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Mariotti Hamelin – Bologna Manzoni 3 Dicembre 2016
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Marc-André Hamelin è concertista di primissimo ordine ingiustamente finora trascurato dalle organizzazioni bolognesi (drammaticamente conservatrici – non uso l’aggettivo provinciale perché rimproveratomi da una lettrice…) di cui ricordiamo una magistrale esecuzione (disponibile su CD) del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Brahms con la direzione di Andrew Litton e la Dallas Simphony Orchestra. Nel concerto di ieri sera ha ancora una volta dimostrato le proprie doti. Dotato di un pianismo che nulla concede agli effetti speciali la sua esecuzione ha scavato a fondo nel significato musicale del quarto concerto con una esecuzione che ha ricordato da vicino il pianismo di Alfred Brendel. Tecnica raffinatissima ma sempre all’esclusivo servizio dell’interpretazione con una dinamica dei suoni che ha permesso di apprezzare in tutte le sue dimensioni gli aspetti più profondi della partitura senza alcuna sbavatura in tutti e tre i tempi. Di questo approccio se ne è avuta una prova fin dai primi accordi di apertura del primo tempo. In un’esecuzione che non esito a definire perfetta l’unico neo sono state le due cadenze del primo e dell’ultimo tempo, composte da Hamelin, i cui influssi para-jazzistici poco e nulla hanno avuto a che vedere con lo spirito del concerto e nei quali – a differenza di quanto ci si deve aspettare in una cadenza – i temi dei tempi cui esse facevano riferimento, sono risultati quasi inesistenti rompendo il discorso musicale con una cesura francamente da evitare. L’interesse jazzistico del pianista è stato anche rimarcato dai due bis (di autore a me ignoto ma forse dello stesso Hamelin). Un esecutore, comunque di altissimo livello che dobbiamo augurarci di potere risentire quanto prima in un recital solistico. Di ottima qualità l’esecuzione della quinta sinfonia di Beethoven, soprattutto nell’ultimo tempo e nella sua misteriosa introduzione mentre un po’ meno significativo è risultato il primo tempo. Non giudicabile il breve brano mahleriano. Ovviamente Michele Mariotti cerca di ottenere il meglio dall’orchestra del teatro comunale i cui limiti sono ben noti e nella quale ancora una volta per due volte (nel primo tempo del concerto e della sinfonia) la sezione dei corni ha lasciato a desiderare.
Programma
Gustav Mahler Blumine
Ludwig van Beethoven Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra in sol maggiore Op. 58
Ludwig van Beethoven Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67
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Viviana Lasaracina – Bologna Conoscere la musica 1 Dicembre 2016
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Dotata di una tecnica di prim’ordine Lasaracina affronta senza difficoltà partiture impervie senza tralasciare di sottolineare (non sempre) gli aspetti musicali presenti. Il suo entusiasmo la porta talvolta ad esagerare e quindi a commettere errori (in realtà in numero molto contenuto) che potrebbe facilmente evitare. Il suo è un pianismo esuberante che poco lascia all’introspezione, peraltro non misurabile in un repertorio tutto di origine russa. Di ottima qualità l’esecuzione del brano di Rachmaninov (autore molto amato come risulta anche dall’unico bis concesso, il suo più famoso Momento musicale) mentre forse due trascrizioni virtuosistiche in un solo concerto sono troppe, anche perché più che di trascrizioni si tratta di “rielaborazioni” a metà fra la trascrizione classica e la parafrasi di stampo Lisztiano. Brani di gusto discutibile ma ottimi per mettere in risalto le potenzialità tecniche della giovane pianista. Analogamente buona l’interpretazione della sonata di Scriabin nella quale però è mancato il lato (sempre presente in questo autore) di origine postromantica. Una pianista che vorremmo risentire in un repertorio più articolato per potere meglio valutarne le doti interpretative e la sensibilità musicale su un ventaglio di autori meno culturalmente ristretto.
Programma
S. Rachmaninov Variazioni su un tema di Corelli op. 42
P.I. Tchaikovky/M.Pletnev Suite dal balletto “Lo schiaccianoci”
A. Scriabin Sonata n.3 in fa diessis minore op. 23
I. Stravinky/G.Agosti Suite da “L’uccello di fuoco”
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Accademia bizantina -Galou- Bologna Manzoni 28 Novembre 2016
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Il concerto, a favore della fondazione FACE3DBo, si presenta subito come un’occasione mondana con un pubblico (confinato solo in platea) largamente composto da persone che mai hanno calcato una sala da concerto, con tutte le ovvie conseguenze. Circondato da tre signorine sulla trentina sono stato massacrato da telefonini accesi, chiacchiere etc. etc. Addirittura la signorina al mio fianco ogni minuto accendeva il telefonino in modo compulsivo come in preda a una crisi di astinenza senza averne alcun motivo. Le due signore nella fila dietro hanno a lungo commentato la bellezza della sala in cui non erano mai state e oltre non mi dilungo perché credo che l’atmosfera da “parvenus” sia chiara. Purtroppo la maleducazione di cui sopra si riscontra anche nei concerti “normali” senza che vengano prese contromisure adeguate (e che sarebbero assolutamente possibili, solo che manca la volontà politica come nel caso di Musica Insieme o all’opera al Comunale). Ma veniamo al concerto. L’accademia bizantina è una buona formazione con una volontà esasperata di esecuzione filologica: ne fanno fede la presenza di archetti allungati e strumenti come la viola da gamba, il contrabbasso barocco etc. ma anche l’assenza dei tiracantini negli strumenti ad arco. L’uso solo dei bischeri impone lunghe e snervanti sessioni di accordatura senza che nessun vantaggio acustico se ne tragga: solo un effetto scena di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Mediamente il complesso suona bene. Ma del tutto inadeguato è risultato il primo violino nell’esecuzione de “Le quattro stagioni”, con evidenti incidenti di percorso, un suono spesso stridulo e, nel complesso, il tentativo di stupire il pubblico con velocità esasperate a scapito della musicalità. Insomma un’esecuzione da dimenticare. E non meglio sono risultate le arie interpretate dal contralto: una voce piccola piccola ed opaca e con una agilità certamente non prim’ordine. Da stigmatizzare anche l’assenza dei testi delle arie nel programma. Un’aria viavaldiana come bis finale.
Programma
W.F. Bach Concerto per clavicembalo in fa mniore
A. Vivaldi Aria “Agitata infido flatu”
N. Jommelli Aria “Prigionier cha fa ritorno”
A. Vivaldi Aria “D’un bel viso”
A. Vivaldi Le quattro stagioni
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S.Paul Chamber Orchestra Kopatchinskaja – Musica Insieme Bologna 21 Novembre 2016
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Un concerto da vedere oltre che da ascoltare con luci che si spengono ad esempio per il Canto bizantino con la Kopatchinskaja che recita il testo di Der Tod und das Mädchen, il tutto in una sequenza di brani arbitraria e con una “trascrizione” per orchestra d’archi del celebre quartetto di Schubert, che in larga misura non è altro che lo stesso quartetto in cui le parti sono replicate. Un’operazione di cui non si sentiva proprio il bisogno anche per il fatto che l’equilibrio quasi perfetto fra i vari strumenti della versione schubertiana viene qui alterato trasformando il tutto in una sorta di concerto per violino ed archi. La sete di novità fa brutti scherzi. Ciò detto va riconosciuta la verve e la tecnica eccellente della Kopatchinskaja (sottolineata anche da una mimica facciale e corporale non comune) anche se il suono nel concerto di Mendelssohn è risultato in alcune parti un po’ debole. Una violinista che vorremmo riascoltare in un concerto più tradizionale, ad esempio violino e pianoforte o nell’esecuzione di brani puramente solistici come sonate e partite di Bach o nelle sonate di Ysaye. Ottima la qualità del complesso della St.Paul Chamber orchestra. Naturalmente ottimo successo di pubblico (e quando mai il contrario a Musica Insieme?).
Programma
G. Klein Partita per archi (arrangiamento di V. Saudek)
F. Mendelssohn Concerto in re minore op. post. per violino e archi
Anonimo Canto Bizantino sul Salmo 140 (arrangiamento per archi di P. Kopatchinskaja)
F. Schubert Lied La morte e la fanciulla in re minore D 531 (arrangiamento per archi di M. Wiancko)
J. Dowland Da Lachrimae or Seaven Teares: Lachrimae Antiquae Novae per quintetto d’archi
G. Kurtág Ligatura – Message to Frances-Marie (The Answered Unanswered Question) op. 31b (seconda versione) per archi e celesta
Da Kafka Fragments op. 24: Ruhelos per violino solo
F.Schubert Quartetto in re minore D 810 – La morte e la fanciulla (arrangiamento per violino e archi di P. Kopatchinskaja)
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Bostridge Drake – Bologna festival 16 18 20 Novembre 2016
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Che Bostridge sia un inglese doc lo si potrebbe intuire dalla figura e dall’abito un po’ stile mod: alto, allampanato, dinoccolato e magro (“come una saracca” si direbbe a Bologna); rispetto a qualche anno fa vestito un po’ più elegante (ma rigorosamente senza cravatta) e senza cantare con una mano in tasca. Tre concerti di qualità anche se è difficile capire perché non tutte le tre raccolte schubertiane siano state eseguite. Finalmente un interprete liederistico che richiede che il coperchio del piano sia solo parzialmente aperto per non coprire (come spessissimo accade) la voce in una sala che quanto ad acustica lascia molto a desiderare. Grande vocalità ma anche una chiara mancanza di esperienza teatrale operistica che è però parte importante di un concerto di Lieder come comprovato – ad esempio – dal grande concerto tenuto da Michael Schade alla Scala o dai concerti di Angelika Kirchschlager e di altri interpreti abituati a calcare i palcoscenici operistici. Questo nulla toglie, ovviamente, all’interpretazione vocale di Bostridge cui manca anche, però, una corretta pronuncia della lingua tedesca (grave nel caso del Lied). Insomma tre grandi concerti il cui programma è però risultato sbilanciato venendo a mancare l’integrale del Schwanengesang a favore di un concerto variegato con l’impiego del corno (un’ottima esecuzione del cornista Alessio Allegrini): una scelta interessante ma stranamente ingiustificata (o forse dettata dal noto e miope timore degli organizzatori che i concerti liederistici possano ricevere poca attenzione). Venendo alle tre serate possiamo affermare che la vocalità di Bostridge è di prim’ordine così come di prim’ordine è la resa multiforme del mondo Schubertiano, coadiuvato in questa impresa dall’ottima qualità del pianista Julius Drake e del cornista e dall’affiatamento fra gli esecutori (ovviamente principalmente il pianista). Interessante anche il melologo di Britten, autore molto amato da Bostridge. Purtroppo l’acustica della sala non ha permesso a chi era nelle ultime file di udire la parte recitata del melologo e in tutte e tre le serate il non avere distribuito i testi (se non acquistando a caro prezzo l’intero programma del Bologna Festival – al termine della stagione!) è una forma di provincialismo che non ricorre nelle sale da concerto di qualità. Grande successo di pubblico: il salone Bolognini era praticamente pieno a riprova che il Lied non è un genere disprezzato dal pubblico bolognese (vero Musica Insieme…) quando l’interprete è di qualità. Nel caso di Bostridge va anche aggiunto che il cantante è ormai anche una star mediatica cui ovviamente si perdona tutto, magari non essendo facile per il pubblico in Italia un confronto con altri interpreti. Ma ben venga il glamour se porta il grande pubblico ad apprezzare appieno un genere purtroppo poco praticato in Italia. Insomma speriamo bene per un genere musicale così trascurato nel nostro paese…
Programma
F. Schubert Die schöne Müllerin op.25 D.795
F. Schubert Winterreise op.89 D.911
R. Schumann Liederkreis op.24
F. Schubert Auf dem Strom op.119 D.943 per voce, corno e pianoforte
F. Schubert Lieder da Schwanengesang D.957
R. Schumann Adagio e Allegro op.70 per corno e pianoforte
B. Britten The Heart of the Matter per voce, corno e pianoforte
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Le nozze di Figaro – La scala 2 Novembre 2016
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Premetto: ho visto l’opera solo in TV con tutti i limiti che ne conseguono. Ma…smorfie, mossette, ammiccamenti, insomma tutto il tipico repertorio dei guitti è ammannito dal regista a profusione in una non memorabile messa in scena scaligera de “Le nozze di Figaro” contestate non senza ragione dal loggione con ripetuti buuh. Tutto considerato l’avere ridato ai personaggi i costumi dell’epoca era un ritorno che faceva ben sperare (dopo tante regie “creative”) ma i richiami erronei alla splendida realizzazione strehleriana (a partire dalla poltrona nella scena di Cherubino nel boudoir della contessa) hanno soltanto sottolineato l’impostazione velleitaria di questo Figaro. Se il tentativo era quello di resuscitare i crismi della commedia dell’arte si può per lo meno dire che essi mal si sposano con una vicenda che nella sua comicità racchiude problematiche serie che non possono essere totalmente dimenticate in una impostazione totalmente guittonesca. E certamente non sono le figuranti che compaiono in vari momenti a salvare l’impianto anche perchè il loro ruolo è incerto e a me totalmente incomprensibile. Il cast è certamente di prim’ordine anche se la prima aria della Damrau ha denunciato qualche incertezza riscattata comunque nel corso dell’opera e in una magistrale esecuzione dell’aria “Dove sono i bei momenti”. Alvarez è un conte d’Almaviva all’altezza della sua fama. Un po’ sottotono il Cherubino di Marianne Crebassa sia per una emissione vocale non felicissima sia per un “phisique du role” non adeguato e una gestualità artificiosamente impacciata. Tutti gli altri interpreti di ottima qualità a partire dalla Susanna del soprano di colore (finalmente!) Golda Schulz. Il direttore Franz Welser-Möst ha guidato l’orchestra dignitosamente in un contesto che non ha certamente facilitato la sua opera. In ultima sintesi uno spettacolo di buona qualità musicalmente ma non all’altezza della Scala per gli aspetti scenici. Peccato!
| Direttore | Franz Welser-Möst
Michele Gamba (19 nov.) |
| Regia | Frederic Wake-Walker |
| Scene e costumi | Antony McDonald |
| Luci | Fabiana Piccioli |
CAST |
|
|---|---|
| Il Conte | Carlos Álvarez |
| La Contessa | Diana Damrau |
| Figaro | Markus Werba |
| Susanna | Golda Schultz |
| Cherubino | Marianne Crebassa |
| Marcellina | Anna Maria Chiuri |
| Bartolo/Antonio | Andrea Concetti |
| Don Basilio/Don Curzio | Kresimir Spicer |
| Barbarina | Theresa Zisser |
| Contadine | Francesca Manzo
Kristin Sveinsdottir |
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Luca Rasca – Circolo della Musica Bologna 19 Novembre 2016
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Luca Rasca è impegnato nell’esecuzione dell’integrale delle composizioni di Chopin e in questo contesto ha eseguito due composizioni praticamente mai inserite in un programma di concerto, una marcia funebre che era a me del tutto ignota e la farraginosa sonata n.1 che è solo un esercizio da studente. Due brani la cui esecuzione è di difficile valutazione. Ovviamente molto più significative le esecuzioni delle due sonate op. 35 e 58. Luca Rasca è esecutore roccioso, dotato di una buona (non eccelsa) tecnica (alcuni strafalcioni nei due scherzi e un tempo “contenuto” nello scherzo della sonata op. 58) la quale ha trovato il meglio nell’agilità del quarto tempo dell’op. 58 e che in totale ha offerto una interpretazione di media qualità. Purtroppo il difetto più evidente è la tentazione (raramente resistita) di suonare tutto troppo forte e la carenza di “respiro” nei brani eseguiti. L’opera di Chopin richiede in molte parti una cantabilità che si appoggia su sfumature con sonorità che vanno dal mf al piano e che sono in larga parte mancate nel concerto di Rasca. Oltre ai cantabili dello scherzo e della marcia funebre dell’op. 35 e al largo dell’op. 58 la cosa è risultata molto evidente nell’ultimo tempo dell’op. 35, una massa sonora che richiede uniformità di sonorità soffusa con poche, significative sfumature e che nell’esecuzione di Rasca è risultata un mf con alcuni accenti persino f. Insomma un buon professionista della tastiera che dovrebbe ripensare al mondo chopiniano e alla sua variegata coloratura. Purtroppo il concerto è stato “coronato” da un’esecuzione infame del valzer in do diesis minore dove i difetti suesposti sono risultati persino clamorosi trasformando in certe parti il valzer in una valzerino da café chantant.
PS Possibile che nelle biografie di molti esecutori ricorra la dicitura “laureato” del concorso tale e talaltro. Che vuol dire “laureato“? In un concorso o si è vinto un premio oppure si è solamente partecipato. Laureato non vuol dire nulla e serve solo a impressionare – ingiustamente – un pubblico non particolarmente avvertito. Una pessima attitudine.
Programma
F. Chopin Marcia Funebre il do. minore (oow)
Sonata n. 1 in do minore op.1
Sonata n.2 in sib minore op. 35
Sonata n. 3 in si minore op 58
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Ufficio stampa teatro comunale – Bologna 19 Novembre 2016
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Ricevo dal teatro la locandina della stagione sinfonica. Ci sono “solo” cinque errori/refusi: “abbonamneto” al posto di abbonamento, “Alfawaserman” al posto di Alfa Wasserman, “premesso” al posto di permesso, “alla Teatro” dove il teatro pare avere cambiato genere e “Pachi” al posto di palchi. Poi una maiuscola su “Concerti” incomprensibile e analogamente per “Teatro”. Ma si può? E poi ci si lamenta se il teatro viene degradato sul piano nazionale? E Sani non ha nulla da dire su un ufficio di cui il minimo che si può dire è che è composto da dilettanti? Lo sa che i dirigenti hanno la responsabilità oggettiva del teatro?
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Gabriele Carcano – Quartetto Milano 15 Novembre 2016
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Avevamo già recensito un concerto di Gabriele Carcano e il concerto tenuto per il Quartetto non può che confermarne il giudizio positivo. Questo giovane interprete alle soglie della maturità (anni 31) ha una sua ben definita dimensione artistica supportata da un’eccellente tecnica. Ne fanno fede le magnifiche interpretazioni delle sonate scarlattiane (una precisione interpretativa e stilistica che ricorda – se possibile in meglio – Grigorij Sokolov) e quelle dei brani brahmsiani, nei quali lo spirito del giovane Brahms viene messo in perfetto risalto accentuando quelle sfumature che si ritroveranno poi nelle sue ultime composizioni. Un Brahms quasi perfetto, merce rara al giorno d’oggi. Quanto alla sonata beethoveniana (non una delle mie favorite, con l’assenza di un ultimo tempo e un andante che si protrae eccessivamente in modo ripetitivo) lo stile è stato perfettamente adeguato a quella che viene considerata come l’ultima espressione del secondo periodo. Nessun eccesso nel primo tempo e una grande cantabilità nel secondo. Forse meno felici sono risultati i brani di Debussy in quanto manca al nostro quel tocco liquoreo che specialmente in Pagodes di Estampes è indispensabile per ricreare le atmosfere sognanti del brano. E lo stesso dicasi per Jardins sous la pluie dove l’aspetto tecnico ha sopravanzato quello misterioso della composizione. Ottima invece l’esecuzione de L’Isle Joyeuse a conclusione del concerto che è stato poi coronato da due bis: una mazurka di Chopin e una Gnossienne di Satie, una scelta che indica come un artista maturo e consapevole non abbia bisogno di stupire il pubblico con effetti speciali. Buon successo di un non foltissimo pubblico.
Programma
L. V. Beethoven Sonata n. 27 in mi minore op. 90
J. Brahms Sedici variazioni su un tema di Schumann op. 9
Scherzo in mi bemolle minore op. 4
D.Scarlatti Sonate K 1, K 197, K 278, K 492
C. Debussy Estampes
Masques
L’Isle Joyeuse
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Haochen Zhang – Circolo della musica Imola 11 novembre 2016
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Dalla fucina cinese ecco un giovane veramente di grandissima qualità di cui non si può dire che bene. A differenza di molti suoi compatrioti tutti muscoli e poco cervello (senza fare nomi…) Zhang è dotato di finissima sensibilità musicale capace di rispettare appieno gli stili dei brani eseguiti pur disponendo di una tecnica d’acciaio (credo che in tutto il concerto una, una sola nota non sia stata perfetta). Mai soggiace alla tentazione di eseguire i brani troppo in fretta o con profusione di eccessi. Se ne è avuta una prima prova nelle Kinderszenen schumanniane, un brano (infido per i pianisti) in cui prevalgono gli aspetti intimistici e nel quale il tocco di Zhang ha messo in luce tutta la poetica intima del compositore di Zwickau. Una capacità che si è concretizzata anche nell’Intermezzo op. 118 brahmsiano (il mondo del tardo Brahms esige una sensibilità che raramente si riscontra), e ancor più ne La fille aux cheveux de lin di Debussy eseguiti come bis. Ma a riprova della duttilità dell’interprete sono state rese perfettamente le sonorità brillanti e secche richieste dalla sonata di Prokof’ev mentre veramente impressionante è stata la cantabilità ottenuta nella sonata di Chopin (nello scherzo e nella marcia funebre). E’ forse in questa sonata che si è riscontrato l’unico piccolo difetto legato ad alcune sonorità eccessive. Ma trattasi di inezie. Un ulteriore bis per mettere in luce tutte le grandi capacità tecniche: la rivisitazione in chiave virtuosistica della Marcia turca di Mozart, opera (alquanto brutta) del pianista turco Fazil Say (indicazione non mia). Vorremmo risentire questo interprete nuovamente quanto prima (e forse dovrebbero ascoltarlo alcuni “macellai” come Matsuev, grande amico di Putin. Dio li fa poi li accompagna….).
Programma
Robert Schumann Kinderszenen op. 15
Fryderyk Chopin Sonata n. 2 op. 35
Sergej Prokof’ev Sonata n. 7
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Rigoletto – Teatro comunale Bologna 8 Novembre 2016
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La storia è quella tragica di un buffone, ma non fraintendetemi. Non sto parlando di Rigoletto ma di una buffonata teatrale ammannita dal “regista” Alessio Pizzech, un carneade catapultato al teatro comunale, che naturalmente per segnalarsi vuole impressionare, strafare, come accade – ad esempio – ai direttori di orchestra di terza categoria che si dimenano sul podio sostituendo invano la ginnastica all’autorevolezza della bacchetta. Rigoletto viene presentato come una “drag-queen“, con tanto di calza velata con giarrettiera e durante l’ouverture si infila una scarpa col tacco. Probabilmente il “regista” in un futuro (se non viene prima tempestivamente cacciato da tutti i teatri d’opera) si inventerà un Rigoletto femmina (come è accaduto alla Deutsche Oper di Berlino con un pasha del Ratto del Serraglio donna – viva il transgender!). La prima scena è volgare quanto basta (una tentazione cui il regista non sa sottrarsi ogniqualvolta si tratta del palazzo del Duca di Mantova) con atti sessuali espliciti di pessimo gusto che non provocano più, ma semmai annoiano. Sembra di vedere un impianto scenico della Komische Oper di Berlino prima del cambio del sovrintendente. Per essere sicuro di essere capito poi nella seconda scena a palazzo le donne si muovono come pupazzi meccanici (oggetti, insomma) maneggiati da uomini infoiati. Le “provocazioni” sessuali hanno fatto da lungo tempo il loro tempo e Carmelo Bene è ormai un ricordo sbiadito copiato solo da patetici epigoni. Forse sarebbe molto più provocatorio un baccanale tradizionale ma per capirlo sarebbe necessario avere quella materia grigia teatrale che manca al Pizzech. Toltosi il costume di scena (riposto in una valigia) Rigoletto fino alla fine dell’opera si trasforma in una sorta di commesso viaggiatore (sempre con valigia appresso per sicurezza, mai gli venisse richiesta una prestazione all’impronto). Gilda si presenta come una decerebrata mentalmente ritardata uscita da una bacheca di bambole ‘fin de siècle” a indicarne la assoluta mancanza di cervello (sempre donne come bambole, un’ossessione del “regista”). Forse l’unica trovata registica parzialmente valida è quella di collocare la locanda di Sparafucile su uno sgangherato battello fluviale visto che il corpo del Duca (in realtà Gilda) dovrebbe essere buttato alla fine nel fiume. Ora io non voglio più parlare di questa infame “regia” (e poi il teatro si lamenta se viene degradato sul piano nazionale – ma è giusto che questo avvenga) che purtroppo è il controcanto di una gestione dilettantesca (Ezio Bosso incluso!) perché comunque farei un favore al “regista” continuando a considerarlo: costui meriterebbe di fatto solo uno sdegnato silenzio. E al confronto anche la povera regia de Le nozze di Figaro attualmente in programma alla Scala e criticata da pubblico (ripetuti buuh) e critici diventa di valore strehleriano al confronto. Veniamo al cast musicale. Oggettivamente di valore medio-alto anche se non stratosferico. Sopra tutti il duca di Mantova Celso Albelo un tenore dal timbro possente, in grado di modulare tutti i registri ma che purtroppo sforza nell’acuto. Una prova comunque di qualità. Un giudizio simile per la Gilda di Irina Lungu che nelle arie chiave e nel duetto del primo atto con Rigoletto trova sempre il registro giusto (soprattutto nell’agilità) con il difetto di sforzare anch’essa negli acuti. Quanto al Rigoletto di Marco Caria, dopo un primo atto discutibile trova nel secondo e nell’ultimo atto i toni giusti. Piuttosto scadente lo Sparafucile di Antonio di Matteo e nella norma la Maddalena di Rossana Rinaldi. Durante la rappresentazione mi sono ripetutamente ricordato della splendida edizione bolognese del 1990 con June Anderson: qui siamo distanti anni luce. Successo controverso con una prevalenza di applausi (ma si sa: la clacque svolge diligentemente e rumorosamente il proprio mestiere alle prime) e buuh che provengono non solo dal loggione ma anche dalla platea (io) nello sconcerto di un pubblico ingessato, tradizionalista e conformista ma quando ce vo’ ce vo’.
Cast
Rigoletto |
Marco Caria |
Il duca di Mantova |
Celso Albelo |
Gilda |
Irina Lungu |
Sparafucile |
Antonio Di Matteo |
Maddalena |
Rossana Rinaldi |
Giovanna |
Beste Kalender |
Il Conte Monterone |
Andrea Patucelli |
Marullo |
Raffaele Pisani |
Matteo Borsa |
Pietro Picone |
Il conte di Ceprano |
Hugo Laporte |
La contessa di Ceprano |
Marianna Mennitti |
Un usciere |
Michele Castagnaro |
Un paggio |
Marianna Mennitti |
Direttore |
Renato Palumbo |
Regia |
Alessio Pizzech |
Scene |
Davide Amadei |
Costumi |
Carla Ricotti |
Luci |
Claudio Schmid |
Movimenti scenici |
Isa Traversi |
Assistente alla regia |
Valentina Brunetti |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
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Rigoletto again- 9 Novembre 2016
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Un breve commento aggiuntivo. Secondo il critico di Repubblica Baccolini chi ha contestato il Rigoletto bolognese è di fatto un vecchio bacchettone orfano di gobba etc. etc. Palle! Io ho fatto parte dei contestatori non perchè sono un vecchio bacchettone ma solo perchè una regia è bella o brutta e questa, semplicemente, era brutta, pretenziosa e noiosa. Ho assistito a tutto nel mondo, a scenografie moderne e a scenografie classiche e per ognuna ho espresso un parere semplice: bella o brutta. Un esempio: l’ultimo “Così fan tutte’ alla Scala in chiave moderna era bello, le ultime “Le nozze di Figaro” di tipo tradizionale sono brutte. E così via. Prima di affibbiare cartellini di incompetenza o di nostalgie conservatrici sarebbe forse meglio riflettere e – magari – assistere attentamente allo spettacolo, fermo restando il diritto di dissentire e di avere opinioni diverse. Absit iniuria verbis…
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Indipendenza – Bologna 9 Novembre 2016
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Da qualche indicazione trasversale (e talvolta quasi diretta, seppure ammantata di quella ipocrisia che nulla riesce comunque a coprire) pare correre voce che Kurvenal sia “sponsorizzato” da qualcuno, che nella accezione corrente significherebbe “pagato“. Ebbene debbo ancora una volta ribadire che Kurvenal è una voce del tutto indipendente frutto della competenza, dell’interesse e dell’amore del sottoscritto per la musica classica e quella operistica, che, proprio a garanzia della propria indipendenza, paga di tasca propria tutti i biglietti a differenza di tanti “critici” le cui recensioni condizionate non paiono sempre improntate alla massima trasparenza (pur se ne esistono a livello nazionale alcuni di comprovata serietà). Sfido chiunque a dimostrare il contrario pur sapendo che la maldicenza è uno sport internazionale molto praticato e che, in una società inquinata da mille interessi di parte, ipotizzare che esista una voce che non deve nulla a nessuno è di difficile digestione e viene persino considerato un fastidio se non una minaccia. Mi conforta comunque l’affetto di molti lettori e il costante incremento del loro numero (sono ormai parecchie centinaia).
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Quartetto Emerson – Musica Insieme Bologna 7 Novembre 2016
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Un concerto con qualche luce ma anche molte ombre. Si inizia con il quartetto op. 131. Purtroppo il suono del primo violino è tutt’altro che impeccabile e ad esempio la fuga iniziale risulta piuttosto piatta e monotona. Il suono durante tutto il quartetto non trova mai la fusione e la coesione che si richiederebbe a una grande compagine. Ne risulta un’esecuzione complessiva di livello medio e non certo memorabile. Dopo l’intervallo primo e secondo violino si scambiano di ruolo e il risultato sonoro è migliore anche perché l’op. 130 non risente di quella rarefazione che troverà la sua epitome nell’op. 135 (ahi, ahi relatore iniziale: l’op. 131 e la grande fuga op. 133 non sono esattamente le ultime composizioni di Beethoven..). Il suono è migliore anche se non mancano alcuni difetti di intonazione. Ma poi viene eseguita la grande fuga op. 133. E qui proprio non ci siamo. La velocità forsennata con cui viene attaccata è più che doppia di quella storica del quartetto Amadeus e persino superiore a quella del disciolto quartetto Lasalle, che pure ai suoi tempi fece molto discutere. Ma nel tempo staccato dal Lasalle era ancora nitido il percorso musicale della fuga. Non è il caso dell’esecuzione del quartetto Emerson. Qui la ricerca della velocità ad ogni costo trasforma la composizione in una sorta di esercizio puramente tecnico (per stupire il pubblico) e in un ammasso sonoro informe nel quale è impossibile distinguere lo sviluppo logico della fuga talché finiscono per prevalere quelle dissonanze che tanto fecero discutere il pubblico alle prime esecuzioni e che trovano un loro preciso significato solo se inserite in un discorso musicale che qui è del tutto mancato. Peccato: una esecuzione di certo non all’altezza della fama (forse un po’ usurpata) del quartetto Emerson. Ovviamente, naturalmente, incomprensibile successo di pubblico con la solita ginnasta che applaude immancabilmente a mani alzate….
Programma
L. van Beethoven Quartetto op. 131, Quartetto op. 130 , Grande fuga op. 133
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Sabrina Lanzi – Conoscere la Musica Bologna 3 Novembre 2016
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Un concerto “double face”. Alle ore 21 (come indicato dal programma) “si spengono le luci e tacciono le voci”. Un concerto di Conoscere la Musica che inizia in orario: un miracolo o un ravvedimento? Comunque ben vengano le buone notizie, in questo periodo ne abbiamo proprio bisogno e ci accontentiamo. La precisione nell’orario fa persino digerire l’introduzione. Poi la musica (finalmente!). Si inizia con una sonata Mozartiana poco frequentata. Un’esecuzione composta e stilisticamente corretta con un primo tempo eseguito con misura e nel rispetto del dettato mozartiano. Lo stesso può dirsi degli altri due tempi. Segue una delle sonate più note di Schubert dove la nostra purtroppo infarcisce di strafalcioni il primo tempo (addirittura uno strabiliante prima del ritornello). Tutta la sonata è eseguita troppo in fretta, troppo velocemente (a scapito dell’interpretazione) travisando quello che è il mondo Schubertiano nell’anno della sua morte, quello del quartetto la “Morte e la fanciulla” e del famosissimo quintetto con due violoncelli. Un’esecuzione da dimenticare e che la Lanzi dovrebbe ben riponderare prima di ripresentarla in concerto. Dopo l’intervallo segue l’op. 118 dell’ultimo Brahms, atteso con una certa trepidazione vista l’esecuzione schubertiana. E invece la Lanzi esegue i brani con grande misura e mettendo in risalto il lato intimistico brahmsiano, come ne fa fede, ad esempio, l’interpretazione dell’intermezzo in la maggiore. E anche qualche intemperanza (ad esempio nella ballata in sol minore) può essere perdonata in un contesto di qualità. Insomma un concerto “luci e ombre” da parte di un’interprete che ha certamente molte potenzialità ma che deve anche meglio approfondire l’universo schubertiano. Forse l’ascolto di qualche grande maestro potrebbe giovarle. Un bis.
Programma
W.A. Mozart Sonata n. 4 K 282
F. Schubert Sonata D958
J.Brahms 6 Klavierstücke op. 118
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Mariangela Vacatello – Conoscere la Musica Bologna 27 Ottobre 2016
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La serietà di un’organizzazione musicale si misura anche dal rispetto degli orari. In questo ciclo il ritardo è invece istituzionale e immotivato, 15 minuti per iniziare la “conversazione” (che dura non meno di 15 minuti! per carità di patria non commento il contenuto) cosicché il concerto vero e proprio inizia alle 21. In nessuna sala da concerto di tutta europa si ha una situazione simile che accomuna Bologna al terzo mondo. Ma ovviamente si sta parlando a dei sordi. L’ “organizzazione” (le “maschere” si dileguano dopo il periodo iniziale di ritardo) si disinteressa poi dei telefonini accesi con la luminosità del display che disturba l’ascolto. Nella mia fila due ragazzotti decerebrati hanno tenuto per tutto il primo tempo il cellulare acceso commentando quanto presentato dai displays: ma allora che vengono a fare a un concerto? Questo è uno degli effetti negativi collaterali dei concerti gratuiti: si viene tanto non costa. Altri disturbatori sono coloro che tenendo alto un tablet cercano l’inquadratura perfetta per una foto ma che effettuano n tentativi prima di ritenersi soddisfatti. Ogni confronto con standard europei di comportamento sarebbe impietoso: qui siamo nella provincia della provincia… A questo si aggiunga che un gentile spettatore mi ha tossito rumorosamente costantemente nella nuca cosicché alla prima occasione ho dovuto cambiare posto. Veniamo alla Vacatello. Ha una mano eccezionale e una tecnica di primissimo ordine ma ha un demone che solo raramente riesce a controllare: quello di suonare forte e con la massima accelerazione. Il suo è un pianismo muscolare che ovviamente non va certamente bene per tutte le stagioni. Si inizia bene: la “patetica” è eseguita con calore e stile anche se il secondo tempo viene sviluppato a un tempo un po’ troppo accelerato, perdendo una parte della sua bellissima cantabilità. La sonata di Ginastera, invece, è un disastro: data anche la povera acustica di S. Cristina ne esce un magma sonoro e informe ad altissimo volume. L’intelligenza di un esecutore si misura anche sulla sua sensibilità all’ambiente, cosa che in questo caso è totalmente mancata. Il notturno chopiniano risente ancora una volta di un tempo eccessivo e quindi di una riduzione di cantabilità, perdendo quell’aura di mistero che ne è una delle principali caratteristiche, e nella ballata, nella sua seconda parte, si scatena il demone con un risultato prevedibile. Quanto alla “pavane” si può ripetere quanto detto per il notturno (certamente lo stile non è quello di un θρηνοσ….) mentre per “La valse” la fretta di esprimere tutta la potenza di fuoco della sua tecnica ha cancellato la bellissima progressione sonora dell’inizio magmatico per esplodere troppo in fretta in sonorità e tempi eccessivi. Concludendo si può certamente affermare (in un confronto con il concerto tenuto alcuni anni fa a Musica Insieme) che purtroppo nel pianismo della Vacatello si percepisce un’involuzione verso una impostazione prevalentemente atletica che non promette nulla di buono. Due bis di cui uno il celebre studio chopiniano op. 10 dei tasti neri. Un buon successo ma non strepitoso, vuoi perché talvolta (raramente purtroppo) il pubblico giudica correttamente, vuoi per la presenza di spettatori interessati solo a lasciare la sala maleducatamente appena possibile. Big room for improvement…
Programma
L. van Beethoven Sonata n. 8 op.13 “Patetica”
A. Ginastera Sonata n. 1
F. Chopin Notturno op. 27 n 2 – Ballata n.3
M. Ravel Pavane pour une infante defunte – La Valse
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Comunale perduto – Bologna 26 Ottobre 2016
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Ci siamo: le trattative per l’esubero dei 30 dipendenti, necessario per cercare di riportare il bilancio della fondazione nei limiti previsti dal ministero è fallita e la prospettiva che si apre per il teatro è quella di una degradazione a teatro di provincia, una situazione indegna di una città importante (anche sotto il profilo turistico!). A questo desolante stato di fatto hanno concorso – in eguale misura – il sovrintendente a mezzo tempo (ma a stipendio pieno…), un consiglio di indirizzo del tutto inadeguato composto da persone selezionate non sulla base di specifiche e comprovate competenze (a parte una sola componente) ma per scelte politiche se non di suggerimenti improvvisati (amici di amici, per intenderci, edizione musicale del manuale Cencelli, di cui possiamo ringraziare il “Ronki”) e incapace di condizionare se non di contrastare scelte erronee della dirigenza, un suo presidente che per volere essere clemente non ha alcun interesse e/o competenza musicale e un sindacato corporativo a difesa di privilegi ingiustificati, frutto di politiche lassiste di decenni. Qualcuno si meraviglia del risultato? E come ciliegina sulla torta, dalla manica del prestigiatore è uscita la balzana proposta di inserire nel ponte di comando del teatro Ezio Bosso, non si capisce a che titolo, con quale competenza e con quali scopi. (Per fortuna il nostro – forse neppure consultato preventivamente – ha messo le mani avanti sfilandosi, di fatto, da una proposta paradossale.) La crisi del teatro è anche sottolineata dalla paurosa diminuzione degli abbonamenti, sia all’opera che alla sinfonica nonostante una demenziale politica dei prezzi che – ad esempio – ha ridotto ingiustificatamente i costi delle “prime” in presenza di bilanci disastrati. Ed è del tutto inutile gridare alla mancanza di sponsors: a parte qualche caso (ad esempio i Golinelli e la loro fondazione) chi potrebbe essere interessato a sostenere un’organizzazione fallimentare? Con quali ritorni di immagine? In una situazione seria, con persone serie, i vertici dovrebbero alzare le mani e semplicemente dimettersi, sfiduciati dall’assemblea dei soci. Ma questo non avverrà, con personaggi abbarbicati alla cadrega (e ai corrispondenti emolumenti). E quindi? Il destino è segnato a meno che un improbabile rigurgito di serietà non porti a quei “consigli che non si possono rifiutare“, azzerando i vertici e riprendendo da capo, con persone competenti, il filo spezzato della conduzione del teatro. E questo passa anche per il coraggio di licenziare i dipendenti in esubero che hanno rifiutato condizioni di favore, sfidando così un sindacato indifferente alle sorti del teatro, interessato solo alle tessere che sono l’unica sua ragione di esistenza .
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Quartetto di Cremona Campaner – Musica Insieme Bologna 24 Ottobre 2016
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Che il quartetto di Cremona rappresenti la migliore formazione cameristica italiana (di livello mondiale, comunque) è cosa ormai nota e se ne è avuta la riprova ieri con un concerto che non esito a definire strepitoso. Questo quartetto ha ormai una capacità di fusione del suono e una capacità corale interpretativa che non smettono di stupire. Impegnati in un concerto di lunghezza “monstre” (2 ore e un quarto di musica – forse un po’ troppo per un concerto iniziato alle 20.30. In questi casi si dovrebbe avere il coraggio di anticipare alle 19 e – forse – di inserire due intervalli) hanno saputo, in presenza di formazioni variabili, esprimere appieno il mondo schubertiano, e in particolare del suo ultimo periodo, l’anno della morte. Senza dubbio il meglio si è avuto con la formazione base della compagine, impegnata nel quartetto “Der Tod und das Mädchen” (il nome è preso dall’omonimo Lied composto precedentemente e il cui tema – variato – viene ripreso in uno dei tempi del brano) con una esecuzione perfetta che ha giustamente strappato un applauso caloroso e sentito del pubblico. Della stessa qualità il meraviglioso quintetto con i due violoncelli dimostrando, ancora una volta, come l’inserzione di strumentisti di qualità in una formazione così affiatata non ponga alcun problema, vista la qualità degli altri esecutori. Di buona qualità (non strepitosa però) l’esecuzione del quintetto “Die Forelle” (nome derivato anch’esso da un precedente Lied il cui tema con variazioni costituisce il terzo movimento): è probabile che la sensazione di una qualità leggermente inferiore sia legata al diverso periodo compositivo schubertiano (1819 anziché 1828) e a un contenuto musicale meno pregnante delle altre due composizioni eseguite. Buona la prova della Campaner. Un quartetto, comunque, che vorremmo sentire molto più spesso, come accade a Milano alla società del Quartetto dove vengono proposte le integrali di vari autori. Un’ultima considerazione positiva. La viola del quartetto ha detto due parole molto semplici ma molto utili prima del concerto limitando a 5 minuti il suo intervento. Che possa servire di esempio ai self-made musicologi che infestano i concerti di Musica Insieme?
Programma
Quartetto in re minore D 810 – Der Tod un das Mädchen
Quintetto in do maggiore D 956 per due violini, viola e due violoncelli
Quintetto in la maggiore D 667 per pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso – Die Forelle
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Comunale salvato – Bologna 23 Ottobre 2016
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Adesso mi sento più tranquillo. In ansia per le sorti del nostro teatro dal cilindro del sindaco è stato estratto il coniglio vincente: Ezio Bosso. Al di là della solidarietà umana verso chi non è stato premiato dalla natura la domanda che ci si pone è: che ci “capa” un esponente della musica jazz-pop-nazional popolare applaudito al festival di Sanremo (sic!) in un teatro d’opera e comunque di musica classica? OK: qualche concerto l’ha dato ma abbiamo bisogno di una nuova edizione di Bocelli? Quali sono le sue esecuzioni memorabili? Quelle applaudite da un pubblico mammista che si commuove alla vicenda umana della persona e sostituisce a un giudizio critico la empatia? Quali sono le credenziali culturali e organizzative (sì, organizzative, perché dopo un consiglio di indirizzo travicello che si segnala per la sua pochezza e la diffusa incompetenza dei suoi membri ci manca solo un consulente travicello) del nostro carneade? Vogliamo sostituire la competenza con la solidarietà umana? E la cosa ancora più sorprendente è che in un paese di dilettanti allo sbaraglio non ve ne sia uno che dica: scusate, non è la mia materia! Il nostro, infatti, con la tipica modestia di facciata dichiara che se può essere utile (e come?) non si trarrà indietro. Nulla di nuovo: qualcuno si ricorda dell’intervento sciagurato di Zagrebelsky nella serie “la permanenza del classico” organizzato dall’ateneo, quando con bella sicumera discettò – incompetente del momento – di Enena e Didone facendo accapponare la pelle agli esperti? Per quanto mi riguarda mi dichiaro fin d’ora disponibile a partecipare a un convegno di filologia romanza tenuto in sanscrito. Qualche obiezione? Insomma ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere: abbiamo un teatro sull’orlo del baratro, gestito in modo dilettantesco da un preteso compositore a tempo parziale e la soluzione proposta dal presidente del consiglio di indirizzo è Ezio Bosso. La prossima mossa sarà convocare Orietta Berti e ricostituire, così facendo, una nuova versione del duo Otto e Barnelli.

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Maisky Rustioni – Pomeriggi musicali Milano 15 Ottobre 2016
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Addobbato con una sgargiante blusa blu, i lunghi capelli bianchi ondulati, pizzetto e barba bianca, Mischa Maisky si presenta al pubblico come una icona del violoncellismo mondiale. Si siede su un predellino che appare fatto su misura, con una protuberanza che gli permette un puntale di 80 cm; il violoncello risulta praticamente sdraiato sulla persona. L’esecuzione è naturalmente di altissima qualità ma non raggiunge le stesse vette del passato. Tecnicamente perfetta, risulta in certi passaggi un po’ debole e il suono ne risente. La colpa è certamente anche della terribile acustica del teatro Dal Verme e di una orchestra che non viene sufficientemente tenuta a bada dal direttore, coprendo spesso il suono del violoncello. L’esecuzione del difficilissimo concerto di Dvořák meriterebbe di certo un’orchestra che assai meglio assecondasse l’interprete. Quanto a Maisky gli anni passano per tutti (e ne fa fede l’evidente sforzo nel suonare che lo costringe ripetutamente a detergersi il sudore) e certamente il violoncello è strumento impietoso, assai più del pianoforte (penso a grandi vecchi come Radu Lupu in grado di fornire prestazioni eccezionali anche laddove la tecnica non lo sorregge più come un tempo). In ogni caso grande successo di pubblico e due bis bachiani. Nel secondo tempo il concerto ha presentato la quinta sinfonia di Sibelius, un brano certamente non di grande spessore eseguito da un’orchestra piena di buona volontà ma oggettivamente di qualità mediana. E questo nonostante le contorsioni del giovane direttore cui bisognerebbe suggerire l’analisi del gesto dei grandi direttori, sempre misurato e autorevole senza eccessi ginnici che nulla portano alla qualità dell’esecuzione. Non molto altro da dire. Buon successo di pubblico (e un po’ di stonata clacque locale..).
Programma
Antonín Leopold Dvořák Concerto per violoncello e orchestra op. 104
Jean Sibelius Sinfonia op. 82
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Amsterdam Sinfonietta Carbonare – Musica Insieme Bologna 10 Ottobre 2016
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Una formazione cameristica di grande qualità con un clarinettista – Alessandro Carbonare – che si è aggiunto all’ultimo momento a causa della indisponibilità del clarinettista previsto dal programma Martin Fröst. Il concerto si è sviluppato su due piani: una prima parte di stampo classico e una seconda di stampo nazional-popolare con musica “klezmer” (klezmer כליזמר è vocabolo yiddish e non ebraico – come indicato da Sandro Cappelletto, relatore dell’ “introduzione” elogiativa del trentennale di Musica Insieme -. Si tratta infatti di vocabolo della comunità ebrea tedesco-polacca distrutta dal nazismo dove “klez” כליז sta per clarinetto) e jazzistica. Dell’esecuzione dei brani di Bruckner, Janáček e Bartók non si può che dire bene, con un suono dell’orchestra particolarmente calibrato che dimostra un affiatamento da tempo consolidato. Anche dal punto di vista interpretativo i brani sono stati resi con grande partecipazione nel rispetto dello stile di ciascuno dei tre compositori di diversa origine. Altrettanto di grande qualità è stata l’esecuzione del concerto di Weber: Carbonare è strumentista di affermata capacità. Il resto del programma ha seguito percorsi diversi da quelli previsti a causa del cambio di clarinettista. Qui forse Carbonare ha ecceduto nello strizzare l’occhio al pubblico meno avvertito ma diciamo che data la chiamata d’urgenza la cosa si può anche perdonare. Purché non si ripeta…
Programma
Anton Bruckner Adagio dal Quintetto per archi in fa maggiore WAB 112
Carl Maria von Weber Concerto n. 1 in fa minore-maggiore op. 73 per clarinetto e archi
Leoš Janáček Suite per archi JW 6/2
Johannes Brahms Danza ungherese n. 14 (trascrizione per clarinetto e archi di Roland Pöntinen)
Tradizionale/Göran Fröst Danza klezmer n. 2 per clarinetto e archi
Béla Bartók Danze popolari rumene Sz. 6apper
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Ayumi Matsumoto – I concerti del Circolo della Musica Bologna 8 Ottobre 2016
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Parliamoci chiaro: se qualcuno ritiene che quanto sta per leggere sia eccessivo chieda di riascoltare la registrazione (che è stata effettuata) per convincersi. Si comincia con una sonata di Mozart: una esecuzione tecnicamente pulita ma tutta troppo forte, senza mai un mezzo tono. Tessitura sempre fra f e mf. Mi chiedo se la colpa sia della sala la cui acustica è francamente molto discutibile o del piano con il coperchio aperto che produce sonorità eccessive. Scopro più avanti nel concerto che invece i “piani” (i pochi eseguiti”) sono possibili. Oops… Si passa alla sonata op. 110 di Beethoven, certamente il brano più significativo del concerto per giudicare l’interprete. Si tratta della sonata con le minori difficoltà tecniche fra quelle del cosiddetto “ultimo periodo” ovvero quello che va dall’opera 101 all’opera 111. Qui semplicemente non credo alle mie orecchie: incredibili errori anche in parti assolutamente tecnicamente elementari in tutti i tre tempi. Addirittura nella fuga uno strafalcione gigantesco obbliga l’esecutrice a farfugliare qualche nota per cercare di mantenere la continuità dell’esecuzione senza ovviamente potere nascondere quanto successo. Dal punto di vista musicale un disastro: poca interpretazione, tutto eseguito in modo piano, scialbo mf e addirittura la fuga viene eseguita con un tempo iniziale lentissimo (che solo un grandissimo interprete potrebbe sostenere) salvo poi avventarsi al termine del brano con un eccesso di velocità e di suono assolutamente fuori stile. Semplicemente incredibile. Dopo l’intervallo vengono eseguiti i Drei Fantasiestücke op. 111 di Schumann, tre brani pochissimo frequentati e oggettivamente musicalmente deboli che riflettono la stato di salute mentale del compositore tedesco ormai non più padrone di sé stesso. Il primo viene affrontato in modo eccessivamente violento e gli altri due (più intimistici) senza lode e senza infamia. Segue il notturno di Chopin (dove finalmente scopro che è possibile suonare piano) anche qui senza particolari elementi positivi, per terminare con un brano da archeologia musicale, una parafrasi di Martucci della “Forza del destino” di Verdi. Martucci non è Liszt e la sua parafrasi è noiosa e pedissequa e meritevole di essere riposta rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale. Esecuzione tecnicamente corretta: di più non si può dire (anche per colpa della partitura). Successo modesto da parte del pubblico “premiato” con una mazurka di Chopin che riflette ancora una volta le scarse qualità musicali dell’interprete: riesce ad “andarci giù pesante” anche in un brano che meriterebbe ben altro approccio.
Programma
W. A. Mozart Sonata K. 576
L.V. Beethoven Sonata op. 110
R. Schumann Drei Fantasiestücke op. 111
F. Chopin Notturno op. 27 n. 2
G. Martucci La forza del destino
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Duo Cosi Giorgi – Accademia Filarmonica Bologna 8 Ottobre 2016
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Un duo violoncello pianoforte giovane composto da due esecutori ancora in fase di studio (il violoncello segue attualmente dei corsi di perfezionamento mentre il pianista studia al conservatorio). L’esecuzione della difficile sonata beethoveniana non è stata immacolata: vari problemi di intonazione da parte del violoncello (soprattutto nelle parti che richiedono il capotasto) e alcune non secondarie incertezze del piano. Sia chiaro: si tratta di giovani (il pianista è addirittura uno studente del secondo anno del triennio accademico di primo livello) e quindi le incertezze ci stanno ma troppo nota è la sonata e le grandi esecuzioni (ad esempio il duo Rostropovitch Richter) perché sfuggano a un orecchio avvertito i problemi. Ciononostante l’impostazione musicale del brano è stata di buona qualità e altrettanto buono è l’affiatamento fra i due strumentisti ma there is a big room for improvement. Molto meglio l’esecuzione della bellissima sonata di Šostakovič nella quale l’aspetto popolare (nel senso migliore del termine) del brano è stato reso molto bene, sottolineando quegli aspetti che ne fanno un classico del violoncello. Qui (anche per la tessitura della partitura) sono mancate in larga parte le carenze del violoncello che ha risolto brillantemente anche alcuni complessi passaggi (ad esempio quelli che richiedono glissati e successioni di intonazioni con la mano nella stessa posizione). Un buon successo di pubblico premiato con un bis: il secondo tempo della sonata per violoncello e pianoforte di Rachmaninov eseguito in modo eccellente.
PS Nelle biografie degli esecutori bisognerebbe evitare frasi del tipo “vincitore di numerosi premi in concorsi nazionali e internazionali”: o si indicano i nomi dei concorsi e le date oppure la sensazione è che si tratti di aria fritta. Sarebbe poi indispensabile (soprattutto per un giovane) evitare atteggiamenti istrionici da “kapellmeister” che dirige un’orchestra che non c’è, o espressioni eccessivamente ispirate. Forse sarebbe bene vedere le registrazioni dei grandi interpreti: Schiff, Argerich, Michelangeli, ma anche giovani come Volodos, Blechacz etc. La sobrietà è sintomo di sicurezza mentre gli atteggiamenti estremi paiono volere compensare con l’espressione quanto le mani non riescono ad esprimere. ….
Programma
L. v. Beethoven Sonata il la maggiore op. 69
D. Šostakovič Sonata il R eminore op. 40
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Solisti di San Valentino – Chiesa di S.Valentino Bologna 6 Ottobre 2016
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Al di là dei concerti delle organizzazioni maggiori a Bologna, è possibile ascoltare anche giovani formazioni locali che arricchiscono il panorama musicale bolognese facilitando l’ascolto e la diffusione della musica classica (“alta” direbbe Q.Principe). È il caso dei solisti di San Valentino che hanno eseguito un programma principalmente barocco con una puntata nel settore romantico con Mendelssohn. La formazione cameristica (che anche in Corelli e Händel ha visto la partecipazione dell’oboe come strumento di insieme) ha ripercorso l’impostazione che in tempi passati era quella della hausmusik, ovvero un’esecuzione il cui scopo principale non era una esibizione virtuosistica ma bensì un’occasione per conoscere e ascoltare musica: era, per esempio, quella della famiglia Mendelssohn che ogni domenica si riuniva insieme ad amici e conoscenti per un concerto “famigliare” che naturalmente era anche occasione di incontro e discussione. Ovviamente la tradizione risaliva anche a tutto il settecento di cui abbiamo testimonianza – ad esempio – in numerose lettere di Mozart. Ciò detto bisogna dire che la formazione ha offerto un’esecuzione con luci ed ombre al di là di alcune imprecisioni di intonazione. L’acustica della chiesa di San Valentino è pessima impedendo nonostante la buona volontà degli esecutori la fusione dei suoni degli strumenti, cosa che ha purtroppo messo in risalto una forte difformità nelle loro sonorità. In particolare il primo violino ha coperto in Corelli e Händel, praticamente annullandolo, il suono struggente dell’oboe e anche quello degli altri strumenti (persino il secondo violino). In una formazione cameristica è necessario dismettere un’impostazione che potrebbe essere quella di un violino solista in una grande sala da concerto, ridurre l’individualità dello strumento in nome di un’amalgama dei suoni che è alla fine dei conti l’essenza intrinseca della musica eseguita. L’assenza di fusione è risultata particolarmente evidente nella sinfonia per archi di Mendelssohn che è di fatto un quartetto. Purtroppo il quartetto ha delle regole che non si possono evitare e in primo luogo il fatto che non può essere la somma di individualità ma deve essere l’annullamento dei singoli nel tutto, il che richiede un ripensamento di tutti gli esecutori in nome di un diverso atteggiamento. Buona l’esecuzione dell’oboe nel concerto solistico e altrettanto dicasi dell’organista. Insomma un concerto interessante e benemerito per un pubblico non particolarmente sofisticato ma “there is a big room for improvement”. Un bis: la ripetizione dell’ultimo tempo del concerto di Corelli (una prassi abbastanza comune ma che io personalmente non amo: il bis non è un obbligo e se deve esserci deve presentare un altro brano, anche per indicare che il repertorio degli esecutori è più vasto del programma del concerto).
Programma
Arcangelo Corelli: concerto grosso n.1 in re maggiore per archi
George Friedric Händel: concerto No.5 in Fa maggiore (con organo) HWV 293 per organo e archi
Giovanni Maria Trabaci: canzona franzesa seconda (organo solo)
Giovanni Maria Trabaci: canzona franzesa settima cromatica (organo solo)
Giovanni de Macque: consonanze stravaganti (organo solo)
Felix Mendelssohn Bartoldy: Sinfonia per archi n. 7 in re minore
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Angela Hewitt – Milano Quartetto 21 Settembre 2016
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Angel Hewitt, catapultata all’ultimo momento a Milano in sostituzione della Uchida, è da molti anni ai vertici del pianismo mondiale e rappresenta quella schiera di pianisti di mezza età che non fanno della tecnica (peraltro eccellente) l’elemento principale del proprio pianismo ma ricercano l’essenza della musica che interpretano. Il repertorio della Hewitt spazia dal barocco al moderno senza tralasciare i grandi compositori quali Beethoven, Chopin, Ravel etc. Di certo è oggi considerata la vestale di Bach del quale sta completando la registrazione di tutte le composizioni per tastiera. L’esecuzione della Hewitt è perfetta dal punto di vista dello stile e immacolata tecnicamente ma non può non essere confrontata con quella dell’altro grande interprete bachiano contemporaneo: Andras Schiff. L’interpretazione della Hewitt appare talvolta algida e meccanicistica nonostante l’uso del pedale a differenza di Schiff che non lo usa e il cui tocco però è in grado di animare l’ordito musicale pur nel rispetto totale dello stile. Naturalmente definire un corretto codice interpretativo bachiano è impresa impossibile essendo le sue composizioni per clavicembalo ma è proprio nella trasposizione per piano che si incentra la capacità dell’interprete di trovare la giusta chiave interpretativa. Sia chiaro: il concerto è stato di altissimo livello e ha ottenuto il plauso incondizionato del pubblico. Un solo bis: l’aria di apertura delle Goldberg Variationen.
PS La Hewitt è la seconda pianista che ha adottato lo spartito su iPad, il che evita di ricorrere a un assistente per voltare le pagine. Ho parecchio tempo fa acquistato lo strumento che però richiede una sorta di interruttore da operare con il piede sinistro per voltare le pagine e che ha due difetti. Il primo è che l’uso del pedale “una corda” interferisce con il pulsante e si corre sempre il rischio di premere il pulsante anziché il pedale. Il secondo è che essendo il pulsante “wireless” non è bloccato e un movimento involontario del piede rischia di allontanarlo dalla portata del piede con ovvie conseguenze. Nel concerto di ieri sera la Hewitt non mai usato il pedale “una corda” e per evitare lo spostamento involontario della pulsantiera ha costantemente tenuto la gamba sinistra dietro quella destra. Nel caso di Bach si può pensare che la cosa funzioni ma con altri compositori la cosa è assai problematica. Sarebbe indispensabile trovare la maniera per agganciare il pulsante alla pedaliera: food for thought.
Programma
J.S. Bach
– Fantasia in do minore BWV 906
– Aria Variata in la minore “Alla maniera italiana” BWV 989
– Invenzioni a due voci BWV 772 – 786
– Invenzioni a tre voci BWV 787 – 801
– Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo BWV 992
– Capriccio in mi maggiore BWV 993
– Fantasia e fuga in la minore BWV 904
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Die Zauberflöte – La Scala 12 Settembre 2016
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Cominciamo dai lati positivi: la regia di Peter Stein. Finalmente (ripeto finalmente!) una regia che riporta il Flauto Magico a quella che è la sua intima sostanza: una favola con vari lati istrionici (Monostato, Papageno) unitamente a una valorizzazione delle più alte doti umane. Sia chiaro: il riferimento alla massoneria e ai suoi ideali è indubitabile ma non può essere l’unica chiave interpretativa dell’opera, rendendola un racconto funereo nel quale i personaggi più strampalati sono vissuti come un’aggiunta da sistemare con il minimo risalto. Con Stein si ritorna, insomma, a una visione quale probabilmente era quella di Schikaneder e di Mozart (visto anche il posto nel quale ebbe luogo la prima rappresentazione). Ma con i lati positivi ci fermiamo qui. All’estremo opposto la regina della notte di Yasmin Özkan. In tutti i registri sforza vistosamente con notevoli difetti di intonazione fino a strillare letteralmente nei sopracuti. Una performance assolutamente al di sotto del minimo sindacale naturalmente applaudita da un pubblico ignorante che gode della musica (giustamente) e non capisce nulla dello scempio condotto dal “soprano”. Nel cast svetta certamente il Sarastro di Martin Summer, voce calda e possente, perfettamente a suo agio nella parte. Peccato che sia vestito come il califfo Al-Baghdadi con l’unica differenza che la veste è bianca anziché nera. Papageno (Till Von Orlowsky) è più da apprezzare per l’agilità da ballerino ma con un eccesso di latri istrionici che alla fine risultano stucchevoli. Vocalmente sopra la sufficienza. Buone le prove di Tamino (Martin Piskorski, a parte una stecca clamorosa) e di Pamina (Fatma Said) che ha una bella voce e interpreta molto bene l’aria dell’abbandono. Monostato (Sascha Emanuel Krame) nella norma anche se la regia gli impone un eccesso di istrionismo mentre molto brave sono le dame e accettabili (non eccezionali) i tre bambini. Orchestra con molte sbavature diretta spesso (e in particolare nell’introduzione dell’ouverture) in modo fiacco e troppo lento. In totale: uno spettacolo molto al disotto degli standard della Scala che ha fra l’altro “dimenticato” di accendere il condizionamento obbligando gli spettatori di sesso maschile correttamente vestiti con giacca e cravatta a una sauna di difficile sopportazione.
Cast
| Direttore | Ádám Fischer |
| Regia | Peter Stein |
| Scene | Ferdinand Wögerbauer |
| Costumi | Anna Maria Heinreich |
| Luci | Joachim Barth |
| Drei Knaben | Solisti dei Wiltener Sängerknaben, Innsbruck: Moritz Plieger, Clemens Schmidt e Raphael Eysmair
Maestro del coro: Johannes Stecher |
CAST |
|
|---|---|
| Papageno | Till Von Orlowsky |
| Tamino | Martin Piskorski |
| Pamina | Fatma Said |
| Regina della notte | Yasmin Özkan |
| Sarastro | Martin Summer |
| Monostato | Sascha Emanuel Kramer |
| Prima Dama | Elissa Huber |
| Seconda Dama | Kristin Sveinsdottír |
| Terza Dama | Mareike Jankowski |
| Papagena | Theresa Zisser |
| Primo sacerdote | Philipp Jekal |
| Secondo sacerdote | Thomas Huber |
| I uomo in armatura | Francesco Castoro |
| II uomo in armatura | Victor Sporyshev |
| Tre schiavi | Marcel Herrnsdorf
Tenzin Chonev Kolsch Thomas Prenn |
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Milano musica – 12 Settembre 2016
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Trovandomi a Milano per motivi di lavoro ho avuto modo di scorrere i programmi dei concerti disponibili a Milano (tralascio la Scala che fa storia a sé). Comincio con il Mi-To (www.mitosettembremusica.it): per 20 (venti!) giorni sono organizzati a Torino e Milano 3-4 concerti al giorno durante il pomeriggio e la sera (ripetuti in giorni differenti nelle due città) a prezzi che variano fra i 10 e i 30 euro in tutti i teatri di Milano e Torino. Il periodo in cui vengono effettuati è quello delle prime tre settimane di Settembre, quando le altre attività ancora non sono iniziate e quindi senza sovrapposizioni. I concerti sono di vario livello ma sempre seri (purtroppo quest’anno non viene effettuata la trasmissione in streaming di alcuni di loro). Ora Torino dista 45 min. di treno da Milano e Bologna dista 65 minuti: possibile che non si possa prevedere una estensione, un sorta Mi-To-Bo? Qualcuno dei nostri provincialissimi organizzatori ci ha mai pensato? Nessuno è in grado a Bologna di offrire gli stessi concerti? Seconda opzione a Milano: le serate musicali (www.ipomeriggi.it). Qui sono offerti concerti (ripetuti in due giorni) di altissimo livello (si comincia con Mischa Maisky, tanto per dire) a prezzi che al massimo sono 20 (venti!) euro con parecchie opzioni di riduzione. L’abbonamento a 23 (ventitre) concerti costa 300€: qualcuno vuole fare il confronto con la ridotta e costosa stagione di Musica Insieme o del Bologna Festival? Notare che in aggiunta a queste stagioni c’è anche quella storica del Quartetto (www.quartettomilano.it), a prezzi leggermente maggiori ma non di troppo. Insomma: possibile che Bologna non sia in grado di offrire un panorama se non uguale almeno simile?

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Quartetto Noûs – Cortina 11 Agosto 2016
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A chiusura del Festival Ciani del 2016, sezione cortinese – ci sarà un’ultima manifestazione ad Angera(?) il 4 Settembre – il quartetto Noûs (con l’aggiunta del violoncellista C. Scaglione per il quintetto) ha eseguito due della pagine più note del compositore viennese. Il quartetto Noûs (“mente” in greco antico) formato da quattro giovani musicisti italiani, nasce nel 2011 all’interno del Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano. Frequenta l’Accademia “Walter Stauffer” di Cremona nella classe del Quartetto di Cremona, la Musik Akademie di Basilea nella classe del M° Rainer Schmidt (Hagen Quartett) e si perfeziona con Aldo Campagnari (Quartetto Prometeo) e Hatto Beyerle (Alban Berg Quartett). Frequenta attualmente la Musikhochschule di Lubecca nella classe del M° Heime Müller (Artemis Quartett) e la Escuela Superior de Música “Reina Sofia” di Madrid nella classe del M° Günter Pichler (Alban Berg Quartett). Una esecuzione tutto sommato dignitosa di una giovane formazione, tecnicamente agguerrita ma ancora alla ricerca di quella fusione delle sonorità che è il tratto distintivo delle formazioni cameristiche. Il limite si percepisce soprattutto nelle sezioni dei brani che richiedono una sonorità piena, dove viene a mancare l’equilibrio fra le varie parti. Ma si tratta di formazione giovane e quindi aperta alla possibilità di grandi miglioramenti. Pubblico scarso come è ormai tradizione dei concerti del festival Ciani e una sala acusticamente inadatta a manifestazioni musicali.
Programma
Franz Schubert Quartetto n.14 in re minore D810 /Der Tod und das Mädchen)
Quintetto in do maggione D956
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Mullova Labèque – Cortina 2 Agosto 2016
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L’agonizzante Festival Ciani ogni tanto ha un guizzo di vitalità e propone un concerto di qualità con un pubblico drammaticamente esiguo anche a causa di una insufficiente e dilettantesca campagna pubblicitaria. Ieri sera saranno state presenti non più di 150 persone per due artiste che a Milano, al Quartetto, hanno riempito la sala senza un posto libero. Sono ormai molto lontani i tempi in cui il cartellone era composto da artisti quali Schiff, Argerich, Kremer etc. Oggi viene ammannita una serie di concertini di dubbia qualità, per lo più presso hotels con qualche eccezione come nel caso del concerto in questione, il concerto del “decennale” per celebrare appunto il compleanno del festival. Si comincia in perfetto orario teutonico come se le due artiste volessero al più presto sbrigare la pratica, insoddisfatte dell’uditorio e la stessa precisione temporale viene adottata per l’intervallo. Naturalmente si tratta di due professioniste ai vertici mondiali e quindi il concerto è di altissimo livello. E va sottolineata nel programma la presenza di due compositori moderni, Takemitsu e Pärt, con due composizioni molto belle e gradevoli, che comprovano che moderno non significa dissonante se non provocatorio, una notazione che ebbi già modo di fare in occasione del concerto del duo al Quartetto. Il resto del programma si è basato su tre composizioni classiche e senza dubbio la riuscita migliore si è avuta per la sonata di Schumann, una fra le ultime per del compositore di Zwickau, resa da un dialogo serrato fra i due strumenti con momenti di intensa liricità. Un bis a me sconosciuto, un brano molto melodico probabilmente tratto da qualche successo di musica leggera, che mi è parso una concessione a un pubblico molto educato ma non troppo competente formato in grande parte dagli allievi della accademia. Grande successo.
Programma
W.A. Mozart sonata in la maggiore K.526
R. Schumann sonata op. 105
T. Takemitsu Distance de Fée
A. Pärt Fratres
M. Ravel sonata n. 2
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