Operistica

Tristan und Isolde – Teatro comunale Bologna 24 Gennaio 2020


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E’ proprio il caso ..   We must..

..di dire “finalmente” (e pare che al Comunale di Bologna si susseguiranno anno per anno tutti i titoli wagneriani di repertorio escluso il Ring e i Meistersinger – quest’ultimo da molto, troppo tempo assente). Dopo il Ring degli anni ’90 il Wagner maggiore mancava proprio al teatro bolognese (se si eccettua uno sciagurato Fliegende Hollander). L’opera che racchiude in sé tutta la poetica Wagneriana, scaturita da una “collaborazione” o ispirazione spirituale con Mathilde Wesendonk,  (che addirittura porta alla redazione del terzo Lied –  Im Treibhaus – dei 5 Wesendonk Lieder la cui sequenza iniziale cromatica è la stessa dell’inizio del terzo atto del Tristan) rappresenta per molti aspetti il punto finale e massimo della trasformazione cromatica della musica ottocentesca. E a giudizio di chi scrive una delle vette assolute della storia della musica che però richiede, per un ascolto consapevole, la pazienza di comprendere a fondo i temi che si susseguono all’interno della partitura e soprattutto la filosofia che presiede all’intera impalcatura dell’opera.  Certamente il trionfo  dell’amore sulla morte (e della notte e del giorno come loro metafore) così come il cromatismo sul diatonismo. Nessuno prima di Wagner aveva avuto la sensibilità e il coraggio di una impostazione così  rivoluzionaria (è lo stesso che –  unico nella storia – concepisce degli dei che muoiono nel Götterdämmerung).  Basterebbe ascoltare il preludio e il finale dell’opera (noto come la famosa Liebestodt o morte di Isotta che però è il canto della protagonista – θρῆνος   – di fronte a Tristano morto)  per capire come lo sfruttamento dell’armonia tradizionale (l’opera è ufficialmente tutta tonale) possa essere portata ai limiti massimi di tensione consentiti, con la ripetizione degli accordi di sensibile e dominante  risolti solo dopo lungo tempo sulla tonica, quasi una sorta di liberazione dopo la tensione della frase precedente. Un’opera che per essere fruita e goduta appieno richiede un ascolto estremamente attento e nel caso migliore un precedente ripetuto ascolto. Musica, insomma, che non può essere ascoltata mentre ci si fa la barba. La sua lunghezza trova una giustificazione solo nella complessità armonica e nello sviluppo complesso delle tematiche filosofiche predette.  Il Tristan und Isolde meriterebbe comunque un commento ben più vasto del breve spazio concesso al post di un blog (che deve essere contenuto se si vuole che venga letto… e per di più da redigere in tempo quasi reale) e quindi passiamo allo spettacolo
Tutta la scenografia (in generale veramente bellissima soprattutto nel secondo Aufzug ) si basa su tre colori: il grigio, il nero  e le sfumature rossastre, ovvero amore, morte e visioni oniriche. Le selve antropomorfe. viventi rappresentano efficacemente il groviglio di passioni in cui i due protagonisti si trovano avviluppati da un destino ineluttabile che in molti sensi li trasforma da soggetti in oggetti e che vede nella morte  la loro apoteosi.  Dopo scenografie demenziali (come, tanto per citare due esempi, l’ultima di Bayreuth del 2015 e quella del 2016 della Deutsche Oper di Berlino) questo allestimento riporta l’opera ai suoi valori fondativi e alla sua essenza primigenia senza  indulgere a impostazioni inutilmente tradizionalistiche ma trovando un giusto equilibrio fra tecniche moderne e interpretazioni fantastiche del contesto. La macchina scenica che dal testo potrebbe risultare troppo statica viene arricchita dalla dinamica  slow-motion della selva e dalle stalattiti del  primo atto che scendono a confondere i due protagonisti come il filtro fornito da Brangäne. Il “doppio” dell primo atto (ottenuto con uno specchio nero sul fondale) è artificio ormai troppo usato (a partire da Antonine Artaud) e oggettivamente non sono riuscito a dare un significato a quella sorta di antenna televisiva in cui è “inserita” Isolde all’inizio del primo atto (così come lo schermo TV B&W che fa bella posa di sé alla sinistra del palcoscenico – per il coro?). Come sempre non manca qualche scivolata come i costumi di Brangäne agghindata come una crocerossina, e quello di Marke che lo fa sembrare Frankenstein a una festa di carnevale.

La direzione di Valčuha è  esasperantemente lenta all’inizio del primo atto ma  prende via via vigore senza però mai raggiungere le vette interpretative delle migliori edizioni, nonostante una prestazione di ottima qualità dell’orchestra (da segnalare all’inizio del secondo atto le esecuzioni dei “solo” del violoncello, veramente di eccezionale qualità).  Ottima senza incertezze la compagnia di canto. Ann Petersen è una bravissima Isolde (senza raggiungere le vette di una Birgit Nilsson o di una Irene Theorin) che dopo un avvio incerto è cresciuta via via fino al finale Liebestodt, al termine del quale uno sventurato malato di protagonismo, nell’atmosfera rarefatta creata dallo spegnersi della musica ha urlato un “brava” che in qualunque teatro serio avrebbe portato alla sua espulsione. Ma nell’atmosfera di energumeni in cui viviamo un pubblico esageratamente cauto ed educato non ha reagito come avrebbe dovuto.  All’altezza di Isolde il Tristan di Stefan Vinke che nel difficilissimo tezo atto (seppure con un make up  argenteo – il colore della morte?)  ha fornito una prova maiuscola: un Tristan come oggi se ne vedono (e sentono) pochi. Voce potente con qualche leggera scivolata nel secondo atto (forse anche legata a un po’ di stanchezza: sembra che due giorni prima abbia cantato all’estero il Siegfried!). Assolutamente all’alteza dei protagonisti le altre voci. Una menzione per la Brangäne di Ekaterina Gubanova mentre forse meno incisiva la prova di Albert Dohmen come Marke. E come dimenticare il Kurvenal di Martin Gantner che ispira questo blog?

In un allestimento oggettivamente di grande spessore va segnalata la sventurata traduzione del testo wagneriano. Che “kind” sia reso come “bimba” in un contesto wagneriano, che indagatore come “inquirente” – aggettivo usato solo per la magistratura – e l’uso di “carino” indica una traduzione acritica da Google translator. Il tedesco di Wagner è altmodisch e fortemente poetico-letterario e certamente di non facile resa in italiano. Ma quello usato in questa occasione è semplicemente sgangherato e così scadente che viene persino il dubbio che sia una “ritraduzione” da un inglese di pessima qualità. Che poi anziché il testo originale tedesco (e  la sua “traduzione” – se cosí vogliamo chiamarla ) venga proposta una versione in un inglese approssimativo è una  scelta provinciale e insensata. Wagner va rispettato come il testo così connaturato con l’opera sia per rispetto verso gli spettatori che conoscono il tedesco sia per potere apprezzare la fusione fra testo e musica violentata da un lessico da ripetenti della prima elementare. Che un management che voglia farsi rispettare non lo capisca la dice lunga.
PS Una “prima” di un’opera così complessa NON si fa iniziare alle 18 ma al massimo alle 17 (come avviene in tutti i teatri seri) in modo che termini non più tardi delle 22..  (Giovanni Neri)
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..to say “finally” (and it seems that at the Comunale of Bologna will follow year after year all Wagnerian titles of repertoire excluding the Ring and the Meistersinger – the latter for too long missing). After the Ring of the 90s Wagner major titles were  missing in the Bolognese theatre. The opera that encompasses all Wagnerian poetry, stemming from a spiritual “cooperation” with Mathilde Wesendonk, (which even lead to the writing of the third Lied – Im Treibhaus – of the 5 Wesendonk’s Lieder whose initial chromatic sequence is the same of the start of the third act) is in many ways the end and maximum point of the chromatic transformation of nineteenth-century music. And in my opinion  one of the absolute heights of the history of music, but it requires, for a conscious listening, the patience to fully understand the themes that follow within the score,  and above all the philosophy that presides over the work.  Certainly the triumph of love (night) over death (day) as well as chromaticism over diatoonism. No one before Wagner had  had the sensibility and courage of such a revolutionary approach (he is the same one that – unique in history – imagines gods dying in the Götterdämmerung).  It would be enough to listen to the prelude and the end of the opera (known as the famous Isolde’s death which is the singing – θρῆνος – of the protagonist in front of Tristan dead) to understand how the exploitation of traditional harmony (the work is entirely tonal) can be brought to its maximum limits, with the repetition of the chords of sensitive and dominant resolved only after a long time on the tonic, almost a kind of liberation after the tension of the previous piece. A work that requires extremely careful listening and, in the best case, repeated listening to  fully enjoy it. Music, in short, that cannot be heard while shaving. Its length finds a justification in the harmonic complexity and the complex development of the aforementioned philosophical themes.  The Tristan und Isolde would still deserve a much larger comment than the short space granted to a blog post (which must be a bit short if it is to be read… and what’s more, to be drafted in almost real time) and therefore we move on to the comment of the performance. Valčuha ‘s direction begins exasperatingly slow at the beginning of the first act but gradually takes effect although it never reaches the performance of the best editions, despite a performance of excellent quality of the orchestra (to be noted at the beginning of the second act the executions of the “solo” of the cello, truly of exceptional quality).  Great without uncertainty the singers. Ann Petersen is a very good Isolde (without reaching the heights of a Birgit Nilsson or a Irene Theorin) who after an uncertain start grew gradually until the final Liebestodt, at the end of which a hapless guy sick of protagonism, in the rarefied atmosphere created by the dying music shouted a “brava” that in any serious theater would have led to his expulsion. But in the atmosphere of bullys in which we live an overly cautious and polite public did not react as it should have.  At the same height of Isolde the Tristan of Stefan Vinke that in the very difficult third act (with a silvery make-up – the color of death?)  provided a capital performance: a Tristan like today you see (and listen) few. Powerful voice with some slight faults in the second act (perhaps also linked to a little tiredness: it seems that two days before he sang abroad Siegfried!). Absolutely at the same height of the protagonists the other voices. A mention for Ekaterina Gubanova’s Brangäne while perhaps less incisive the performance of Albert Dohmen as Marke. And how can we forget Martin Gantner’s Kurvenal that inspires this blog? In an objectively great edition, the unfortunate translation of the Wagnerian text should be noted. That “kind” is rendered as “baby” in a Wagnerian context and the use of “cute” indicates an uncritical translation by Google translator. Wagner’s German is altmodisch and strongly poetic-literary and certainly not easy to render in Italian. But the one used on this occasion is simply ramshackle and so shoddy that there is even doubt that it is a “retranslation” from a very poor quality English. That instead of the original German text (and its “translation” – if we want to call it so) a version is proposed in a rough English is a provincial nonsense. Wagner must be respected being his text so close to the music out of respect for the spectators who speak German and are able to appreciate the fusion between text and music brutally raped by an unacceptable lexicon. That a management that wants to be respected does not understand It says  a lot.
PS A “premiere” of such a complex work must NOT start at 6 p.m. but at most at 5 p.m. (as is the case in all serious theaters) so that it ends no later than around 10 p.m.
 (Giovanni Neri
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DIRETTORe  Juraj Valčuha

REGIA Ralf Pleger

CAST

TRISTAN Stefan Vinke

RE MARKE Albert Dohmen

ISOLDE Ann Petersen

KURWENAL Martin Gantner

BRANGÄNE Ekaterina Gubanova

MELOT | UN PILOTA  Tommaso Caramia

UN PASTORE | UN GIOVANE MARINAIO Paolo Antognetti
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10 risposte a "Tristan und Isolde – Teatro comunale Bologna 24 Gennaio 2020"

  1. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Anch’io non leggo il Carlino, ho visto l’articolo sul giornale di ieri solo stamattina al bar, non posso perciò inviarlo. Mi sono solo segnata le frasi più… indicative per condividerle con lei.
    Penso che qualche iscritto a Kurvenal potrebbe però essere certamente in grado di postarlo.

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  2. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Leggo solo ora la recensione dello spettacolo sul Carlino di ieri…
    Mamma mia! “… L’ opera che riconosce il subconscio prima dell’ intuizione freudiana “(te pareva…); “libretto pletorico sovrabbondante di parole che non dicono”(???); “favoletta medioevale sul filtro d’ amore”. Insomma, ci mancava solo l’ ormai frequente rimando al “razzismo” del Compositore (nazismo no perché non c’era ancora, ma per qualcuno, forse….) .
    Vedere così trattato uno dei miei Compositori preferiti ed il suo capolavoro assoluto mi rende estremamente triste. Riguardo il futuro non solo della Musica, ma del nostro Paese.
    A questo punto, se venisse proposto un Ring… Non oso immaginare…

    (Per fortuna che c’è Kurvenal).

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  3. Fabio Zucchini ha detto:

    Grazie per le puntuali recensioni. Ieri pomeriggio ho ascoltato il secondo cast: veramente straordinario. Non sono troppo d’accordo su quanto Lei ha scritto di Re Marke. Ieri il sig.Dohmen ha cantato molto bene una parte che, come tutte le altre dell’Opera, è insidiosa e prevede un’estensione vocale dai toni più gravi ai più alti.
    Volevo anche segnalare la sorpresa (..diamo a Cesare..!) che mi ha riservato la biglietteria al momento del ritiro degli abbonamenti: un bel libro, ricco di fotografie e ben stampato. Cominciamo molto bene..aspettando il Ring..
    Cordiali saluti

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