I concerti “a geometria variabile” non mi sono mai piaciuti: viene a mancare quell’unità interpretativa che sola permette un giudizio complessivo sull’esecuzione. Il concerto di ieri sera (che ha alternato brani solo pianistici a due quintetti per piano e fiati) rientra nella sfera delle manifestazioni “di giusto valore”: esecutori singolarmente di buona qualità che però mancano di quell’affiatamento (derivante solo da una prassi esecutiva continuativa) che trasforma un ensemble in un tutto amalgamato in cui il risultato è superiore alla somma dei singoli. Esecuzioni quindi ben “polished” ma tendenzialmente fredde e compassate e quindi certamente non entusiasmanti. A tutto questo ha certamente contribuito il pianismo di A.Lonquich che assomiglia a un soprammobile di ottima fattura ma che finisce col non essere notato data la sua ripetitività. Sia chiaro: nulla da eccepire quanto a tecnica e rispetto del dettato musicale ma certamente pare mancare quel “plus” che trasforma un ottimo pianista in un grande pianista. Un’unica notazione comportamentale: perchè Lonquich cerca costantemente l’ispirazione “altrove” guardando da tutte le parti fuorchè verso il pianoforte con contorcimenti degni di un ginnasta?