Operistica, Recensioni

I Capuleti e i Montecchi – Teatro Comunale Bologna 6 Maggio 2018

Sclerosi
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Un ripresa di una bellissima e colpevolmente poco eseguita opera di Bellini
(si pensi solo all’aria di apertura di Giulietta “o quante volte”) che mancava dal teatro comunale dal 1989. Lasciamo perdere ovviamente lo sgangherato libretto che con la grande tragedia del bardo ha in comune solo il nome delle famiglie coinvolte. A questi stravolgimenti bisognerebbe abituarsi se non fosse che il confronto emerge a ogni angolo ed è drammatico.  La compagnia di canto proposta è molto disuniforme. Sopra tutti emerge il Tebaldo di Francesco Castoro, un tenore dalle grandi possibilità, dotato di un’ottima tecnica e di una vocalità di prim’ordine quale purtroppo raramente si incontra nei tenori di oggidì. Un plauso incondizionato. Buona anche la prestazione di Lara Lagni nella parte di Giulietta. Una voce di grandi potenzialità che presnta ancora dei tratti acerbi nelle emissioni più drammatiche e che ha bisogno di arrotondare gli acuti, intonati ma spesso aspri. Di buona qualità il Romeo di Aurora Faggioli, una voce duttile senza particolari eccellenze ma anche senza evidenti pecche. All’estremo inferiore il Capellio di Alberto Camòn che semplicemnte non ne azzecca una. Nella norma il Lorenzo di Nicolò Donini. Molto buona la prova del direttore Federico Santi che coglie appieno tutte le sfumature della partitura belliniani e che ottiene un’ottima prova dall’orchestra (anche negli assoli dei corni!).
Molto moltissimo ci sarebbe invece da dire sulla noiosissima regia di Silvia Paoli. Strizzare l’occhio a un modernismo d’accatto aggiungendo a una tutto sommato buona compagnia di canto un’ambientazione da “La Piovra”, è un’operazione da avanspettacolo. Ambientazione da sala da biliardo del “bar Verona” dell’hinterland e scena da massacro di S.Valentino dopo lo scontro fra le due fazioni: non manca – se ho ben colto nella prima scena – lo spaccio di droga in palcoscenico (stai a vedere che questo finisce per essere uno spunto fondamentale per la prossima regia della Paoli!). I Capuleti e i Montecchi shakespeariani e presenti nell’opera del catanese avevano dalla loro una dignità di faida di alto livello immiserita qui da mafiosi di mezza tacca e altre ovvietà.

Cito qui ancora una volta un Romeo and Juliet della RSC a Stratford-on-Avon in cui le due famiglie erano due bande di mods (con tanto di motociclette), ma che sensibilità nella rappresentazione! Qui tutto è ridotto a telenovela televisiva da un velleitarismo fine a sé stesso con l’unico scopo di provocare: scopo non raggiunto perché è la noia che prevale. Poi siamo alle solite: alla regista Paoli non importa un fico fare un bello spettacolo perché quello che conta è che se ne parli, male magari, ma che se ne parli (Andreotti docet). Che poi sovrintendenti di cortissime vedute, alla ricerca disperata di notorietà, si facciano abbindolare dalle sirene della “modernità” convinti di fare uno scoop facendo invece flop, pronti a ripetere impuniti il fiasco alla prossima occasione, è il segno di una gestione inadeguata. Con l’aggravante poi che (a quanto si dice – le “voci da dentro” si fanno sentire anche fuori…) la regista si è fatta vedere pochissimo in teatro (alcuni dicono addirittura mai) lasciando a un’assistente la regia sul campo! In cosa era affaccendata la titolare? Un segno (drammatico) dei tempi. E pensare che uno Strehler, un Ronconi passavano giorni interi a calibrare ogni piccolo particolare (ma quelli erano registi con la “R” maiuscola e qui la “r” minuscola addirittura manca!). E il cachet chi l’ha preso? L’avatar della regista? Un biasimo poi per la locandina: perché l’elemento più significativo è costituito dalle capigliature che sono fatte assomigliare alle serpi della Gorgone? Che rapporto hanno con la vicenda? A chi si deve questa “opera d’arte”? E che dire del “paghi uno prendi due” offerto dalla biglietteria? Ve l’immaginate la stessa cosa alla Scala di Milano? A quando anche l’omaggio di un pacco di pasta come faceva Lauro a Napoli? Un successo di pubblico decisamente molto contenuto nonostante la buona volontà dei soliti noti.
MI scuso per l’invio di un messaggio precedente relativo al post dell’opera che era ovviamente “in fieri”. Mentre predisponevo le informazioni di contorno (ad esempio cast, data etc.) ho inavvertitamente premuto il tasto “pubblica”, un errore senza possibilità di annullamento!
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Da tempo ho  rimosso il mio profilo su  facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Cast
Direttore: Matteo Pagliari
Regia: Silvia Paoli
Sceneggiatura: Andrea Belli
Costumi: Giuliana Giannino
Luci: Alessandro Carletti
Maestro del Coro: Andrea Faidutti
Capellio: Alberto Camón
Giulietta: Lara Lagni
Romeo: Aurora Faggioli
Tebaldo: Francesco Castoro
Lorenzo: Nicolò Donini

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5 risposte a "I Capuleti e i Montecchi – Teatro Comunale Bologna 6 Maggio 2018"

  1. Sandra Festi ha detto:

    Dopo aver assistito alla rappresemtazione di ieri, domenica 13/05, aggiungo la mia modesta voce alle critiche precedenti. Sono davvero indignata per la cialtroneria di chi, in veste di regista, fa passare fantasie malate di presunzione, incultura e spregio verso autori che, nei secoli, hanno arricchito la nostra sensibilità.
    In questo allestimento non ho trovato neanche un momento, nè un gesto, che fossero in armonia con il dramma e con la musica.
    Forse, dopo una vita passata a godere della magia dell’ opera, non rinnoveró il mio abbonamento al Teatro Comunale. Cos’ altro si deve fare per mostrare il pollice verso a questa scombinata gestione?
    Sandra Festi

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    • Non solo approvo ma concordo sul fatto che abbonarsi abbia ormai poco senso, anche in vista del vergognoso cartellone del prossimo anno. Ma a “lor signori” non importa nulla della qualità convinti come sono che per inerzia gli abbonati finiranno per rinnovare l’abbonamento (e purtroppo non hanno tutti i torti…). Siamo ohimé in presenza di un management che con la musica e la qualità hanno a che fare come il sottoscritto con le lingue persiane. E quanto rappresentato in scena è solo la punta dell’iceberg perché le famose “voci da dentro” raccontano di una gestione nepotistica e dilettantesca con sprechi di ogni genere che comportano poi messe in scena di una povertà disarmante. (Chi sa che sembra che esista una intera scenografia della Wally di Catalani mai andata in scena a Bologna e MAI OFFERTA ad altri teatri che l’hanno messa in cartellone?). Altro caso: nessuno ha contestato il fatto che la “regista” dei Capuleti non si sia mai fatta vedere in teatro. Ma perché si deve pagare chi non effettua una prestazione? E dopo questa “performance” vedremo ancora il nome di questa regista virtuale in cartellone? E come si chiama il suo santo protettore? Fino a quando un management da operetta non sarà sostituito da professionisti seri non c’è futuro di qualità in teatro. Fra l’altro segnalo che Vergnano, ex sovrintendente bravissimo a Torino, è a spasso: farci un pensierino?

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    • gianstefano folli ha detto:

      Gentile Sig.ra Festi leggo con interesse il suo commento. La Sua non é una modesta voce, ma la voce di una cittadina che pagando le tasse obbligatorie finanzia il Teatro e lo spettacolo che ha visto. Ed ha tutto il diritto di criticarlo se non ha gradito. Anzi ha il dovere di fare sentire la Sua voce. E ringraziamo questo Blog che ce ne offre l opportunità. Se compra una camicetta e dopo aver pagato si accorge che ha un fallo, di sicuro fa le rimostranze dovute, avendo pagato per un prodotto. Così deve essere a teatro. Nei modi dovuti al finale si manifesta apprezzamento o dissenso. Insieme alla Formula Uno, all’opera succede tutto in diretta, acuti strepitosi e stecche storiche. Questo è il suo fascino, non siamo al circo dove si rifà il salto venuto male. Qui i professionisti sono ben pagati per dare il massimo e il meglio dall ultima tromba al soprano di grido. Per questo è giusto essere esigenti. Al cardiochirurgo si chiede di operare bene e salvare vite…qui non si salvano vite ma si danno emozioni che devono essere tali, non circa. Alla regia si chiede di proporre un racconto coerente e non gratuito. Che abbia la forza di essere in sintonia con la musica e non contro la musica. Come accade piuttosto spesso. Come non accettiamo l orologio al polso di Giulio Cesare in un film storico, così non dovremmo accettare la Tetralogia Wagneriana locata in un centro commerciale. Se poi la regista deve spiegare nel programma di sala cosa ha voluto raccontare ecco che tutto stride…e consigliare di cambiare mestiere alla signora è un dovere. Certo il problema non sta nel singolo regista che ha tutto il diritto di farsi i suoi viaggi mentali.
      Il problema è a monte, in chi decide di acconsentire a spendere decine di migliaia di euro, trovando geniale spostare la vicenda in ambiente mafioso calabrese. Fosse intrisa di coerenza la proposta potrebbe anche passare, ma sembra ispirata da una lettura filtrata dal Gomorra televisivo. Non ho visto lo spettacolo e quindi non voglio dare giudizi. Ma cara signora…continui ad andare a teatro che magari la prossima volta sarà tutto meglio, non demorda e abbia fede…che qualcosa di serio in stagione ci dovrà pur essere. Le ricordo che il teatro non è mai troppo banale ed ogni apertura di sipario ci proietta in un mondo fantastico. Mica sempre. E se non gradiamo, facciamoci sentire anche dissentendo e buando sonoramente. Perchè il tutto non è dono del fato ma fatto con i nostri soldi. E a noi del pubblico la dirigenza deve rispondere…sopratutto quando lo stipendio supera, e di molto, quello del Sindaco di una città di 400.000 abitanti.
      Sipario, applausi.
      Suo Gianstefano Folli

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  2. Gianstefano Folli ha detto:

    L’aria che tira al Comunale è un vento che cerca di spazzare via una concezione solida e professionale della messa in scena. Buon teatro? Roba d’altri tempi. Per essere trendy pare, si debba dimenticare il buon passato che qui non è mancato. Quindi abbiamo queste proposte senza il peso di un mestiere solido. Con Sovrintendenti come Fontana ed Escobar, certi registi di sicuro non entravano dall’ ingresso artisti ma da quello del pubblico,pagando il biglietto intero. Ora la Direzione annaspa, svendendo posti a un euro …che i bevitori del sottoportico neanche raccattano per un cartone di Tavernello. A proposito, ci può segnalare se s’è costituito un Comitato antiContainer, e antiStupidate x piazza Verdi e vicoli adiacenti. Che volentieri aderirei x dare un aiuto antiidiozie. Che stanno montando alla grande in vista dell’ estate. Ah, gradito anche avere un contatto per la cosiddetta Sovrintendenza alle Belle Arti, che qualche rimostranza avrei da esternare, in vista degli orrendi scatoloni ferrosi che verranno installati, Merola benedicente!
    Infine…alla Scala rifanno la mitica Aida Zeffirelliana, che vidi con un Bergonzoni indimenticabile, altro che che sala da bigliardo Veronese con vuoto ciarpame visivo annesso.
    Da ultimo…che belle le locandine della Scala, elegantemente immutate da decenni. A Bologna invece abbiamo genialate grafiche da stagista ipopagato e crogiolantemente beato di nuovi font…che notoriamente attirano masse di pubblico pagante…magari un euro solo a biglietto. Ma come diceva Berlusconi…con i singoli euro di fanno i milioni, di euro. Complimenti per il blog!

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