Sinfonica

Vivaldi Ottone in villa – Venezia Malibran 20 Marzo 2026


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Un’opera barocca …
             ,,, francamente interessante solo sotto il profilo archeologico e che poteva restare nascosta nelle pieghe della storia musicale senza rimpianti. Classica struttura barocca: recitativo-aria-recitativo… Una storia – se così vogliamo chiamarla – di “corna” romane vere o presunte con l’immancabile lieto fine.  E anche musicalmente ci sono opere vivaldiane molto più interessanti ma ogni tanto si esumano anche opere minori anche per cambiare repertorio. Diciamo subito che il cast non è stellare. Svetta su tutti il Caio di Lucia  Cirillo, grandi capacità vocali e interpretative perfettamente a suo agio nei vocalizzi vivaldiani. Al’estremo inferiore il Decio di Ruairi Bowen carente come emissione e intonazione per fettamente a suo “disagio” nella parte e che francamente non si capisce perché sia stato scelto. E purtroppo una nota di biasimo anche per l’Ottone di Margherita Maria Sala che è totalmente inadatta a un repertorio barocco. Sforza, non trova mai l’intonazione giusta e anche scenicamente non rende certamente il ruolo di imperatore che impersona. Nella norma la Cleonilla (ma dove avrà trovato un nome così bizzarro il librettista) e Tullia (Michela Antenucci) in una parte del tutto secondaria. Lo spettacolo è salvato da due componenti. La scenografia innanzitutto. Sono molto belle le statue umane che fanno da cornice a tutta l’opera, con i ballerini vestiti in modo succinto e imbiancati, a somiglianza appunto di statue e che via via rappresentano diverse forme neoclassiche. Una scelta sicuramente di qualità che nobilizza lascena dell’opera.  E un plauso alla compagine orchestrale diretta da Bruno Fasolis un vero esperto di musica barocca. Un buon – non strepitoso – successo di pubblico. 

 
Cleonilla Carlotta Colombo
Ottone Margherita Maria Sala
Caio Silio Lucia Cirillo
Decio Ruairi Bowen
Tullia Michela Antenucci
Orchestra del Teatro La Fenice
direttore Diego Fasolis
regia e coreografia Giovanni Di Cicco
regista collaboratrice Emanuela Bonora
scene Massimo Checchetto
assistente scene Serena Rocco
costumi Carlos Tieppo
light designer Andrea Benetello
coordinamento coreografico Associazione Deos Danse Ensemble Opera Studio
Happy
(Giovanni Neri – 80)
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A Baroque work  frankly interesting only from an archaeological point of view, and one that could easily have remained hidden in the folds of music history without anyone regretting it. A classic Baroque structure: recitative–aria–recitative… A plot—if we really want to call it that—of Roman infidelities, real or presumed, complete with the inevitable happy ending. And musically speaking, there are far more compelling Vivaldi operas; but every now and then even minor works are exhumed, if only to vary the repertoire. Let’s say it right away: the cast is not exceptional. Towering above the others is Lucia Cirillo’s Caio, whose remarkable vocal and interpretive abilities make her perfectly at ease in Vivaldi’s vocal writing. At the opposite end is Ruairi Bowen’s Decio, lacking in emission and intonation, visibly uncomfortable in the role, and frankly it is hard to understand why he was chosen. Unfortunately, a note of criticism must also go to Margherita Maria Sala’s Ottone, entirely unsuited to Baroque repertoire. She forces her voice, never finds the right intonation, and even scenically fails to convey the imperial stature of the character. Cleonilla (and one wonders where the librettist found such a bizarre name) and Tullia (Michela Antenucci) are serviceable, though the latter has a completely secondary role. The production is saved by two elements. First, the set design. The human statues framing the entire opera are truly beautiful: dancers scantily dressed and whitened to resemble statues, gradually taking on various Neoclassical forms. A refined choice that lends dignity to the staging. And second, the orchestra, conducted by Bruno Fasolis, a true expert in Baroque music.A good—though not overwhelming—success with the audience.
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