Die Fledermaus – La Scala 11 Febbraio 2018
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Non sono mai stato un amante dell’operetta ma ci sono almeno due eccezioni: Le contes de Hoffman” e “Die Fledermaus”. E bene ha fatto la Scala a riproporre per la prima volta (a Vienna viene riproposta ogni fine d’anno) l’operetta di Johann Strauss che sarebbe godibile sotto ogni profilo. Sarebbe…
se il regista non avesse trasformato un’operetta “fin de siècle” in una rappresentazione da baraccone, una sorta di avanspettacolo kitsch di periferia che la Scala di certo non merita. C’è tutto il repertorio più scadente da parte del regista che ammicca alla sala stile Schikaneder da circo: totale trasformazione del testo con inserzioni fuori luogo, balletti dei protagonisti (ad esempio nel primo atto), balletti in generale (il corpo di ballo è l’unico che si salva), il principe che diventa principessa, arie d’opera seria, esibizione di acrobati, battute di qualità infima e addirittura uno show di Paolo Rossi che con l’operetta c’entra come i cavoli a merenda. Fare una recensione seria di fronte a questo spettacolo sarebbe come sparare sulla croce rossa: praticamente non c’è nulla che si salvi. Solo Adele – die Zofe – (Daniela Fally) offre una prestazione di valore con una spiritosa presenza scenica e una bella voce.”Il resto è noia….“. Pubblico ovviamente soddisfatto (!!!!!) ohimé.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Cast
Direttore |
Cornelius Meister |
Regia |
Cornelius Obonya |
Co-regista |
Carolin Pienkos |
Scene e costumi |
Heike Scheele |
Luci |
Friedrich Rom |
Coreografia |
Heinz Spoerli |
Video |
Alexander Scherpink |
Eisenstein |
Peter Sonn |
Rosalinde |
Eva Mei |
Dr. Falke |
Markus Werba |
Frank |
Michael Kraus |
Adele |
Daniela Fally |
Princesse Orlofskaya |
Elena Maximova |
Alfred |
Giorgio Berrugi |
Dr. Blind |
Kresimir Spicer |
Frosch |
Paolo Rossi |
CAST CORPO DI BALLO |
|
|---|---|
Una donna |
Marta Romagna |
Un uomo |
Massimo Garon |
Tre uomini czarda |
Federico Fresi, Maurizio Licitra, Salvatore Perdichizzi |
Coppia Solista |
Beatrice Carbone, Massimo Garon |
E il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala |
|
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Una piccola nota di colore rosso sangue- 9 Febbraio 2018
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Guardando l’istogramma statistiche degli accessi a Kurvenal (v. diagramma alle ore 19 e non siamo ancora alla sera quando aumentano ulteriormente)
si può notare che sono i posts con le stroncature quelli che ricevono il maggiore gradimento (ex. 9 Febbraio) mentre gli altri (ad esempio Lisiecki 7 Febbraio – punteggio massimo) raggiunge meno della metà. Il che prova che i lettori annusano l’odore del sangue…
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Liss Khozyainov – Teatro Comunale Bologna 8 Febbraio 2018
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Era veramente un pezzo che non assistevo a un concerto così brutto. Ma andiamo per ordine. Si presenta un giovincello di bruttissime speranze di anni 24 (2 più di quelli di Lisiecki!) che esegue il non bellissimo terzo concerto di Rachmaninov. Il suono è aspro, la tecnica non immacolata ma soprattutto il nostro gragnuola la tastiera impietosamente. Da salvare (forse) solo l’esecuzione del tema iniziale del concerto ma si tratta di una goccia nel mare. Si vede perfettamente che il pianista si sente un idolo e per questo ti rifila come due bis (di lunghezza entrambi eccessiva) due fantasie (ma meglio sarebbe dire due incubi) virtuosistiche di autori a me ignoti (ma credo che sia un titolo di merito – mi è stato detto che siano sue) su due famose arie operistiche, quella dell’ouverture del Guglielmo Tell e la ben nota “non più andrai..” delle nozze di Figaro. Inutile dire che se proprio si vuole eseguire una parafrasi operistica non c’è che da scegliere nel repertorio del grande Franz. Due esecuzioni certamente non memorabili, kitsch e prive di qualunque aspetto artistico. Ma non c’è nulla da dire: se un pianista suona male e non ha sensibilità artistica sceglie male anche i brani peggiori come bis, convinto in questo modo di fare impressione su un pubblico come sempre di bocca buonissima (diciamo più semplicemente ignorante e pronto a farsi turlupinare). Che infatti applaude: suonare forte e in fretta, anche alla “sperindio“, e il successo è garantito. Ma “Dio li fa e poi li accompagna“. Il direttore Liss, agghindato con una casacca stile Kim Jong Hun ma con risvolti azzurrini (ovviamente confezionata su misura – non si troverebbe neppure da un robivecchi) dirige la brutta sinfonia di Rachmaninonv (il russo era un pianista le cui composizioni sinfoniche sono un suo sottoprodotto) con una gestualità inutilmente violenta dalla quale non emerge un solo elemento positivo della composizione. Insomma un disastro. Che sia l’ultima eredità del non compianto Sani?
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Programma
S.V. Rachmaninov
Concerto per pianoforte e orchestra in Re minore n.3 Op.30
Sinfonia n. 3 in La minore Op.44
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Il giovanissimo Lisiecki non è nuovo al Quartetto. Alto almeno 1.90 arriva alla tastiera con passo falcato e dopo 10 secondi attacca un programma da fare tremare i polsi per difficoltà e lunghezza. Ma la giovinezza e l’entusiasmo permettono tutto questo. Forse discutibile il gusto di aprire con i notturni di Chopin e chiudere ancora con il compositore polacco e lo scherzo n.1, un brano di grande effetto ma forse il meno difficile dell’intero programma. Ma fa nulla. Lisiecki è un vero “enfant prodige” che assomma a una tecnica eccezionale una grande sensibilità artistica e il coraggio di proporre come unico bis il brano più sognante delle Kinderszenen di Schumann. Di cui esegue anche un ciclo raramente visitato, i Nachtstücke (credo di averli ascoltati in concerto solo un’altra volta – ancora meno eseguiti delle bellissime e spesso dimenticate Novellette) prima di affrontare il brano di difficoltà trascendentale di Ravel, pari solo a Islamey di Balakirev, a Pretuska di Straviskji e ad alcuni studi trascendentali di Liszt. Come Trifonov ha nelle mani una Ferrari che gli permette di superare agevolmente ogni difficoltà (anche nei brani di Rachmaninov) con l’unico difetto che la giovanile esuberanza manda fuori giri talvolta il bolide, ad esempio in Scarbo. Ma ha un’intera esistenza davanti per maturare e controllare gli eccessi con la stessa sensbilità con cui esegue i notturni di Chopin (salvo un tempo staccato nel secondo da gran premio). Un giovane (22 anni!) grande artista che ha anche l’umiltà di seguire ancora corsi di perfezionamento, consapevole che al miglioramento non esistono limiti. Vorremmo di certo ascoltarlo anche nel repertorio mitteleuropeo, in Beethoven e Schubert, ma la sensazione è che se tira un po’ il freno a mano i risultati saranno eccezionali. Grande successo di pubblico (e poi un biondo ragazzino— credo anche belloccio – fa tanta tenerezza..).
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Programma:
F. Chopin Notturno op. 55 n. 2
R. Schumann Nachtstücke op. 23
M. Ravel Gaspard de la Nuit
S. Rachmaninov Morceaux de Fantaisie op. 3 n. 5
F. Chopin Notturno in mi minore op. 72 n. 1 Scherzo n. 1 in si minore op. 20
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Jan Lisiecki- Milano Quartetto 6 Febbraio 2018
Rudolf Buchbinder – Musica Insieme Bologna 5 Febbraio 2018
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Rudolf Buchbinder, nato in Cecoslovacchia ma naturalizzato austriaco, è una vecchia volpe delle sale da concerto che calca ormai da cinquanta anni. Più noto nei paesi di lingua tedesca, dove tiene molto frequentemente concerti, ma con un’audience comunque internazionale, iscrive il suo pianismo nel solco dei grandi interpreti tedeschi e austriaci: Backhaus, Kempff e più recentemente Brendel. Dotato di ottima tecnica la sua cifra stilistica ha come sfondo il costante rispetto della partitura e dello stile del compositore eseguito lasciando poco spazio a quelle forzature ed eccessi (talvolta indicati come impostazione di stampo slavo) che ormai si ascoltano in tanti esecutori. In questa cornice predilige quindi i compositori più “classici” come nel caso del concerto in questione (Bach, Beethoven e Schubert) evitando il repertorio romantico (ma non sempre). Brani che si comprende come abbia profondamente maturato nel corso degli anni e che esegue in modo impeccabile, persino talvolta un po’ troppo ingessato. Ma di grande qualità è il suo “piano” e le sonorità vellutate esibite in Schubert. Sia chiaro: stiamo parlando di un grande interprete per il cui concerto c’è solo il rimpianto di una durata di un’ora striminzita a confronto con i 90 minuti ormai diventati uno standard, in parte (ma solo in parte) compensati da due bis, un’esecuzione virtuosistica di un famoso Waltz di Johann Strauss e un brano di una partita di Bach. Applausi calorosi da un pubblico “pistolettato” (ovvero sottoposto al solito pistolotto) prima del concerto. Fa tenerezza il tentativo degli oratori, destinato all’inevitabile insuccesso, di costruire ogni volta intorno al programma una sorta di raccontino che ha ovviamente le gambe cortissime.
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Programma
Johann Sebastian Bach Suite inglese n. 3 in sol minore BWV 808
Ludwig van Beethoven Sonata n. 21 in do maggiore op. 53 – Waldstein
Franz Schubert Quattro Improvvisi D 935
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Albrecht Carcano – Teatro Comunale Bologna 4 Febbraio 2018
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Archiviato il brano d’occasione op. 80 di Beethoven (numero d’opera immediatamente antecedente a quello dell’op. 81 – la bellissima sonata “Les adieux” di ben altro spessore) con una prestazione assolutamente insufficiente delle voci femminili soliste del coro, Gabriele Carcano ha eseguito il famosissimo concerto di Mozart. Avevamo già recensito il pianista (v. link e link) ascoltato in concerti solistici con risultati molto brillanti. Non altrettanto si può dire per l’odierno concerto del salisburghese. Un primo tempo insufficientemente dinamico, una interpretazione discutibile con alcune imperfezioni tecniche, il risultato è stato inferiore alle aspettative. Un vero peccato perchè Carcano è un pianista abbastanza giovane (32 anni) e di grandi potenzialità che però deve evitare di cadere in alcuni manierismi del tutto innecessari. E’ quanto vale anche per il bis schumanniano (brano dai Davidsbundlertanze – ma perché eseguire un brano da un ciclo quando tanti ne esistono individuali?) dove un continuo squilibrio ritmico fra le due mani non ha di certo giovato all’interpretazione. Insomma una prestazione non all’altezza delle potenzialità di Carcano. Molto buona invece l’esecuzione della sinfonia beethoveniana: Albrecht ha saputo trarre il meglio dall’orchestra bolognese infondendo dinamica e cantabile in egual misura e ottenendo quindi un risultato di ottima qualità a riprova che un bravo direttore è in grado di estrarre da una compagine non eccelsa interpretazioni di ottimo livello. Applausi meritati da parte di un pubblico numeroso.
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L. V. Beethoven Fantasia per pianoforte, coro e orchestra, Fantasia corale
W.A. Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.24 in Do minore, K 491
L.V.Beethoven Sinfonia n.4 in Si bemolle maggiore Op.60
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Mariotti Karg- Teatro Comunale Bologna 1 Febbraio 2018
Un concerto complessivamente di buon livello con una prima parte di difficile giudizio per due brevi brani Beethoveniani – ovviamente d’occasione – che fanno parte dell’ultima stagione del compositore di Bonn ma che in nessun modo ne riflettono la ricerca sonora ed espressiva delle grandi composizioni coeve. Una esecuzione very average ma che non paiono rientrare pienamente nelle corde di Mariotti. Un discorso del tutto diverso vale invece per la sinfonia Mahleriana. Qui Mariotti è riuscito a trarre dall’orchestra il meglio (fatte salve alcune lacune individuali ben note) infondendo tutto l’energia necessaria ma anche dosando perfettamente i toni elegiaci dell’ultimo tempo. In questo caso perfettamente assecondato dal soprano Christiane Karg dotato di voce armoniosa e sempre perfettamente intonata. Un soprano dall’impostazione lirica e forse non dotata di grande capacità emissiva ma perfettamente inserita nella bellissima parte elegiaca che ha saputo rendere perfettamente lo spirito della composizione. Un’esecuzione della sinfonia globalmente di grande qualità nella quale i due interpreti sono sembrati capirsi perfettamente. Vorremmo risentire quanto prima la Karg a Bologna in un repertorio più vasto. Magari in un concerto liederistico come avviene alla Scala e nei maggiori teatri europei… vero sovrintendente Macciardi…. (PS il solito errore di tedesco nell’indicazione ritmica del secondo tempo di Mahler: “Im” al posto di “In”, Bewegung è femminile!!!)
rPS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Programma:
L.V.Beethoven
Elegischer Gesang (Canto elegiaco), in Mi maggiore Op.118 per coro e orchestra d’archi
Meeresstille und glückliche Fahrt (Calma di mare e viaggio felice) Op.112 per coro e orchestra
G.Mahler Sinfonia n. 4
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McDonald Kobrin- Teatro Manzoni Bologna 29 Gennaio 2018
Preceduto dall’eco delle sue affermazioni al Busoni e al Van Cliburn Alexander Kobrin si presenta al pubblico bolognese con l’esecuzione di uno dei più famosi concerti di Mozart. Tecnica impeccabile e tocco cristallino, tutto il concerto viene però eseguito a mezzi toni come se insomma il pedale del “piano” fosse costantemente azionato con una sensazione “una corda” molto discutibile. Il pianismo di Kobrin è apollineo ma esangue e soporifero e alla fine dei conti noioso come un bel soprammobile che non lascia traccia nella memoria degli ospiti di una serata. La stessa monotonia la si riscontra persino nella cadenza del primo tempo che non concede nulla al virtuosismo brillante: insomma un Mozart tutto mezzo piano, ultraintimistico che confrontato con la miriade di famose esecuzioni dello stesso concerto non lascia traccia. E lo stesso atteggiamento interpretativo è fornito in occasione dell’unico bis, il primo studio in la bemolle maggiore op. 25 di Chopin. Senza volere fare della fisiognomica si potrebbe dire che la cifra interpretativa di Kobrin è identica all’espressione del suo volto che in tutta la serata non si è modificata, rimanendo assente, neppure in occasione dei ringraziamenti verso un pubblico come sempre oltremodo generoso per motivi che sono fin troppo chiari. Il concerto comunque non decolla neppure nel secondo tempo con l’esecuzione dell’elefantiaca sinfonia n. 5 di Mahler, certamente non uno dei suoi capolavori. Una sinfonia che potrebbe tranquillamente essere eseguita in due rate tanto è diseguale la sua struttura che è realmente di grande valore solo nell’ultimo tempo e specialmente nella grandiosa fuga conclusiva. La direzione di MacDonald è certamente lontana dall’essere memorabile: la sensazione che si deriva è che la partitura non sia approfonditamente nota al direttore che nonostante una generosa esibizione ginnica è costantemente costretto a sfogliare lo spartito e a inseguirlo più che a prevenirlo. Si potrebbe dire che McDonald non dirige ma si accompagna all’orchestra certamente non in grande serata specialmente negli ottoni (sorpresa?). Naturalmente successo (non clamoroso per fortuna) da parte del pubblico (ma a quando un bel “buh” o una salvifica salva di fischi?). Natualmente non manca nelle prime file un decerebrato che per due tempi tiene acceso il cellulare senza che nessuna delle maschere in sala intervenga. Ma il cellulare non si usa meglio nel foyer?
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W.A.Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.23 in la magg, K488
G.Mahler Sinfonia n.5 in do diesis minore
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Katia e Marielle Labèque – Musica Insieme Bologna 22 Gennaio 2018
Sono notoriamente contrario alle “contaminazioni” ma nel caso delle Labèque l’allargamento dell’orizzonte musicale – che talvolta sconfina, non in questo caso, nel repertorio Jazzistico – è sempre accompagnato da un grande gusto musicale oltre che da un’eccezionale esecuzione. Le Labèque sono le eredi del grande duo Kontarsky e certamente costituiscono oggi il meglio che il panorama del repertorio possa offrire. Affiatamento perfetto, ottima tecnica e grande sensibilità musicale fanno di tutti i loro concerti un evento. E va anche aggiunto uno spiccato senso dell’umorismo come evidenziato dal bis finale. Il concerto odierno le ha viste accompagnate da due eccezionali percussionisti che le hanno accompagnate nel difficilissimo e bellissimo (purtroppo raramente eseguito) concerto per due pianoforti e percussioni di Bartók. Molto interessante anche il brano post minimalista di Dessner (un compositore che si alterna fra rock e classica) e sarà molto stimolante ascoltarne il concerto per due pianoforti e orchestra in via di composizione. Naturalmente non sono mancati brani che fanno parte del repertorio classico del duo (microkosmos di Bartók e danze ungheresi di Brahms) e a completamento un brano solistico virtuosistico del batterista. Un concerto godibilissimo e di grande qualità che ha riscosso il plauso incondizionato del pubblico.
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Programma
Bryce Dessner
El Chan per due pianoforti
Béla Bartók
Cinque pezzi da Mikrokosmos per due pianoforti
Johannes Brahms
Da Ventuno Danze Ungheresi: n. 1 in sol minore; n. 20 in mi minore; n. 5 in fa diesis minore – trascrizione per due pianoforti
Maki Ishii
Thirteen Drums op. 66 per percussioni
Béla Bartók
Sonata per due pianoforti e percussioni
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La Bohème – Teatro comunale Bologna 19 Gennaio 2018
Con il ritorno alla regia di Graham Vick al comunale di Bologna (dopo il Guillaume Tell del 2014) si apre la stagione operistica del teatro mai come quest’anno immerso in un contesto cittadino da brivido. Ma qualcuno ha perso la tramontana quando ha deciso di massacrare la bella piazza con dei containers da porto commerciale? Roba da fare rimpiangere il degrado umano del luogo. Come sempre è possibile che una mente deteriorata possa escogitare soluzione peggiori della situazione da sanare. E che la stessa mente sia – audite audite – nominato assessore alla cultura!!!! A quando il foyer del teatro sarà trasformato in un supermarket per spettatori in ritardo per la spesa? Qualcuno potrebbe spiegare quali sono le credenziali culturali del nuovo assessore? E’ terribile che gli assessori siano piazzati come al gioco delle tre carte, solo per “opportunità” politiche e mai per specifiche competenze in materia. I containers dovrebbero essere motivo sufficiente per squalificare il responsabile all’assessorato alla cultura. Evviva il Cencelli! E sorprendere talvolta il pubblico con un nome fuori dalla solita, insopportabile “politica” dotato di credenziali inattaccabili e magari disponibile all’incarico gratuitamente? In fondo Merola non ha neppure problemi di rielezione…. Never never land.
Ma veniamo all’opera. Diciamo subito che si tratta di una buona notizia (finalmente!). La regia di Wick ambienta la vicenda in un contesto moderno senza però nessun riferimento specifico (se si esclude l’inizio del terzo quadro con alcuni elementi di dubbio gusto, peraltro poco in risalto). L’ambiente è quello di quattro squattrinati artisti che vivono le loro ristrettezze in modo goliardico, pronti a far baldoria ad ogni occasione. Mimì non ha nulla della povera e sofferente fioraia ma ha un bel portamento (in pantaloni) supportato da una non comune prestanza fisica.
E lo stesso dicasi di Musetta che il regista al termine dell’opera presenta insieme a Mimì un po’ come una ragazza di vita ma dotata di un grande cuore. Del tutto godibile la scena da Momus e molto bella la scena alla barriera la cui atmosfera tetra riflette perfettamente lo svolgimento dell’azione.
Il finale vede Mimì vestita in minigonna rossa con lustrini, come reduce da un festino (che quindi allude a una sua vita sregolata) che però viene a morire nelle braccia di Rodolfo. (E qui andrebbe sottolineata l’imprecisione del recensore della Repubblica che afferma che Mimì muore sola. Non vero: muore fra le braccia di Rodolfo e solo dopo i quattro amiconi se ne vanno. La gattina frettolosa – di redazione – fa i gattini ciechi…) . Ma lo spettacolo funziona e come! e dopo tante ignobili regie “creative” si assiste a uno spettacolo che pur non rinunciando a innovazioni (evitando quindi i soliti comignoli di prammatica) mantiene il senso del testo e produce uno spaccato di vita quasi studentesca nella quale l’indigenza economica fa da contraltare alla vitalità della giovinezza. Una regia del tutto godibile che denuncia la mano di un regista “vero” e non di un qualche parvenu arrembante che per far notizia massacra le opere come purtroppo sempre più siamo costretti a sopportare.
Quanto alla parte musicale si può solo applaudire l’intero cast a partire del direttore Mariotti che pur nel suo stile vigoroso trova gli accenti giusti nella parti più intimistiche trascinando l’orchestra in una delle sue migliori prestazioni degli ultimi tempi. Superlativa la prova di Mariangela Sicilia nella parte di Mimì: il finale del terzo atto è semplicemente da manuale. Un plauso incondizionato a una voce che eccelle sia nei toni drammatici che in quelli più lirici. Ottimo, anche se un gradino sotto, il Rodolfo di Francesco Demuro che talvolta sforza un poco e ottimo sotto ogni profilo (vocale e teatrale) il Marcello di Nicola Alaimo. Brava Hasmik Torosyan come Musetta, spiritosa e brillante come la parte richiede. E buona anche la prestazione di Evgeny Stavinsky come Colline anche se ovviamente confinata alla famosa e non facile aria della zimarra. Nella norma tutti gli altri interpreti. In sintesi finalmente un spettacolo degno di un’inaugurazione di stagione e – speriamo – indicativo di una nuova aria nel teatro, dopo il cambio per troppo tempo procrastinato di un sovrintendente solo da dimenticare.
A margine: continua la bizzarria del libretto su smartphone. Sembra proprio una malattia priva di possibili vaccini.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Mimì |
Mariangela Sicilia
|
Musetta |
Hasmik Torosyan |
Rodolfo |
Francesco Demuro |
Marcello |
Nicola Alaimo |
Schaunard |
Andrea Vincenzo Bonsignore |
Colline |
Evgeny Stavinsky |
Benoit/Alcindoro |
Bruno Lazzaretti |
Parpignol |
Guang Hu (Scuola dell’Opera) |
Un venditore |
Coro |
Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e tecnici del Teatro Comunale
Direttore |
Michele Mariotti |
Regia |
Graham Vick |
Scene e costumi |
Richard Hudson |
Luci |
Giuseppe di Iorio |
Assistente alla regia |
Lorenzo Nencini |
Assistente alle scene |
Justin Arienti |
Assistente ai costumi |
Elena Cicorella |
Maestro del Coro di voci bianche |
Alhambra Superchi |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
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Registi e critici – 15 Gennaio 2018
M


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Provate a ricordarvi il Ratto dal Serraglio del Comunale di Bologna (ISIS…) oppure quello della Deutsche Oper (da me recensito nel 2016), pensate alla Carmen di Firenze (ribellione al femminicidio) e considerate il Don Giovanni della Staatsoper da me recensito ieri. Sono solo alcuni (pochissimi..) esempi di come oggi i registi (la maggioranza, non tutti) ritengano i libretti delle opere solo una sorta di fonte di ispirazione da cui trarre vicende che poco o nulla hanno a che fare con il libretto stesso. Pensate ora se la stessa cosa fosse fatta con la musica delle opere strapazzate: che razza di pasticcio verrebbe fuori? E quindi perché oggi ci si fa vanto di violentare i libretti con la complicità di critici conniventi che per essere à la page accettano le cose più invereconde come opere d’arte? Ecco questo è un argomento di dibattito che meriterebbe un approfondimento. Personalmente non ho dubbi: i libretti (come i testi teatrali) possono certamente essere oggetto di rivisitazioni ma purché rimanga intatta la volontà del librettista (dello scrittore), purché il significato del testo non sia stravolto, purché lo sviluppo dell’azione risponda alla volontà dell’autore e soprattutto purché lo spettacolo sia bello. Cosa direbbe oggi Prosper Meriméè di una Carmen che si ribella e uccide Don José? Non avrebbe tutti i diritti di rivendicare lo spirito della sua novella, che – sia detto per inciso – non ha di certo bisogno di stravolgimenti che ne peggiorino la qualità? Ma torno alla domanda iniziale: se si può stravolgere il testo perché non si può stravolgere la musica? La mia risposta è ovvia: non si può fare con la musica così come non si può fare con il testo. E come per la musica accettiamo che ogni direttore esprima nel contesto della partitura la sua idea musicale così è assolutamente ovvio che un regista possa nel rispetto del testo sottolineare alcuni aspetti, cambiare l’ambientazione, modificare i costumi ma mai, ripeto mai, dovrebbe permettersi di alterare il significato dell’opera o rendere il testo incongruente con la scenografia. In molti contesti, oggi, si osanna il rispetto filologico dell’originale, scavando sotto ogni latitudine per ricostruire l’urtext mentre per i libretti (e i testi teatrali – si pensi solo agli scempi della buonanima di Carmelo Bene e alle sue “provocazioni”, successo a buon mercato) no, si può fare di tutto. Mantenendo il testo originale (per forza, altrimenti addio musica e cantanti) si parla nel Don Giovanni della Staatsoper di porte, di finestre, di suonatori, di monumenti (marmorea testa) etc. dei quali non c’è traccia nella scena presentata che si svolge tutta in un bosco. E vivaddio, quale sarebbe il “plus” di questa bravata boschiva noiosa, forzata e priva di senso? OK, sono un vecchio conservatore ma il rispetto del bello è necessariamente un atteggiamento da vecchi barbogi?
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Don Giovanni – Staatsoper Berlin 13 Gennaio 2018
M


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Provate a immaginare un bosco che costituisce l’unico scenario, che dovrebbe essere nel tempo il palazzo di Don Giovanni, il cimitero con la statua del commendatore, la finestra che si apre alla serenata di Don Giovanni travestito da Leporello, la sala da pranzo di Don Giovanni etc.etc. Sarebbe necessario avere un dispositivo di “augmented reality” o una immaginazione stellare per orientarsi in questo ridicolo caos. Aggiungiamo che Donna Elvira emerge da una fermata d’autobus con tettoia e sedili miracolosamente piazzata nella foresta (succede spesso, vero?) stropicciandosi i piedi doloranti (?), che Donna Anna e Don Ottavio arrivano su un’auto con fanali accesi che sputa fumo in mezzo alla foresta (normale, no?) e con Don Giovanni che brandisce una chiave inglese a mo’ di meccanico per l’auto. Poi Don Giovanni si esibisce come go-go girl durante la festa. E per finire abbiamo una Donna Anna che nella prima scena salta addosso a Don Giovanni infoiata (e sarà così per tutta l’opera) – nuovo eh! – costumi moderni tristissimi, una Donna Elvira sdraiata che – sempre alla fermata – mette le gambe al collo di Leporello-Don Giovanni e avete solo un 10% della sciagurata e noiosa regia dell’opera. Ovviamente Zerlina ci sta con Don Giovanni come assatanata. Il commendatore nella grande scena della dannazione spala terra come un becchino e la famosa cena è un picnic. Scena finale dell’opera semplicemente tagliata concludendosi l’opera con la discesa agli inferi di Don Giovanni. Regista creativo? No, dilettante teatrale convinto di fare colpo con mezzucci da panem et circenses. Una messa in scena che sarebbe andata bene alla Komische Oper di alcuni anni fa quando la rozzezza la faceva da padrone. Uno spettacolo indegno della grande tradizione della Staatsoper e certamente pessimo foriero della nuova gestione che solletica la parte più retriva e rozza degli spettatori: insomma avanspettacolo da periferia. E la parte musicale non è certamente meglio. Una direzione scioccamente e noiosamente lenta, una Donna Elvira assolutamente non all’altezza della parte e un Don Ottavio che nella sua seconda aria tira una stecca da brivido. Appena sufficienti Don Giovanni e Leporello (obbligato dalla regia a un comportamento scioccamente istrionico). Buona la prestazione di Donna Anna e ottima quella di Zerlina (Anna Prohaska – l’unica vera professionista) che non si capisce come possa essere finita in una produzione di second’ordine (e che viene obbligata dal regista a cantare l’aria del balsamo guardandosi sempre intorno come se temesse qualcosa). Successo da parte di un pubblico da circo che non ha mai visto un Don Giovanni di buona qualità e che viene anche ingannato dalle traduzioni imprecise che nascondono i particolari che sottolinerebbero le assurdità della regia. Spettacolo inqualificabile.
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CAST
CONDUCTOR. Alessandro De Marchi
PRODUCTION Claus Guth
SET DESIGNER, COSTUME DESIGNER Christian Schmidt
LIGHT DESIGN Olaf Winter
CHOREOGRAPHY Ramses Sigl
DON GIOVANNI Christopher Maltman
DONNA ANNA Maria Bengtsson
DON OTTAVIO Paolo Fanale
KOMTUR Jan Martiník
DONNA ELVIRA Dorothea Röschmann
LEPORELLO Mikhail Petrenko
MASETTO Grigory Shkarupa
ZERLINA Anna Prohaska
STAATSOPERNCHOR
STAATSKAPELLE BERLIN
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Ariadne auf Naxos – Staatsoper Berlin 12 Gennaio 2018
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La recensione dell’opera si trova in Ariadne auf Naxos (Berlino Staatsoper 25 Giugno 2015) dal momento che è la stessa produzione, con l’eccezione della primadonna, Ariadne. Questo perchè a Berlino (come in molti grandi teatri) una produzione viene ripetuta nel tempo, almeno tre anni, con evidenti risparmi economici (cosa che non è contemplata nei teatri italiani, neppure alla Scala). La nuova Staatsoper (il cui restauro è durato la bagatella di 7 anni!) è identica alla vecchia Staatsoper, almeno dl punto di vista dello spettatore. Le poltrone sono le stesse (di stile barocco settecentesco senza display multilingue come alla Scala) e lo stesso dicasi per foyer, bar, guardaroba etc. L’unica differenza percepibile è il doppio display (lingua originale e versione inglese) sopra il palcoscenico per i sopratitoli. Meglio evitare le prime file della platea altrimenti si rischia il torcicollo!
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CAST
CONDUCTOR Eun Sun Kim
PRODUCTIONS Hans Neuenfels
SET DESIGNER Katrin Lea Tag
COSTUMES Andrea Schmidt-Futterer
LIGHT DESIGN Stefan Bolliger
DRAMATURGY Yvonne Gebauer
DER HAUSHOFMEISTE Elisabeth Trissenaar
EIN MUSIKLEHRER Roman Trekel
DER KOMPONIST Marina Prudenskays
PRIMADONNA – ARIADNE Anna Samuil
TENOR – BACCHUS Roberto Saccà
ZERBINETTA Brenda Rae
HARLEKIN Manuel Ealser
SCARAMUCCIO Linard Vrielink
TRUFFALDIN Grigory Shkarupa
BRIGHELLA Miloš Bulajić
NAJADE Evelin Novak
DRYADE Natalia Skrycka
ECHO Sarah Aristidon
EIN OFFIZIER Sergiu Saplacan
EIN PERÜCKENMACHER Adam Kutny
LAKAI David Oštrek
TANZMEISTER Manuel Günther
PUPPENSPIELER Christopher Schleiff
ORCHESTRA
STAATSKAPELLE BERLIN
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2018 – 31 Dicembre 2017
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A tutti i lettori i miei migliori auguri per il 2018.
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Comunale e VIP – 29 Dicembre 2017
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Che cosa non si fa per inventare qualcosa di nuovo e distinguersi dalla passata gestione e attirare nuovi (?) spettatori alle opere liriche? Ti sparo qualche VIP, non importa se totalmente digiuno di musica e di lirica come fosse uno specchietto per le allodole. Leggo oggi che Romano Prodi (alzi la mano chi l‘ha visto normalmente al teatro comunale – come del resto, il sindaco) sarà il „padrino“ del Simon Boccanegra: e che ci capa? E soprattutto quali competenze ha in materia di lirica, problematiche vocali, storia del libretto etc? A meno che non costituisca titolo di merito avere orecchiato una volta un‘aria dell‘opera o più semplicemente rientrare nella deprecata categoria dei tuttologi. E che dire di Don Giovanni benedetto da Sgarbi? Solo per essere accomunato da una smodata propensione per il gentil sesso (ma ve lo vedete di fronte al commendatore affermare „ho fermo il cuore in petto, non ho timor verrò“ oppure „ad onta di viltade etc)? Pensate al turpiloquio che utilizzerebbe di fronte al convitato di pietra non invitandolo neppure a cenare. E Sani trombato che rientra dalla finestra? E Morgan, si, avete capito bene, Morgan? Perché addirittura non organizzare un X-factor petroniano? Ecco sono questi i mezzucci con cui si presenta il nuovo sovrintendente. Roba da teatro di periferia. Appunto. PS: noto che manca il tuttologo per antonomasia Cacciari. Un refuso di stampa?
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Andrea Chénier – La scala Milano 22 Dicembre 2017
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L’aggettivo giusto per l’allestimento di Martone è “suntuoso” (come peraltro tutti gli allestimenti del regista, mai sufficientemente rimpianto a Bologna dopo le sue Nozze di Figaro di un passato assai remoto, prima insomma che il duo Sani Ronchi – quello di “più opere moderne per portare la gente a teatro – si esibisse con ignobili scelte). Martone è “creativo” ma non nell’accezione peggiore che oggi viene utilizzata: “crea” o forse meglio sarebbe dire “ricrea” gli ambienti in cui si sviluppò la rivoluzione francese, dalla lussureggiante scena iniziale che rappresenta una festa di nobili fino alla spoglia scena finale in cui campeggia una sinistra ghigliottina. Se così posso esprimermi sono questi gli allestimenti che vorremmo vedere. Non sempre è ovviamente possibile (il budget della scala è astronomico rispetto a quello di altri teatri d’opera – d’altronde è la flagship della lirica in Italia e anche in buona parte del mondo) ma è l’impostazione e l’arte che contano e sono proprio questi elementi che mancano a tanti registi velleitari e “creativi ” (nel senso deteriore della parola) che oggi infestano i teatri e dei quali – grazie a scellerati sovrintendenti – non riusciamo a liberarci.
La prestazione del tenore Yusif Eyvazov (nella vita marito della protagonista Anna Netrebko) è lungi dall’essere memorabile in una parte oggettivamente difficile e ho derivato la stessa impressione sia ascoltandolo dal vivo che in TV in occasione della prima. Ha un discreto registro intermedio ma il suo modo di cantare è sostanzialmente monotono e in occasione della prima non privo di incertezze. Insomma non trasmette tutto il pathos che una figura così rappresentativa dovrebbe esprimere. In più la voce ha spesso inflessioni metalliche che nuociono alla interpretazione. Ovviamente di alto livello l’interpretazione della Netrebko anche se l’abbiamo ascoltata in esecuzioni migliori e di certo non le giova la stazza ormai matronesca di signora di mezza età mentre dovrebbe esprimere un personaggio nel fiore degli anni travolta da una passione che la porterà a condividere – nella partitura di Giordano – il tragico destino del poeta.
Di gran lunga il migliore sotto ogni aspetto è il baritono Luca Salsi in grado di sottolineare tutte le sfumature ambigue del personaggio con doti vocali assolutamente fuori dal come. Una prestazione assolutamente maiuscola anche dal punto di vista teatrale. Molto buone le prestazioni anche di tutti gli altri interpreti. Assolutamente eccezionale la direzione di Chailly che trae da una partitura non facile e spesso diseguale tutti gli aspetti veristici e al contempo drammatici e lirici. Bravo senza se e senza ma.
Inevitabile grande successo di pubblico ma non sono mancate voci di dissenso. Uno spettacolo comunque all’altezza delle grandi tradizioni della scala. Avessimo a Bologna un sovrintendente come Pereira, un direttore come Chailly e i finanziamenti della scala e non un Sani qualunque fortunatamente giubilato ma …..
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Conductor |
Riccardo Chailly |
Staging |
Mario Martone |
Sets |
Margherita Palli |
Costumes |
Ursula Patzak |
Lights |
Pasquale Mari |
Choreographer |
Daniela Schiavone |
CAST |
|
|---|---|
Andrea Chénier |
Yusif Eyvazov |
Maddalena di Coigny |
Anna Netrebko |
Carlo Gérard |
Luca Salsi |
La mulatta Bersi |
Annalisa Stroppa |
La Contessa di Coigny |
Mariana Pentcheva |
Madelon |
Judit Kutasi |
Roucher |
Gabriele Sagona |
Pietro Fléville |
Costantino Finucci |
Fouquier Tinville |
Gianluca Breda |
Mathieu |
Francesco Verna |
Un incredibile |
Carlo Bosi |
L’Abate |
Manuel Pierattelli |
Schmidt |
Romano Dal Zovo |
Il maestro di casa/Dumas |
Riccardo Fassi |
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Natale 2017
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Kurvenal, salvo ancora un post che scriverò sabato, va in vacanza fino al 6 Gennaio. A tutti i miei lettori un augurio di buone feste e l’auspicio di un 2018 migliore. Ne abbiamo tutti veramente bisogno!
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Piovano Pappano – Musica Insieme Bologna 17 Dicembre 2017
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Le due sonate di Brahms per violoncello e pianoforte, due capolavori assoluti, riflettono due periodi distinti del compositore amburghese. La prima (op. 38) ha la inconsueta caratteristica di presentare una fuga come ultimo tempo e manca del classico secondo tempo a favore unicamente di uno scherzo in cui il trio più lirico risolve l’assenza del tempo cantabile. La seconda (op. 99) è quella della piena maturità e presenta caratteristiche simili a quelle del secondo concerto (op. 83), con un’aria finale più cantabile in totale contrasto con l’impetuoso scherzo. Un’esecuzione magistrale del violoncellista Luigi Piovano che in tutte le due sonate brahmsiane a una tecnica impeccabile ha unito una perfetta intonazione e un’espressività che ha dato pieno risalto all’ordito musicale. Buona anche l’esecuzione di Antonio Pappano che però denuncia chiaramente che il suo mestiere principale è la direzione d’orchestra. Di Barenboim ne esiste solo uno! Insomma un buon accompagnamento che non è risultato sempre impeccabile e non all’altezza dell’esecuzione violoncellistica. Va peraltro ricordato che oltre all’impervia, difficilissima partitura violoncellistica (specialmente nella seconda sonata) anche la parte pianistica pone non pochi problemi tecnici. Ma globalmente il risultato del duo è stato più che apprezzabile. Interessanti le due brevi composizioni dei due autori viventi presenti in sala. Due bis: due romanze di Martucci e grande successo di pubblico. Speriamo che al violoncello anche in futuro venga riservata da Musica Insieme una parte dei concerti e che non finisca come con la Liederistica sparita colpevolmente dai programmi della fondazione. E pensare che nei paesi di lingua tedesca si hanno concerti di Lieder tutte le settimane: non sarà che il pubblico bolognese è – per essere eufemistici – un po’ provinciale?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Programma
Riccardo Panfili L’ospite insonne
Johannes Brahms Sonata n. 1 in mi minore op. 38
Michele Dall’Ongaro Due Canzoni siciliane: A vitalòra – Carnescialata dei pulcinell
Johannes Brahms Sonata n. 2 in fa maggiore 0p. 99
Sonata n. 2 in fa maggiore op. 99
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Tosca – Teatro comunale Bologna 15 Dicembre 2017
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Eccoci all’esordio operistico del nuovo sovrintendente Macciardi succeduto a Sani, per il quale sarebbe interessante sapere quale è stato il valore della buonuscita, quella che in un teatro serio avrebbe dovuto avere un valore negativo. Naturalmente nel silenzio del convitato di pietra, ovvero il consiglio di indirizzo. Una nota organizzativa: i protagonisti dell’opera sono praticamente completamente cambiati rispetto al cast previsto all’atto degli abbonamenti, cosa che succede quasi sempre nel teatro bolognese. Insomma si acquista un prodotto e ne viene fornito uno completamente diverso. Naturalmente emergenze possono sempre capitare ma qui pare che l’emergenza sia la regola. Un altro esempio della poca serietà del teatro. Ma veniamo all’opera. Di certo non si tratta di una edizione memorabile di una delle opere più amate dal pubblico e che ha al suo attivo innumerevoli grandi edizioni come quelle che hanno visto come Tosca la Callas e la Kabaivanska tanto per fare qualche nome. Uno spettacolo che ha avuto uno sviluppo non uniforme. Un inizio vocale da brivido. Le “recondite armonie” di recondito non avevano proprio nulla, sparate a un volume da concerto rock e i primi interventi del soprano Svetla Vassileva erano caratterizzati da continue incertezze ed emissioni a intonazione variabile. I due protagonisti citati migliorano (parzialmente…) nei due atti successivi. Il “vissi d’arte” era per lo meno passabile e lo stesso dicasi per il “lucean le stelle” da parte di un tenore che però praticamente non conosce i mezzi toni e le sfumature. Ma stiamo parlando non certo di vette vocali quanto di un medio professionismo di routine. Tanto per dare un’idea della reazione del pubblico nessuna delle tre arie ha certamente tirato giù il teatro nonostante i lodevoli sforzi di una clacque particolarmente fiacca (finalmente…). Quanto alla prestazione di Gabor Bretz (Scarpia) gli va riconosciuta una voce adeguata ma purtroppo drammaticamente monotona nella sua freddezza. Ma nel contesto di una serata quanto meno vocalmente modesta ha fatto la sua figura. Non male le scene e la regia di Daniele Abbado con alcune cadute di tono sia nell’eccesso di aggressioni sessuali di Scarpia nel secondo atto (con ripetuti rotolamenti a terra dei protagonisti) sia nel ridicolo finale in cui la protagonista anziché lanciarsi da Castel S.Angelo pare essere preda di un infarto alla vista degli sgherri di Scarpia. Insomma una regia che per lo meno ha evitato quegli strazi dei registi “creativi” che infestano i teatri d’opera. La direzione di Valerio Galli si è tenuta su un buon livello senza lode ma anche senza infamia (e già questo è una “notiziona” a Bologna). Un successo di pubblico modesto per un’edizione modesta prodotta da un teatro modesto e della quale in parte non secondaria è responsabile il nuovo sovrintendente (modesto?) cooptato colpevolmente per via dinastica. A coronamento della scadente rappresentazione va anche segnalata la scadente sincronizzazione dei sopratitoli. Piove sul bagnato!
Cast
Floria Tosca |
Sveta Vassileva
|
Mario Cavaradossi |
Rudy Park
|
Barone Scarpia |
Gabor Bretz
|
Cesare Angelotti |
Luca Gallo |
Sagrestano |
Nicolò Ceriani |
Spoletta |
Nicola Pamio |
Sciarrone |
Tommaso Caramia |
Carceriere |
Michele Castagnaro |
Pastorello |
Pietro Bolognini |
Direttore |
Valerio Gallo |
Regia |
Daniele Abbado |
Scene e costumi |
Luigi Perego |
Luci |
Vittorio Alfieri |
Video |
Luca Scarsella |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
Maestro del CVB |
Alhambra Superchi |
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Angela Hewitt – Quartetto Milano 5 Dicembre 2017
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Che Angela Hewitt sia oggi una delle maggiori interpreti bachiane non è certo una novità. Ma ci sono nel percorso di un’artista come la Hewitt punte di eccellenza e una di queste è stata raggiunta nell’interpretazione delle Goldberg al quartetto. Tecnica impeccabile, perfetta calibrazione dei toni, sottolineatura delle linee melodiche hanno costituito la base del successo tributato giustamente dal pubblico all’artista che con il passare del tempo trova sempre più una propria cifra stilistica che spazia dal repertorio settecentesco a quello moderno (ad esempio Ravel. Ottima ad esempio la sua interpretazione di Le tombeau de Couperin). C’è da sperare che della sua attuale interpretazione delle Goldberg venga prodotto un CD che di certo svetterà nella ampia (e purtroppo eccessiva) schiera delle esecuzioni delle celebri variazioni.
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Programma
Johann Sebastian Bach Variazioni Goldberg BWV 988
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Mario Brunello – Musica Insieme Bologna 4 Dicembre 2017
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Vale esattamente quanto già scritto il 6 Febbraio 2107
Molto spesso nel corso dei concerti e delle opere alcuni sventurati accendono il telefonino nel corso delle esecuzioni. Non sempre trillano le suonerie ma la luce emessa è estremamente fastidiosa ed è da dubitare che i messaggi email da leggere siano quelli di Trump che chiede consiglio se sganciare l’atomica sulla Corea del Nord. Sarebbe quindi indispensabile che nelle avvertenze che precedono ogni spettacolo, nelle quali si ricorda di spegnere le suonerie, venisse anche richiesto di non accendere i diabolici dispositivi per alcun motivo.
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Programma
Johann Sebastian Bach Suite n. 2 in re minore BWV 1008, Sonata n. 3 in do maggiore BWV 1005, Partita n. 1 in si minore BWV 1002, Suite n. 6 in re maggiore BWV 1012
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Leif Ove Ansdnes – Quartetto Milano 28 Novembre 2017
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Approda nuovamente al quartetto il pianista norvegese, per me la prima volta in concerto. Andsnes appartiene a quella classe di pianisti di mezza età che offrono un buon prodotto in tutto il repertorio senza raggiungere mai, però, l’eccellenza, un po’ come Paul Lewis. Il suo pianismo, sorretto da un’ottima tecnica non trascendentale, è all’insegna della moderazione che offre certamente una cifra interpretativa di largo spettro ma che alla fine appare un po’ ripetitiva e in ultima analisi poco soddisfacente. Certamente si trova a suo agio con un compositore come Sibelius con cui condivide la comune matrice scandinava e di buona qualità il suo Schubert proprio per quelle caratteristiche che sono il suo limite. Ma “la tempesta”di Beethoven manca di quella drammaticità che ne è il motivo conduttore e piuttosto convenzionale è l’interpretazione della quarta ballata di Chopin. Con grande esperienza e mestiere smussa i passaggi tecnici più impervi non senza qualche imperfezione. Volendo essere poco “politically correct” lo si potrebbe assimilare a un soprammobile perfettamente lucidato e spolverato che però non desta l’attenzione, non lascia nessun segno in chi lo osserva e in molti casi lo trascura. Un concerto quindi di buona qualità ma non entusiasmante molto apprezzato dal non foltissimo pubblico. Nota di colore: si è presentato in completo grigio com tanto di fazzoletto al taschino. Due bis: la prima ballata di Chopin e un improvviso di Sibelius.
PS Nel corso del concerto sono suonati ripetutamente cellulari e alla fine della prima parte uno spettatore a voce altissima ha lamentato l’inciviltà degli idioti che lo accendono durante le esecuzioni con molteplici applausi del resto del pubblico. I cretini si trovavo purtroppo ovunque.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Jan Sibelius – Björken op. 75 n. 4, Impromptu op. 97 n. 5, Rondino II op. 68 n. 2, Der Hirt op. 58 n. 4, Romance op. 24 n. 9
Joerg Widmann – Idyll und Abgrund, Sechs Schubert-Reminiszenzen für Klavier
Franz Schubert – Tre Klavierstücke D 946
Ludwig van Beethoven – Sonata n. 17 in re minore op. 31 n. 2 “La Tempesta”
Frederyk Chopin – Notturno in si maggiore op. 62 n. 1, Ballata n. 4 in fa minore op. 52
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Chaslin Albanese- Teatro comunale Bologna 25 Novembre 2017
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Un concerto a due facce. Cominciamo da quella positiva. I due brani orchestrali scelti (Le preludes di Liszt e la sinfonia di Franck) sono emblematici del percorso musicale della seconda metà dell’800, che è segnato, fra le altre cose, dal ruolo dato agli ottoni e in particolare dallo sdoganamento del basso tuba, che tanta parte ha nelle opere wagneriane. Brani musicali rutilanti che Frédéric Chaslin ha saputo valorizzare con una direzione energica e partecipata, anche se proprio gli ottoni, (in particolare si indovini quali) ancora una volta, non hanno di certo offerto una prova entusiasmante (eufemismo – ma vogliamo mettere mano al problema una volta per tutte?). Allievo di Baremboin e direttore wagneriano, Chaslin ha trascinato l’orchestra, estraendone il meglio che è in grado di proporre con grande e giustificato successo di pubblico. Una prestazione ben diversa da quella offerta nella recente Aida al teatro comunale che dimostra come il repertorio mitteleuropeo sia ben più connaturato al direttore. Un discorso diverso per il concerto in sol di Ravel. Qui Giuseppe Albanese si è confrontato con le grandi esecuzioni di Argerich, Michelangeli e Haas (solo per fare qualche nome) e il confronto è stato impietoso, marcato soprattutto dall’inizio del secondo tempo. La semplicissima melodia di Ravel richiede un perfetto controllo delle sonorità e una scelta accurata delle sfumature che sono totalmente mancate nell’esecuzione di Albanese, che trova la sua cifra esecutiva in un virtuosismo atletico dimostrato dalla scelta, come secondo bis, di un tempo di una sonata di Haydn, eseguita come fosse uno studio di Clementi a una velocità esagerata per strappare l’applauso di un pubblico di bocca buona pronto a farsi abbindolare dai muscolari (come nel caso di Matsuev). Già la scelta di un tempo di una sonata per un bis è assai discutibile ma ancor più di pessimo gusto è stato richiedere al pubblico se voleva un brano melodico o brillante (modestissimo tentativo di ingraziarsi il pubblico) ed eseguire un pezzo brillante nonostante il parere contrario del pubblico! Nel concerto di Ravel, poi, non sono mancati casi di mancanza di sincronismo con l’orchestra. Quanto al primo bis (Alborada del gracioso di Ravel) il minimo che si può dire è che la sua lunghezza è eccessiva per un bis (anche se nel 1979 un Pollini d’annata eseguì come bis a Londra Les adieux di Beethoven ma in versione integrale), e che la sua esecuzione è stata ancora una volta di stampo virtuosistico, trascurando tutte le sfumature, anche talvolta caricaturali, del brano. No good.
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Franz Liszt Les Préludes
Maurice Ravel Concerto in sol per pianoforte e orchestra
César Franck Sinfonia in re minore
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Gala Chistiakova – Conoscere la musica Bologna 23 Novembre 2017
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Più volte abbiamo avuto occasione di seguire i concerti di Gala Chistiakova – oggi trentenne – arrivata fino alla terza eliminatoria nel concorso Chopin del 2015. Tecnica rocciosa, impianto musicale vigoroso, il suo percorso musicale attuale riflette un tentativo di scrollarsi di dosso quelli che sono appunto i propri limiti, come è apparso nei due brani schumanniani. Qui la ricerca interpretativa è stata molto evidente nel tentativo di “domare” quello che istintivamente sarebbe il suo approccio musicale. Purtroppo la artificiosità delle scelte si riflette in un eccesso di rallentati e di pause non previste dal dettato musicale e soprattutto da uno spezzettamento del discorso musicale che mette spesso in luce l’artificiosità delle scelte. Lo sviluppo del brano non risulta uniforme, come se fosse composto da episodi solo parzialmente correlati e non da un impianto unitario che si estrinseca in forme diverse. Va comunque riconosciuta la consapevolezza da parte della Chistiakova dei propri limiti e sarà interessante seguire l’evoluzione della pianista per verificare se il percorso intrapreso porterà a risultati più soddisfacenti di quelli mostrati nel concerto in questione. Un discorso del tutto diverso vale per i due compositori russi. Qui la Chistiakova si trova a suo perfetto agio, da un lato per la possibilità di mettere in mostra le sue non comuni doti tecniche e dall’altro per una sensibilità musicale che si sposa perfettamente con quella dei compositori eseguiti. Un concerto chiaroscuro, insomma, il cui giudizio complessivo è da considerare sospeso: la aspettiamo ad altre prove. Successo non eccezionale da parte di un pubblico molto rarefatto e due bis.
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Robert Schumann Arabesque op. 18, Fantasia op. 17
Alexander Scriabin Sonata-Fantasia n. 2 op. 19
Sergej Rachmaninov 4 momenti musicali op. 16
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Ti vedo, ti sento, mi perdo – La Scala 21 Novembre 2017
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Da tempo Sciarrino ci ha abituati a questa forma di “recitar cantando” in stile ventesimo secolo che forse meglio sarebbe definita come “parlar modulando”. Sulla qualità e validità di questa forma compositiva si è discusso a lungo e sarebbe inutile aggiungere ulteriori commenti. Personalmente non ne sono affatto entusiasta ma capisco che corrisponda al mondo moderno in cui viviamo. L’esile trama dell’opera riposa su una sorta di prova generale di uno spettacolo in attesa che compaia il compositore Alessandro Stradella che naturalmente – novello Godot – non si presenta.
Ma la qualità dello spettacolo non riposa sull’ordito musicale ma sulla regia e messa in scena di Jürgen Flimm secondo un’interpretazione registica solo tenuemente correlata al libretto. Qui abbiamo una rivisitazione del teatro nel teatro con personaggi (e addirittura orchestrali sul palcoscenico) in abiti settecenteschi (ma anche seicenteschi) e una miriade di personaggi che affollano la scena dando luogo a piccoli intermezzi che si sovrappongono alla trama principale: inservienti, maschere, danzatrici, figuranti, clowns etc. Il tutto dà luogo a una sorta di carnevale godibilissimo su cui riposa il successo tributato da un pubblico non folto (e rarefatto nel secondo atto). Ma “un bel gioco..” e l’opera si prolunga eccessivamente, anche sfilacciata nel libretto che intreccia l’esile sviluppo dell’azione con considerazioni filosofiche e liriche del tutto innecessarie e scorrelate.
Quanto alla compagnia di “canto” (che non ha la possibilità di esprimersi come tale) va purtroppo segnalata la performance scadente del soprano (primadonna) Laura Aikin, dotata di una voce piccolissima e del tutto inadatta a interpretare i brani di alcune arie di Stradella inserite nello spettacolo in un grande teatro: semplicemente non si sente. Potrebbe forse cantare in un repertorio barocco in piccole sale ma di certo non alla Scala. Un plauso invece al giovane cantore Ramiro Maturana che intona perfettamente l’aria che chiude lo spettacolo. Quanto agli altri va purtroppo segnalata la dizione incerta in italiano di Charles Workman e Otto Katzameier, rispettivamente nei ruoli conflittuali di musico e letterato, una sorta di rivisitazione del “Capriccio” Strauss-Clemens (dove l’attesa frustrata della contessa è simile quella di Stradella nell’opera in questione) . Difficile giudicare gli altri e la direzione di Maxime Pascal a cui comunque va riconosciuto lo sforzo di tenere insieme un „partitura“ (o presunta tale) di difficilissima struttura.
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Direttore |
Maxime Pascal |
Regia |
Jürgen Flimm |
Collaboratore del regista |
Gudrun Hartmann – Wild |
Scenografo |
George Tsypin |
Costumi |
Ursula Kudrna |
Lighting Designer |
Olaf Freese |
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Passa un giorno.. – Teatro comunale Bologna 17 Novembre 2017
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… passa l’altro e del prode Macciardi non si ha più notizia. Ora chiunque sia officiato a un’importante carica come la sovrintendenza di un teatro per prima cosa dovrebbe fare sapere quali saranno le sue linee programmatiche che in realtà avrebbero dovuto essere note prima della sua nomina per giustificare la scelta. Niente, silenzio assoluto. Non una conferenza stampa, una presa di posizione, un grido, un vagito cosicchè si può solo ipotizzare un’afonia assoluta (di voce o di idee?) Eppure gli abbonati e gli spettatori in generale avrebbero il diritto di sapere in quali mani il teatro è caduto (v. padella e brace). E non si tratta di una richiesta astrusa o provocatoria ma il minimo che il nostro dovrebbe sentire come proprio dovere. Continuerà la scellerata politica (ispirata dal Ronchi che asserì con bella sicurezza – totalmente digiuno di musica- che per aumentare gli spettatori bisognava incrementare il numero di opere contemporanee!) di infarcire il cartellone di opere degli amici? Oppure si punterà tutto su un teatro di repertorio? E se no quali opere ha in testa il Macciardi? E a quali iniziative pensa? Accordi con altri teatri? Resurrezione del festival della prosa? Oppure semplicemente niente perseverando nella linea di Sani? E il consiglio di indirizzo ha qualche suggerimento da dare o si contenta degli abbonamenti gratuiti? La situazione mi ricorda la definizione di maggioranza silenziosa: è tale perchè non ha niente da dire. Dei 100 giorni che si accordano per tradizione a chi assume una carica ne sono passati 7: incrociamo le dita per i prossimi 93…
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post.. Grazie anticipatamente. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi anche a questo.
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Alexander Lonquich & friends – Bologna Festival 10-14 Novembre 2017
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Tre concerti di Alexander Lonquich, a due dei quali ho assistito (il secondo l’ho perso per la concomitante “prima” dell’Aida). Il primo insieme alla moglie Cristina Barbuti per due brani a 4 mani e il secondo libro dei preludi di Debussy. Il secondo concerto in trio e l’ultimo da solista. Lonquich è un buon pianista, dotato di una tecnica eccellente e molto eclettico nelle sue scelte spaziando su tutto il panorama dell‘orizzonte pianistico. Eppure non poco gli manca per accedere all‘empireo del pianismo internazionale, essendo mediamente di buona qualità in tutti gli aspetti ma non „outstanding“. Nelle esecuzioni a quattro mani sono stati scelti brani in cui il ruolo del „secondo“ si limita praticamente solo a un accompagnamento piuttosto banale, cosa assolutamente comprovata dal divertimento all’ungherese di Schubert, un brano veramente di infimo livello nel panorama delle composizioni del compositore viennese. L’esecuzione dei preludi del compositore francese è stata di buona qualità, rispettosa della cifra stilistica prevista dai brani, anche se il “tocco” (per una volta si può utilizzare un nome così spesso abusato che sta a significare la scelta della timbrica) del pianista di origine tedesca è ben lontano da quello di Walter Gieseking o Arturo Benedetti Michelangeli. Ma è nel concerto solistico che sono emersi i limiti del pianismo di Lonquich. In particolare in due brani, contraddistinti dallo stesso errore stilistico, ovvero in Nella nebbia di Janáček e nella Sonata in do minore D.958 di Schubert. I mondi dei due compositori (culturalmente assai lontani) sono però accomunati dall’obbligo di rinunciare a eccessi sonori e dall’assoluta necessità di evitare sforzati, stilisticamente impropri. Per capire quale sia il mondo di Janáček si dovrebbe ascoltare l’esecuzione di Rudolf Firkusny (il maggiore interprete del compositore boemo) della suite “Sul sentiero dei rovi” e per la sonata di Schubert le esecuzioni di Radu Lupu e di Alfred Brendel. Misura, toni sfumati, tempi contenuti, sottolineatura delle nuances musicali, insomma tutto quello che non abbiamo ascoltato del concerto di Lonquich. La sensazione è che ci troviamo di fronte a un pianista che progressivamente sta involvendo la sua cifra stilistica in un senso deteriore ma soprattutto è difficile comprendere come in Debussy siano stati rispettati i canoni esecutivi e nel concerto solistico siano stati violati. Grande successo di pubblico (tanto si applaude per principio e soprattutto la musica eseguita, non importa come, essendo la maggioranza del pubblico ignara del dettato dei compositori e incapace di fare confronti) e un bis Schubertiano.
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Programma
10 Novembre
Claude Debussy 6 epigraphes antiques (a quattro mani) – Preludes (II livre)
Franz Schubert Divertissement à la hongroise in sol minore op.54 (a quattro mani)
14 Novembre
Franz Schubert Sonata in fa minore D.625
Leóš Janáček Nella nebbia
Wolfgang Rihm Ländler (1979)
Franz Schubert Sonata in do minore
Sonata in do minore D.958


























