Da molti anni ormai i concerti di Bashmet e della sua formazione da camera seguono una impostazione costante: tre (qualche volta quattro) brani per orchestra all’interno dei quali uno prevede la viola come solista, normalmente quello meno significativo… E’ ormai un ricordo che si è perso negli anni quello di un concerto solistico di Bashmet e non regge la spiegazione che la letteratura per viola è ridotta: vi sono bellissimi brani (si pensi solo alle due bellissime sonate di Brahms) e non mancano di certo trascrizioni più che sufficienti a impostare più di un concerto. E’ vero, il tempo passa per tutti e invecchiare da grande saggio, come ha fatto Brendel, non è comune (nel caso di Bashmet, poi, vi è anche un rifiuto estetico). Bashmet non è il solo ad avere trasformato negli anni i propri concerti: possiamo citare la Mullova, Spivakov etc. tutti folgorati dalle orchestre da camera sulla via di Damasco. La spiegazione, anche troppo semplice da fornire, può essere desunta da chiunque (nel caso della Mullova la cosa è ancora più colpevole perché nel caso delle sue sempre più rare apparizioni solistiche esprime ancora qualità eccezionali). Quanto al concerto in questione si può certamente affermare che la formazione cameristica è di buona (non eccelsa) qualità e che rispolverare due brani di “Benji” (così veniva chiamato dagli amici) Britten composti da teen-ager non appare di certo uno scoop musicale. Lo stesso si può dire per una composizione secondaria di Paganini che il tempo ha giustamente dimenticato mentre il “Souvenir de Florence” è ormai troppo praticato senza la necessità di doverlo riascoltare (e viene riproposto da Bashmet a intervalli regolari…). Un concerto, insomma, al di sotto delle aspettative: ciliegina sulla torta una introduzione di pochi minuti che il relatore non è neppure riuscito a mandare a memoria!