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Un concerto veramente …
. .a due facce. Un primo tempo (op. 109 e intermezzi op. 117) veramente di altissima qualità. L’0p.109 di Beethoven è una sorta di ponte lirico fra il gigantismo dell’op.106 e quella più strutturata dell’op.110. Uno strumento musicale delicatissimo che richiede un perfetto equilibrio fra impostazione interpretativa e rigore stilistico. Grimaud ne ha dato un’interpretazione magistrale sempre nell’alveo dello stile beethoveniano ma estraendo dal contesto tutte le sfumature più recondite. Inutile dire che tecnicamente l’esecuzione è stata impeccabile e se un piccolo appunto si può fare (che vale anche per tutto il concerto) è qualche inutile concessione al disequilibrio ritmico fra le due mani, un espediente interpretativo innecessario e particolarmente contrario allo spirito beethoveniano. Ma un’esecuzione di altissima qualità. E altrettanto si può dire degli intermezzi brahmsiani dell’o. 117, brani che richiedono una poetica esecutiva che rifletta la frase di Brahms che li definiva “l’espressione del mio profondo dolore“. Grimaud li ha resi nel loro profondo significato senza una sbavatura esecutiva e nessuna concessione a eccessi ritmici o dinamici. Questi intermezzi (e i brani dell’op. 119) sono la conclusione luminosa di una parabola compositiva che riassume nella loro brevità la poetica di una intera carriera (se così si può chiamare) e richiedono il massimo di sensibilità all’esecutore, anche nella loro richiesta di evidenziare piani armonici sovrapponentisi. Un plauso incondizionato a Grimaud. Il secondo tempo del concerto merita invece qualche riflessione. I capricci brahmsiani dell’op. 115 appartengono allo stesso periodo dell’op. 114 e 119 (non dimentichiamo che dello stesso periodo sono le sonate con clarinetto e viola) e non possono in alcun modo essere interpretati come brani virtuosistici, cosa che vale anche per quelli dinamicamente più accesi. Qui Grimaud ha ceduto alle lusinghe di un virtuosismo fuori posto (si pensi ad esempio alle ottave della mano sinistra del primo brano) che sono assolutamente fuori dalla poetica del periodo di composizione. Anche i brani più dinamici debbono rispettare la poetica del periodo compositivo e in questo senso l’esecuzione della pianista francese non è stata all’altezza delle aspettative. E’ proprio dei grandi pianisti quello di non cedere agli aspetti virtuosistici che snaturano il complesso di una raccolta di pezzi e in particolare quelli dell’op.115. E purtroppo il discorso vale, in modo amplificato, per la ciaccona di Bach-Busoni. Dietro le spalle della Grimaud mi è sembrato presente il fantasma di Benedetti Michelangeli. Le variazioni del brano sono state eseguite con tempi non coerenti e sempre con uno spirito virtuosistico che nulla a che fare con Bach. L’esecuzione poteva essere quella della “Vallée d’Obermann” di Liszt e con queste impostazioni (ohimé adottata anche da Yuja Wang) poteva avere significato negli anni ’40 dello scorso secolo (come nel caso delle variazioni Paganini di Brahms mescolando prima e seconda serie) ma è inaccettabile ai tempi moderni in cui – finalmente! – prevale il rispetto dello spirito dello spartito. Poi – sia chiaro – si può apprezzare l’esecuzione di un brano ignoto virtuosistico dimenticando quale sia la sua origine. Inutile dire che il tutto ha riscosso applausi fragorosi da un pubblico inconsapevole, pronto a osannare chi suona forte e veloce (con un paio di svarioni), senza alcuna capacità critica. Poi panem et circenses... Due bis.
Programma
Beethoven Sonata n. 30 in mi maggiore op. 109
Brahms Tre Intermezzi op. 117 – Sette Fantasie op. 116
Bach/Busoni Chaconne dalla Partita n. 2 in re minore BWV 1004
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