Takàks-Nagy Lisitsa – Teatro Manzoni Bologna 12 Marzo 2018
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Fasciata in uno sgargiante vestito rosso “alla Buniatishvili” Valentina Lisitsa Continua a leggere
Dialogues des carmélites- Bologna Teatro Comunale 11 Marzo 2018
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Dialogues des Carmélites è un’opera del tutto particolare nel panorama musicale del secondo dopoguerra. Basata sul testo di G.Bernanos (e ovviamente adattata come libretto dal compositore F. Poulenc) è lontana nel suo sviluppo armonico dalle avanguardie musicali del tempo Continua a leggere
Ivan Krpan – Bologna Musica Insieme ateneo 1 Marzo 2018
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E’ sicuramente incoraggiante sentire alcuni giovanissimi respingere gli atteggiamenti da energumeni della tastiera (i macellai alla Matsuev, per intenderci) e privilegiare invece gli aspetti stilistici e interpretativi. Continua a leggere
Bell Haywood- Bologna Musica Insieme 26 Febbraio 2018
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Passano gli anni ma l’ormai più che cinquantenne Joshua Bell si presenta sempre come uno scapigliato ragazzone americano. Ovviamente l’abito non fa il monaco ma è una indicazione della personalità del personaggio. Grande virtuoso, suona benissimo anche perché supportato dall’ottimo pianista Haywood. Bel suono e tecnica raffinata anche se talvolta si lascia trasportare da alcuni eccessi. Ma un grande interprete potrebbe scegliere meglio i brani eseguiti. Bellissima la prima parte con le due sonate di Mozart e Strauss (quest’ultima – giovanile – solo da poco entrata nel repertorio concertistico. Segnalo in materia una bellissima registrazione di Krystian Zimerman e Kyung Wha Chung) mentre la fantasia di Schubert (basata su temi dei suoi Lieder) è poco più che un pezzo commerciale che potrebbe tranquillamente dormire nell’oblio del tempo. Non per niente al Quartetto di Milano è sostituita questa sera da una sonata di Fauré…. Due bis: una trascrizione di una danza ungherese di Brahms e una polonaise brillante di Wieniawksi che scatena la platea (il virtuosismo fine a sé stesso paga sempre..). Vorrei per una volta sottolineare una introduzione di qualità di Fabrizio Festa: ce ne fossero…
Alla domanda posta ieri nel post su Mustonen su cosa si intenda per interpretazione “postmoderna” non è stata data – guarda caso – risposta…..
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentale e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post. Grazie anticipatamente.
Programma:
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata n. 32 in si bemolle maggiore KV 454
Richard Strauss Sonata in mi bemolle maggiore op. 18
Franz Schubert Fantasia in do maggiore D.934
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NB: leggete anche i commenti ai posts selezionando il bottone “commenti” sulla sinistra del post. Talvolta sono persino più interessanti del post stesso!!!
PS Vorrei ringraziare tutti coloro che inseriscono commenti ai posts utilizzando l’opzione “Lascia un commento” (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli. Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è indispensabile lasciare nome e cognome – i commenti anonimi non saranno pubblicati)!!
Olli Mustonen – Teatro Comunale Bologna 25 Febbraio 2018
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Mustonen è una vecchia disgrazia del pubblico bolognese e in tempi non troppo lontani è rimasto impresso un suo concerto a Musica Insieme nel corso del quale eseguì sonate di Scarlatti come se si trattasse di compositore romantico, con sovrabbondanti “rubati“, pedale „a go-go“, eccessi dinamici etc. etc. Un vero disastro. Ma il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nel V concerto beethoveniano ha inanellato una serie abominevole di strafalcioni tecnici (clamoroso come esempio quello tre volte ripetuto del ribattuto del tema principale del rondò – forse ha dimenticato che il pianoforte moderno è dotato di doppio scappamento!), ha inserito accenti non previsti (ad esempio nell’arpeggio iniziale del primo tempo), ha costantemente suonato forte e mezzoforte, dimenticando i „piani“, ha usato una dose di pedale al limite del ridicolo (anche per coprire gli errori tecnici), come i veri dilettanti ha rallentato durante i passaggi tecnici più difficili, ha usato a profusione l’artificio di squilibrare ritmicamente le mani etc. etc. Il nostro Ollio non suona ma schiaffeggia la tastiera. Potrei continuare ma sarebbe come sparare sulla croce rossa. Ma che colpa ha il pubblico bolognese per essere afflitto per due stagioni consecutive da un ridicolo dilettante? La sua prestazione, nel corso della quale ha obbligato l‘orchestra a toni da banda di paese, ha reso l‘orchestra bolognese – non sempre di grande qualità- un gigante musicale per confronto, persino sottoposta come è stata ad attacchi costantemente errati! Insomma un’esecuzione che in una sala formata non da ingessati e mummificati ignoranti musicali – ad esempio alla Kozerthaus di Berlino – avrebbe scatenato una salva meritatissima di „buh“ qui solo timidamente ma doverosamente lanciati dal loggione. E patetica è stata la tentazione di qualcuno di definire „postmoderna“ la prestazione. Se suonare malissimo (peggio di un medio allievo di conservatorio) vuol dire essere postmoderno, allora Mustonen è postmoderno. Se invece ha un significato diverso allora chiedo a chi ha espresso questa ardita valutazione di rispondere qui sul blog alla domanda: cosa vuol dire suonare „postmoderno“? Purtroppo Mustonen ha anche avuto il coraggio di esibirsi in un bis bachiano. Per la direzione delle opere sinfoniche di Sibelius utilizzo la fine dell‘ultima aria di Figaro nelle „Nozze di Figaro“: “il resto, il resto non dico, ognuno, ognuno lo sa…“. Si può solo fare voti che il pubblico bolognese non debba più essere sottoposto a una punizione come questa. Basta, e poi basta! (Per capire la vergognosa esecuzione leggere anche i commenti dei lettori del blog)
È praticamente impossibile chiamare il numero del teatro comunale che risulta sempre occupato e non è previsto un sistema per essere messi in coda: bisogna richiamare!! Oggi sul Corriere l‘orario di inizio del concerto è riportato in modo errato e probabilmente molti abbonati vorrebbero telefonare per sincerarsi dell‘orario giusto: inutilmente..E più in generale NON esistono indirizzi email del teatro cui inviare messaggi: ma si può? E il sovrintendente con il suo nuovo corso non si è preoccupato di una falla di questa dimensione che si potrebbe risolvere nel giro di una mattinata?
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Programma
L.V.Beethoven Concerto per pianoforte e orchestra n.5 in Mi bemolle maggiore Op.73 Imperatore
J.Sibelius Sinfonia n.5 in Mi bemolle maggiore Op.82 – Finlandia Op.26
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Cosmin Boeru – La soffitta Bologna 13 Febbraio 2018
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Boeru appartiene a quella categoria di pianisti che intendono l’espressività di un brano come risultato della singola espressività delle note che lo compongono e per questo sono costretti a estenuanti rallentamenti dell’esecuzione, trascurando il fatto che sempre la stessa espressività è frutto del discorso musicale che deve fluire senza essere costantemente interrotto. Ovviamente l’equilibrio fra le due componenti è difficile ma proprio in questo sta la qualità di un interprete. Il difetto di questo pianista si riscontra subito nell’esecuzione della fantasia Mozartiana eseguita a tempo di ninna-nanna togliendole in pieno quel senso di drammaticità che ne è l’asse portante, soprattutto nella prima parte. Molto discutibile anche l’uso del pedale, sempre eccessivo. Ma passiamo a Ravel. Ormai Gaspard de la nuit (“Il tesoriere della notte”- linguisticamente di origine persiana) è diventato la pietra di paragone del virtuosismo pianistico, il metro su cui giudicare le qualità tecniche di un pianista, una palestra pura di difficoltà, spesso dimenticando che si tratta di brano complesso e articolato che affianca momenti di grande drammaticità a momenti di intesa liricità, come nel caso dell’inizio di Ondine e in tutto il drammatico sviluppo di Le Gibet (“La forca”). (Da una citazione riportata in Wikipedia Ravel avrebbe affermato di aver voluto realizzare una sorta di caricatura del Romanticismo e che probabilmente aveva raggiunto quanto di meglio fosse in grado di realizzare). L’interpretazione di Boeru, pur tecnicamente corretta, manca di quel senso di arcano che la composizione contiene. Ad esempio nel primo brano la mano destra non ha leggerezza necessaria e in Le Gibet la lentezza diventa non elemento di drammaticità ma di esasperante monotonia. Non migliora la situazione con i brani chopiniani. Addirittura nella marcia funebre dell’op.35 Boeru dimentica di sollevare il piede dal pedale destro con un effetto rimbombo del tutto inappropriato. Nell’ultimo tempo manca quella uniformità che ne fa una composizione unica nel panorama musicale. Nel primo tempo della sonata non mancano imperfezioni tecniche. Un unico bis: il famoso Waltz in do diesis minore del compositore di Żelazowa Wola nel quale invece nella ripetizione del secondo tema si esibisce in un “accelerato” che in alcun modo rientra nelle indicazioni dinamiche del compositore e che stona nella architettura complessiva del brano. Insomma un pianista che non manca di sensibilità musicale ma che la esprime superando i limiti della corretta esecuzione producendo un risultato spesso soporifero. Un consiglio: un triplo caffè prima del concerto!
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Programma:
W.A.Mozart – Fantasia in Do minore K 475
M.Ravel – Gaspard de la nuit
F. Chopin – Due Notturni (op. 48, n.1 e op. 9, n.1), Sonata in Si bemolle minore op. 35
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Assistere a un concerto solamente Lisztiano mette in ansia perché si teme il solito muscolare che massacra tastiera e orecchie, tanto più a rischio in una sala come quella del Goethe Zentrum di Bologna che quanto ad acustica lascia molto a desiderare. Donchev invece esegue il programma con misura e grande senso interpretativo. Dotato di ottima tecnica non si lascia in alcun modo trascinare da questa ma riesce ad asservirla allo spirito delle composizioni, anche in brani come “Aprés un lecture de Dante” che tanto spesso costituiscono una palestra per esecuzioni unicamente virtuosistiche e come tali scadenti. A parte il brano spirituale dell’ultimo Liszt meno riuscita è stata l’esecuzione della trascrizione di Wagner, sia da un punto di vista tecnico che da quello dell’espressività, un brano forse ancora non sufficientemente maturato. Donchev è pianista ancora giovane che meriterebbe di essere ascoltato anche in un repertorio più vasto ma che in ogni caso promette molto e forse sarebbe degno di platee più ampie. Due bis: un trascrizione di un preludio per organo di Bach e l’ultimo studio op. 25 di Chopin. Ottimo successo da parte di un pubblico purtroppo rarefatto.
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Franz Liszt Années de pélerinage Italie – S.Dorotea – Tannäuser overture
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Die Fledermaus – La Scala 11 Febbraio 2018
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Non sono mai stato un amante dell’operetta ma ci sono almeno due eccezioni: Le contes de Hoffman” e “Die Fledermaus”. E bene ha fatto la Scala a riproporre per la prima volta (a Vienna viene riproposta ogni fine d’anno) l’operetta di Johann Strauss che sarebbe godibile sotto ogni profilo. Sarebbe…
se il regista non avesse trasformato un’operetta “fin de siècle” in una rappresentazione da baraccone, una sorta di avanspettacolo kitsch di periferia che la Scala di certo non merita. C’è tutto il repertorio più scadente da parte del regista che ammicca alla sala stile Schikaneder da circo: totale trasformazione del testo con inserzioni fuori luogo, balletti dei protagonisti (ad esempio nel primo atto), balletti in generale (il corpo di ballo è l’unico che si salva), il principe che diventa principessa, arie d’opera seria, esibizione di acrobati, battute di qualità infima e addirittura uno show di Paolo Rossi che con l’operetta c’entra come i cavoli a merenda. Fare una recensione seria di fronte a questo spettacolo sarebbe come sparare sulla croce rossa: praticamente non c’è nulla che si salvi. Solo Adele – die Zofe – (Daniela Fally) offre una prestazione di valore con una spiritosa presenza scenica e una bella voce.”Il resto è noia….“. Pubblico ovviamente soddisfatto (!!!!!) ohimé.
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Cast
Direttore |
Cornelius Meister |
Regia |
Cornelius Obonya |
Co-regista |
Carolin Pienkos |
Scene e costumi |
Heike Scheele |
Luci |
Friedrich Rom |
Coreografia |
Heinz Spoerli |
Video |
Alexander Scherpink |
Eisenstein |
Peter Sonn |
Rosalinde |
Eva Mei |
Dr. Falke |
Markus Werba |
Frank |
Michael Kraus |
Adele |
Daniela Fally |
Princesse Orlofskaya |
Elena Maximova |
Alfred |
Giorgio Berrugi |
Dr. Blind |
Kresimir Spicer |
Frosch |
Paolo Rossi |
CAST CORPO DI BALLO |
|
|---|---|
Una donna |
Marta Romagna |
Un uomo |
Massimo Garon |
Tre uomini czarda |
Federico Fresi, Maurizio Licitra, Salvatore Perdichizzi |
Coppia Solista |
Beatrice Carbone, Massimo Garon |
E il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala |
|
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Una piccola nota di colore rosso sangue- 9 Febbraio 2018
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Guardando l’istogramma statistiche degli accessi a Kurvenal (v. diagramma alle ore 19 e non siamo ancora alla sera quando aumentano ulteriormente)
si può notare che sono i posts con le stroncature quelli che ricevono il maggiore gradimento (ex. 9 Febbraio) mentre gli altri (ad esempio Lisiecki 7 Febbraio – punteggio massimo) raggiunge meno della metà. Il che prova che i lettori annusano l’odore del sangue…
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Liss Khozyainov – Teatro Comunale Bologna 8 Febbraio 2018
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Era veramente un pezzo che non assistevo a un concerto così brutto. Ma andiamo per ordine. Si presenta un giovincello di bruttissime speranze di anni 24 (2 più di quelli di Lisiecki!) che esegue il non bellissimo terzo concerto di Rachmaninov. Il suono è aspro, la tecnica non immacolata ma soprattutto il nostro gragnuola la tastiera impietosamente. Da salvare (forse) solo l’esecuzione del tema iniziale del concerto ma si tratta di una goccia nel mare. Si vede perfettamente che il pianista si sente un idolo e per questo ti rifila come due bis (di lunghezza entrambi eccessiva) due fantasie (ma meglio sarebbe dire due incubi) virtuosistiche di autori a me ignoti (ma credo che sia un titolo di merito – mi è stato detto che siano sue) su due famose arie operistiche, quella dell’ouverture del Guglielmo Tell e la ben nota “non più andrai..” delle nozze di Figaro. Inutile dire che se proprio si vuole eseguire una parafrasi operistica non c’è che da scegliere nel repertorio del grande Franz. Due esecuzioni certamente non memorabili, kitsch e prive di qualunque aspetto artistico. Ma non c’è nulla da dire: se un pianista suona male e non ha sensibilità artistica sceglie male anche i brani peggiori come bis, convinto in questo modo di fare impressione su un pubblico come sempre di bocca buonissima (diciamo più semplicemente ignorante e pronto a farsi turlupinare). Che infatti applaude: suonare forte e in fretta, anche alla “sperindio“, e il successo è garantito. Ma “Dio li fa e poi li accompagna“. Il direttore Liss, agghindato con una casacca stile Kim Jong Hun ma con risvolti azzurrini (ovviamente confezionata su misura – non si troverebbe neppure da un robivecchi) dirige la brutta sinfonia di Rachmaninonv (il russo era un pianista le cui composizioni sinfoniche sono un suo sottoprodotto) con una gestualità inutilmente violenta dalla quale non emerge un solo elemento positivo della composizione. Insomma un disastro. Che sia l’ultima eredità del non compianto Sani?
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Programma
S.V. Rachmaninov
Concerto per pianoforte e orchestra in Re minore n.3 Op.30
Sinfonia n. 3 in La minore Op.44
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Il giovanissimo Lisiecki non è nuovo al Quartetto. Alto almeno 1.90 arriva alla tastiera con passo falcato e dopo 10 secondi attacca un programma da fare tremare i polsi per difficoltà e lunghezza. Ma la giovinezza e l’entusiasmo permettono tutto questo. Forse discutibile il gusto di aprire con i notturni di Chopin e chiudere ancora con il compositore polacco e lo scherzo n.1, un brano di grande effetto ma forse il meno difficile dell’intero programma. Ma fa nulla. Lisiecki è un vero “enfant prodige” che assomma a una tecnica eccezionale una grande sensibilità artistica e il coraggio di proporre come unico bis il brano più sognante delle Kinderszenen di Schumann. Di cui esegue anche un ciclo raramente visitato, i Nachtstücke (credo di averli ascoltati in concerto solo un’altra volta – ancora meno eseguiti delle bellissime e spesso dimenticate Novellette) prima di affrontare il brano di difficoltà trascendentale di Ravel, pari solo a Islamey di Balakirev, a Pretuska di Straviskji e ad alcuni studi trascendentali di Liszt. Come Trifonov ha nelle mani una Ferrari che gli permette di superare agevolmente ogni difficoltà (anche nei brani di Rachmaninov) con l’unico difetto che la giovanile esuberanza manda fuori giri talvolta il bolide, ad esempio in Scarbo. Ma ha un’intera esistenza davanti per maturare e controllare gli eccessi con la stessa sensbilità con cui esegue i notturni di Chopin (salvo un tempo staccato nel secondo da gran premio). Un giovane (22 anni!) grande artista che ha anche l’umiltà di seguire ancora corsi di perfezionamento, consapevole che al miglioramento non esistono limiti. Vorremmo di certo ascoltarlo anche nel repertorio mitteleuropeo, in Beethoven e Schubert, ma la sensazione è che se tira un po’ il freno a mano i risultati saranno eccezionali. Grande successo di pubblico (e poi un biondo ragazzino— credo anche belloccio – fa tanta tenerezza..).
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F. Chopin Notturno op. 55 n. 2
R. Schumann Nachtstücke op. 23
M. Ravel Gaspard de la Nuit
S. Rachmaninov Morceaux de Fantaisie op. 3 n. 5
F. Chopin Notturno in mi minore op. 72 n. 1 Scherzo n. 1 in si minore op. 20
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Jan Lisiecki- Milano Quartetto 6 Febbraio 2018
Rudolf Buchbinder – Musica Insieme Bologna 5 Febbraio 2018
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Rudolf Buchbinder, nato in Cecoslovacchia ma naturalizzato austriaco, è una vecchia volpe delle sale da concerto che calca ormai da cinquanta anni. Più noto nei paesi di lingua tedesca, dove tiene molto frequentemente concerti, ma con un’audience comunque internazionale, iscrive il suo pianismo nel solco dei grandi interpreti tedeschi e austriaci: Backhaus, Kempff e più recentemente Brendel. Dotato di ottima tecnica la sua cifra stilistica ha come sfondo il costante rispetto della partitura e dello stile del compositore eseguito lasciando poco spazio a quelle forzature ed eccessi (talvolta indicati come impostazione di stampo slavo) che ormai si ascoltano in tanti esecutori. In questa cornice predilige quindi i compositori più “classici” come nel caso del concerto in questione (Bach, Beethoven e Schubert) evitando il repertorio romantico (ma non sempre). Brani che si comprende come abbia profondamente maturato nel corso degli anni e che esegue in modo impeccabile, persino talvolta un po’ troppo ingessato. Ma di grande qualità è il suo “piano” e le sonorità vellutate esibite in Schubert. Sia chiaro: stiamo parlando di un grande interprete per il cui concerto c’è solo il rimpianto di una durata di un’ora striminzita a confronto con i 90 minuti ormai diventati uno standard, in parte (ma solo in parte) compensati da due bis, un’esecuzione virtuosistica di un famoso Waltz di Johann Strauss e un brano di una partita di Bach. Applausi calorosi da un pubblico “pistolettato” (ovvero sottoposto al solito pistolotto) prima del concerto. Fa tenerezza il tentativo degli oratori, destinato all’inevitabile insuccesso, di costruire ogni volta intorno al programma una sorta di raccontino che ha ovviamente le gambe cortissime.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Programma
Johann Sebastian Bach Suite inglese n. 3 in sol minore BWV 808
Ludwig van Beethoven Sonata n. 21 in do maggiore op. 53 – Waldstein
Franz Schubert Quattro Improvvisi D 935
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Albrecht Carcano – Teatro Comunale Bologna 4 Febbraio 2018
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Archiviato il brano d’occasione op. 80 di Beethoven (numero d’opera immediatamente antecedente a quello dell’op. 81 – la bellissima sonata “Les adieux” di ben altro spessore) con una prestazione assolutamente insufficiente delle voci femminili soliste del coro, Gabriele Carcano ha eseguito il famosissimo concerto di Mozart. Avevamo già recensito il pianista (v. link e link) ascoltato in concerti solistici con risultati molto brillanti. Non altrettanto si può dire per l’odierno concerto del salisburghese. Un primo tempo insufficientemente dinamico, una interpretazione discutibile con alcune imperfezioni tecniche, il risultato è stato inferiore alle aspettative. Un vero peccato perchè Carcano è un pianista abbastanza giovane (32 anni) e di grandi potenzialità che però deve evitare di cadere in alcuni manierismi del tutto innecessari. E’ quanto vale anche per il bis schumanniano (brano dai Davidsbundlertanze – ma perché eseguire un brano da un ciclo quando tanti ne esistono individuali?) dove un continuo squilibrio ritmico fra le due mani non ha di certo giovato all’interpretazione. Insomma una prestazione non all’altezza delle potenzialità di Carcano. Molto buona invece l’esecuzione della sinfonia beethoveniana: Albrecht ha saputo trarre il meglio dall’orchestra bolognese infondendo dinamica e cantabile in egual misura e ottenendo quindi un risultato di ottima qualità a riprova che un bravo direttore è in grado di estrarre da una compagine non eccelsa interpretazioni di ottimo livello. Applausi meritati da parte di un pubblico numeroso.
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Programma
L. V. Beethoven Fantasia per pianoforte, coro e orchestra, Fantasia corale
W.A. Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.24 in Do minore, K 491
L.V.Beethoven Sinfonia n.4 in Si bemolle maggiore Op.60
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Mariotti Karg- Teatro Comunale Bologna 1 Febbraio 2018
Un concerto complessivamente di buon livello con una prima parte di difficile giudizio per due brevi brani Beethoveniani – ovviamente d’occasione – che fanno parte dell’ultima stagione del compositore di Bonn ma che in nessun modo ne riflettono la ricerca sonora ed espressiva delle grandi composizioni coeve. Una esecuzione very average ma che non paiono rientrare pienamente nelle corde di Mariotti. Un discorso del tutto diverso vale invece per la sinfonia Mahleriana. Qui Mariotti è riuscito a trarre dall’orchestra il meglio (fatte salve alcune lacune individuali ben note) infondendo tutto l’energia necessaria ma anche dosando perfettamente i toni elegiaci dell’ultimo tempo. In questo caso perfettamente assecondato dal soprano Christiane Karg dotato di voce armoniosa e sempre perfettamente intonata. Un soprano dall’impostazione lirica e forse non dotata di grande capacità emissiva ma perfettamente inserita nella bellissima parte elegiaca che ha saputo rendere perfettamente lo spirito della composizione. Un’esecuzione della sinfonia globalmente di grande qualità nella quale i due interpreti sono sembrati capirsi perfettamente. Vorremmo risentire quanto prima la Karg a Bologna in un repertorio più vasto. Magari in un concerto liederistico come avviene alla Scala e nei maggiori teatri europei… vero sovrintendente Macciardi…. (PS il solito errore di tedesco nell’indicazione ritmica del secondo tempo di Mahler: “Im” al posto di “In”, Bewegung è femminile!!!)
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Programma:
L.V.Beethoven
Elegischer Gesang (Canto elegiaco), in Mi maggiore Op.118 per coro e orchestra d’archi
Meeresstille und glückliche Fahrt (Calma di mare e viaggio felice) Op.112 per coro e orchestra
G.Mahler Sinfonia n. 4
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McDonald Kobrin- Teatro Manzoni Bologna 29 Gennaio 2018
Preceduto dall’eco delle sue affermazioni al Busoni e al Van Cliburn Alexander Kobrin si presenta al pubblico bolognese con l’esecuzione di uno dei più famosi concerti di Mozart. Tecnica impeccabile e tocco cristallino, tutto il concerto viene però eseguito a mezzi toni come se insomma il pedale del “piano” fosse costantemente azionato con una sensazione “una corda” molto discutibile. Il pianismo di Kobrin è apollineo ma esangue e soporifero e alla fine dei conti noioso come un bel soprammobile che non lascia traccia nella memoria degli ospiti di una serata. La stessa monotonia la si riscontra persino nella cadenza del primo tempo che non concede nulla al virtuosismo brillante: insomma un Mozart tutto mezzo piano, ultraintimistico che confrontato con la miriade di famose esecuzioni dello stesso concerto non lascia traccia. E lo stesso atteggiamento interpretativo è fornito in occasione dell’unico bis, il primo studio in la bemolle maggiore op. 25 di Chopin. Senza volere fare della fisiognomica si potrebbe dire che la cifra interpretativa di Kobrin è identica all’espressione del suo volto che in tutta la serata non si è modificata, rimanendo assente, neppure in occasione dei ringraziamenti verso un pubblico come sempre oltremodo generoso per motivi che sono fin troppo chiari. Il concerto comunque non decolla neppure nel secondo tempo con l’esecuzione dell’elefantiaca sinfonia n. 5 di Mahler, certamente non uno dei suoi capolavori. Una sinfonia che potrebbe tranquillamente essere eseguita in due rate tanto è diseguale la sua struttura che è realmente di grande valore solo nell’ultimo tempo e specialmente nella grandiosa fuga conclusiva. La direzione di MacDonald è certamente lontana dall’essere memorabile: la sensazione che si deriva è che la partitura non sia approfonditamente nota al direttore che nonostante una generosa esibizione ginnica è costantemente costretto a sfogliare lo spartito e a inseguirlo più che a prevenirlo. Si potrebbe dire che McDonald non dirige ma si accompagna all’orchestra certamente non in grande serata specialmente negli ottoni (sorpresa?). Naturalmente successo (non clamoroso per fortuna) da parte del pubblico (ma a quando un bel “buh” o una salvifica salva di fischi?). Natualmente non manca nelle prime file un decerebrato che per due tempi tiene acceso il cellulare senza che nessuna delle maschere in sala intervenga. Ma il cellulare non si usa meglio nel foyer?
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W.A.Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.23 in la magg, K488
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Katia e Marielle Labèque – Musica Insieme Bologna 22 Gennaio 2018
Sono notoriamente contrario alle “contaminazioni” ma nel caso delle Labèque l’allargamento dell’orizzonte musicale – che talvolta sconfina, non in questo caso, nel repertorio Jazzistico – è sempre accompagnato da un grande gusto musicale oltre che da un’eccezionale esecuzione. Le Labèque sono le eredi del grande duo Kontarsky e certamente costituiscono oggi il meglio che il panorama del repertorio possa offrire. Affiatamento perfetto, ottima tecnica e grande sensibilità musicale fanno di tutti i loro concerti un evento. E va anche aggiunto uno spiccato senso dell’umorismo come evidenziato dal bis finale. Il concerto odierno le ha viste accompagnate da due eccezionali percussionisti che le hanno accompagnate nel difficilissimo e bellissimo (purtroppo raramente eseguito) concerto per due pianoforti e percussioni di Bartók. Molto interessante anche il brano post minimalista di Dessner (un compositore che si alterna fra rock e classica) e sarà molto stimolante ascoltarne il concerto per due pianoforti e orchestra in via di composizione. Naturalmente non sono mancati brani che fanno parte del repertorio classico del duo (microkosmos di Bartók e danze ungheresi di Brahms) e a completamento un brano solistico virtuosistico del batterista. Un concerto godibilissimo e di grande qualità che ha riscosso il plauso incondizionato del pubblico.
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Programma
Bryce Dessner
El Chan per due pianoforti
Béla Bartók
Cinque pezzi da Mikrokosmos per due pianoforti
Johannes Brahms
Da Ventuno Danze Ungheresi: n. 1 in sol minore; n. 20 in mi minore; n. 5 in fa diesis minore – trascrizione per due pianoforti
Maki Ishii
Thirteen Drums op. 66 per percussioni
Béla Bartók
Sonata per due pianoforti e percussioni
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La Bohème – Teatro comunale Bologna 19 Gennaio 2018
Con il ritorno alla regia di Graham Vick al comunale di Bologna (dopo il Guillaume Tell del 2014) si apre la stagione operistica del teatro mai come quest’anno immerso in un contesto cittadino da brivido. Ma qualcuno ha perso la tramontana quando ha deciso di massacrare la bella piazza con dei containers da porto commerciale? Roba da fare rimpiangere il degrado umano del luogo. Come sempre è possibile che una mente deteriorata possa escogitare soluzione peggiori della situazione da sanare. E che la stessa mente sia – audite audite – nominato assessore alla cultura!!!! A quando il foyer del teatro sarà trasformato in un supermarket per spettatori in ritardo per la spesa? Qualcuno potrebbe spiegare quali sono le credenziali culturali del nuovo assessore? E’ terribile che gli assessori siano piazzati come al gioco delle tre carte, solo per “opportunità” politiche e mai per specifiche competenze in materia. I containers dovrebbero essere motivo sufficiente per squalificare il responsabile all’assessorato alla cultura. Evviva il Cencelli! E sorprendere talvolta il pubblico con un nome fuori dalla solita, insopportabile “politica” dotato di credenziali inattaccabili e magari disponibile all’incarico gratuitamente? In fondo Merola non ha neppure problemi di rielezione…. Never never land.
Ma veniamo all’opera. Diciamo subito che si tratta di una buona notizia (finalmente!). La regia di Wick ambienta la vicenda in un contesto moderno senza però nessun riferimento specifico (se si esclude l’inizio del terzo quadro con alcuni elementi di dubbio gusto, peraltro poco in risalto). L’ambiente è quello di quattro squattrinati artisti che vivono le loro ristrettezze in modo goliardico, pronti a far baldoria ad ogni occasione. Mimì non ha nulla della povera e sofferente fioraia ma ha un bel portamento (in pantaloni) supportato da una non comune prestanza fisica.
E lo stesso dicasi di Musetta che il regista al termine dell’opera presenta insieme a Mimì un po’ come una ragazza di vita ma dotata di un grande cuore. Del tutto godibile la scena da Momus e molto bella la scena alla barriera la cui atmosfera tetra riflette perfettamente lo svolgimento dell’azione.
Il finale vede Mimì vestita in minigonna rossa con lustrini, come reduce da un festino (che quindi allude a una sua vita sregolata) che però viene a morire nelle braccia di Rodolfo. (E qui andrebbe sottolineata l’imprecisione del recensore della Repubblica che afferma che Mimì muore sola. Non vero: muore fra le braccia di Rodolfo e solo dopo i quattro amiconi se ne vanno. La gattina frettolosa – di redazione – fa i gattini ciechi…) . Ma lo spettacolo funziona e come! e dopo tante ignobili regie “creative” si assiste a uno spettacolo che pur non rinunciando a innovazioni (evitando quindi i soliti comignoli di prammatica) mantiene il senso del testo e produce uno spaccato di vita quasi studentesca nella quale l’indigenza economica fa da contraltare alla vitalità della giovinezza. Una regia del tutto godibile che denuncia la mano di un regista “vero” e non di un qualche parvenu arrembante che per far notizia massacra le opere come purtroppo sempre più siamo costretti a sopportare.
Quanto alla parte musicale si può solo applaudire l’intero cast a partire del direttore Mariotti che pur nel suo stile vigoroso trova gli accenti giusti nella parti più intimistiche trascinando l’orchestra in una delle sue migliori prestazioni degli ultimi tempi. Superlativa la prova di Mariangela Sicilia nella parte di Mimì: il finale del terzo atto è semplicemente da manuale. Un plauso incondizionato a una voce che eccelle sia nei toni drammatici che in quelli più lirici. Ottimo, anche se un gradino sotto, il Rodolfo di Francesco Demuro che talvolta sforza un poco e ottimo sotto ogni profilo (vocale e teatrale) il Marcello di Nicola Alaimo. Brava Hasmik Torosyan come Musetta, spiritosa e brillante come la parte richiede. E buona anche la prestazione di Evgeny Stavinsky come Colline anche se ovviamente confinata alla famosa e non facile aria della zimarra. Nella norma tutti gli altri interpreti. In sintesi finalmente un spettacolo degno di un’inaugurazione di stagione e – speriamo – indicativo di una nuova aria nel teatro, dopo il cambio per troppo tempo procrastinato di un sovrintendente solo da dimenticare.
A margine: continua la bizzarria del libretto su smartphone. Sembra proprio una malattia priva di possibili vaccini.
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Mimì |
Mariangela Sicilia
|
Musetta |
Hasmik Torosyan |
Rodolfo |
Francesco Demuro |
Marcello |
Nicola Alaimo |
Schaunard |
Andrea Vincenzo Bonsignore |
Colline |
Evgeny Stavinsky |
Benoit/Alcindoro |
Bruno Lazzaretti |
Parpignol |
Guang Hu (Scuola dell’Opera) |
Un venditore |
Coro |
Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e tecnici del Teatro Comunale
Direttore |
Michele Mariotti |
Regia |
Graham Vick |
Scene e costumi |
Richard Hudson |
Luci |
Giuseppe di Iorio |
Assistente alla regia |
Lorenzo Nencini |
Assistente alle scene |
Justin Arienti |
Assistente ai costumi |
Elena Cicorella |
Maestro del Coro di voci bianche |
Alhambra Superchi |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
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Registi e critici – 15 Gennaio 2018
M


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Provate a ricordarvi il Ratto dal Serraglio del Comunale di Bologna (ISIS…) oppure quello della Deutsche Oper (da me recensito nel 2016), pensate alla Carmen di Firenze (ribellione al femminicidio) e considerate il Don Giovanni della Staatsoper da me recensito ieri. Sono solo alcuni (pochissimi..) esempi di come oggi i registi (la maggioranza, non tutti) ritengano i libretti delle opere solo una sorta di fonte di ispirazione da cui trarre vicende che poco o nulla hanno a che fare con il libretto stesso. Pensate ora se la stessa cosa fosse fatta con la musica delle opere strapazzate: che razza di pasticcio verrebbe fuori? E quindi perché oggi ci si fa vanto di violentare i libretti con la complicità di critici conniventi che per essere à la page accettano le cose più invereconde come opere d’arte? Ecco questo è un argomento di dibattito che meriterebbe un approfondimento. Personalmente non ho dubbi: i libretti (come i testi teatrali) possono certamente essere oggetto di rivisitazioni ma purché rimanga intatta la volontà del librettista (dello scrittore), purché il significato del testo non sia stravolto, purché lo sviluppo dell’azione risponda alla volontà dell’autore e soprattutto purché lo spettacolo sia bello. Cosa direbbe oggi Prosper Meriméè di una Carmen che si ribella e uccide Don José? Non avrebbe tutti i diritti di rivendicare lo spirito della sua novella, che – sia detto per inciso – non ha di certo bisogno di stravolgimenti che ne peggiorino la qualità? Ma torno alla domanda iniziale: se si può stravolgere il testo perché non si può stravolgere la musica? La mia risposta è ovvia: non si può fare con la musica così come non si può fare con il testo. E come per la musica accettiamo che ogni direttore esprima nel contesto della partitura la sua idea musicale così è assolutamente ovvio che un regista possa nel rispetto del testo sottolineare alcuni aspetti, cambiare l’ambientazione, modificare i costumi ma mai, ripeto mai, dovrebbe permettersi di alterare il significato dell’opera o rendere il testo incongruente con la scenografia. In molti contesti, oggi, si osanna il rispetto filologico dell’originale, scavando sotto ogni latitudine per ricostruire l’urtext mentre per i libretti (e i testi teatrali – si pensi solo agli scempi della buonanima di Carmelo Bene e alle sue “provocazioni”, successo a buon mercato) no, si può fare di tutto. Mantenendo il testo originale (per forza, altrimenti addio musica e cantanti) si parla nel Don Giovanni della Staatsoper di porte, di finestre, di suonatori, di monumenti (marmorea testa) etc. dei quali non c’è traccia nella scena presentata che si svolge tutta in un bosco. E vivaddio, quale sarebbe il “plus” di questa bravata boschiva noiosa, forzata e priva di senso? OK, sono un vecchio conservatore ma il rispetto del bello è necessariamente un atteggiamento da vecchi barbogi?
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Don Giovanni – Staatsoper Berlin 13 Gennaio 2018
M


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Provate a immaginare un bosco che costituisce l’unico scenario, che dovrebbe essere nel tempo il palazzo di Don Giovanni, il cimitero con la statua del commendatore, la finestra che si apre alla serenata di Don Giovanni travestito da Leporello, la sala da pranzo di Don Giovanni etc.etc. Sarebbe necessario avere un dispositivo di “augmented reality” o una immaginazione stellare per orientarsi in questo ridicolo caos. Aggiungiamo che Donna Elvira emerge da una fermata d’autobus con tettoia e sedili miracolosamente piazzata nella foresta (succede spesso, vero?) stropicciandosi i piedi doloranti (?), che Donna Anna e Don Ottavio arrivano su un’auto con fanali accesi che sputa fumo in mezzo alla foresta (normale, no?) e con Don Giovanni che brandisce una chiave inglese a mo’ di meccanico per l’auto. Poi Don Giovanni si esibisce come go-go girl durante la festa. E per finire abbiamo una Donna Anna che nella prima scena salta addosso a Don Giovanni infoiata (e sarà così per tutta l’opera) – nuovo eh! – costumi moderni tristissimi, una Donna Elvira sdraiata che – sempre alla fermata – mette le gambe al collo di Leporello-Don Giovanni e avete solo un 10% della sciagurata e noiosa regia dell’opera. Ovviamente Zerlina ci sta con Don Giovanni come assatanata. Il commendatore nella grande scena della dannazione spala terra come un becchino e la famosa cena è un picnic. Scena finale dell’opera semplicemente tagliata concludendosi l’opera con la discesa agli inferi di Don Giovanni. Regista creativo? No, dilettante teatrale convinto di fare colpo con mezzucci da panem et circenses. Una messa in scena che sarebbe andata bene alla Komische Oper di alcuni anni fa quando la rozzezza la faceva da padrone. Uno spettacolo indegno della grande tradizione della Staatsoper e certamente pessimo foriero della nuova gestione che solletica la parte più retriva e rozza degli spettatori: insomma avanspettacolo da periferia. E la parte musicale non è certamente meglio. Una direzione scioccamente e noiosamente lenta, una Donna Elvira assolutamente non all’altezza della parte e un Don Ottavio che nella sua seconda aria tira una stecca da brivido. Appena sufficienti Don Giovanni e Leporello (obbligato dalla regia a un comportamento scioccamente istrionico). Buona la prestazione di Donna Anna e ottima quella di Zerlina (Anna Prohaska – l’unica vera professionista) che non si capisce come possa essere finita in una produzione di second’ordine (e che viene obbligata dal regista a cantare l’aria del balsamo guardandosi sempre intorno come se temesse qualcosa). Successo da parte di un pubblico da circo che non ha mai visto un Don Giovanni di buona qualità e che viene anche ingannato dalle traduzioni imprecise che nascondono i particolari che sottolinerebbero le assurdità della regia. Spettacolo inqualificabile.
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CAST
CONDUCTOR. Alessandro De Marchi
PRODUCTION Claus Guth
SET DESIGNER, COSTUME DESIGNER Christian Schmidt
LIGHT DESIGN Olaf Winter
CHOREOGRAPHY Ramses Sigl
DON GIOVANNI Christopher Maltman
DONNA ANNA Maria Bengtsson
DON OTTAVIO Paolo Fanale
KOMTUR Jan Martiník
DONNA ELVIRA Dorothea Röschmann
LEPORELLO Mikhail Petrenko
MASETTO Grigory Shkarupa
ZERLINA Anna Prohaska
STAATSOPERNCHOR
STAATSKAPELLE BERLIN
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Ariadne auf Naxos – Staatsoper Berlin 12 Gennaio 2018
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La recensione dell’opera si trova in Ariadne auf Naxos (Berlino Staatsoper 25 Giugno 2015) dal momento che è la stessa produzione, con l’eccezione della primadonna, Ariadne. Questo perchè a Berlino (come in molti grandi teatri) una produzione viene ripetuta nel tempo, almeno tre anni, con evidenti risparmi economici (cosa che non è contemplata nei teatri italiani, neppure alla Scala). La nuova Staatsoper (il cui restauro è durato la bagatella di 7 anni!) è identica alla vecchia Staatsoper, almeno dl punto di vista dello spettatore. Le poltrone sono le stesse (di stile barocco settecentesco senza display multilingue come alla Scala) e lo stesso dicasi per foyer, bar, guardaroba etc. L’unica differenza percepibile è il doppio display (lingua originale e versione inglese) sopra il palcoscenico per i sopratitoli. Meglio evitare le prime file della platea altrimenti si rischia il torcicollo!
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CAST
CONDUCTOR Eun Sun Kim
PRODUCTIONS Hans Neuenfels
SET DESIGNER Katrin Lea Tag
COSTUMES Andrea Schmidt-Futterer
LIGHT DESIGN Stefan Bolliger
DRAMATURGY Yvonne Gebauer
DER HAUSHOFMEISTE Elisabeth Trissenaar
EIN MUSIKLEHRER Roman Trekel
DER KOMPONIST Marina Prudenskays
PRIMADONNA – ARIADNE Anna Samuil
TENOR – BACCHUS Roberto Saccà
ZERBINETTA Brenda Rae
HARLEKIN Manuel Ealser
SCARAMUCCIO Linard Vrielink
TRUFFALDIN Grigory Shkarupa
BRIGHELLA Miloš Bulajić
NAJADE Evelin Novak
DRYADE Natalia Skrycka
ECHO Sarah Aristidon
EIN OFFIZIER Sergiu Saplacan
EIN PERÜCKENMACHER Adam Kutny
LAKAI David Oštrek
TANZMEISTER Manuel Günther
PUPPENSPIELER Christopher Schleiff
ORCHESTRA
STAATSKAPELLE BERLIN
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2018 – 31 Dicembre 2017
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A tutti i lettori i miei migliori auguri per il 2018.
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Comunale e VIP – 29 Dicembre 2017
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Che cosa non si fa per inventare qualcosa di nuovo e distinguersi dalla passata gestione e attirare nuovi (?) spettatori alle opere liriche? Ti sparo qualche VIP, non importa se totalmente digiuno di musica e di lirica come fosse uno specchietto per le allodole. Leggo oggi che Romano Prodi (alzi la mano chi l‘ha visto normalmente al teatro comunale – come del resto, il sindaco) sarà il „padrino“ del Simon Boccanegra: e che ci capa? E soprattutto quali competenze ha in materia di lirica, problematiche vocali, storia del libretto etc? A meno che non costituisca titolo di merito avere orecchiato una volta un‘aria dell‘opera o più semplicemente rientrare nella deprecata categoria dei tuttologi. E che dire di Don Giovanni benedetto da Sgarbi? Solo per essere accomunato da una smodata propensione per il gentil sesso (ma ve lo vedete di fronte al commendatore affermare „ho fermo il cuore in petto, non ho timor verrò“ oppure „ad onta di viltade etc)? Pensate al turpiloquio che utilizzerebbe di fronte al convitato di pietra non invitandolo neppure a cenare. E Sani trombato che rientra dalla finestra? E Morgan, si, avete capito bene, Morgan? Perché addirittura non organizzare un X-factor petroniano? Ecco sono questi i mezzucci con cui si presenta il nuovo sovrintendente. Roba da teatro di periferia. Appunto. PS: noto che manca il tuttologo per antonomasia Cacciari. Un refuso di stampa?
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Andrea Chénier – La scala Milano 22 Dicembre 2017
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L’aggettivo giusto per l’allestimento di Martone è “suntuoso” (come peraltro tutti gli allestimenti del regista, mai sufficientemente rimpianto a Bologna dopo le sue Nozze di Figaro di un passato assai remoto, prima insomma che il duo Sani Ronchi – quello di “più opere moderne per portare la gente a teatro – si esibisse con ignobili scelte). Martone è “creativo” ma non nell’accezione peggiore che oggi viene utilizzata: “crea” o forse meglio sarebbe dire “ricrea” gli ambienti in cui si sviluppò la rivoluzione francese, dalla lussureggiante scena iniziale che rappresenta una festa di nobili fino alla spoglia scena finale in cui campeggia una sinistra ghigliottina. Se così posso esprimermi sono questi gli allestimenti che vorremmo vedere. Non sempre è ovviamente possibile (il budget della scala è astronomico rispetto a quello di altri teatri d’opera – d’altronde è la flagship della lirica in Italia e anche in buona parte del mondo) ma è l’impostazione e l’arte che contano e sono proprio questi elementi che mancano a tanti registi velleitari e “creativi ” (nel senso deteriore della parola) che oggi infestano i teatri e dei quali – grazie a scellerati sovrintendenti – non riusciamo a liberarci.
La prestazione del tenore Yusif Eyvazov (nella vita marito della protagonista Anna Netrebko) è lungi dall’essere memorabile in una parte oggettivamente difficile e ho derivato la stessa impressione sia ascoltandolo dal vivo che in TV in occasione della prima. Ha un discreto registro intermedio ma il suo modo di cantare è sostanzialmente monotono e in occasione della prima non privo di incertezze. Insomma non trasmette tutto il pathos che una figura così rappresentativa dovrebbe esprimere. In più la voce ha spesso inflessioni metalliche che nuociono alla interpretazione. Ovviamente di alto livello l’interpretazione della Netrebko anche se l’abbiamo ascoltata in esecuzioni migliori e di certo non le giova la stazza ormai matronesca di signora di mezza età mentre dovrebbe esprimere un personaggio nel fiore degli anni travolta da una passione che la porterà a condividere – nella partitura di Giordano – il tragico destino del poeta.
Di gran lunga il migliore sotto ogni aspetto è il baritono Luca Salsi in grado di sottolineare tutte le sfumature ambigue del personaggio con doti vocali assolutamente fuori dal come. Una prestazione assolutamente maiuscola anche dal punto di vista teatrale. Molto buone le prestazioni anche di tutti gli altri interpreti. Assolutamente eccezionale la direzione di Chailly che trae da una partitura non facile e spesso diseguale tutti gli aspetti veristici e al contempo drammatici e lirici. Bravo senza se e senza ma.
Inevitabile grande successo di pubblico ma non sono mancate voci di dissenso. Uno spettacolo comunque all’altezza delle grandi tradizioni della scala. Avessimo a Bologna un sovrintendente come Pereira, un direttore come Chailly e i finanziamenti della scala e non un Sani qualunque fortunatamente giubilato ma …..
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Conductor |
Riccardo Chailly |
Staging |
Mario Martone |
Sets |
Margherita Palli |
Costumes |
Ursula Patzak |
Lights |
Pasquale Mari |
Choreographer |
Daniela Schiavone |
CAST |
|
|---|---|
Andrea Chénier |
Yusif Eyvazov |
Maddalena di Coigny |
Anna Netrebko |
Carlo Gérard |
Luca Salsi |
La mulatta Bersi |
Annalisa Stroppa |
La Contessa di Coigny |
Mariana Pentcheva |
Madelon |
Judit Kutasi |
Roucher |
Gabriele Sagona |
Pietro Fléville |
Costantino Finucci |
Fouquier Tinville |
Gianluca Breda |
Mathieu |
Francesco Verna |
Un incredibile |
Carlo Bosi |
L’Abate |
Manuel Pierattelli |
Schmidt |
Romano Dal Zovo |
Il maestro di casa/Dumas |
Riccardo Fassi |
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Natale 2017
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Kurvenal, salvo ancora un post che scriverò sabato, va in vacanza fino al 6 Gennaio. A tutti i miei lettori un augurio di buone feste e l’auspicio di un 2018 migliore. Ne abbiamo tutti veramente bisogno!
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Piovano Pappano – Musica Insieme Bologna 17 Dicembre 2017
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Le due sonate di Brahms per violoncello e pianoforte, due capolavori assoluti, riflettono due periodi distinti del compositore amburghese. La prima (op. 38) ha la inconsueta caratteristica di presentare una fuga come ultimo tempo e manca del classico secondo tempo a favore unicamente di uno scherzo in cui il trio più lirico risolve l’assenza del tempo cantabile. La seconda (op. 99) è quella della piena maturità e presenta caratteristiche simili a quelle del secondo concerto (op. 83), con un’aria finale più cantabile in totale contrasto con l’impetuoso scherzo. Un’esecuzione magistrale del violoncellista Luigi Piovano che in tutte le due sonate brahmsiane a una tecnica impeccabile ha unito una perfetta intonazione e un’espressività che ha dato pieno risalto all’ordito musicale. Buona anche l’esecuzione di Antonio Pappano che però denuncia chiaramente che il suo mestiere principale è la direzione d’orchestra. Di Barenboim ne esiste solo uno! Insomma un buon accompagnamento che non è risultato sempre impeccabile e non all’altezza dell’esecuzione violoncellistica. Va peraltro ricordato che oltre all’impervia, difficilissima partitura violoncellistica (specialmente nella seconda sonata) anche la parte pianistica pone non pochi problemi tecnici. Ma globalmente il risultato del duo è stato più che apprezzabile. Interessanti le due brevi composizioni dei due autori viventi presenti in sala. Due bis: due romanze di Martucci e grande successo di pubblico. Speriamo che al violoncello anche in futuro venga riservata da Musica Insieme una parte dei concerti e che non finisca come con la Liederistica sparita colpevolmente dai programmi della fondazione. E pensare che nei paesi di lingua tedesca si hanno concerti di Lieder tutte le settimane: non sarà che il pubblico bolognese è – per essere eufemistici – un po’ provinciale?
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Programma
Riccardo Panfili L’ospite insonne
Johannes Brahms Sonata n. 1 in mi minore op. 38
Michele Dall’Ongaro Due Canzoni siciliane: A vitalòra – Carnescialata dei pulcinell
Johannes Brahms Sonata n. 2 in fa maggiore 0p. 99
Sonata n. 2 in fa maggiore op. 99
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Tosca – Teatro comunale Bologna 15 Dicembre 2017
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Eccoci all’esordio operistico del nuovo sovrintendente Macciardi succeduto a Sani, per il quale sarebbe interessante sapere quale è stato il valore della buonuscita, quella che in un teatro serio avrebbe dovuto avere un valore negativo. Naturalmente nel silenzio del convitato di pietra, ovvero il consiglio di indirizzo. Una nota organizzativa: i protagonisti dell’opera sono praticamente completamente cambiati rispetto al cast previsto all’atto degli abbonamenti, cosa che succede quasi sempre nel teatro bolognese. Insomma si acquista un prodotto e ne viene fornito uno completamente diverso. Naturalmente emergenze possono sempre capitare ma qui pare che l’emergenza sia la regola. Un altro esempio della poca serietà del teatro. Ma veniamo all’opera. Di certo non si tratta di una edizione memorabile di una delle opere più amate dal pubblico e che ha al suo attivo innumerevoli grandi edizioni come quelle che hanno visto come Tosca la Callas e la Kabaivanska tanto per fare qualche nome. Uno spettacolo che ha avuto uno sviluppo non uniforme. Un inizio vocale da brivido. Le “recondite armonie” di recondito non avevano proprio nulla, sparate a un volume da concerto rock e i primi interventi del soprano Svetla Vassileva erano caratterizzati da continue incertezze ed emissioni a intonazione variabile. I due protagonisti citati migliorano (parzialmente…) nei due atti successivi. Il “vissi d’arte” era per lo meno passabile e lo stesso dicasi per il “lucean le stelle” da parte di un tenore che però praticamente non conosce i mezzi toni e le sfumature. Ma stiamo parlando non certo di vette vocali quanto di un medio professionismo di routine. Tanto per dare un’idea della reazione del pubblico nessuna delle tre arie ha certamente tirato giù il teatro nonostante i lodevoli sforzi di una clacque particolarmente fiacca (finalmente…). Quanto alla prestazione di Gabor Bretz (Scarpia) gli va riconosciuta una voce adeguata ma purtroppo drammaticamente monotona nella sua freddezza. Ma nel contesto di una serata quanto meno vocalmente modesta ha fatto la sua figura. Non male le scene e la regia di Daniele Abbado con alcune cadute di tono sia nell’eccesso di aggressioni sessuali di Scarpia nel secondo atto (con ripetuti rotolamenti a terra dei protagonisti) sia nel ridicolo finale in cui la protagonista anziché lanciarsi da Castel S.Angelo pare essere preda di un infarto alla vista degli sgherri di Scarpia. Insomma una regia che per lo meno ha evitato quegli strazi dei registi “creativi” che infestano i teatri d’opera. La direzione di Valerio Galli si è tenuta su un buon livello senza lode ma anche senza infamia (e già questo è una “notiziona” a Bologna). Un successo di pubblico modesto per un’edizione modesta prodotta da un teatro modesto e della quale in parte non secondaria è responsabile il nuovo sovrintendente (modesto?) cooptato colpevolmente per via dinastica. A coronamento della scadente rappresentazione va anche segnalata la scadente sincronizzazione dei sopratitoli. Piove sul bagnato!
Cast
Floria Tosca |
Sveta Vassileva
|
Mario Cavaradossi |
Rudy Park
|
Barone Scarpia |
Gabor Bretz
|
Cesare Angelotti |
Luca Gallo |
Sagrestano |
Nicolò Ceriani |
Spoletta |
Nicola Pamio |
Sciarrone |
Tommaso Caramia |
Carceriere |
Michele Castagnaro |
Pastorello |
Pietro Bolognini |
Direttore |
Valerio Gallo |
Regia |
Daniele Abbado |
Scene e costumi |
Luigi Perego |
Luci |
Vittorio Alfieri |
Video |
Luca Scarsella |
Maestro del Coro |
Andrea Faidutti |
Maestro del CVB |
Alhambra Superchi |























