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Tristan und Isolde – Firenze Teatro Comunale 11 Maggio 2014


I due protagonisti sono calati in una cupa atmosfera senza tempo, caratterizzata da un filo di sabbia che cade dal soffitto per tutta l’opera (una sorta clessidra infranta?) e da un globo prima luminescente poi incrinato che ricorda vagamente il Fellini di “Prova d’orchestra” (senza abbattersi però). Difficile decifrare il suo significato.  Nessun riferimento scenografico alla nave ma un doppio livello scandito da una piattaforma inclinabile utilizzata ora da Tristan ora di Isolde, usata come paradigma della distanza fra il desiderio e l’impossibilità della passione dei due protagonisti, della distanza fra le pulsioni dell’animo e il dovere verso Marke che porta Tristan a guidare lui stesso il pugnale di Melot che lo ucciderà. Costumi oscuri, umanità dolente che si muove lentissimamente per sottolineare la atemporalità dell’azione e la visione ultraterrena dell’opera che riflette la sensibilità wagneriana di “eros” e “thanatos” con la notte come unico scenario nel quale la passione dei due protagonisti trova la propria cifra. Notte come annientamento dell’essere e trionfo, trasfigurazione e sublimazione delle passioni terrene che nella loro vocazione cosmica non trovano nella luce l’habitat nel quale svilupparsi. Di certo l’impossibilità di un amore senza speranza che nel rapporto ambiguo di Wagner con Mathilde Wesendonck trova una sua radice sia culturale che armonica (non si dimentichi che l’incipit del terzo atto deriva dal Lied “Im Treibhaus” e che molte parti del duetto del secondo atto riflettono lo sviluppo del Lied “Träume”). Un’impostazione scenica quindi non assolutamente condivisibile ma certamente coerente e accettabile. Peccato che il testo wagneriano così pregnante venga tradotto in modo sciagurato in italiano (qualcuno ad esempio ha mai sentito il verbo “smorire”, e da quando in qua “arridere” è transitivo?): molto meglio (anche se non perfetta) la traduzione inglese. La direzione di Mehta (osannata da un pubblico che lo vede come proprio beniamino) è apparsa nella norma con alcuni languori innecessari (si pensi ad esempio al preludio del primo atto, nel quale certamente protagonista non è lo sviluppo di un pensiero armonico ma il cromatismo esasperato come metafora della tragedia dei due protagonisti che nulla può concedere a tempi allentati). Quanto ai cantanti, tralasciando Kurwenaal reduce da una influenza che ne ha ridotto le capacità vocali, il meglio è fornito da Stephen Milling come Marke, un basso con una vocalità piena e una grande espressività. Nella norma la Brangäne di Julie Rutigliano mentre Isolde (Lioba Braun) ha dimostrato dei limiti non secondari nel registro acuto e segnatamente nel secondo atto. Le va però dato atto di una interpretazione eccellente del finale dell’opera (incoerentemente noto come “Morte di Isolde” che però a morire non ci pensa nemmeno!). Quanto al Tristan di Torsten Kerl non è apparso all’altezza della situazione in quanto dotato di voce non wagneriana che nella complessissima partitura non ha mai trovato la impostazione giusta. Non che si sia trattato di un disastro ma solo di un interprete che non è a suo agio nel repertorio wagneriano e che probabilmente dà il meglio di sé in altri contesti. Ovviamente grande successo e – nota molto positiva – un pubblico con molte presenza giovanili, una segnale molto incoraggiante per un settore che nel calo del pubblico vede una delle cause della propria crisi.

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