
MATISSE
Tόλμη, ἔρως καί Θάνατος
… sono gli ingredienti della novella di Puškin Пиковая дама, che è alla base del libretto del fratello di Ciajkovskij che lo pose in musica in buona parte a Firenze nel 1890 e che costituisce uno dei migliori esiti artistici del compositore (ma a mio giudizio decisamente inferiore all’ Evgeni Onegin). La storia è sostanzialmente quella del povero Hermann, ossessionato dal gioco e innamorato di Liza, cui non può aspirare data la sua condizione sociale ed economica. Viene però a sapere che una vecchia contessa dal passato torbido parigino custodisce il segreto per vincere alle carte (le famose tre carte che escono in sequenza ) e di fatto rinuncia alla amata (che è riuscito a conquistare) per conoscere il segreto. Ma alla fine. durante il gioco, al posto dell’asso pronosticato dalla contessa, esce la donna di picche facendo perdere a Hermann la colossale vincita fino ad allora conseguita e su questo Hermann muore così come è già morta Liza che si suicida scoprendo che a Hermann interessa più il gioco di lei. Insomma alla fine muoiono tutti: contessa. Liza e Hermann. Le atmosfere ossessive di questo classico dell’opera russa sulla maledizione del gioco sono affidate al regista Matthias Hartmann, che alla Scala ha già messo in scena Der Freischütz e Idomeneo (Idomeneo re di Creta – La scala 4 Giugno 2019). Una messa in scena a due facce: quella del primo e terzo atto, molto ridotta, con luci al neon estranianti e posizionate a mo’ di persiana: francamente difficile capirne il significato quasi espressionista e forse volutamente allucinato (ammesso che esista…) ma certamente molto discutibile sul piano visuale. In totale contrasto con il secondo atto, sontuoso nella migliore tradizione scaligera dove scenografia, canto e balletto costituiscono un insieme quasi perfetto. In tutto questo contesto i cantanti hanno poco spazio per una espressione della loro arte scenica. La realtà è che il libretto (come praticamente succede quasi sempre nelle riduzioni operistiche di testi “sacri”. Solo Wagner non ha corso questo rischio essendo i libretti delle sue opere direttamente redatti da lui stesso…. ) è un po’ scombiccherato, ad esempio con l’aggiunta della figura del principe Eleckij, come se se ne sentisse il bisogno. E anche il testo in generale – privo necessariamente delle nuances della novella che sono però fondamentali in questa storia – risulta troppo episodico, quasi narrato a scatti senza i necessari raccordi. Un ruolo esorbitante e difficile da capire è quello della bella stagione (sicuramente utile per la regia) forse per sottolineare il carattere oscuro e ossessivo del povero Hermann che fa un po’ la figura di uno stralunato fuori di testa.
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La musica di Čajkovskij è indubitabilmente di grande qualità e in essa ritroviamo alcuni degli stilemi (quando non addirittura copie) presenti nelle arie dell’ Evgenij Onegin (in particolare nella famosa aria di Taitana) con l’accompagnamento di fiati (segnatamente il clarinetto).

Torna da protagonista la grandissima Asmik Grigorian (v. Die tote Stadt – La Scala 3 Giugno 2019) che a qualità canore di altissimo livello assomma una presenza scenica da attrice consumata, purtroppo sostituita in alcune rappresentazioni da Elena Guseva che ne è una modesta controfigura. Voce potente e perfetta rappresentazione del personaggio l’Hermann di Najmiddin Mavlyanov. Un plauso incondizionato a Julia Gertseva nel breve ma importante ruolo della contessa e una buona prestazione anche di Elena Maximova come Polina. La direzione è stata affidata a Timur Zangiev dopo la radiazione del putiniano Gergiev (che, al di là delle sue convinzioni politiche, poteva esprimersi – come la Netrebko – almeno in favore del cessate il fuoco e della pace. Quando – speriamo il prima possibile – le armi taceranno non ci sarà solo un’Ukraina semidistrutta ma una ferita, una distruzione del tessuto artitstico e di altri ambiti che – come le macerie – sarà comunque difficile e lungo da ricostruire). La sua direzione – predisposta però dal radiato Gergiev – è stata molto apprezata dal pubblico scaligero che gli ha tributato prolungti applausi ad ogni uscita all’inizio degli atti.
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| Direttore |
Timur Zangiev |
| Regia | Matthias Hartmann |
| Scene | Volker Hintermeier |
| Costumi | Malte Lübben |
| Luci | Mathias Märker |
| Drammaturgo | Michael Küster |
| Coreografo | Paul Blackman |
| Maestro del Coro | Alberto Malazzi |
CAST |
|
|---|---|
| Hermann | Najmiddin Mavlyanov |
| Il conte Tomskij | Roman Burdenko |
| Il principe Eleckij | Alexey Markov |
| Čekalinskij | Yevgeny Akimov |
| Surin | Alexei Botnarciuc |
| Čaplickij |
Sergey Radchenko |
| Narumov | Matías Moncada |
| Il maestro di cerimonie | Brayan Ávila Martínez |
| Contessa | Julia Gertseva |
| Liza |
Asmik Gregorian Elena Guseva |
| Polina | Elena Maximova |
| La governante | Olga Savova |
| Maša/Prilepa | Maria Nazarova |
| Milovzor | Olga Syniakova |





Vorrei, se mi è consentito in questa sede, fare un commento sulla criminalità della guerra-aggressione di Putin in Ucraina. Naturalmente Putin è un criminale maniaco. I russi devono tacere. Credo molti sanno cosa sta succedendo ma sono costretti a non fiatare altrimenti rischiano 15 anni di carcere (e non so di che tipo). Gli altri, la gente comune che sa solo accedere alla televisione ed ai giornali russi, sanno solo quello che dice Putin.
Non mi pare però assolutamente il caso di prendersela con la cultura. Perché Dostoevsky, Stravinskij e tutti gli altri. Perché Gergiev e Netrebko dovrebbero rischiare il carcere? Mi pare che costoro tacciano e non vadano allo stadio ad applaudire il criminale.
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Di fatto concordo con te nella sostanza. Ma è una forma di pressione come quella sugli oligarchi. Ma concordo che la questione sia molto controversa.
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