato (poi ripreso più volte nel corso della rappresentazione) in cui i due protagonisti sono ripresi nella loro infanzia. La scenografia è su due livelli: in basso il mondo reale, in alto quello del trono e dell’imperatore. Tutto il dramma si svolge ovviamente nella parte bassa in mezzo a un campo apparentemente cosparso di ciuffi di grano di difficile interpretazione concettuale.
 
L’opera, diretta ottimamente da Robin Ticciati si avvale dell’ottima regia di Claus Guth e alterna arie di grande livello (come quella di Sesto nel primo atto) a momenti più convenzionali pur mantenendo comunque sempre l’alta qualità Mozartiana. Alice Coote come Vitellia, dopo un inizio non felice, esprime tutto il suo potenziale nella grande aria finale della confessione. Anna Stéfany come Sesto è certamente la migliore interprete dell’opera, di grande musicalità e a suo agio nei frequenti passi di agilità. Un soprano mozartiano che vorremmo vedere sulle scene italiane. Richard Croft (Tito) offre una buona interpretazione ma purtoppo manca di arte scenica, risultando in vari momenti goffo e convevzionale.
Come sempre l’opera a Glyndebourne è solo una parte dello spettacolo, essendo il picnic  prima e durante l’intervallo parte integrante del “rito”. Il 6 Agosto il tempo era spettacoloso (cosa rara!)  il che ha contibuito a un grande successo di pubblico.

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Cameristica, Recensioni

Braun Mayr – Circolo della musica 19 Luglio 2017

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Un concerto “double bill”  tenuto da due giovanissime vincitrici del concorso Baldi per la categoria “under 20”. Non ho difficoltà a condividere il giudizio ex-aequo della giuria essendo le caratteristiche delle due giovani pianiste sostanzialmente identiche. Solido impianto tecnico (non perfetto ma comunque di alta qualità), aggressività e irruenza giovanile ma una certa carenza di attenzione verso gli aspetti più strettamente artistici sopratutto nei brani più virtuosistici nei quali è mancata l’attenzione verso il significato – che pure esiste – musicale.  Di certo è necessario ad entrambe un percorso di maturazione che è però già presente in molti dei loro coetanei (si pensi ai vincitori dei concorsi Chopin) e quindi quanto mai urgente in un contesto che vede ormai moltissimi giovani dotati delle stesse qualità e nel quale per emergere è necessario quel “quid” che alle due giovani interpreti ancora manca.
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 Susanna Braun
1° premio assoluto ex-aequo (cat. E) al VII concorso Andrea Baldi 2017
Bach Preludio e fuga BWV 866 (libro 1) 
Beethoven Sonata op. 2 No. 3
Chopin Ballata n. 2
Schumann Variazioni Abegg op. 1 
Prokofiev Sonata No. 3
Lydia Mayr
1° premio assoluto ex-aequo (cat. E) al VII concorso Andrea Baldi 2017
Liszt Soirée de Vienne No.6 (Valse caprice d’après Franz Schubert)
Rachmaninov Etude-Tableau Op.39/7  
Prokofiev Sarcasmi Op.17
Liszt Paraprasi su un valzer di Gounod’s dall’opera “Faust”

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Rarefazione – Bologna 18 Luglio 2017

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Con l’arrivo dell’estate gli spettacoli musicali di qualità in città (ma anche altrove se non nei grandi festival) svaniscono come la neve al sole, almeno a Bologna (non a Milano, per esempio). Un po’ come la televisione che ammannisce James Bond o Totò a go-go. Ecco il motivo della rarefazione dei posts di Kurvenal. I miei affezionati lettori (raggiungono ormai l’insperata cifra di 500!) abbiano un po’ di pazienza. Appena ricomincerà l’attività musicale ricomincerà anche quella di Kurvenal.  Buone vacanze a tutti.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Non ci credo – Bologna 14 Luglio 2017

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Avevo per una volta espresso un plauso per il sindaco Merola, presidente del consiglio di indirizzo del teatro comunale (non del cda che non esiste!), per la sua posizione nei confronti della Filarmonica del teatro, una anomalia tutta bolognese, della cui presenza nessuno sente il bisogno, che certamente è stata diretta spesso da direttori di serie B, che ha ripetutamente violato gli impegni presi (primo fra tutti quello relativo alle opere – v. Kyoto) e di cui il sovrintendente Sani (novello “conte zio”, equilibrista del “dico e non dico”) dovrebbe far sapere se i pregressi debiti nei confronti del teatro sono stati saldati (silenzio assoluto). Come la Fenice o l’Idra di Lerna si profila nuovamente, da quanto si apprende dalla stampa, un possibile accordo fra teatro e filarmonica, auspice l’assessore Gambarelli che di musica capisce come il sottoscritto di biologia degli agenti patogeni di Marte, in questo in competizione con il consiglio di indirizzo. Quali obiettivi? Ma certo, l’allargamento della platea degli spettatori, condito come sempre da un pizzico di “sociale” che fa tanto progressista e che serve a cercare consensi presso coloro per i quali la musica si ferma a Orietta Berti. Pare, dico pare, che il sindaco non si sia ancora espresso in materia ma c’è da sperare che per una volta sappia essere coerente e mantenga gli impegni presi a gran voce. Ne va della sua credibilità ma anche dell’immagine del teatro che tenta faticosamente di risalire una china cui tanti incompetenti hanno contribuito. Ma si sa: difficilmente il teatro e la musica classica e operistica sono in cima alle sue priorità e a forza di incrociare le dita mi sono slogato un’intera mano!
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Commenti, Operistica

Teatro Comunale – Bologna 12 Luglio 2017

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Le notizie sulla programmazione della prossima stagione operistica (derivate dalla stampa – purtroppo non ero presente alla conferenza stampa di presentazione per impegni pregressi) danno un quadro ragionevolmente positivo, soprattutto rispetto a situazioni assai peggiori delle precedenti stagioni (si pensi solo al “Colore giallo” e – peggio di tutto – “Qui non c’è perché”).  Naturalmente una cosa è la programmazione e una cosa è la realizzazione. Aspettiamo quindi Settembre con il cartellone completo di nomi e interpreti per un primo giudizio ragionato.
A proposito di organizzazione del teatro, ieri sera, forte del mio abbonamento alle “prime”, mi sono presentato all’ingresso scoprendo che “Traviata” NON era prevista solo per il mio abbonamento ma solo per tutte le altre serate. Quale possa essere la “ratio” di una simile scelta è impossibile ipotizzare se non quella di una mente obnubilata in una notte di nebbia. Ma al di là di questa anomalia qualunque teatro serio avrebbe inviato tempestivamente un avviso agli abbonati riservando loro una prelazione sui posti. Niente di tutto questo. Inutile confrontare questa organizzazione dilettantesca e provinciale con quella della Scala e – ancor meglio – quella della Staatsoper di Berlino di cui sono Mitglieder. Ma si può? Ovviamente profondamente irritato mi sono persino rifiutato di andare al botteghino per cercare un posto.
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Operistica, Recensioni, Sinfonica

Riccardo Muti – Ravenna Festival 8 Luglio 2017

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Qualcuno, non più giovanissimo, ricorda i concerti vocali e strumentali “Martini e Rossi” trasmessi dalla radio negli anni ’50? Ecco questo concerto di stile nazional-popolare per celebrare l’amicizia irano-italiana con tanto di bandiere delle due nazioni (e altre non meglio identificate azzurre), TV e radio in diretta, ne è la fedele copia: un inizio e una fine solo orchestrali e una sequenza slegata di note arie d’opera (solo verdiane in questo caso e strettamente monosex – solo maschili probabilmente in ossequio alla grande nazione iraniana che considera le donne materiale di serie B indegne di esibizioni solistiche) a uso di un pubblico che finalmente si ritrova in partiture conosciute e quindi a proprio agio. Un pubblico da stadio che gremisce il Pala de Andrè in tutti gli ordini di posti con l’aria condizionata che non ce la fa in una giornata caldissima.  Non smetterò mai di stigmatizzare queste operazioni che di culturale non hanno nulla ma servono ad attirare spettatori (paganti) e stupisce (ma forse neanche tanto) che un direttore serio come Muti si presti a questi concerti (ma alla moglie con tutti i guai che ha avuto si può rifiutare?). Ve lo immaginate un Mehta, un Abbado che dirigano un concerto di questo tipo? Amen: la vocazione sempre più nazional-etnico-popolare del Ravenna Festival si concretizza anche in questo e sono lontanissimi i tempi in cui aveva una valenza culturale raffinata che si teneva nel teatro Alighieri e non nel Palasport De Andrè nel quale ci si stupisce di non trovare installati stabilmente i canestri del basket: mancavano solo gli arbitri e i venditori di gassose e brustulli. Tifo da stadio con inevitabili battimani fuori tempo. Orchestra mista con componenti delle due nazioni. Le iraniane impalandranate in tute nere della serie sauna-fai-da-te e scarpe nere basse con velo rosso per le orchestrali e giallo per le coriste (le donne nel coro e in orchestra si può, gentile concessione della grande nazione iraniana). Il contrasto con le italiane nei loro bei vestiti scollati ed eleganti non poteva essere più stridente. Moltitudine di veli neri anche nel pubblico dove mancavano però la simpatica guida suprema Kamenei e il volto allegro e rassicurante di Ajmadinejad (quello che negli USA con bella sicurezza affermava che gli omosessuali in Iran non esistono)… Le voci non erano male (tenore e baritono ok – quest’ultimo con qualche incertezza nell’aria iniziale dei Vespri) ma una direzione discutibile nel bellissimo duetto Rodrigo Carlo del Don Carlo dove i tempi imposti hanno impedito il dispiegarsi del canto, tanto da fare sospettare che la ragione fosse nella  incapacità del duo di sostenere tempi più allargati. E cosa avranno pensato i dirigenti dello stato islamico del finale del duetto “libertà, libertà”? Basta “il resto è noia” o con Don Bartolo  “uffa che noia”!
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Programma 
Giuseppe Verdi
da “I vespri siciliani” sinfonia e aria di Procida “O tu Palermo”
da “Don Carlo” duetto di Don Carlo e Rodrigo “Dio che nell’alma infondere”
da “Simon Boccanegra” aria di Fiesco “A te l’estremo addio… Il lacerato spirito”, aria di Gabriele “Sento avvampar nell’anima”
da “Macbeth” aria di Banco “Studia il passo o mio figlio… Come dal ciel precipita”, coro “Patria oppressa”, aria di Macduff “Ah, la paterna mano”, coro “La patria tradita”, aria di Macbeth “Pietà, rispetto, amore”, battaglia, Inno di vittoria – Finale
da “La forza del destino” sinfonia

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Alexandr Kobrin- Bologna Pianofortissimo 6 Luglio 2017

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Alexandr Kobrin è un pianista non più giovanissimo (37 anni), stakanovista dei concorsi internazionali: primo premio al Busoni 1999 e Van Cliburn 2005, terzo allo Chopin del 2000 oltre ad altri concorsi (sull’inflazione dei concorsi pianistici sarebbe necessaria una riflessione – ormai credo che fra importanti, meno importanti, regionali, locali e dopolavoristici ce ne sia almeno uno al giorno e non c’è pianista che non si possa fregiare della vittoria a un concorso, magari quello di Mohabit, quartiere degradato di Berlino, se esiste). Ovviamente non è il caso di Kobrin vittorioso in concorsi di primaria importanza. Eppure la sua carriera non sembra essere decollata proporzionalmente a questi successi, cosa che succede non infrequentemente, visto che il successo è certamente basato sui concorsi (ma non solo – vedi il caso di Volodov) ma soprattutto sulle case discografiche e sulle agenzie artistiche internazionali. Kobrin è dotato di una buona, non eccelsa tecnica, e una significativa musicalità ma ha il limite di voler dare uno specifico significato a ogni singola nota o piccolo episodio musicale, il che frammenta il discorso interpretativo che invece necessita di una continuità in cui individuare il significato globale del brano eseguito. Il concerto inizia con le celebri non trascendentali variazioni di Haydn, eseguite con aderenza allo stile se si eccettua l’esposizione del tema, troppo lento (l’eccesso di lentezza è caratteristica del pianista russo) e troppo romanticheggiante. Le stesse carenze (ma anche gli stessi pregi) si riscontrano nell’esecuzione dell’op. 101 di Beethoven dove però nell’ultimo tempo – specialmente nella fuga – emergono incertezze tecniche inaspettate. Purtroppo gli stessi limiti si riscontrano negli studi sinfonici di Schumann, dove ad esempio nella seconda variazione il ribattuto della mano sinistra non si percepisce, così come accade nella quinta variazione, tanto che verrebbe da dubitare che gli scappamenti del pianoforte abbiano dei gravi limiti. Kobrin non rifugge anche da quello che si potrebbe chiamare “mestiere” ovvero trova il modo di rallentare nei passaggi più impegnativi come nella settima variazione (o studio che chiamar si voglia). Molto arbitraria la scelta delle variazioni postume inserite qua e là nel corpo degli studi ufficiali (ma ovviamente qui la scelta è dell’esecutore) e non eseguite integralmente. Qualche arcaicismo nell’ultima variazione dove la ripresa del tema segue la prima versione degli studi. Insomma un pianista russo di ottime ma non eccelse qualità che giustificano la sua non strepitosa carriera. Due bis: una brano dalle Kinderszenen di Schumann (Der Dichter spricht) e La fille aux cheveux de lin dai preludi di Debussy.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Haydn Variazioni in fa minore HOB XVII 6
Beethoven sonata n. 28  op. 101  in la maggionre
Schumann Studi  op. 13  sinfonici  con variazioni postume

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Operistica, Recensioni

Die Entführung aus dem Serail – La Scala 1 Luglio 2017

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Cinquanta ma certo non li dimostra! Dopo un Ratto scandaloso  alla Deutsche Oper e  la vergognosa edizione del Ratto a Bologna, che rimarrà negli annali come una macchia indelebile nella storia del teatro, grazie alle scelte scellerate del sovrintendente,  vedere questa edizione (la terza per me in un anno) è come rinascere. Qui tutto è semplicemente perfetto. Il ratto è una favoletta che si inserisce come prima della classe nella serie delle turqueries che tante opere hanno ispirato nel XVIII e XIX secolo, certamente priva di intenti didascalici ma non senza una sua giocosa celebrazione di quegli ideali illuministici che hanno nella libertà di scelta uno dei propri pilastri. Qui il turco (il pasha) non è lo sciocco delle opere di Rossini ma il rappresentante di una cultura diversa ma che ha al suo interno quegli elementi di nobiltà d’animo che sono al fondamento della civile convivenza. Altro che l’ISIS dell0 sventurato regista dell’edizione bolognese (e il modo ancor m’offende…).  E ne è ulteriore elemento di fede proprio la figura caricaturale di Osmin messa alla berlina da Mozart (con il libretto di Christoph Friedrich Bretzner – rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie junior che presenta un tedesco molto più agile e libero di quello che oggi le regole dei Germanisten impongono), figura di turco sciocco, reazionario e integralista che alla fine, naturalmente, viene beffato e ridicolizzato dalla saggezza del pasha (da un turco e non – come nelle opere rossiniane – da protagonisti europei!). Ma ciò che rende la presente riedizione eccezionale è la freschezza dell’impostazione, una visione di teatro nel teatro,  l’equilibrato dosaggio di forme caricaturali e impostazioni seriose, con i personaggi che cantano per lo più in controluce sul proscenio come ombre cinesi e infine la presenza di intermezzi ludici che però non scadono mai nel triviale. Strehler e Damiani sapevano il fatto loro: altro che i nuovi registi “creativi” che ci ammanniscono regie velleitarie e insopportabili con forzature che giungono persino a stravolgere il libretto – come nel caso bolognese – pur di cercare di dare un minimo di senso (non raggiunto) all’impostazione.

 

Qui i personaggi vestono i panni settecenteschi del periodo (bellissimi anche i costumi) con un Osmin che pare tratto in modo caricaturale dai dipinti dell’epoca, naturalmente grasso e impacciato a fronte della nobiltà di vestiario del pasha e dei costumi adeguati al ruolo di Berlmonte, Konstanze, Pedrillo e Blonde.  Citare le singole scene e i loro meriti sarebbe inutile: la macchina teatrale è perfetta e l’azione si svolge con equilibrio e grande soddisfazione del pubblico. Naturalmente una grande edizione operistica richiede interpreti di adeguato livello. Il più che ottuagenario Mehta (anche lui ottanta ma non li dimostra!) guida con grande precisione e equilibrio l’orchestra, da consumato esperto della materia,  sostenendo sempre con maestria i cantanti e ricavando dall’orchestra il meglio che può esprimere. Ottima anche la compagnia di canto. Sopra tutti la Blonde di Sabine Devieilhe, voce freschissima, ottima agilità, eccezionale capacità di sostenere pianissimi negli acuti e consumata arte scenica: un soprano che
speriamo di rivedere presto  sulle nostre scene e che ottiene dal pubblico l’applauso più convinto. Ottima anche la prestazione di Lenneke Ruiten nella parte di Konstanze. Nella grande e difficilissima aria Martern aller Arten dà grande prova di sé con l’unica leggera pecca di sforzare leggermente negli acuti; la sua interpretazione del personaggio è comunque di altissimo livello. Ottime anche le voci maschili con una leggera prevalenza del Pedrillo di  Maximilian Schmitt. Grande successo di pubblico (in larga parte straniero) e degna celebrazione di un grande teatro internazionale. Avercene!

 

CAST
Konstanze
Lenneke Ruiten
Blonde
Sabine Devieilhe
Belmonte
Mauro Peter
Pedrillo
Maximilian Schmitt
Osmin
Tobias Kehrer
Selim
Cornelius Obonya
Servo Muto
Marco Merlini
Direttore
Zubin Mehta
Regia
Giorgio Strehler
ripresa da Mattia Testi
Scene e costumi
Luciano Damiani
Scene riprese da Carla Ceravolo
Costumi ripresi da Sybille Ulsamer
Luci
Marco Filibeck

A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questoGrazie anticipatamente.
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Recensioni, Sinfonica

Valcuha Fray – Ravenna Festival 30 Giugno 2017

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David Fray è un ovvio frequentatore del Ravenna Festival e nel concerto di ieri sera ha eseguito il concerto di Schumann, uno dei pezzi per pianoforte e orchestra più famosi dell’intero repertorio. Diciamo subito che non è stata un’esecuzione entusiasmante sotto ogni profilo. Fray si attarda in modo colpevolmente languido nelle parti cantabili e affretta eccessivamente in quelle più brillanti creando un contrasto che non sottolinea la partitura ma la frammenta togliendo quella caratteristica di continuità che tanta importanza ha in Schumann.  E purtroppo anche tecnicamente il concerto ha sofferto di non poche incertezze, soprattutto nell’ultimo tempo, dando luogo a una prestazione molto, ma molto discutibile. Avevamo sentito Fray ai “talenti” del Bologna Festival e l’impressione era stata migliore. La sensazione è di uno scadimento che vogliamo sperare temporaneo. Diversa è invece la valutazione della direzione di Valcuha che ha reso in modo egregio la famosissima sinfonia della Alpi di Strauss. Qui la varietà delle diverse parti (la sinfonia è una specie di resoconto di una ascensione) è stata resa con grande precisione e laddove necessaria con la dovuta enfasi. Un’esecuzione forse non memorabile ma di ottima qualità. Il concerto in un certo senso è lo specchio del Ravenna Festival decaduto a fesa nazional-popolare con “di tutto un po’”, ottimo per un pubblico eterogeneo ma ben distante dalla qualità dei primi anni.  Peccato.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Robert Schumann Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54
Richard Strauss “Eine Alpensinfonie”, poema sinfonico op. 64

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Cameristica, Recensioni

Aaron Pilsan- Bologna Pianofortissimo 29 Giugno 2017

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Continua la sfilata di giovani “promesse” a pianofortissimo. Questa è la volta del ventiduenne pianista austriaco Aaron Pilsan al suo debutto in Italia. Un programma che presenta un autore inconsueto per il piano, Enescu, più noto fra i violinisti. Un brano oggettivamente non esaltante che fa parte di quella schiera di composizioni che oggi si estraggono come fanno i prestigiatori con i  conigli dal cilindro per variare il repertorio con esiti non sempre convincenti. Il pianismo di Pilsan è di buona qualità e supportato da una buona tecnica ma specialmente in Bach piuttosto scolastico a metà strada fra una visione filologica e una più moderna. Ampio uso del pedale ma poi una uniformità di sonorità che vorrebbe ricordare quella del clavicembalo: insomma una esecuzione piuttosto priva di personalità. Tralasciando il brano di Enescu eseguito in modo diligente un migliore risultato si è avuto con Schubert. Qui Pilsan ha dimostrato una certa maturità interpretativa che fa ben sperare ma che è lungi dall’essere giunta a compimento. Ma la giovane età permette di ben sperare se avrà l’umiltà di studiare senza farsi fagocitare dallo star system spcializzato in “usa e getta”. Tre bis: l ‘”arabesque” di Schumann e gli studi di Chopin 1 e 12 dell’op. 25.
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Programma 
JOHANN SEBASTIAN BACH (1685-1750)  Suite francese n. 1 in re minore BWV 812
GEORGE ENESCU (1881-1955) Suite n. 3 op. 18 “Pièces impronptues”
FRANZ SCHUBERT (1797-1828) 
Sonata n. 19 in do minore D 958 (op. postuma)

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Recensioni, Sinfonica

Mariotti Rana – Teatro Comunale 28 Giugno 2017

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Finalmente un bel concerto! Beatrice Rana, nonostante la sua giovane età, è concertista  matura e di grandissimo talento. Dotata di tecnica sopraffina (come comprovato anche dal bis debussiano) domina perfettamente i propri mezzi unendo a un tocco brillante e scandito una musicalità eccellente, indispensabile nel concerto di Čajkovskij.  Colpisce la duttilità imterpretativa che passa senza incertezze dal cantabile al brillante senza cesure con un continuum che è alla base di ogni grande esecuzione. Un plauso senza se e senza ma che ha anche una valenza maggiore se si considera che il piano su cui ha suonato è ben lungi dall’essere ottimo, denunciando una certa età e un suono piuttosto metallico negli acuti. Un secondo bis lisztiano, la trascrizione del celebre Lied schumanniano “Widmung”,  Nella sua esecuzione del concerto è stata sostenuta da un’orchestra finalmente all’altezza dei suoi compiti grazie anche alla eccellente direzione di Mariotti che nella seconda parte del concerto ha avuto modo di mettere in luce le sue doti di trascinatore. Il direttore pesarese si trova a suo agio nelle partiture in cui prevalgono la grandi masse orchestrali e l’enfasi espressiva, dove la foga e l’energia del direttore trovano il proprio ubi consistam. Un concerto alla fine  di grande spessore giustamente ripetutamente applaudito dal pubblico.
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Programma 
P. I  ČAJKOVSKIJ  Concerto n.1 per pianoforte e orchestra in Si bemolle minore, op.23
                                    Sinfonia n.2 in Do minore op.17 Piccola Russia

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Cameristica, Recensioni

Daniel Petrica Ciobanu – Bologna Pianofortissimo 27 Giugno 2017

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Peccato, peccato. Ciobanu è un abbastanza giovane pianista (25 anni) che ha una mano molto felice come dimostrato nel brano di Silvestri e nel bis di stile jazzistico, che non sempre però domina appropriatamente. È pianista che non ama le mezze misure e i mezzi toni ma che ama al posto dei chiaroscuri il contrasto violento di sonorità e che in alcuni casi non rifugge da atteggiamenti un po’ istrionici quando non manieristici. Si inizia con il brano chopiniano, forse quello maggiormente ben riuscito nel quale la componente virtuosistica, così forte, permette a Ciobanu di mettere in mostra le sue doti tecniche. Si tratta di composizione relativamente giovanile (come ad esempio quella per violoncello e pianoforte op. 3) dove l’esuberanza tecnica prevale ampiamente su quella interpretativa (a parte – forse – il non bellissimo andante spianato mutuato in parte da una versione orchestrale oggi del tutto dimenticata). Tutt’altro discorso per l’op. 57 di Beethoven, un cavallo di battaglia di tutti i grandi pianisti. Una interpretazione non priva di momenti felici ma che ha invece il suo punto di caduta nell’allegro finale e in particolare nel prestissimo terminale nel quale a causa di tempi quasi ineseguibili (ricordo solo Emil Gilels in grado di sostenere quella velocità) tutto il discorso musicale – nel quale deve comunque risaltare il tema del rondò – si sbrodola in una serie confusa di suoni. Inutile dire che il solito pubblico di bocca buonissima applaude con addirittura una carneade che urla “bravo” a scena aperta: in fondo basta suonare forte e in fretta un brano musicalmente noto e il successo è garantito. Lo stesso discorso vale – in tono peggiorativo – per i quadri di Mussorsky. Qui i difetti tecnici non si contano. In Gnomus la scala per moto contrario finale viene reiniziata per un grave errore; in Bydlo le due mani non suonano all’ unisono, un vezzo che talvolta i pianisti usano, ma con moderazione e che qui diventa elemento fondamentale interpretativo; nella ballata dei pulcini il ribattuto non si percepisce e infine nella capanna di Baba Yaga e nella porta di Kiev si sprecano le ottave sbagliate. Insomma un pianista che spreca il proprio talento per la ricerca di esasperata di effettacci quando invece le sue doti potrebbero permettergli ben altri risultati. Si può dire che è giovane ma non dimentichiamo che oggi si vince lo Chopin a venti anni e che c’è un’intera schiera di pianisti più giovani che il percorso di maturazione hanno già portato a termine.
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Programma 
F.Chopin Andante spianato e grande polacca brillante op. 22
L. v. Beethoven Sonata n.23 op. 57  “Appassionata”
C. Silvestri Baccanale
M. Mussorski Quadri da un’esposizione

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Finalmente! – Teatro Comunale 27 Giugno 2017

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Finalmente il sindaco Merola ne ha azzeccata una per il teatro. Dopo la faticosa e tardiva approvazione del contributo straordinario (quousque tandem….) – che la prossima, inevitabile, volta si chiamerà “contributo di solidarietà” …-  ha annunciato la rescissione dell’accordo con la Filarmonica del Teatro, un’orchestra che è semplicemente un duplicato dell’orchestra del teatro e che ha operato in base a una convenzione nata dalla gestione Ernani, patentemente violata, quando ha eseguito i Pagliacci in Giappone nonostante  l’espresso divieto di operare in opere liriche e nel colpevole silenzio dell’attuale sovrintendente Sani e del comitato di indirizzo (che probabilmente neppure conosce i termini della convenzione). Un comitato di indirizzo che è come il “re travicello (da Fedro e forse Esopo “Le rane chiesero un re“) e che in questa come in tante altre vicende (v. il caso Bosso) non è stato in grado di fare sentire la sua voce e neppure di esprimere un cauto e flebile parere. Chissà perché….  Ovviamente non si tratta qui di contestare per principio la nascita di una seconda orchestra (a Bologna? quando la stagione sinfonica al teatro comunale non riempie il teatro???) e neppure di contestare sempre per principio una qualche associazione al teatro ma entro ben determinati confini da far rispettare integralmente, gli stessi che regolano ad esempio la filarmonica della Scala etc. Ma forse ha ragione Zagnoni quando afferma di avere sempre agito in accordo con Sani:  ecco, appunto… chiudere un occhio (o entrambi) per evitare contrasti… La gestione Sani ha fatto il suo tempo (come il comitato di indirizzo) e sarebbe salutare per il teatro un cambiamento radicale di gestione con la dimissione dei componenti degli organi direttivi sostituiti tutti da persone di comprovata competenza musicale (e senza aumentare gli emolumenti in assenza di risultati chiari, positivi e stabili!!). Ma questo richiederebbe una coscienza professionale che certamente non abbonda in largo Respighi: che la via sia irrimediabilmente contaminata da piazza Verdi?
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Operistica, Recensioni

Boris Godunov- Berlino Deutsche Oper 23 Giugno 2017

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Boris nella versione della Deutsche Oper è un onesto, non eccezionale,  spettacolo, nel quale tutte le voci sono sostanzialmente di uguale qualità. Buoni professionisti senza particolari eccellenze e la stessa cosa vale per la direzione d’orchestra, peraltro particolarmente gradita al pubblico (sala gremita in tutti gli ordini di posti). Uno spettacolo da 150 minuti senza intervallo in una sala praticamente senza condizionamento: una vera maratona musicale. La scenografia ricalca quelle dei Boris tradizionali: bei costumi, masse sceniche ben organizzate e la presenza costante e ossessiva del ricordo dello zarevich sgozzato sia come spettro alla Banquo sia come trottola che viaggia per il proscenio (roteando correttamente).
 
I boiardi e lo zarevich si muovono su una specie di terrazzo che guarda il proscenio a simboleggiare l loro distanza dal mondo dei contadini che si muovono sulla scena. Mi è un po’ difficile dare un giudizio specifico: uno spettacolo che può piacere ma che non resterà negli annali della Deutsche Oper.

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Happy
Cast
Musikalische Leitung
Kirill Karabits
Inszenierung
Richard Jones
Szenische Einstudierung
Elaine Kidd
Bühne
Miriam Buether
Kostüme
Nicky Gillibrand
Licht
Mimi Jordan Sherin
Movement Director
Silke Sense
Chöre
Raymond Hughes
Leitung Kinderchor
Christian Lindhorst
Dramaturgie
Sebastian Hanusa

Boris Godunow

Ain Anger

Fjodor

Solisten des Knabenchores der Chorakademie Dortmund

Xenia

Alexandra Hutton

Xenias Amme

Ronnita Miller

Fürst Wassili Schuiskij

Burkhard Ulrich

Andrej Schtschelkalow

Dong-Hwan Lee

Pimen

Ante Jerkunica

Grigorij Otrepjew

Robert Watson

Warlaam

Alexei Botnarciuc

Schenkwirtin

Annika Schlicht

Missaïl

Jörg Schörner

Gottesnarr

Matthew Newlin

Nikititsch

Andrew Harris

Leibbojar

Andrew Dickinson

Mitjuch

Stephen Bronk

Grenzpolizist

Samuel Dale Johnson


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Turandot- Berlino Deutsche Oper 22 Giugno 2017

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Una Turandot che dopo che Calaf ha risolto i tre indovinelli estrae una pistola con cui tenere lontana la folla e lo stesso Calaf non me la ero mai immaginata. Modestissimo coup de teatre in un allestimento modesto in tutti i sensi. Il vecchio imperatore e i saggi che verificano la correttezza delle risposte sono presentati su una sorta di tribuna che ricorda il politburo  del dittatore nordcoreano e i sudditi come spettatori delle esecuzioni, versione moderna del popolo di Place de la Concorde dove si ergeva il patibolo osannato da Robespierre.

In questo contesto non manca naturalmente l’esecuzione di Liù da parte di un boia che ricorda l’ISIS con esibizione di coltellaccio (ma per fortuna viene risparmiato agli spettatori lo sgozzamento sostituito dal taglio delle vene dei polsi – almeno questo!). Turandot, a parte la prestazione vocale, ha tutto fuorché le phisique du rôle rendendo difficile comprendere la passione di Calaf anche perché costantemente infagottata in abiti che anziché ridurne la stazza la amplificano, agghindandola comunque in modo improbabile. L’intera scenografia è orientata a una visione moderna della vicenda con Calaf vestito come un commesso viaggiatore che avrebbe fatto felice Arthut Miller. Non mancano anche alcuni momenti scurrili (protagonisti Ping, Pong e Pang) di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Insomma una messa in scena modesta e allo stesso tempo velleitaria per spettatori di bocca buona. Non una tragedia ma solo onesto artigianato.

Quanto al cast (in tedesco Besetzung) svetta sopra tutti la Liù di Elena Tsallagova giustamente applaudita sia durante lo spettacolo che al termine molto più di tutti gli altri protagonisti. Voce chiara, perfetta dizione italiana (ma come è difficile la nostra melodiosa lingua!) intonazione perfetta ma soprattutto interpretazione aderente allo spirito del personaggio. Turandot invece (Catherine Foster), pur senza difetti di intonazione, ha un registro monotono, una vocalità sempre sopra le righe persino nel finale dove il destarsi dell’amore (un po’ ridicolo nell’opera nella sua repentina apparizione) dovrebbe addolcirla,  con una prestazione non memorabile. Forse non è il suo ruolo. Scadente invece il Calaf di Kamen Chanev che in un ruolo certamente non facile sforza costantemente e presenta non infrequenti difetti di intonazione. Nella norma gli altri protagonisti e la direzione di Alexander Vedernikov
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Operistica, Recensioni

Lucia di Lammemoor -Teatro Comunale Bologna

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Come ho scritto non ho avuto la possibilità di assistere alla Lucia. Ricevo però dal prof. Giampiero Cane (della cui serietà ho personale certezza) questo articolo con il permesso di pubblicarlo. Ovviamente questo non riflette necessariamente la mia (inesistente in questo  caso) opinione.
Bologna, Teatro Comunale, 16 giugno 2017
Può anche darsi che la pioggia di rane in Magnolia discenda da Tam-Tam II (“pour Wilfredo”, forse Lam) di Aimé Cesaire: “à petits pas de pluie de chenille” ecc.: il surrealismo ci ha spalancato orizzonti su paesaggi preparati dal nostro stesso pensiero, non privi di senso, ma poli per flussi ininterrotti d’interpretazione; ci ha abituato a tutto, anche alle scemenze di quei registi d’opera, non tutti, è ovvio, che forse suppongono ancora di poter sorprendere col far volare gli asini o cose simili. Con ciò seminano quel loglio di cui non pare ci sia chi sappia utilmente fruire. Il pubblico si diverte a “buarli” (neologismo che discende dai paramuggiti che accompagnano il loro ingresso in scena, a cose fatte), l’intensità della “buazione” è proporzionale alle “boazze” depositate da loro sull’assito. Lucia di Lammermoor è un’opera di Donizetti testimone del primo romanticismo. È un concentrato di quel che fu l’opera quando la prese per mano Giuseppe Verdi e per mezzo secolo la portò dove volle. Il costume permettesse di tagliare qualcosa, di riscrivere altro, di farla propria come utilmente accade non molto raramente nel teatro di prosa, se ne potrebbe ricavare un fulmine abbacinante e travolgente. Ma nell’opera ciò l’han fatto qualche volta gli autori, modificando i loro testi per adattarli alle capacità delle voci di cui disponevano. Oggi queste varianti di produzione sono raccolte nelle edizioni dette critiche, allestite da filologi affatto noiosi in genere e, comunque, incapaci anche solo di suggerire di buttar via da Otello di Verdi, quella lagnosa “Ave Maria” che segue l’adorabile ninna nanna del salice. Naturalmente, la decisione eventuale di tagliare non potrebbe essere che a carico del podio e comunque sarebbe un grande scandalo perché “taglia Verdi uno che obbedisce a un Franceschini” (e messe le cose così, non ci sarebbe rimedio). L’opera è in scena al Comunale di Bologna. Inizia con un coro di cacciatori che hanno ammazzato un gran cervo che viene steso su grande tavolo Tra un po’ il fratello di Lucia taglierà la testa al cadavere del cornuto (chissà perché, ma forse per legare questa Lucia a quel Ratto mozartiano con tagliagole apprendisti che fece ridere mezza città un par di mesi or sono. Lo stesso tavolo sarà quello imbandito per la festa matrimoniale di Lucia con un Arturo ch’ella non ama affatto, ma cui è costretta dal fratello Enrico. Seduti attorno a detto tavolo, gli ospiti di casa Ashton (casato di Lucia) assisteranno composti come mummie all’alterco feroce tra Edgardo (amante, amato di Lucia) ed Enrico e in seguito apprenderanno dalla voce di Raimondo Bibedent, figura in gara con Germont padre in Traviata per il campionato d’ipocrisia tra i vecchi saggi. Quando quest’ultimo tacerà, del tavolo s’approprierà Lucia che, stando al libretto ha già ucciso l’Arturo che il fratello pretendeva di rifilarle e appare agli ospiti, del tutto compunti, coll’abito macchiato del sangue di lui e con un coltellaccio in mano. È una della più appassionanti scene di follia amorosa che ci sia dato conoscere e qui non s’interrompe nemmeno con l’ingresso del morto renitente che è venuto giù al piano terra, strisciando dietro l’assassina. Povera Lucia e povero Edgardo; lui sta per cantare “Se l’ira dei mortali /fece a noi sì dura guerra / Se divisi fummo in terra ne congiunga il nume in ciel”. È difficile non commuoversi, anche se oggi tutti dispongono di quegli strumenti interditivi della verità sentimentale che trionfano nel divorzio. L’ambientazione tardo settecentesca è qui sostituita da un periodo ipoteticamente “tra le due guerre”. Quali siano non è dato capire, ma dev’essere un tempo dell’alto Medioevo. Il Papa a Roma ci certifica che comunque non ne è passato molto In sala un gran correre di maschere a vietare l’uso fotografico dei cellulari. Dato che le madri degli stupidi sono sempre incinte, se ne ricava che la produzione di stupidi è continua. Michele Mariotti ha diretto l’opera con qualche ridondante, brusca sottolineatura sonora. Dovrà imparare a prendersi il carico di tutta l’interpretazione, gesti e voci comprese: in teatro la democrazia non ha senso, anzi rivela la sua natura contraria quella che le attribuì Churchill, tale per cui si manifesta come il modo più sicuro per scegliere i peggiori. In qualche modo lo dice anche nella politica se pensiamo al Duce, al Führer e al Piccolo Padre, tutti tre democraticamente eletti, mi pare. Generosa la performance di Stefan Pop, tenore rumeno ancora giovane, cui manca soltanto un po’ di quel che si chiama “anima” e meno sicura la Lucia disegnata dalla Lungu, fragile nel duetto d’entrata con Enrico, ma più consistente nella asperrima follia. “Chi mi frena in tal momento” è un concertato a 6 voci che ebbe tale successo per cui, con un arrangiamento adeguato ai mezzi di una jazz band degli anni Trenta, fu nel repertorio delle migliori orchestre nere di Harlem. Direi che l’abbiano registrata i Clouds of Joy e anche Cick Webb, ma non ci giurerei. Dalla mia discoteca sono spariti gli ellepi in oggetto. Mi ricordo queste tracce come ottimi esempi di quel prendere a calci nel sedere la tristezza (i blues) per vivere alla leggera. Ho l’impressione che pochi abbiano idea di cosa ciò significhi.
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Cast

Markus Werba

Lucia

Irina Lungu

Sir Edgardo di Ravenswood

Stefan Pop 

Lord Arturo Bucklaw

Alessandro Luciano

Raimondo Bidebend

Evgeny Stavinsky

Alisa

Elena Traversi

Normanno

Gianluca Floris

Orchestra e coro del TCBO

Direttore

Michele Mariotti

Regia

Lorenzo Mariani

Scene

Maurizio Balò

Costumi

Silvia Aymonino

Luci

Linus Fellbom

Videomaker

Fabio Massimo Iaquone
Luca Attilii

Assistente alla regia

Hannah Gelesz

Assistente alle scene

Andrea De Micheli

Assistente ai costumi

Vera Pierantoni Giua

Maestro del Coro

Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con ABAO Bilbao,
Slovak National Theatre e Teatro Carlo Felice di Genova


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Commenti

Barenboim-Sadi Akademie- Berlino

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Ho assistito ieri a un concerto dei giovani strumentisti della fondazione Barenboim-Said, una fondazione che ha come suo scopo principale valorizzare giovani musicisti israeliani e palestinesi con tutte le ovvia implicazioni. La musica è linguaggio universale e suonare insieme vuol dire capirsi e scavalcare quelle frontiere etniche e ideologiche che sembrano insormontabili e che qui dimostrano tutta la loro assurdità. Il concerto di ieri, gratuito, eseguito da formazioni diverse nella meravigliosa sala Boulez come “saggio” di fine corso (ripetuto più volte con programmi diversi) ma sempre con la presenza di giovani di diversa estrazione è stato particolarmente godibile – anche se non perfetto – e ha visto in sala la presenza di Barenboim come una sorta di padre che cura lo sviluppo dei suoi figli in un’atmosfera particolarmente favorevole con un pubblico molto ridotto (non c’è pubblicità). Dopo il concerto Barenboim (con figlio e nipotino) si è attardato a discutere con gli esecutori l’esecuzione appena ascoltata. La fondazione (sostenuta da generosi contributi privati ma anche dalla Staatsoper) è un “unicum” a mia conoscenza. Qui strumentisti dotati palestinesi e israeliani vengono invitati per un periodo di studio a spese della fondazione e hanno la possibilità di conoscesi, di capirsi, di aprirsi a un mondo cosmopolita come quello berlinese, scoprendo che le diversità che in patria li dividono così aspramente possono scomparire nello stesso momento in cui c’è la possibilità di incontrarsi. Ovviamente il fenomeno di questa fondazione può considerai irripetibile per la presenza di Barenboim, i finanziamenti, la sede etc. ma è un esempio che dovrebbe in qualche modo stimolare altre realtà, magari con realizzazioni diverse. Comunque un’esperienza che chiunque si trovi a Berlino dovrebbe compiere: dice molto di più di tanti articoli, commenti etc, che infestano le pagine dei giornali da parte di personaggi che a malapena hanno girato un poco la regione in cui abitano.
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Cameristica, Recensioni

Igor Levit- Berlino Philharmonie Kammersaal 20 Giugno 2017

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Ecco come si confeziona un concerto totalmente sbagliato. Fare seguire la variazioni Diabelli (55 minuti) da un polpettone di 62 minuti vuol dire non capire nulla di concerti. Se poi l’esecutore, dotato di ottima tecnica, eccede virtuosisticamente nelle variazioni brillanti e sbrodola impietosamente in quelle più intimistiche il risultato è scontato. Di fatto (e naturalmente la cosa vale per le Diabelli in primis ma anche per il polpettone) viene a mancare totalmente la linea che dovrebbe legare lo sviluppo del brano che diventa una sequenza di episodi fra loro staccati privi di unitarietà. Che poi il motivetto del “pueblo unito jamàs sarà vencido” (non peggiore peraltro del valzerino di Diabelli) possa costituire nelle mani di un compositore di certo non all’altezza di quello di Bonn la base per una serie di variazioni interminabili, fra loro slegate, dice tutto. Peccato perché Igor Levit ha indubitabili potenzialità ma sperperate nella ricerca di effettacci che snaturano i brani eseguiti. E le 36 (trentasei!) variazioni di Rzewski si apprestano a entrare rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale.
La clacque esiste anche a Berlino (v. il polpettone). A Berlino però nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Ludwig van Beethoven Diabelli-Variationen op. 120
Frederic Rzewski   36 Variations on The People United Will Never Be Defeated!

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Operistica, Recensioni

Zoroastre – Berlino Komische Oper 18 Giugno 2017

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Raccontare la trama di questo incredibile polpettone barocco di Ramoeau sarebbe impossibile: chi ne fosse interessato la trova su Internet. Diciamo comunque che si tratta del tipico drammone del tempo con buoni e cattivi, amori dei singoli cattivi per i singoli buoni, rapimenti, interventi di spiriti buoni e cattivi e naturalmente l’inevitabile lieto fine. Impensabile rappresentarlo come tale ai tempi nostri (o – come spesso avviene per il barocco – con una rigida e geometrica e astratta sceneggiatura) se non si è preparati a vedere uscire dalla sala gli spettatori per recarsi al più vicino fruttivendolo e ritornare con le munizioni per la battaglia finale. Bene ha fatto quindi il regista a trasformarlo in una disputa fra vicini confinanti, con litigi per la siepe di confine, badili usati come armi, vasca da bagno abbandonata nel giardino usata come trincea, protagonisti vestiti con abiti moderni, personaggi che si presentano in bicicletta, regge come abitazioni borghesi, spiriti che intervengono come ospiti vestiti di tutto punto, battaglia giocata come videogame etc.etc.
 
Fra i tanti spettacoli scadenti – e in alcuni casi ignobili – della komische Oper questo non manca di una sua validità umoristica naturalmente con alti e bassi e soprattutto mostrando un po’ la corda nella seconda parte se non per un tagliaerba utilizzato dai “cattivi” come un carro armato con tanto di luci accese. Insomma una serata che poteva essere una tragedia e che invece si è rivelata interessante. Mi sentirei persino di suggerire al nostro teatro comunale di prendere in considerazione la scenografia: forse potrebbe rivelarsi un successo anche nella conservatrice Bologna. Difficile, difficilissimo dare un giudizio musicale. Lo stile di Rameau si differenzia dal barocco “classico” (costituito dal susseguirsi di recitativo-aria) in quanto il suo stile, seppure influenzato dalla riforma di Gluck,  potrebbe definirsi durchcomponiert naturalmente con tutti i limiti del tempo. Buona la direzione di Christian Curnyn anche se per il barocco si limita – di fatto – a dare gli attacchi giusti (e anche qui con qualche inevitabile stecca dei corni dell’orchestra). Le voci sono quelle di buoni professionisti con una nota di demerito per Zoroastre (Thomas Walker) che più volte ha perso l’intonazione e un plauso meritato per Nadja Mchantaf (Erinice) voce drammatica ma sempre perfetta nella intonazione e nella interpretazione del ruolo. Naturalmente grande successo per il pubblico nazional-popolare (normalmente molto di bocca buona) della komische Oper.

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Happy
Cast
MUSIKALISCHE LEITUNG
INSZENIERUNG
BÜHNENBILD UND KOSTÜME
Rainer Sellmaier
VIDEO
LICHT

BESETZUNG

ZOROASTRE
ABRAMANE
Thomas Dolié
AMÉLITE
ÉRINICE
LA VENGEANCE
ZOPIRE
NARBANOR
Daniil Chesnokov
OROMASÈS
Johnathan McCullough
Chorsolisten der Komischen Oper Berlin

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Carmen – Berlino Komische Oper 17 Giugno 2017

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Ho visto certamente di peggio alla komische Oper e questa Carmen trasformata in un singspiel con struttura a musical può essere definita “curiosa”. C’è assolutamente di tutto: danzatrici reali (bravissime) di flamenco con accompagnamento di chitarristi, contrabbandieri trasformati in rivoluzionari con insegne di Marx e Lenin, una Micaela  agghindata come la fata turchina con tatno di nuvola al suo apparire, un Escamillo zoppicante (con il toro che dalla felicità si frega le zampe) un setting generale che ricorda le opere in versione Mario Lanza (predecessore di Bocelli), etc.etc.

Poi i commenti parlati da parte degli astanti, una sorta di coro greco che racconta lo svolgimento dei fatti e li spiega. E che dire di un’opera cantata un po’ in tedesco e un po’ in francese?  La taverna di Llla Pasta sembra un locale rock dove tutti ballano, e addirittura i baristi sembrano figure prese da un film anni’30. Film di cui vari spezzoni sono riproposti senza una vera ragione. Insomma un vero e proprio polpettone che, una volta smaltito lo shock iniziale, non è privo di un suo valore, basta che non lo si voglia chiamare Carmen di Bizet..

In questo contesto un giudizio critico non è possibile ma solo sensoriale. Una regia che non si è risparmiata nulla, persino i commenti esegetici dei vari episodi da parte di giornalisti televisivi. I cantanti e l’orchestra fanno del loro meglio in questa situazione caotica, più o meno tutti allo stesso livello: dei buoni professionisti senza punte di eccellenza.  Bravina Carmen cui la regia impone di tutto, compreso l’ abbigliamento da maitresse nel secondo atto e compresa  persino una sequenza in cui deve comportarsi come una marionetta (ma il mimo non  il suo forte) in occasione del duello fra Don José ed Escamillo.  Don José viene agghindato sempre come un perdente con giacconi scalcinati quasi a prescriverne fin dall’inizio il ruolo del perdente. Insomma siamo alla komische Oper che del tratto nazional-popolare fa la sua cifra distintiva ma che in questo caso ha lasciato il pubblico freddino, abituato  in questo teatro a emozioni più forti e spesso più volgari, Insomma migliora la qualità e diminuisce il gradimento. Panem et cinerces….
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