Operistica, Recensioni

Simon Boccanegra – Teatro Comunale Bologna 13 Aprile 2018

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Evviva, ci risiamo! Un Boccanegra formato mini, fortemente
ridimensionato rispetto a quello proposto anni addietro basato sulla stessa scenografia con  il regista che ingoia in silenzio (“s’ha pure da campa‘… “). Siamo alle solite del Comunale di Bologna: raffazzonare, raffazzonare tanto il pubblico è bue e non ricorda. Ma non è così per tutti, mi spiace caro sovrintendente…. Ma prima di esaminare la realizzazione due parole sull’opera (versione 1881, quella con la grande e bellissima scena del consesso capeggiato dal doge). Mi sono permesso nell’intervallo di affermare che il Simon non è nelle mie corde (con qualche consenso e molti dissensi). E provo a spiegarne la ragione. Nella mia concezione l’opera è una sintesi assoluta, massima, di teatro dove si riuniscono, testo, musica e arti figurative. Se una delle tre componenti manca allora l’intera impalcatura crolla. Nel Simon l’azione è quantomeno oscura (e uso un eufemismo) in quanto si basa su presupposti che a un normale spettatore sono giustamente ignoti (perché Adorno e Fiesco vogliono la morte di Boccanegra, tanto per fare un esempio?).

Ma poi c’è il problema del testo in sé. L’italiano è da settimo grado in libera su strapiombo.  Estinto io sia ch’or sorride all’alma mia della larva al disparir. Che vuol dire? Per me larva è strettamente collegato a insetto, coleottero etc..  E come la mettiamo con  l‘angue che mi fruga è gonfio di velen (fruga? angue=angoscia?). Insomma un pianto. Confrontare questo testo scellerato con quello di un Da Ponte o ancor più di un Wagner – e spesso la traduzione italiana non è in grado di renderne appieno il valore – sarebbe come sparare sulla crocerossa. Ma pare che nella tradizione melodrammatica accettata dal pubblico italiano il testo – suvvia! – non sia così importante, quello che conta è la musica (che oggettivamente nel Boccanegra è molto bella). Così non è nella mia accezione (ribadisco l’opera è sintesi di tre arti) e questo è il motivo del mio dissenso. Che tanto per restare a Verdi in altre opere dello stesso periodo si attenua come nel caso del Macbeth, dell’Otello e soprattutto del Don Carlo (capolavoro assoluto, anche se Carlo V che esce dalla tomba per salvare Don Carlo fa sbellicare dalle risate come concorrente del Grand Guignol). Poi naturalmente massimo rispetto per chi la pensa diversamente (ma non ne spiega mai a fondo la ragione!). Ma veniamo a questo  Boccanegra (un titolo di cui a mio parere non si sentiva assolutamente il bisogno anche perché recentemente messo in scena alla Scala – e mi rammarico di  averlo perso per fare un confronto). Della scenografia – che sarebbe bella se non fosse stata snaturata dai tagli – ho già detto.  Il cast è certamente di prim’ordine. Bravo senza se e senza ma il tenore Stefano Pop nella parte di Adorno (anche se per stazza ha probabilmente richiesto un rinforzo del palcoscenico) e lo stesso dicasi di Pertusi (una certezza come Fiesco) e Solari (un Boccanegra perfettamente nella parte). E’ mancato invece più volte il soprano Auyanet che sforza costantemente nelle emissioni più acute e che non pare assolutamente a suo agio nella parte anche da un punto di vista scenico. Nella norma gli altri cantanti. La direzione di  Yurkevych è risultata in più parti fiacca anche se questa volta l’orchestra ha evitato quei drammatici errori che altre volte l’hanno piagata (ad esempio nei fiati).  Che dire, quindi, in totale? A parte la ridicola clacque che alla fine dello spettacolo ha tentato ancora una volta di urlare “bravo” indistintamente a tutti i cantanti (ma questi ridicoli “personaggetti” si vendono l’anima per un posto gratuito alla prima? che significato ha per loro la parola dignità?)  il successo c’è stato (e quando mai si nega nella provincialissima Bologna) ma questa volta “contenuto”.  Che di fatto vuol dire modesto (anche se la clacque giornalistica locale urlerà al trionfo ammesso che “osi” una recensione. Mai rischiare se no gli accrediti come si ottengono…?).
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Cast
Direttore, Andriy Yurkevych
Regia, Giorgio Gallione
Scene e costumi, Guido Fiorato
Luci, Daniele Naldi
Maestro del Coro, Andrea Faidutti
… … …
Interpreti:
Simon Boccanegra     Dario Solari
Amelia Grimaldi    Yolanda Auyanet
Jacopo Fiesco     Michele Pertusi
Gabriele Adorno     Stefan Pop
Paolo Albiani     Simone Alberghini
Pietro     Luca Gallo
Un capitano dei balestrieri    Rosolino Claudio Cardile
Un’ancella di Amelia     Aloisa Aisemberg
Produzione del Teatro Massimo, Palermo e del Teatro Comunale

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4 risposte a "Simon Boccanegra – Teatro Comunale Bologna 13 Aprile 2018"

  1. Massimo Rudan ha detto:

    Premetto che non conosco “Simon Boccanegra”; da quanto leggo nell’articolo di Kurvenal, mi sento in obbligo di colmare la lacuna. Detto questo, concordo che il testo di un’opera va conosciuto, ma si converrà che la cosa non sempre è facile. Un ascolto diretto è spesso fallimentare anche per le opere in italiano, si rischia di capir poco sia per l’oscurità dei costrutti, che per la cattiva pronuncia dei cantanti, che per l’intensità della musica che sovrasta il canto. Quanto alle opere di Wagner, l’unica soluzione è leggersi il testo, magari con la traduzione di fianco, mentre si ascolta il CD, e ripetere l’operazione un numero di volte sufficientemente grande da capire poi, a teatro, cosa succede nella scena.

    Poi c’è un’altra ragione per leggere il testo, del tutto privata e sulla quale non mi aspetto un largo consenso: i libretti delle opere sono un filtrato così spettacolare di involontaria comicità, che i talk show della politica sono, in confronto, robette da boy scout. Un esempio a caso, “Il Trovatore”: Azucena davanti al rogo della madre decide di bruciare il figlio del Conte di Luna, si fionda nel palazzo, rapisce il bambino e ritorna in tempo per usare lo stesso rogo della madre, ancora acceso, roba che nemmeno Flash Gordon… più avanti negli anni dirà che il bambino recalcitrava a farsi buttare nel fuoco, e tte credo, comunque, un po’ distratta, ci butta il figlio suo anziché quello del Conte. Intanto Leonora scende al piano terreno rapita dal canto dell’amato Manrico, ma è tanto buio che distrattamente abbraccia il rivale (il Conte di Luna figlio), ma il buio non è poi tanto, visto che Manrico si accorge dell’abbraccio e scatena un duello da cui esce più o meno indenne, mentre Leonora, evidentemente ancora distratta, lo crede morto. Più avanti, ad Azucena viene la bella idea di uscire dal forte cinto d’assedio dal Conte di Luna e vagabondare per il campo nemico, finché i nemici, per quanto distratti pure loro, alla fine la catturano. Alla domanda “cosa ci fai qui” risponde, “nulla di personale, vagavo, che volete, noi zingari non facciamo altro che vagare, ma sanza meta” (come Brancaleone, “sanza meta, ma per altra parte”). Gettata in galera (forse l’accusa più verosimile era “inescusabile stupidità”), dopo un po’ vede il baldo Manrico gettato nella
    sua stessa cella, e quindi, per non saper né leggere né scrivere, si mette a dormire… Ora, personalmente ritengo la musica de “Il Trovatore”, specie nel primo atto, spettacolare, e diciamo pure che se non si afferra il 100% del testo, vabbè…

    Stesso discorso per certe parti di Wagner: il testo del secondo atto di “Tristano e Isotta”, diciamolo pure sottovoce, è una bella mattonata; il culmine è l’analisi della
    paroletta “e” che collega “Tristano” con “Isotta”, e della quale s’ipotizza l’estinzione
    (grammaticale?) nel caso il povero Tristano dovesse morire. Ne “L’oro del Reno” quella tontolona della Wellglunde spiffera al primo venuto che se uno ruba l’oro e ci fabbrica l’anello, dominerà il mondo: al rimbrotto della Flosshilde, quella tontolona-bis della Woglinde aggiunge subito che per impadronirsi dell’oro basta rinunciare all’amore, e il gioco è fatto. D’accordo, sono archetipi, miti universali, molto al di sopra della sensibilità di un bieco ingegnere; ma anche qui, la musica è così bella che se qualche dettaglio sfugge, grosso modo la storia uno la capisce lo stesso.
    Per chiudere, e mi scuso della lungaggine, il Carlo V che esce dalla tomba per salvare Don Carlo ha un degno compare in “Parsifal”: il buon Titurel, che è sostanzialmente un non-morto, una specie di zombie fuori campo, che dalla tomba dirige le periodiche operazioni di scoperchiamento del Graal; fortunatamente, con un accompagnamento musicale sublime.

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    • Ottimo veramente! Va anche citato il famose “madre non dormi?” del Trovatore la sera prima della sua esecuzione. Sono un disaccordo solo per il secondo atto del Tristano. Lí c’è tutto l’aspetto filosofico di notte e morte che poi sarà anche ripreso da Gérard de Nerval. Solo che in questo caso veramente la musica assolve comunque un’eventuale pesantezza del testo. Non è questo il caso in generale di Verdi. E con Da Ponte come la mettiamo?

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  2. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Eccellente. Ottima la considerazione : “testo musica ed arti figurative”. Aggiungerei “presenza scenica” dei cantanti, che non significa agitazione e mimica continue.
    C’è ( c’era) chi sul palco non si muoveva ma lo “riempiva” ugualmente.
    Doni di natura.

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