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Qui non c’è perchè – 24 Aprile 2014

Si spengono le luci (e tacciono le voci..) e accompagnati da un furioso suono apotropaico di percussioni (si contano più di 7 timpani sul palcoscenico) unito a uno strepitio dell’orchestra diretta da un Andrea Molino  in costume da biscazziere de “L’uomo dal braccio d’oro”, si presentano due lottatori vestiti di rosso e inondati da una luce rossa che si “combatteranno” in modo ossessivamente ripetitivo per circa 15 minuti. Poi dal cielo viene scaricata una massa di cartacce e altri rifiuti che provocano un gran polverone dal quale (piuttosto malconci) emergono due saxofonisti e la voce recitante (pomposamente indicata nella presentazione come “Vocal Soloist” col difetto che di vocal non se ne vede traccia), agghindato con una giacca bianca improbabile con strisce blu, il quale da un calepino da cui non si separerà per tutta la rappresentazione recita a mo’ di litania alcune frasi in inglese (notato un errore nel testo con un “which” al posto di “what”) inizialmente incomprensibili ma via via più intelligibili anche se il nesso fra loro sfugge ai poveretti di cui fa parte l’estensore di questa recensione. La musica dell’orchestra continua imperterrita (cosa che farà fino al calar del sipario) ma senza i timpani. Si presenta poi una torma di giovani invasati che in modo del tutto scomposto spostano i rifiuti fino a una scena conclusiva nella quale essi (rifiuti) vengono lanciati contro un muro (una versione europea del lancio di sassi contro le tre steli che rappresentano il diavolo dell’Hajj musulmano?). Nel contempo visions fugitives di Bologna con alcuni volti che compongono la frase del titolo della composizione (preso dal libro di Primo Levi Se questo è un uomo): si noti che pochissimi riferimenti all’olocausto vengono presentati nel prosieguo dell’ “happening” (un paio di citazioni di Anna Arendt). Poi i saxofonisti si spostano in sala e il “soloist” continua a snocciolare pillole di filosofia scorrelate. Tralasciando ulteriori dettagli (la pièce non si fa mancare nulla;  “par dessus le marché” si assiste persino a un infanticidio!) è da rimarcare che a un certo punto dell’azione scenica (mi spiace, ma la parola “opera” in questo contesto non mi riesce di utilizzarla) le frasi sui grandi problemi del mondo (vita, morte, moralità, giustizia etc.), sempre prive di correlazione, vengono poi pronunciate dal coro dei giovini al cui interno si trova una citazione dal Macbeth shakespiriano (Life is but a walking shadow, a poor player..): peccato che dopo tanto inglese ne venga usata una non troppo felice traduzione italiana (ricevuto SMS dal buon William con epiteti elisabettiani irripetibili)! Dopo 90 minuti cala il sipario e dal 50% della sala vuota a più del 50% – palchi caratterizzati  da vuoto  pneumatico- insomma dalla ben nota claque che non ha pagato i 140€ del biglietto di platea, si elevano alcuni flebili battimani che naturalmente verranno recensiti come successo strepitoso (ho in mente almeno due noti personaggi che si accoderanno alle lodi sperticate). In questo caso spiace che il Teatro Comunale di Bologna e i suoi ultracompassati spettatori non abbiano la tradizione dei loggionisti come alla Scala o al Regio di Parma per intonare i meritatissimi “buh”. Uscendo mi sono ricordato della fantastica frase di Fantozzi dopo l’ennesima visione de La corazzata Potemkin…. Di fronte a questo tipo di spettacoli, a prescindere dalla loro imperdonabile pretenziosità musicale e letteraria, ci si chiede cosa ci facciano in una stagione d’opera quando in realtà assai meglio – durata a parte – troverebbero una loro giustificata collocazione come installazione in Artefiera. Sia chiaro: nulla contro l’opera moderna (si pensi alle bellissime opere di Britten, quali ad esempio Billy Budd o  The turn of the screw nelle quali musica e testo hanno un loro significato, uno sviluppo coerente pur in presenza di serie dodecafoniche) ma quando un’azione scenica è brutta e insignificante bisogna avere il coraggio di conclamarlo ad alta voce, ben sapendo che alcuni estemporanei soloni per accreditarsi come profondi conoscitori dichiareranno estasiati di avere assistito al più importante evento teatrale della stagione. E le piroette linguistiche senza costrutto in questo caso si sprecheranno (come spesso accade per l’arte moderna) con gaudio del “compositore”: diceva Andreotti che non è importante che si parli bene o male di una cosa, la cosa importante è che se ne parli!!! Ebbene in questo caso mi sento senza remore come il Béranger de Les rhinocéros di Ionesco e che le truppe cammellate della presupponenza travestita da estrema competenza, guidate dal direttore artistico del Comunale che ha voluto la composizione di Molino, avanzino!!!

PS Aggiunta di sabato 26 Aprile: su la Repubblica di Bologna si arriva a citare lo scandalo provocato dalla prima de “Le sacre du printemps” di Stravinskji (e allora per non farsi mancare nulla si potrebbe addirittura citare la “prima” della grande fuga op. 133 di Beethoven) per comparare il diffuso dissenso verso la composizione di Molino: ecco un buon esempio del virgiliano “Si parv(issim)a licet componere magnis…”. Un bel coraggio!!! E certo sarebbe interessante in tempi di vacche magrissime sapere quale è stato il costo complessivo dell’operazione se si tiene conto che la “cosa” è stata commissionata (ovvero interamente pagata) dal Teatro Comunale cittadino…….
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