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Grigorij Sokolov – 19 Maggio 2014


Dopo la vittoria al Čajkovskij del 1966 a 16 anni, Grigorij Lipmanovič Sokolov ha sofferto un ingiustificato oblio fino all’inizio degli anni ’80 quando la sua carriera internazionale ha avuto quella crescita che lo ha portato ai vertici del pianismo internazionale. Personaggio difficile e scontroso (si pensi alla sua avversione per le registrazioni su CD), cura in modo spasmodico i dettagli dell’esecuzione dei suoi programmi fino a ripeterli ossessivamente identici nell’arco di una intera stagione alla ricerca di una perfezione i cui confini non sono facilmente definibili e per molti aspetti sono una never never land.  Ne è in qualche modo una controprova il concerto tenuto per il Bologna Festival, caratterizzato da tre parti ben distinte. Nella prima, l’esecuzione della sonata op. 58 di Chopin, una sonata del 1844, la penultima delle grandi opere composte dal musicista di Zelazova Wola (l’ultima essendo la sonata per violoncello e piano op. 65), la ricerca spasmodica della cantabilità ha finito per svenare l’impasto architetturale dell’opera specialmente nel terzo tempo il cui ritmo esecutivo ne ha allargato la durata fino a snaturarne di fatto l’impostazione. Sia chiaro, bellissime sonorità, pianissimi perfetti ma il tutto in un contesto in cui riusciva difficile seguire il percorso armonico fino a una sorta di manierismo che appare sempre più accentuato nel pianismo di Sokolov.  (Con questa impostazione l’esecuzione del terzo tempo dell’op.106 di Beethoven passerebbe abbondantemente la mezz’ora!). Il discorso vale naturalmente anche per gli altri tre tempi e nello specifico per l’ultimo ove la dinamica estrema dei tempi è passata da un “allegretto” nelle esposizioni del tema principale a un “prestissimo” di altre sezioni, una libertà che anche in una visione romantica e libertaria non riflette l’impostazione della composizione. Non abbiamo purtroppo registrazioni delle esecuzioni di Chopin ma dalle sue lettere traspare con chiarezza il rifiuto di svenevolezze esecutive cui il pianismo del primo novecento (si pensi a Cortot) ha cercato colpevolmente di abituarci.  Un discorso del tutto diverso vale per le altre due parti del concerto: 10 Mazurke di Chopin e 4 improvvisi di Schubert (offerti come lungo bis, una caratteristica ricorrente in Sokolov come anche nel suo compatriota Kissin). Le Mazurke, proprio per il carattere improvvisativo e la natura “popolare” della loro impostazione permettono certamente libertà superiori a quelle della sonata op. 58, ma qui l’esecuzione assolutamente perfetta di Sokolov ha rinunciato proprio a quegli eccessi riscontrati nella sonata rendendo appieno il significato di queste brevi composizioni Chopiniane, che forse più di ogni altra, corrispondono alla intima personalità del compositore. Da apprezzare la scelta coraggiosa di concludere il ciclo e il concerto con una delle Mazurke più intimiste. Quanto ai 4 improvvisi Schubertiani, al di là di una esecuzione ovviamente impeccabile, è parso che il mondo bidermaierdel compositore viennese non corrisponda perfettamente alla sensibilità di Sokolov: parafrasando una frase anche troppo usata, l’esecuzione potrebbe essere riassunta nella frase “bella senz’anima”.  Naturalmente un grande successo di un pubblico maleducato al di là di ogni immaginazione, con rumorosissime tossite che neppure in un sanatorio possono essere riscontrate e con l’abbandono frettoloso della sala al termine dell’ultima Mazurka (chi in occasione di un invito a cena dopo il dolce si congederebbe dall’ospite senza quasi salutare?).  Da stigmatizzare anche l’inizio sempre ritardato del concerto (tipico del Bologna Festival per venire incontro al pubblico modaiolo ritardatario che popola il festival – manco fossero i membri del Jockey Club parigino tanto odiati da Wagner) e un intervallo di oltre 30 minuti per permettere lo sviluppo delle relazioni sociali. Ma quando anche Bologna smetterà di essere una piccola provincia adottando quelle regole che caratterizzano  le sale serie dei concerti di tutto il mondo?
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