Operistica

Turandot – Teatro comunale Bologna 28 Maggio 2019


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Beyond, Jenseit, al di là”…. Beyond, Jenseit“…
…. sono le espressioni che più spesso mi tornavano in mente di fronte a questa Turandot. Di cosa? Del kitsch, sfondato il quale ci si trova immersi in ambito sconosciuto, una “undiscovered country”, la cui valutazione trascende i normali citeri della recensione. La scenografia e la regia non sono fatte di cose (al di là di due scalinate da stadio su cui in tempi diversi si rifugia il popolo di questa Turandot) ma di un immenso schermo a tre ante (come nel caso dei PC con gli extended displays) sul quale si aggirano figure oniriche a metà umane e a metà immaginarie, spesso parzialmente antropomorfe che interagiscono e avvolgono i corpi umani (rigorosamente ripartite per colore della pelle e per dimensioni – equal opportunity employer) che si aggirano sugli schermi, quasi sempre in posizioni statiche (per estremo verismo una di queste ha un cerotto su un alluce!).
I richiami della scenografia sono molteplici: la città di Turandot con droni che si aggirano fa il verso a Blade runner, gli umanoidi a tre smisurate braccia e tre smisurate gambe impiantati su una sorta di tronchi d’albero richiamano alla mente ET, le spade laser dei gendarmi di Turandot ricordano Star wars, i pallidi colori dei costumi di scena paiono tratti dalle figure dei ritratti di Marilyn Monroe di Andy Wahrol, e le figure fantastiche che popolano spesso lo schermo potrebbero essere uscite da un quadro di Dali.
E il risultato? Ebbene seppure per molti aspetti übertrieben  il tutto appare riuscito e in grado esprimere il mondo fantastico e tragico di Turandot, una vicenda di femminismo estremo che però dà luogo a un lieto fine sciogliendosi nell’amore. Difficile capire il costume di scenda di Calaf che pareva uscito da un scena de Il Cacciatore, quello di Liù come crocerossina e del padre di Calaf come un dittatore sudamericano.  Una partitura impervia quella di Turandot (quella con il finale di Alfano), aspra, che mette a durissima prova le voci dei protagonisti, al di là del fin troppo noto Vincerò che un folto pubblico provincialissimo ha fragorosamente applaudito a scena aperta mentre la musica proseguiva.  Purtroppo un’orchestra sempre spinta a un numero eccessivo di decibel non ha fornito un coté musicale adeguato rendendo la vita difficile ai cantanti. Fra questi va sottolineata la prova eccellente del soprano Mariangela Sicilia nella parte di Liù, voce armoniosa e in grado di esprimere compiutamente il dramma umano della protagonista. Molto brava anche il soprano Hui He come Turandot, con una parte da mettere i brividi anche alle più consumate artiste. Se si eccettua qualche incertezza nel registro acuto (ma al debutto si può capire) la sua prova è stata eccellente. Quanto a Calaf – Gregory Kunde – sono noti i suoi pregi e limiti: sicurezza di intonazione in tutti i registri ma mancanza di modulazione dell’intensità della voce, in questo anche obbligato dall’eccessiva sonorità dell’orchestra. Non particolarmente validi i tre Ping, Pong e Pang. Ping in particolare ha avuto non poche incertezze. Una serata comunque ampiamente positiva, ampiamente applaudita dal pubblico dove finalmente mancava la fastidiosissima clacque che infesta il teatro comunale. (Giovanni Neri)
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   .. are the words that most often came to my mind during this Turandot. About what? Of the kitsch, beyond whicht he spectator finds himeslef immersed in unknown area, a sort of undiscovered country, whose evaluation transcends the normal criteria of a review. The scenography and the direction are not made up of things (beyond two stairways stadium-like on which at different times the people of this Turandot sits) but an immense triple screen (as a PC extended display) on which are hovering oniric figures half human and half imaginary, often partially anthropomorphous interacting and enveloping human bodies (equally subdivided by skin colour and size – equal opportunity employer…) that roam on the screens, almost always in static positions (one of them has a band-aid on a big toe!). The recalls of the scenography are manifold: the city of Turandot with drones that reminds Blade runner, the humanoids with three slender arms and three disproportionate legs implanted on a sort of tree trunks recall ET, the laser swords of the gendarmes of Turandot resemble Star wars, the pale colors of the costumes of the scene seem to be drawn from the portraits of Marilyn Monroe by Andy Wahrol, and the fantastic figures that often populate the screen may have come out of a picture of Dali. And the result? Well, although in many respects übertrieben everything seems successful in expressing the fantastic and tragic world of Turandot, a story of extreme feminism that however yields to a happy ending melting in love. Difficult to understand the costume of Calaf that seems to come directly from a scene of The hunter, that of liù like red cross sister  and the father of Calaf like a South American dictator. A score impervious that of Turandot (with the finale of Alfano), harsh, which puts to the test the voices of the protagonists, beyond the far too well-known Vincerò that a large provincial public has loudly applauded while the music continued. Unfortunately an orchestra always pushed to an excessive number of decibels did not provide a proper musical coté making life difficult for the singers. Among these it must be underlined  the excellent performance of the soprano Mariangela Sicilia in the role of Liù, harmonious voice and able to fully express the human drama of the protagonist. Very good also the soprano Hui He as Turandot, with a role to frighten  even to the most seasoned  artists. But for some uncertainty in the acute register (but understandable at the premiere) her performance was excellent. As for Calaf – Gregory Kunde – his merits and limits are known: security of tuning in all registers but lack of modulation of the intensity of the voice, in this also obliged by the excessive loudness of the orchestra. Not particularly valid the three Ping, Pong and Pang. Ping in particular had not a few uncertainties. An evening however largely positive, widely applauded by the public where finally the annoying clacque that pesters the Teatro Comunale was lacking. (Giovanni Neri)
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Cast

DIRETTORE Valerio Galli
VIDEO SCENE E COSTUMI AES+F

IDEAZIONE E REGIA Fabio Cherstich

 

TURANDOT Hui He

TIMUR In Sung Sim

PONG Cristiano Olivieri

PANG Orlando Polidoro

UN MANDARINO Nicolò Ceriani
IL PRINCIPE DI PERSIA Massimiliano Brusco
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Una risposta a "Turandot – Teatro comunale Bologna 28 Maggio 2019"

  1. sandrafesti ha detto:

    Posso aggiungere che anche nel secondo cast la prova di Francesca Sassu nel ruolo di Liù è stata molto buona. Meno entusiasmanti il Calaf di Antonello Palombi e la Turandot di Ana Lucrecia Garcia. Una bella direzione di Valerio Galli ha dato evidenza ai bei colori della scrittura di Puccini, ben dinersa dalla orchestrazione di Alfano.
    Quanto alle scene : sorprendenti e fantasiose, ma talvolta di cattivo gusto.

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